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LETTERATURA: Oblio della morte

12 Febbraio 2014

di Fabio Strafforello

Ho approfittato di questi cinque giorni di malattia che mi hanno confinato fra le mura di casa, per effetto della brutta influenza che gira in questo inizio d’anno fra le nostre vie, ritrovando altresì il riposo, il tempo necessario e la dovuta calma, per poter realizzare un articolo che renda omaggio ad una grande persona: mia suocera Marcella. Ho ripreso così in mano carta e penna per scrivere una riflessione alla quale già da tempo stavo pensando, ed anche se all’inizio mi sono sentito un po’ arrugginito e disarticolato per poterlo fare nel modo migliore, perché da molto tempo non scrivevo più, ho poi felicemente recuperato il mio ritmo e ritrovato un contatto col mio mondo interiore, così da poterne esprimere i contenuti più profondi. Lascio a voi la valutazione a tale riguardo, augurandovi buona lettura, nella speranza di aver contribuito alla conoscenza di un’altra sfera del vostro mondo interiore. Grazie della vostra attenzione!

Similitudine fra il desiderio umano d’oblio della morte e il vuoto della memoria.

Di noi non rimarrà nulla, solo pensieri   confusi all’ombra di un uomo che il tempo ha portato via… via per sempre!            

 E’ una frase che, per   questa speciale occasione, ho ripescato dalla mia prima pubblicazione: Pensieri senza tempo e per l’esattezza a pagina 99 del libro in questione, editore C.E.I del 2009, appositamente rispolverato per creare o per cercare un nesso fra la perdita della memoria individuale e l’oblio collettivo derivante dall’allontanamento dalla stessa come forma culturale o di derivazione tecnologica.

Mi reco saltuariamente nel cimitero di Dolcedo, saltuariamente perché non programmo mai una cadenza specifica per realizzare il mio proposito, ma, comprensibilmente con i miei impegni di lavoro e famigliari, cerco anche di sentire quale sia il momento più opportuno per fare visita ai nonni Mimmo e Agnese… i miei nonni/genitori. Il cimitero di Dolcedo dista circa ottocento metri dall’agglomerato urbano del paese, orientato in direzione del nucleo abitato di Molini di Prelà, più verso monte, è posizionato nel fondo valle fra due colline di rimpetto e quasi parallele fra di loro; poco più in basso rispetto agli insediamenti citati scorre pacifico il Torrente Prino, sino a sfociare nel mare nei pressi della città di Imperia, pochi chilometri più giù.

Come chiunque di voi sa che anche nei cimiteri vi sono vie di accesso e di transito, solo pedonali o percorribili con autoveicoli, a seconda della grandezza e della vastità dell’area in questione, tali che consentano agli operatori di tumulare il deceduto e alle persone che vogliono far visita ai morti di potervi facilmente adempiere, potendo raggiungere il luogo interessato nel più breve tempo possibile. E’ così anche per il piccolo cimitero di Dolcedo, nel quale vi sono alcuni sentieri ricoperti di porfido, solo percorribili a piedi e che costeggiano le varie tombe ivi presenti. Posta al centro dell’area si trova altresì una piccola chiesa utilizzata per la benedizione delle salme prima che vengano occultate definitivamente nei loro alloggiamenti, tombe, loculi o ricoperte di terra. Se faccio mente locale al cimitero monumentale del Verano, a Roma, lì dove giace anche la salma di mio suocero Gerolamo e lo confronto con il nostro cimitero, molto più modesto sotto tutti gli aspetti, non posso non pensare, per paragone, ad un gigante ed a una pulce; infatti il cimitero/città del Verano si può percorrere comodamente in macchina e al suo interno vi è anche un servizio di bus che gira per le vie che lo attraversano, così da poter trasportare quei passeggeri, per lo più anziani, che vogliano usufruire di tale servizio. Ciò che accomuna, come per le persone in vita, d’altra parte, i due cimiteri in questione, è il criterio di povertà o di crescente ricchezza che fa la differenza di opportunità fra l’essere seppelliti nella terra, giacere in comuni loculi o in più o meno lussuose tombe, ma per il resto, sul discorso di fondo… tutti vivono nella stessa obbligata e silenziosa condizione.

Camminando fra i viali del nostro piccolo cimitero, ritrovo, fra tombe, loculi e croci piantate a terra, per indicare che nel sottostante c’è una salma e non bisogna calpestarla, parte del mio passato e della mia storia. Riconosco infatti, attraverso nomi e foto, buona parte delle persone che sono state seppellite in quell’ambiente e che un tempo popolavano i nostri paesi; in numero di sette frazioni e di altre piccole borgate, essi costituivano nel loro insieme la comunità contadina di Dolcedo. Attraverso il ricordo di tanti avvenimenti e particolari specifici, identifico per ognuna di queste persone qualche riferimento utile a ricostruire la loro figura umana, le loro peculiarità, elementi che in vita li hanno sempre contraddistinti per la loro ricca e unica personalità e che mai li ha appiattiti fino a renderli tutti uguali. A differenza dei cimiteri francesi, nei quali sono una rarità le foto dell’estinto, apposte sulla croce o sulla lapide di pietra o di marmo, in Italia sono moltissime quelle esposte alla veduta di tutti i visitatori ed è facile attingere da tale immagine per identificare e riconoscere chi giace tumulato in quel luogo.

Da ragazzo, ma devo dire un po’ meno da adulto, ho quasi sempre partecipato, presenziando direttamente di persona, all’ultimo saluto o atto di benedizione che veniva impartito al deceduto in questione, attraverso la messa opportunamente officiata dal parroco nella chiesa di Dolcedo o nelle altre chiese limitrofe e locate nelle diverse frazioni che ne costituiscono la Diocesi o il comune. Devo dire che sto parlando degli anni fine 1970/80 e 90, periodo nel quale erano molti i coetanei che come me si ritrovavano in piazza per l’ultimo saluto al caro estinto, da lì in poi non ho più ritrovato tale omogenea, umana e partecipata condizione. Ora, nelle varie occasioni nelle quali mi sono trovato, per funerali, in giorni normali, per sostituire i fiori nei vasi posti sulle tombe, o per l’annuale ricorrenza del 2 novembre, per salutare i nostri cari deceduti, raramente ho visto in quel contesto ragazzi giovani far visita ai loro morti.

