Nostalgia del paese

di Gian Gabriele Benedetti
[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Lassù sul colle, fasciato da un verde che allarga il suo manto via via in continue mai uguali sfumature, con timide labbra suggenti nei calici del cielo, appare, a guisa di sogno, il paese.
                    Le sue misere case, sbiadite d’anni, raccolte come dita di una mano protesa verso l’alto, indugiano pazienti nella rada silenziosa del tempo. I tetti, affogati nella luce che non ridona lo splendore di lontane giovinezze, piegano stancamente le gobbe rugose a proteggere quasi con caparbietà il grigio sdipanarsi, non sempre composto, di muri feriti.
                    Qualche passero, come smarrito, inventa ancora, nella fuga inesorabile dei giorni, monotoni singulti per fugare una solitudine ormai consueta.
                    Le finestre spente dell’abbandono si affacciano su viuzze di pietre sconnesse, fasciate di mestizia, pronte ad allargarsi per dar posto a cortili in miniatura, tinti soltanto dall’eco remota di passate memorie.
                    Rare case hanno ancora il sapore della vita e si aggrappano, per fermare il correre implacabile delle stagioni, al profumo acre di gerani che spremono invano limpidi colori su pareti d’agonia.
                    All’angolo, da sempre, spande il suo incessante chioccolio l’antica fonte, ma non ha chi l’ascolta: non più donne solerti le fanno la corte per caricarsi abilmente la secchia ricolma sul capo avvezzo. E non la distrae l’avida sete di qualche vespa randagia, pronta a posarsi su gocce di perla che scivolano lievi con brividi trasparenti.
                    Il goffo campanile, che solleva di poco il suo capo al di sopra della bianca sagoma di una chiesetta velata di silenzio, come a scrutare, vecchio curioso, sui tetti muscosi distesi al sole   simili a coperte sdrucite, ha cessato da tempo il suo bronzeo palpitare nell’annuncio di momenti intrisi di primitiva e sentita fede.
                    Gli fa corona soltanto l’indifferente garrire di rondini che non conoscono soste lungo strade lastricate di azzurro.
                    I campi ed i poggi intorno mietono il frutto di giorni avari, ormai smorzati nel lungo oblio di una mano amica che non dà più certezze di ritorni per raccolti sudati, ma pur sempre benedetti.
                    Solamente un vecchio, che tenta inutilmente di ricucire il presente al passato, continua con gesti rituali, appesi ad antichi richiami, l’esistenza di sempre, e sembra dimentico dell’età, mentre procede stanco, ma non rassegnato, sotto la sua “capagnata” riempita di erbe dal profumo del prato. Lo segue un cane, affatcicato anch’esso nel suo lento camminare verso mete desolate…  

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Caro amato paese, che hai abbarbicato le tue logore radici nel cuore della mia Garfagnana, così muovi i tuoi passi verso l’ultimo cancello della vita e avverti, impotente, il respiro amaro di terre dormienti!
                    Invano tenti di sfuggire al soffio inarrestabile di ogni giorno, volgendo il tuo sguardo disorientato verso la grigia limpidezza delle aspre Apuane o sul dolce piegarsi dei mille colli vellutati o sul muto elevarsi dell’Appennino.
                    Il Serchio continua il suo tormentato canto in fondo alla valle, in una fuga incontenibile di smeraldo, e la sua voce è per te come un pianto d’addio.
    Ma nel tuo inesorabile andare verso i lidi del crepuscolo non sei solo: ti rimarrà sempre la magia di teneri ricordi, quando il chiasso di bimbi dai visi arrossati sciamava a dipingere la speranza dei tuoi vicoli sassosi.
    E a noi, che viviamo la vertigine dei tempi moderni e che ti abbiamo abbandonato in cerca di fatui miraggi, resta ancora ferma negli occhi la tua immagine, raccolta tra le braccia del cielo. Così la nostra mente si aggrappa prepotente al mormorio mai sopito di momenti vissuti nel lontano ieri, rievocazioni sempre accese che accompagnano il faticoso procedere dell’esistenza con fiati di struggente nostalgia.
   Riprenderemmo volentieri la via del ritorno, ma ormai è tardi ed il tempo non ha pazienza di aspettare: non si può più riportare sull’albero dell’autunno la foglia caduta. E allora da lungi ti sogniamo ed a sera vediamo tuttora l’amica luna, prodiga di luce, che ammicca, con pupille bagnate di malinconia, alle tue case pigramente ammucchiate nel respiro del buio.

 

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