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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Noi tre

1 Gennaio 2009

di Mariapia Frigerio

Ero felice.
Mi piaceva stare in città e mi piaceva prendere il sole, appena potevo, sul terrazzino. Ma, soprattutto, mi piaceva vivere con lei.
Mi piaceva la nostra totale sintonia: lei che scriveva e io lì, sempre vicina.
Del resto ho sempre amato la carta, qualunque tipo di carta: di quotidiani, di libri, quella per appunti e quella per bozze.
Poi ci accomunava l’essere entrambe selvagge.
Lei se n’era andata, un giorno.
Io sovente me ne andavo. Ma le mie fughe avevano sempre un ritorno.
Anche lei un giorno era tornata.
Ed era tornata da lui.
Aveva lasciato la città per la campagna.
Io l’avevo seguita.
Poi lei se n’era andata di nuovo.

Io, quella volta, non me ne ero andata con lei ed ero rimasta con lui.
Continuavo ad amare la carta, anche se ora, la carta, era quella di lui.
Mi piaceva molto stargli accanto quando leggeva e, appena potevo, mi sedevo sulle sue gambe.
Lui non voleva.
E neppure voleva che io stessi a tavola con lui.
Un uomo anaffettivo, avrebbe detto lei.
Non l’ho mai creduto.
Rigido, sì. Metodico, pure. Con una vita programmata minuto per minuto, anche, ma, sicuramente, con un cuore.
Mi scacciava, è vero, ma poi, quando tornavo, mi accarezzava.
Io però non cambiavo e sovente ero in fuga anche da lui.
Amavo soprattutto uscire la sera.
Lo so, ho sempre saputo, che a lui non andava.
Eppure, nonostante il suo disappunto, mi lasciava una luce accesa all’esterno perché non corressi rischi e per agevolare il mio rientro.
E non tralasciava mai di dirmi che ero brava quando, a notte fonda, mi rivedeva comparire.
A me piaceva che mi aspettasse.
Mi piaceva talmente che avrei voluto dormire con lui…
Ma c’erano sempre le sue dannate abitudini da rispettare.
E lui, da una vita, dormiva solo.
Mi accontentavo allora di sdraiarmi sul suo letto quando lui non c’era.
Mi bastava -o mi facevo bastare- il suo calore: il calore del suo corpo aveva un effetto terapeutico per me.

Nessuno ha mai pensato che io avessi sofferto nella decisione di scegliere lui. D’altronde la mia compagnia era diventata un peso nelle continue fughe di lei. Ma, per molto tempo, io non ho fatto altro che pensarla, che sognarla.
Quando stavo ore a guardare fuori della lunghe finestre, nessuno ha mai pensato che io aspettassi lei, che sperassi, da un momento all’altro, di rivederla comparire.
Purtroppo ci accomunava un orgoglio sfrenato e anch’io, come lei, non facevo mai il primo passo…
Certo mi pesava quando mi sentivo dire che ero, come lei, un’ aristocratica e un’intellettuale,  e che la mia convivenza con lei mi aveva rovinata.
Non sono un’aristocratica, anche se non vado col primo venuto.
Non sono un’intellettuale, anche se adoro la carta.
Come potrebbe esserlo, poi, una come me?
Ma capire capisco e, anche, soffro.
Lui no però, per quanto avesse uno strano rapporto con lei, non si sarebbe mai permesso di insultarla e, di conseguenza, di insultarmi.
E forse è stato proprio questo suo rispetto per lei, a farmi iniziare a vivere per lui.

So di avere un carattere scontroso.
So anche di avere una mia totale autonomia.
Eppure ora ho la certezza di avere bisogno di lui.
Ho ora la certezza di essere felice con lui, così come un tempo sapevo di esserlo con lei.
E so che ora anche lui ha bisogno di me.
…………..
…………..
No, non doveva succedere adesso.
Non doveva.
Rimpiango la sua freddezza apparente, il suo distacco, oggi che io, anche se volessi, non potrei più andare nel suo letto…
Oggi che invece è lui a venirmi a salutare nel mio.
Viene a controllarmi, è chiaro. Ripete il mio nome. Mi chiama. Mi accarezza.
Io lo lascio fare.
Zitta.
Solamente mi allungo, per quanto mi è possibile, al tocco delle sue dita.
E le sue dita sfiorano le ossa della mia schiena.
Vorrei offrirgli la mia pancia, fargli toccare ancora un po’ della mia carne, ma non ho più forze.
Me ne resto, così, immobile a lasciare che le sue lunghe dita sfiorino la poca pelle che ancora mi ricopre.

C’è un momento, ho sempre pensato, in cui l’amore viene premiato.
Questo momento è arrivato.
Lui mi ama. Lo so.
Io amo lui. So anche questo.
Lo guardo intensamente, ora, quando mi accarezza.
E sono disperata…
Non voglio lasciarlo…non voglio!
Eppure so che tra breve accadrà.

E lei? Quando lo saprà? Se non se ne fosse andata…
Io avrei potuto essere un legame per loro…
Lui, lei ed io…
Saremmo stati bene, noi tre.
Noi tre e le nostre vecchiaie.
Vecchi pazzi!
Se non fosse stato per la vostra follia, vi avrei avuti entrambi qui.
Qui in questo momento.
Qui entrambi per me.
Ma ora non penso a me e neppure troppo penso a lei.
Ora penso a lui.
Non soffro per me. So bene quello che mi aspetta.
Soffro pensando a lui senza di me.