Da questa triste osservazione mi sorge ovvia una constatazione, ponendo la condizione giovanile attuale al centro di un mio interesse che oltrepassa la soglia della sola valutazione superficiale, orientandomi nella forma culturale ed anche al cambiamento alle nostre abitudini per trovare una spiegazione plausibile a questo nuovo fenomeno. Nell’analisi del comportamento del singolo individuo e ancor più nell’ambito dell’influsso collettivo, nel distacco fra le esperienze reali, rispetto alle azioni virtuali e nella mancata interiorizzazione degli elementi emozionali individuali, si può cogliere una spiegazione più completa e soddisfacente a così tanti ed importanti avvenimenti che indicano un cambiamento della cultura, non più come apprendimento, ma come insegnamento e di nuova abitudine e consuetudine per le nuove generazioni. Le dinamiche di formazione e di apprendimento agiscono direttamente sulla matrice conoscitiva di origine intuitiva, così per dare un significato di proiezione su come l’essere umano svilupperà la propria coscienza e conoscenza nel tempo futuro, occorrerà cercare spiegazione nella logica di funzionalità e di ricerca oggettiva. La coscienza non può prescindere dalla conoscenza e la conoscenza non è solo quello che si sa per averlo imparato dagli altri; ciò che si è imparato da qualche parte e che sovente non sentiamo come una conquista personale, ma fa parte di una vasta sfera di informazioni che passano attraverso la capacità di conoscere il reale, vedendolo però col solo occhio dell’informazione, esclude l’immaginazione come elemento di verità probabile. Ma che cosa accosta e rende simili, un elemento reale rispetto alla possibilità irreale che un stesso evento diventi prevedibile e quindi reale? E’ la forma induttiva, quel passaggio obbligato che accomuna la possibilità e l’impossibilità di uno stesso fenomeno, solo attraverso la condizione di probabilità! Un elemento irrazionale quindi e del quale non si conosce la matrice di affidabilità, di riferimento e di calcolo, rendendone impossibile, prima che un evento sia concluso, la definizione esatta del risultato in questione e quindi la relativa spiegazione di probabilità. Senza coscienza, tutto ha il significato del nulla.

Una parte formativa molto importante. Ricordo ancora e non lo dimenticherò mai, la prima volta nella quale ho visto da vicino, potendone anche sentire, toccandolo, il freddo della pelle, un uomo di mezza età deceduto da poche ore, credo per malattia; lo conoscevo bene e direttamente ed egli abitava molto vicino alla casa dove io vivevo con i nonni. Avevo, penso, non più di 10 anni e tale incontro, che pareva sfiorare, ancor più che il realismo di quell’evento, un attimo di mistero e di profondo silenzio, mi lasciò attonito e assente a vagare alla ricerca di una realtà e di una spiegazione diversa rispetto a ciò che stavo vivendo. Per me che non riuscivo ad immaginare la morte come una soluzione, ma solo come un passaggio, un attimo di attesa, o forse come un allontanamento solo temporaneo da quella realtà, e che vivevo quel momento in modo ovattato, era come se in quel luogo il tempo si fosse, per un tempo indeterminato, fermato, per accogliere e per traghettare nell’oltre colui che partecipava al trapasso. L’attimo è la fermata del tempo, una assenza, è l’istintualità che ritrova nell’uomo la sensazione del tempo, nell’impressione, quasi immortale, di poterlo afferrare e quantificare.

Nascere per morire… che senso ha se nulla ci appartiene, se nulla è ciò che prendiamo o che lasciamo alla terra?

Sentivo che in quel momento sublime e di vigile attesa, il modo di sfuggire al nostro oblio o di non sentirci frustrati e incatenati fra quegli elementi terreni, era solo quello di non porre regole e limiti emozionali alla nostra libertà. La sensazione del volo, del distacco, era ciò che accomunava la presenza spirituale dei celebranti, in direzione di   un motivo ad ampio respiro e di comprensione della condizione umana. Tutto è astratto… è ciò che alla domanda ovvia di dove finiremo, così come ci chiediamo da dove siamo arrivati, portando altresì al limite del reale anche il pensiero umano si risponde: quel che vive in noi sono solo le impressioni o i desideri, manifestati nell’immaginazione, quale forma reale della felicità e quindi quale fonte di libertà individuale illimitata. Era una sensazione strana quella che girava e riempiva la piccola camera dove giaceva quella salma accomodata sul letto, e dove prima e dopo del rosario se ne commentava e se ne ricordavano alcuni momenti di vita particolari, o anche solo normali, descritti dai celebranti per il mesto evento… l’immaginazione e la fantasia sono la ricchezza eterea dell’uomo.

Ciò che ci manca per volare più in alto è un distacco, un salto fra il limite della ragione e una ragione per sentirsi illimitati, leggeri, profondi e coscienti per quanto ne sa la conoscenza irrazionale. Icaro tentò di volare alto, troppo in alto, mostrando il lato più debole della ragione che voleva rappresentare come una infinita possibilità umana, fino a portarsi al confine di ciò che gli era consentito, ma dove l’essere umano entra solo come essenza di anima, come energia. Miliardi di esseri umani sono nati e morti già prima di noi, e forse nessuno è mai tornato indietro a farci visita in questa dimensione… ma non vorrei pensare che tutto sia finito con niente.  Da giovane non pensi alla morte come una realtà viva ed oggettiva, ad una realtà esistente, ma la rappresenti e la identifichi quasi come un gioco, un gioco tutto da inventare e da improvvisare, vissuto fra belle sensazioni e profonda felicità per aver scoperto un modo nuovo per essere felice. Identificare la morte è parte di un concetto soggettivo, dove nulla ci appartiene, neanche la nostra immaginazione e nulla si spartisce con chi ne condivide quel momento.

Diceva un grande poeta ligure e un uomo socialmente impegnato che ha saputo dare visibilità agli emarginati, Fabrizio De Andrè: Quando si muore, si muore soli. Nella semplicità e drammaticità di questa frase c’è una verità profonda che mette in luce l’impossibilità di spartire la fine di qualche cosa, con qualche cosa che faccia parte della vita degli altri. Per riflesso occorre così pensare ad altre soluzioni che rendano disponibile una felicità per tutti. Ben lo sapete che non c’è altra via per ottenere questo risultato, se non sperare e credere in un futuro che viene oltre questa vita. L’attesa, è ciò che per similitudine accomuna il desiderio di trovare un luogo dove nascondersi, con l’immaginazione, la fantasia e l’eccitazione di esserne poi scoperti al suo interno, per scambiare un momento di alta emozione, di tensione, e di forte energia con chi partecipa a tale gioco… un attimo che definirei di ordine collettivo. E’ solo un gioco quel che viviamo, fra azioni e pensieri, ed esso si svela tale nel momento in cui spartiamo la nostra attesa con il desiderio altrui di ritrovarci tutti assieme attraverso un filone comune… come il filo di Arianna, lo conoscete?  L’attesa è ciò che accomuna gli uomini intenti a nascondersi da una dimensione più vera ed è quello che l’essere umano deve identificare e costruire dento di se per ritrovarsi sul flusso di una stessa fonte emozionale. L’attesa accomuna gli uomini che seguitano su una strada mai conosciuta.

Non meno importante è l’assenza, quel momento di sparizione che si potrebbe accostare, per similitudine, al gioco del nascondino, dove i luoghi per occultarsi e vivere emozionalmente l’attesa d’essere ritrovati rappresentano gli angoli bui o misteriosi che ogni individuo custodisce dentro di se, come un tesoro invisibile e da non spartire con nessuno. Luoghi che si formano emozionalmente da bambino in ogni giovane individuo e che rappresentano quell’importante bagaglio spirituale che costituisce, ed avvicina, l’animo umano alle essenze più eteree che fanno parte della nostra sfera… ecco di quanto  irrazionale è fatto l’uomo ed oltre ogni sua parvenza. Da non dimenticare poi, ancor più che per importanza trascendentale, la necessità della formazione della provvidenza, non di fonte religiosa, ma quale forma derivata del tempo e quindi dell’attesa, espressa nella formula più naturale e pratica della speranza umana e da accostare anche ad elementi di probabilità; è da essa che l’individuo crea il tramite fra il tempo presente e il tempo futuro per costruire le sue intenzioni ei i suoi desideri.

Il silenzio, l’attesa, l’assenza, il mistero, il gioco, l’emozionalità, la provvidenza, tutti elementi che servono a costruire, oltre che la coscienza, anche la conoscenza vigile dell’individuo, il quale eviterà di sopirsi e di annullarsi se posto di fronte agli elementi del nulla, dell’oblio e dell’indifferenza. Tutti elementi, quelli che vi ho descritto, che poco conciliano con il ritmo e gli obiettivi della vita moderna alla quale siamo chiamati a partecipare e che attraverso la loro frenesia, superficialità e aggressività allontanano l’uomo dalla maturazione interiore e dalla formazione intellettiva intesa come riflessione. Riprendiamo da noi… Nell’arco di tempo di circa due giorni, fra il trapasso e il rito funebre officiato in chiesa, si avvicendarono alcune decine di persone al capezzale di chi era passato a nuova vita, portando in dono alla piccola comunità che si era stretta intorno al nostro compaesano, uno scambio emozionale di intenzioni: fra commenti, abbracci, pianti, momenti di colloquio o di preghiera che potessero regalare a quella forma inerme l’ultimo decoroso saluto. Era proprio in quel contesto, ed anche in quella maniera che continuava la formazione e la costruzione della struttura emotiva individuale, operata in modo attivo nei centri nervosi, perché stimolati opportunamente, anche se in fondo solo tramite uno scambio di intenzioni.

Ricordi, emozioni, sensazioni che ad un certo momento della tua vita vai a ricercare.                                  

Quello che vi racconterò ora non è un modo per divagare dal mio obiettivo finale, e cioè di dimostrarvi che in una fase in cui l’uomo guarda alla tecnologica per interpretare il futuro, cercando di dare una coscienza o anche solo una conoscenza ragionata alle macchine, indirettamente si voglia sottrarre la memoria, per poca attenzione o per interesse criminale, all’essere umano, ma è un modo per continuare il mio percorso di analisi nei riguardi di un fenomeno preoccupante che accomuna la perdita della valori emozionale nei confronti dei ricordi legati alla realtà. Vorrei così, attraverso fatti realmente accaduti, snodati fra passato e presente e che ci possono aiutare a capire quali sono le complessità umane, trovare almeno parte di questa spiegazione.

Era l’anno 2000, nel periodo primaverile, per l’esattezza, quando mia suocera Marcella disse a me e a mia moglie Paola: “Ho fatto una ricerca in Francia, attraverso una signora molto disponibile e brava che conosce bene il francese, la quale ha scritto per me ad alcuni comuni che ritengo luoghi probabili per il ritrovamento dei resti di mio padre Angelo (Angelino) e sembra che nel cimitero di Digione se ne sia trovata traccia. Continuava ancora mia suocera: Sono molto contenta ed emozionata di questo ritrovamento e vorrei recarmi là di persona per vedere dove egli riposa”.

Organizzammo così, io e mia moglie e con i miei cognati Piero e Daniela, una gita a Disneyland Paris, da effettuarsi nel mese di giugno, desiderando anche visitare il parco divertimenti di cui tante volte avevamo sentito ben parlare. Nel periodo della “tre giorni” mettemmo in   programma anche una scappata a Digione, (Dijon) città distante circa 350 chilometri dalla metropoli Parigina. Il servizio ferroviario in Francia è molto efficace, ma anche piuttosto costoso e quindi decidemmo di prendere il TGV (treno veloce) solo io, Marcella e Daniela la sua prima figlia; mia moglie Paola, mia figlia Giulia, mio cognato Piero, con i suoi due figli Daniele e Ilaria rimasero a spasso per la città, il tutto con l’obiettivo finale di fare ogni cosa nell’arco della stessa giornata e di ritrovarci poi in albergo verso sera. Con Marcella giungemmo a Digione di   mezza mattina, in una bella e gradevole giornata e ricordo che all’ingresso del grande cimitero nominato vi è uno stabile adibito a ufficio nel quale i guardiani ivi presenti controllano il flusso dei visitatori e nel caso di bisogno per l’individuazione del luogo della sepoltura o altro, danno adeguate informazioni sulla loro ubicazione; naturalmente senza dimenticare gli altri compiti a loro assegnati, così che alla nostra richiesta di rintracciare dove si trovasse Grazioli Angelo, in poco tempo ne effettuarono l’accertamento e ce ne mostrarono la posizione. L’accoglienza positiva che fecero i guardiani nei nostri confronti ci rincuorò e ci diede la sensazione di essere sulla strada giusta per raggiungere il nostro obiettivo.

Ci portarono di rimpetto ad una vecchia tomba parzialmente smantellata e ci dissero in lingua francese: “Vedete questa tomba? Qui è rimasto seppellito, per tanti anni, l’uomo che ora voi andate cercando. Per 50 anni per essere precisi e dato che nessuno si era presentato a richiederne i resti, per regolamento è stato spostato in un altro luogo, tanto che da non molto tempo è stato trasferito, quel che ne rimane naturalmente, nell’ossario generale assieme a ad altri morti di cui in certi casi non conosciamo il nome”.

L’ossario generale distava dalla tomba in questione solo poche decine di metri: di forma sferica pareva il suo involucro, posto per buona parte sotto terra e della sua ampia struttura ne emergeva solo la forma superiore… la cupola. Un comunissimo sportello, posto su di essa, era ciò che consentiva l’accesso a quell’enorme accumulo di ossa, che nella maggior parte dei casi, oltre a non avere un nome, in certi casi mancava anche di nazionalità certa.