Sono stanca. Non ce la faccio più.
Resisto, sì, ma è solo per lui.
Dormo sempre tra le mie carte. Sempre con Repubblica al fianco.
Sempre sullo strano materasso che lui, già da tempo, ha fatto per me: un materasso di quotidiani…di quotidiani uno sull’altro.
L’ha fatto per me.
L’ha fatto perché mi ama, è evidente.
Sa che amo la carta, anche se in vita mia non ho scritto neppure una riga…
Vorrei saperlo fare ora, però, per scrivere quello che sento per lui.
Ma non è possibile, lo so.
Glielo dirò, allora, con un filo di voce.
Con l’ultimo che mi resta.
E sarà, il mio, un miagolio d’amore.
L’ultimo miagolio della sua gatta.


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6 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 1 Gennaio 2009 @ 18:07

    In un periodare breve, ritmico, incisivo, quasi visivo, piegato sempre con efficace naturalezza al fine narrativo, si scioglie una storia di sentimenti forti e contrastati, che si traducono in una dinamica interiore, colta nei suoi aspetti più sensibili. L’intimità che ne scaturisce configura un insieme di coordinate che non sembrano dissolversi (anzi!) di fronte anche ad un’identità che va perdendosi. Il percorso, rappresentativo e figurato, diviene cesura ben definita di ogni passo, portato a fondersi con l’inarrestabile apertura verso l’essenza e la testimonianza di ricchi slanci, quasi passaggio dal reale all’utopia. Uno spaccato di vita particolare, ma che si fa di straordinaria bellezza e di incontaminata significazione
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 1 Gennaio 2009 @ 21:34

    Cara Maria Pia,
    sinceramente ho “toppato”. Forse ho letto il racconto un po’ troppo superficialmente. Non avevo capito che la protagonista fosse una gatta, tanto erano ben modulati gli elementi emozionali e, direi, “intimistici”. Tuttavia, avendo un amore immenso per gli animali, non cambio affatto il mio modesto commento. Gli animali, a mio avviso, hanno sentimenti, affetti, slanci, legami, sincerità forse anche superiori a quelli umani. Posso essere “accettato” ugualmente? E perdonato?
    Un caro saluto e complimenti per il bel racconto
    Gian Gabriele

  3. Commento by alex — 2 Gennaio 2009 @ 01:25

    Delicata storia d’amore a sorpresa e, se fosse necessario un sottotitolo potrebbe essere: la costanza dei sentimenti.
    Una storia divertita nell’assumere un punto di vista inaspettato: una gatta che, muovendosi sul terreno accidentato dei sentimenti, ci sa dire qualcosa sulla costanza dell’amore e, suo malgrado, diventa il testimone silenzioso dell’incapacità del genere umano di custodire a lungo gli affetti.

  4. Commento by Daniela — 2 Gennaio 2009 @ 21:02

    Se questo può consolare Gian Gabriele, anch’io avevo “toppato” e avevo pensato a una gatta umana! Rileggendolo mi è sembrato impossibile aver fatto tale errore.
    Forse Maria Pia ha voluto farci uno scherzo di Capodanno, anticipando il Carnevale? In realtà credo di aver capito che la scorrevolezza dei racconti di Maria Pia possa ingannare nascondendo spesso (o forse sempre) delle sorprese, non facili da cogliere. Non ho ancora finito di riflettere su “Il bambino dalle mani coi buchi”! Vuoto, nutella, cucchiaini verdi… Ma! E anche altri racconti contengono enigmi non da poco!

  5. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 2 Gennaio 2009 @ 22:13

    Cara Daniela,
    mi sento consolato dalla tua esternazione. Sappi che per una nottata sono stato in agitazione. Poi la bella e-mail che mi ha inviato Mariapia e questa tua sincera “confessione” chiamiamola così, mi hanno dato nuova serenità.
    Comunque non è difficile per uno come me compiere degli sbagli o prendere qualche “abbaglio”. Sono tutt’altro che critico letterario, essendo un maestro elementare in pensione (vecchietto, anche se non sento, grazie a Dio, il peso degli anni). Allora qualcuno si potrà chiedere: perché quello lì, inesperto e limitato, si mette a fare dei commenti? Ebbene il mio vuol essere un giusto riconoscimento ai lavori pubblicati su questa rivista e, per me, un piacere cercare il “quid boni” che ogni lavoro racchiude. E poi mi fa anche bene, non è vero?
    Spero di cuore che i miei tentativi, pur non sempre all’altezza della situazione, siano ugualmente apprezzati, così come vengono.
    Un caro saluto
    Gian Gabriele

  6. Commento by Wainer Riccardi — 3 Gennaio 2009 @ 17:58

    La magia dell’arte, di quella vera, sta nel suo essere sempre e comunque interpretabile, a differenza di quelle che si dicono scienze. Se anche a rileggerlo questo intenso racconto mi parla di sentimenti ‘umani’, non me ne voglio sentire turbato e spero di cò non si dispiaccia l’autrice.
    Qui ancora una volta si conferma l’abilità ‘naturale’ di condensare in poche indispensabili parole l’essenza di sensazioni, storie, vite che ci vengono regalate. Non ci resta che farle nostre come meglio crediamo.

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