Mia suocera Marcella così ci racconta che : Lei, suo padre e tutto il resto della famiglia, si allontanarono dalla città di Roma in varie fasi; a quell’epoca Marcella aveva 3 anni, e fu Angelo il primo a lasciare la capitale per tentare una nuova soluzione ai tanti problemi che lo opprimevano e che gli creavano ansia e incertezza nella vita. Sappiate che Angelino, mostrando avversità e contrarietà al regime dell’epoca, temeva di essere perseguitato dai fascisti, ma ancor più che per se stesso Angelino aveva paura che il suoi genitori subissero delle ritorsioni o delle violenze, a causa delle sue diverse idee e vedute politiche. Angelino esercitava la sua professione lavorativa in una vetreria nella città di Roma, lì era inquadrato come responsabile di reparto e in occasione di una visita di alcuni dirigenti francesi alla fabbrica gli venne fatta da parte degli stessi la proposta di trasferirsi in Francia per lavorare per loro nello stesso settore. Angelino dopo essersi consultato con la moglie Carloni Annunziata prese la sua importante decisione e raccolti armi e bagagli giunse, dopo un lungo ed estenuante viaggio in treno, nella cittadina francese di Genlis ed è lì che ebbe la possibilità di normalizzare la propria posizione economica, morale e sociale. Sino a questo punto della storia la famiglia Grazioli era composta da Angelo, Annunziata, Marcella e il fratellino Riccardo.

Tutto quanto vi sto raccontando è documentato, oltre che dalla ottima memoria storica di Marcella, anche dalle molte lettere scritte dal padre alla madre, lettere che ella conserva ancora con molta cura e amore.

Circa un anno dopo, e cioè nel 1936, l’intera famiglia si trasferì a Genlis ed è proprio lì che l’anno successivo nacque Paolo, il carissimo zio Paolo che sempre ricordiamo anche per il suo buon umore e per la sua bontà. Tutto procedeva bene in Francia per questa famiglia di emigranti italiani e non so se sia il destino avverso o solo una coincidenza, ma ancora una volta la pace e la serenità di questo nucleo famigliare, nel giro di poco tempo, sarebbe stato messo in discussione e addirittura sconvolto da avvenimenti terribili; infatti due anni dopo, nel maggio del 1938, a causa di un banale incidente avvenuto con la bicicletta mentre si recava al lavoro, Angelo perse la vita e in quella città fu sepolto. A questo punto Annunziata con i suoi tre figli, nel mese di luglio dello stesso anno, ripartì da Genlis per fare ritorno a Roma, la dove aveva ancora la mamma in vita nel quartiere di Trastevere e tutta una folta parentela di zii, fratelli e di cugini.

Tornarono in Italia con molto denaro al loro seguito, perché Angelo, sapendo fare bene il suo lavoro, era, oltre che ben visto, anche ben pagato. Marcella ricorda ancora che quella cifra di denaro in loro possesso era di alcune migliaia di lire, una somma considerevole se rapportata al periodo di allora; denaro prezioso che sarebbe servito alla famiglia per vivere con decoro e maggior speranza, ma che non si sa in che modo sparì dalla loro casa senza che se ne trovasse più alcuna traccia. Successivo al loro ritorno a Roma nacque l’ultimo fratellino, fu nel mese di dicembre e il nome che gli venne dato era Angelino… in ricordo del padre. Gli anni a venire, come ben sapete, segnarono l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco della Germania e al di la di descrivere quegli avvenimenti generali, che già conoscete dalla “grande storia” e che hanno coinvolto ampie sfere della popolazione Europea e in parte mondiale, continuerò il mio percorso parlandovi di un altro truce avvenimento che si sarebbe abbattuto con crudeltà su questa famiglia.

Sparito dalle loro mani tutto quel denaro che Annunziata aveva portato con se dalla Francia, ora la mamma di questi quattro bambini si sbatteva all’inverosimile per crescerli e per educarli nel modo migliore. La grama vita che una persona fa, nel contesto di una alimentazione scarsa, unito ad un livello generalizzato di malessere, sia psicologico, sia morale e in concomitanza di condizioni igienico sanitarie diffusamente di basso livello, per la condizione generale nel quale riversava L’Italia, hanno favorito e generato la condizione di malattia e poi di morte, che avrebbe colpito nel 1940 la mamma Annunziata. Anche per Annunziata e per il ritrovamento dei suoi resti, c’è una storia parallela che la avvicina a quella di Angelo, infatti le sue spoglie giacciono nella località di Pescina, in Abruzzo, non a Roma e in una prima fase di ricerca, come per Angelo, non se ne trovava traccia, pensando che fossero finite, anch’esse, nell’ossario generale o addirittura perse. Dopo una ricerca più attenta, capillare e convinta da parte degli operatori del settore, che con passione si buttarono in questa ricerca, si poté localizzare con certezza dov’ella era stata seppellita alcuni decenni addietro. La malattia che colpì Annunziata era la tubercolosi, una malattia generata da un insieme di micobatteri, nei tempi moderni è affrontabile e facile da sconfiggere, ma per quei tempi difficilmente superabile.

A questo punto della triste storia, bisognava trovare una sistemazione ai quattro bambini che erano rimasti orfani di padre e di madre nell’arco di pochi anni, tanto che Marcella venne presa in consegna da alcuni zii, così come ne fu adottato, da altri anche Riccardo. Sorte non migliore toccò invece a zio Paolo e a Angelino i quali finirono in collegio perché non si poté trovarne un’altra soluzione.

Nell’anno 2002 Marcella fece preparare, da un marmista di Roma, una targa incisa col nome del padre; andammo in seguito in Francia, ma sempre lo stesso anno, io, mia moglie, mia figlia Giulia e mia suocera, ad apporla sulla cupola dell’ossario dove giace Angelo, colui che aveva dato la vita, assieme ad Annunziata a questi quattro ragazzi. Altrettando Marcella ha fatto nei confronti della madre, facendo costruire per lei una lapide di marmo col suo nome e le sue date incise sopra, piantando altresì sul selciato dov’elle riposa un alberello che, assieme ad altri oggetti danno decoro e il giusto ricordo per chi ha amato i suoi figli più di stessa, sino a sacrificarne la propria vita, pur di desiderare qualche cosa di meglio almeno per loro.

Marcella o Marcè, è così che affettuosamente la chiamiamo noi che le giriamo accanto in modo più stretto; lei è una donna straordinaria, combattiva, buona, intelligente. Un donna che se avesse potuto studiare avrebbe ottenuto ottimi risultati nel campo lavorativo, una donna sensibile, generosa, osservatrice e molto umana. Un donna che ha saputo fare della sofferenza un’arma positiva da brandire con forza per affrontare le difficoltà che le se sono presentate davanti nella vita; una donna riflessiva, attiva e non meno cordiale, simpatica, affettuosa e sempre disponibile a dare il suo aiuto e la sua comprensione nei confronti dei suoi più cari affetti. Capace nella vita, in cucina e non meno come sarta, è così che la conosciamo. Una donna che ha fatto del sacrificio di se stessa il quieto vivere di chi le sta intorno, forse imparando induttivamente dai suoi genitori che con l’esempio hanno voluto insegnare che nulla e nessuno ci arriva in aiuto se non siamo noi stessi a darci da fare, per  risollevarci dal pantano. Anche questa è   una parte importante di una eredità, non solo genetica, ma anche comportamentale che Marcella ha ricevuto dai suoi genitori, sia pur nel breve periodo che li ha conosciuti e frequentati.

Ho tentato molte volte di capire o anche solo di avvicinarmi a capire il suo dolore, maturato e cresciuto rapidamente per aver incontrato, già in tenerissima età, delle difficoltà così grandi di fronte alla sua strada. Ma lei è sempre stata più forte del male, sapendo trasformare tutto quel dolore lancinante che le premeva sul cuore, per effetto di quanto vissuto, in amore assoluto verso la sua famiglia, nelle attenzioni al marito Gerolamo e nell’immensa e irraggiungibile passione per le sue due figlie… Paola e Daniela. La Bambina Marcella ha vissuto non solo il disagio derivante dall’ emigrazione, dalla guerra, dall’emarginazione e quello di origine economica, ma ancor più ha pagato, assieme ai suoi fratelli, il prezzo dell’abbandono e dello stacco dai suoi affetti più importanti, che poi sono quelli che ci accompagnano e che cerchiamo, a volte anche inconsciamente, per tutta la vita. Per effetto di tale drammaticità di avvenimenti, queste quattro creature si sono trovate a dover interrompere, all’improvviso, ogni gioco ed ogni sogno che fa della sfera formativa dei bambini, dovendosi scontrare con una realtà non solo soggettiva, ma anche e soprattutto oggettiva molto più grande di loro. Con grande impegno, sacrificio, abnegazione dei propri desideri e umiltà, questi quattro bambini hanno dovuto maturare rapidamente, formando la loro coscienza con gli elementi che avevano a disposizione e che, dato il periodo storico, facevano riferimento a regole piuttosto rigide e non meno punitive. Abbandonare il rosa o l’azzurro che colora i sogni dei bambini, per approdare in un attimo al mondo dei grandi, è un salto immenso, dove si rischia di cadere e di non riuscire ad alzarsi nel modo giusto e più conveniente, è una prova di capacità e chi la supera con brillantezza ha tutti gli attributi per diventare una persona speciale… così come Marcella è!

Marcella ha vinto tante volte la sua battaglia della vita, sconfiggendo sempre il male, operando, più che per se stessa, azioni di bene per gli altri e scegliendo in modo netto da quale parte stare per organizzare la sua esistenza e quella delle sue maggiori passioni e amori. Ora mia suocera si avvicina alla bella età di 82 anni, ci va con una buona memoria e una capacità ed elasticità mentale non comune, mantenendo sotto controllo, per quanto le è possibile, altre sue importanti problematiche di salute. Alcuni problemi di salute che lei ha, non sono uno scherzo, altre sono cose più comuni… come si suol dire piccoli acciacchi, ma non la sentiamo mai lamentarsi oltremodo; è sempre decorosa e controllata nelle sue espressioni, evita così di incidere negativamente sul nostro umore e cerca altresì di insegnarci un’altra cosa: Quello che nella vita vuoi preparare di buono agli altri, per farli felici, non deve essere condito col dolore.

Per sopravvivere nel mondo dei grandi, o quanto meno per cercare di non farti troppo male a causa dei loro comportamenti e delle loro scelte sovente poco pesate dal buon senso, devi prevedere quali carte truccate giocheranno per imbrogliare un gioco che sa sempre di sadismo umano; quali raffinate e maledette truffe ed azioni metteranno in moto per abusare economicamente, psicologicamente o fisicamente nei confronti di chi è meno scaltro di loro o più sprovveduto. Si la penso proprio così, chi rovina il mondo e chi lo sempre rovinato non sono di certo i bambini, ma le scelte demolitrici degli adulti, dettate ancor più che da un sentimento positivo rivolto agli altri, dal desiderio di un beneficio solo verso se stessi. Per fortuna è la natura stessa ad offrirci, a seconda delle esperienze maturate, l’unica carta utile che possiamo giocare nei confronti di queste persone, non tutte certamente, ma che agiscono arbitrariamente, per arginare o limitare le loro azioni distorte e finalizzate al male che ancora vorranno perpetrare.

L’intuizione è ciò che la Natura ci dona e ci regala per scusarsi forse di così tante assurde deviazioni che coinvolgono l’essere umano, quale elemento naturale. Così la presentai ai miei lettori già in un’altra occasione: A partir con pochi denari affini quello che degli uomini è il lato più bello ( aggiungerei anche il più misterioso)… l’Intuizione (da Il Cristallo delle sensazioni). E’ nell’intuizione che prende corpo il mondo irrazionale, quella serie di flash, di richiami, di voci e di sensazioni che sembrano avvisarti in direzione di un segreto nascosto, un segreto che tu puoi facilmente scoprire seguendo la traccia di una verità nata lontana dal pensiero umano, ma di tipo istintuale e che di riflesso, per quanto se ne sia dimostrata la veridicità, riempie e colora il nostro mondo nella direzione della conoscenza. E’ astratto il mondo dell’irrazionale, non meno di come è astratto il mondo dei numeri e della matematica, nello specifico, ma tutto ci insegna che per rendere efficace una teoria, occorre trovarne e provarne il giusto metodo di applicazione e di valutazione… mai nulla si dimostrerà vero, se non quello che rimane da scoprire.

In qualche modo si torna sempre da dove si è partiti o da dove si è lasciato…

Il luogo della memoria umana è un ambiente paragonabile, a seconda delle esperienze che si sono maturate, ad un bosco, ad un giardino e per ultimo ad un deserto, nel caso in cui abbiamo dimenticato tutto il nostro vissuto. Il luogo della memoria umana, bello o brutto che sia e per quanto ci possa far rievocare fra i nostri ricordi, è la fonte emozionale dell’uomo, la sua ricchezza ed è da lì che prendono corpo le scelte affettive che opereremo nel futuro. Non solo scelte di tipo emozionale, naturalmente, ma anche di tipo logico e pratico, maturate attraverso la nostra capacità di apprendimento ed esplicate attraverso la manualità… è ciò che sarebbe interessante da analizzare, ma nel mio orientamento c’è solo la via dell’interiorità umana da approfondire.

Il luogo della memoria umana rappresenta un viaggio interiore che normalmente, o per maggior facilità, l’essere umano accosta al ricordo di chi ha vissuto al suo fianco, in comunione con noi o in certi casi di chi abbiamo conosciuto in un tratto particolare della nostra vita. Non siamo noi a scegliere ciò che ci piace, ma è ciò che ci sa colpire che desidera il nostro compiacimento, il nostro sguardo felice, attonito e attento per tanta bellezza e pienezza, colmando con i contenuti razionali e irrazionali il nostro animo. Ciò che ci cattura dentro è la semplicità con la quale dei semplici elementi che fanno parte della nostra vita, abbiano saputo colpire il nostro bisogno di comunicare e di rivolgerci a loro per dire delle cose che riteniamo imprescindibili. Questo fenomeno può accadere sia per quanto riguarda la comunicazione con le persone, attraverso la spiritualità, o anche solo in presenza di elementi di sola sostanza materiale, per quanto la memoria ce ne consente. Normalmente accade, in quasi tutte le persone, che con l’avvicinarsi della vecchiaia e con il nostro ingresso nella grande sfera che comprende il dubbio dell’esistenza e la paura verso l’ultimo grande salto nel vuoto, si senta la necessità di ritornare al passato, ritrovandosi bambini, per incontrare quegli affetti, quel calore, quella sicurezza, quei dubbi e quelle risposte che ora andiamo cercando e che si ripropongono a noi con insistenza quasi ogni giorno, quasi fino all’assillo. Il luogo della memoria umana è un modo per ritrovare il perdono, la comprensione e la compassione nell’ottica di una spiegazione che appaghi la realtà vissuta e che per induzione colmi il vuoto interiore da esso derivante, nei confronti del mondo che avremmo voluto ci capisse e di chi volevamo amare, e non meno da parte di chi ci voleva amare.

Il luogo della memoria umana è l’attimo più importante e riassuntivo della nostra vita, l’attimo che porta con se l’ultimo grande atto di coraggio umano prima di abbandonare il campo dei nostri desideri inevasi. In questo luogo si trova la Pianta della Spiritualità, quella fonte di pace ed amore che vorrebbe accompagnare l’essere umano per tutto il percorso dell’esistenza, per fargli compagnia in questo triste e difficile viaggio terreno che egli dovrà intraprendere, ma che sovente viene abbandonata perché la si ritiene senza una forma definita e quindi inutile nella vita pratica. E’ da essa che prende forma e colore una certezza, ed è il bisogno umano di capire, raccolto fra i nostri ricordi e la speranza di trovare quelle ultime risposte che ci mancano per chiudere con serenità i nostri occhi alla vista di una vita passata troppo in fretta e che non ci ha consentito di afferrare dentro di noi le cose più importanti… quelle che restano indelebili solo come la matrice umana.

Questo vuoto, questa indecisione, questo bisogno di sostegno e di vicinanza terrena si manifesta in modo più marcato e incisivo fra quelle persone particolarmente sensibili, perché hanno maturato la loro delicatezza per effetto di avvenimenti a volte strazianti e che li hanno coinvolti emotivamente in modo diretto sino ad elevarli nell’Olimpo delle Sensazioni. Con tanta sofferenza che ci incalza e che ci corrode, per azione del dolore che proviamo negli avvenimenti terreni, è sempre aperta la possibilità di scegliere una posizione netta fra il male e il bene, intesi come opere frutto del nostro comportamento. In certi casi è il male a prevaricare sul nostro desiderio del bene, nonostante il nostro impegno e la nostra idea di non belligeranza nei confronti di nessuno. A volte adottiamo il bene e il male a seconda dei nostri desideri, delle nostre difficoltà per combattere la sua forza devastante o in relazione alle necessità della vita, ma rifiutandolo, in definitiva, come scelta inappellabile della nostra esistenza e questo fa parte del peccato umano. Chi si sente attaccato dal male deve pregare che Dio lo aiuti, ma non meno deve allontanarsi fisicamente e spiritualmente dalla possibilità di essere catturato e soggiogato a suo strumento o ancor peggio utilizzato come esecutore. Sappiate che è una lotta difficile quella fra il bene e il male nell’interiorità umana, e nel caso vi trovaste a metà fra di loro, per voler vincere, non fate il bene solo per voi stessi.

Il peso della sensibilità umana è soggettivo e dipende essenzialmente dalla capacità di sentire quanto il nostro animo soffre per un evento che considera contrario alla sua felicità e liberazione, ma ricordate che in ogni uomo c’è un punto di rottura oltre il quale nulla è più sopportabile e più arginabile tale sforzo. In ogni individuo c’è un punto di saturazione e oltre questo livello, per accostamento, franano anche le montagne, trasportando a valle ogni immagine artefatta di sicurezza e di forza… per ognuno di noi. Pensate ad una sola lacrima di pianto mentre cade dal viso di una persona, una piccola goccia d’acqua che scivolando dalla guance, nata  per effetto di una forte emozione, giunge   sino all’orifizio della bocca e per via naturale le penetra all’interno. E’ un significato semplice, ma maestoso che molti di noi non sanno più vedere con decoro, o che raramente si vuol notare con gli occhi e con la mente di chi poi vi riflette sopra per chiedersene umanamente la ragione.

In un mondo così caotico, tutto si regge con poco e con le cose più semplici… ora diventa anche difficile guardare in faccia la gente comune, perché se troviamo persone che manifestano atteggiamenti emozionali al difuori del prevedibile, o delle nostre convenienze, temiamo che esse possano creare un ostacolo al nostro obiettivo finale e siamo portati a dubitarne o a scartarle. Fra telegiornali e talk show di ogni genere, girando un po’ col telecomando in mano, prima o poi troverete il disastro e il pianto che più fa per voi, per toccare il vostro animo sopito, incantato e avvilito da programmi televisivi artefatti, modificati e coperti dall’omertà della recitazione umana, per farne odiens e per pubblicizzare tutto ciò che crea mercato. Questa forma di espressione è una deviazione della coscienza: l’ipocrisia, motivata nel desiderio di sentirsi protagonisti di un evento senza viverlo direttamente e attivamente attraverso il dolore; mancano invece, da protagonisti buoni quegli ingredienti contrari a questo dissapore generale, come ad esempio: la rinuncia ai nostri comodi, la generosità fine a se stessa, la comprensione delle diversità, il desiderio di costruire una grande comunità, vera negli intenti e nei contenuti del rispetto di tutti. Penso che si nascondano fra le grandi masse di popolazioni moderne, in ricerca della ricchezza individuale da raggiungere ad ogni costo e dopo aver calpestato la memoria umana e quindi anche la prima origine di povertà dell’uomo, il più grande desiderio di ipocrisia e di olocausto mai esistito, forte, motivato e radicato anche ben oltre ogni forma religiosa di potere e di assolutismo. Credo che si nascondano in mezzo a noi milioni di potenziali despoti e carnefici che danno al potere umano il significato della loro volontà, per cancellare ogni cosa che possa sfuggire dal loro volere e che molto farebbero per potersene tirare fuori da ogni responsabilità e forma di peso nei confronti della coscienza.

Una goccia che cade dal viso è una semplice lacrimazione o è un significato più grande? Nella ragione di tutto ciò sarete voi a pensare la vostra vera risposta; la mia è quella di un Grande Significato, che testimonia il passaggio emotivo di uno stato d’animo da un riferimento ad un altro, da un valore logico e identificativo ad un valore di energia solo di fonte irrazionale. E’ una trasformazione, una liberazione che coinvolge l’uomo nel suo profondo, ripescando fra quegli angoli bui, fra quei vuoti, fra quelle attese, fra quei silenzi, fra quei giochi, di cui vi ho parlato, dove sia la risposta autentica al suo valore, alla sua parola, ad una sola sua azione. Una goccia dal gusto amaro, è ciò che entra in bocca perché scivolata dagli occhi; occhi mescolati ai colori del cielo, in un panache che ci ricorda quanto sia amara la vita, fra tanti e sgradevoli dolori da accettare.

Vorrai ricordare quell’uomo nei tuoi pensieri, vorrai sentire i suoi pensieri… come il riunirsi di due anime ( da Pensieri senza tempo a pagina 99). Tornare indietro nei luoghi della memoria, belli o brutti che siano, è ciò che più ci appaga e ci affascina per cogliere di quegli istanti quelle verità che ci sono sfuggite un tempo o che hanno preso corpo e sostanza solo dopo averle lasciate alla loro maturazione e forse anche solo abbandonate al loro silenzio. Si torna indietro per sentire e per avvertire se noi, o se qualcuno che ha condiviso con noi un tratto importante della nostra storia, non vi abbia anche dimenticato qualche cosa; qualche cosa che non ci ha saputo dire con le parole o far capire con i gesti; qualche cosa che non abbiamo saputo o voluto raccontare a nessuno delle nostre profonde sensazioni. Sensazioni positive e sensazioni negative a seconda del momento e dell’occasione nella quale hanno colto l’essere umano per poi lasciarlo al dubbio di una verità più profonda. Quel “Motivo” che ad un certo momento della nostra vita esce fuori da se stesso per avvicinarsi a noi e per sussurrarci che quella ragione è proprio ciò che andiamo cercando, perché ne sentiamo la sua mancanza, il tutto in vista di una trasformazione nella quale non vorremmo lasciare nulla indietro rispetto al nostro viaggio iniziale e da continuare.

E’ una confessione prima del trapasso, perpetrata nel nostro profondo animo fra la verità di fondo dell’origine umana e la verità oggettiva d’essere uomini nella sola coscienza; è un momento di incontro determinante per cogliere, oltre che il mistero della vita, anche il senso della morte. E’ un battito che mette insieme due cuori, quello irrazionale e quello delle scelte della ragione, dove ogni individuo analizza in tempi fulminei quali scelte e quali decisioni non siano state coerenti col suo modo di sentire, forse perché, nell’intreccio delle proprie necessità umane, non ne ha saputo discernere il capo giusto. Fortunato colui che non ha il rimorso della vita…

Gli ingredienti ora ci sono tutti per completare il rush finale…

In Italia negli ultimi anni c’è stato un notevole aumento di coloro che hanno ricorso alla cremazione come forma di seppellimento, di abbandono da questo mondo, lasciando scritto ai loro cari di adempiere a tale formalità al momento della dipartita. Già nel passato non molto recente, importanti Popoli come gli Etruschi, gli Assiro Babilonesi, i Romani e non meno nell’Oriente, i morti venivano posti su cataste di legname e poi bruciati, ritenendo che il corpo fosse la sola parte inutile della figura umana. Certo la parte fisica dell’essere umano interessava fin che si era in vita, ma dal momento del decesso in poi passava in secondo piano, ritenendo la parte spirituale come la nuova figura di identità che sarebbe rientrata a far parte della Grande Collettività di chi ci aveva già lasciato. In questo senso abbiamo rifatto un salto nel passato, naturalmente, ma la cifra che occorre pagare per il raggiungimento di tale obiettivo, unita a tutto il resto dell’organizzazione per il funebre evento, è abbastanza significativa e di non poco peso per le tasche di tanta gente comune, tanto che per molti di noi occorrerà rivolgersi al futuro per pagarne almeno parte dell’ammontare. Sembra quasi, parlando con chi mi ha dato confidenza su questo argomento, che l’interesse generale di colui che si fa vuol far cremare, sia quello di cancellare ogni segno del suo passaggio e di voler egli stesso abbandonare noi esseri viventi al nostro destino; forse perché delusi o arrabbiati per tanto fallimento ottenuto in vita o forse perché offesi da coloro che speravano l’avrebbero almeno un po’ amati… non c’è destino senza conoscenza.

Vi chiederete ora: ma come entrano in gioco le nuove generazioni in riferimento a chi resta in questo gioco, a chi lo ha già lasciato e a chi lo lascerà? Sembra che chi ha vissuto e si aspetta di dipartire per l’ultimo viaggio, lo voglia fare senza lasciare traccia visibile della sua presenza su questa Terra, in maniera che di se stesso rimanga un ricordo che non serve a nessuno; come una sorta di privacy post morte, contraria, sia nel significato che nel valore per quanto vi ho descritto nelle pagine precedenti e per quanto ritengo come un significato importante.

Voi mi direte: effettuala la cremazione si può sempre mettere l’urna con le ceneri all’interno della tomba o del loculo ed apporre alla vista di tutti la foto, il nome e le date di nascita e di morte di chi è trapassato a nuova vita! In prima battuta e per stemperare un po’, mi vieni da dirvi che potrebbe anche accadere che qualche ben pensante, o qualcuno che si vuol far notare dal mondo della comunicazione, in ragione di una riservatezza astratta, voglia anche cancellare questi elementi visibili ad un pubblico attento in nome di una privacy internazionale, annullando così ogni azione.

Non lasciamo i nostri figli senza speranza e senza riferimenti, cancellando parte di ciò che gli avremmo voluto dire o trasmettere, un giorno custodiranno con passione e amore quelle poche cose che di noi gli sono rimaste.

E’ l’Era del disorientamento, o della ricerca… l’Era nella quale anche gli anziani hanno perso il loro decoroso posto fra le prime file del Grande Teatro della Vita, deposti e declassati dall’indifferenza umana e condannati a vivere il nulla rispetto al loro sapere; in certi casi è comprensibile il loro desiderio di voler morire per quanto si sentano un peso nei confronti di questa “brillante”, si fa per dire, società della disattenzione. Iniziarono in età giovanile il loro percorso formativo, locati nelle file più distanti rispetto ai punti più in vista di questa rappresentazione, lì dove per gradualità e per esperienza maturata ci si faceva strada con sacrificio per avvicinarsi maggiormente al palco del Grande Teatro della Vita. In passato molti di loro avanzarono per merito e per conoscenza sino ai primi posti dedicati alla saggezza e al sapere, senza usurparli a chi li occupava ancor prima che loro nascessero. Ora l’aggressività manifesta della cultura del sapere tutto senza apprendimento, li ha esclusi e buttati fuori da un circolo virtuoso e di rispetto che fonda le sue origini sulla necessità di trovare un equilibrio fra progresso collettivo e spiritualità personale. Ecco, forse, perché oggi l’uomo si allontana in modo volontario anche dal ricordo, oltre che dalla consapevolezza di ciò che lascerà in questa dimensione per non poterlo portare con se nell’oltre tomba, umiliato nella sua conoscenza, nella sua esperienza e nei suoi valori di riferimento.

Lasciate scritto ai vostri figli, ai vostri nipoti, tutto quanto conoscete della vostra e della nostra storia, così che un giorno non molto lontano possano tentare di ricostruire almeno parte dell’edificio emozionale che loro stessi hanno contribuito, volontariamente o inconsciamente, a demolire o ad abbandonare. Almeno se non sapranno più dove recarsi per piangere i loro morti, lo faranno almeno per i loro vuoti esistenziali…

I giovani che vivono senza realismo, come parte delle nuove generazioni, altro non sono che il frutto abbandonato dei desideri delle ipocrisie della generazione precedente che li ha messi al mondo con poca attenzione. La perdita della memoria, nei giovani per azione della tecnologia ha un effetto devastante che sempre più li allontana dal pensiero, dal contatto con l’IO, dall’immaginazione, dalla fantasia, dall’osservazione, dall’intuizione, dall’interiorizzazione, dall’interrogazione e dalla riflessione. Questa è l’Era del rumore, del fare qualche cosa ad ogni costo, del non stare mai fermi ad ascoltare se stessi e non meno chi ci circonda; tanto che vedi questi ragazzi “smanettare” insistentemente col telefonino per trovare un contatto ad ogni costo che li faccia evadere dalla possibilità di provare e conoscere la solitudine. Forse un giorno si troveranno soli in compagnia della solitudine, desiderando che qualche cosa di noioso interrompa il tedioso silenzio che li avvolge.

Attraverso l’utilizzo di computer super veloci che interagiscono con enormi memorie nelle quali sono immagazzinate quantità impressionanti di informazioni, è possibile ricercare dati e notizie di qualsiasi tipo, rispondendo istantaneamente da scienziato, o quasi, a qualsiasi persona, più ignorante di noi, che ci ponga un quesito su ogni genere di argomento. Qui si nasconde la chiave di lettura della nuova ignoranza umana, basata su chi ritiene di sapere, con la certezza di non doverne conoscere le motivazioni.

E’ certamente positiva la possibilità che ogni individuo ha di   documentarsi sull’esistenza di fatti oggettivi, determinati attraverso le scoperte umane e soprattutto su quelle di ordine scientifico; diffondendo la corretta informazione a discapito della superstizione e dell’inutilità. Quindi sono i fatti oggettivi, ancor più che quelli soggettivi, ad interessare l’uomo per il suo iter evolutivo. L’essere umano, con le sue variabili è maggiormente da considerare un elemento di tipo soggettivo, costituendo   un grande punto interrogativo per la scienza umana e una maglia aperta rispetto ad una soluzione logica per ogni cosa. Il punto di vista oggettivo è un modo di vedere le cose estremamente limitato, o ancor più lo definirei standard nel metodo di ricerca, per la sua lontananza dal calcolo delle variabili e delle possibilità di abbracciare e comprendere l’imprevedibilità della natura in senso ampio. Non tutto è rapportabile nella prevedibilità e nella progressione matematica.

Non di meno il cervello umano subirà delle mutazioni, in conseguenza di una evoluzione molto rapida derivante da una stimolazione visiva profonda e per effetto dell’allontanamento dai “cinque sensi”, intesi come riferimenti del circostante; azioni dirette che colpiranno vaste zone del cervello umano in ragione di comportamenti variati rispetto alla formazione intellettiva tradizionale che era  di forte legame con la realtà. Bisognerà capire quale nuova struttura e identità prenderà il posto mancante di questa sfera chimica e psichica che cambia il suo equilibrio e che si trasformerà per effetto delle nuove forme culturali, ambientali e temporali a cui l’essere umano è soggetto. Quindi la “forma culturale” deve essere intesa come una doppia struttura del suo significato, di ordine oggettivo e di ordine soggettivo.

In qual luogo della memoria umana, un giorno non lontano, torneranno i giovani a trovare conforto, se le loro certezze e le loro conoscenze non basteranno più a soddisfare la loro noia e le loro paure generate da una vita fatta di sole informazioni?

Quale sarà l’immagine o il ricordo al quale volgeranno la loro attenzione, nel momento della loro vecchiaia, coloro che per raccogliere la tristezza e il dubbio di ogni cosa non sappiano più dove scavare per mancanza di conoscenza… se dentro o se fuori di se stessi?

Dove troveranno un posto per piangere i nostri giovani alieni, trasportati nella leggerezza dell’etere da sms, notizie e immagini virtuali inventate da macchine che cercano di pensare al posto loro per tentare di renderli felici?

Varrà forse la pena nascondersi nell’oblio per non incontrare e conoscere la morte prima di tale evento, procedendo sulla via della perdita della memoria individuale per effetto del suo stesso olocausto?

Sono i quesiti che chiudono, o ancor meglio, aprono una discussione sulle scelte e sul comportamento umano più necessario per evitare disastri su larga scala.

Credo quindi che l’unica conclusione accettabile per questa analisi, che comprende due paradossi con uno stesso comune punto di contatto e cioè la morte, non passi attraverso la liberazione o ancor meglio attraverso l’abnegazione della sua esistenza materiale, ma che occorra rinforzare la sua forza immateriale per dare maggior fondamento all’irrazionalità e quindi alla spiritualità umana come significato di un valore assoluto.

L’uomo nasce dall’indifferenza e lo diventa se non trova il motivo e il coraggio di affrontarla.      

Bellissimi di Dolcedo                                                                                                                                07/02/2014


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1 commento

  1. Commento by Trincheri Natale Giovanni — 15 Febbraio 2014 @ 14:32

    Caro Fabio,

     

    Ho letto con vero piacere quanto hai pubblicato sulla rivista “Parliamone”.

    Nella breve  presentazione dici che questo scritto è nato durante una sosta obbligata per motivi di salute. Mi verrebbe voglia di dire “Ben venga l’influenza” e qui di seguito ti spiego il perché.  

    Sempre nel cappello dell’articolo dici di esserti sentito   “un po’ arrugginito e disarticolato” a dire il vero, probabilmente perché  non sotto pressione dal dover completare un testo in certi termini di tempo e pensando e scrivendo in quello speciale clima ovattato che è quello della casa quando si è influenzati,   sei riuscito a rendere il testo ancora più piacevole, fermo restando la tua capacità di spronare noi   pigri lettori a soffermarci su sfere del nostro mondo interiore, che spesso volutamente non vogliamo affrontare.

    A mio parere sei riuscito ad appassionare  il lettore con il coinvolgente preambolo, dove hai sapientemente miscelato esperienze   individuali  e personali  con i   tuoi benefici pungoli all’introspezione.

    Io che ho il piacere di esserti amico da tanti anni e ti conosco bene, so che non ambisci né a cattedre, né a pulpiti, ma qualche volta i tuoi scritti già molto ponderosi per la materia, possono suonare altisonanti e distaccati a noi lettori negligenti.

    Qui invece sei riuscito   a essere coinvolgente ed accattivante e poi arrivato al punto“Gli ingredienti ora ci sono tutti per completare il rush finale…” ci hai sapientemente appassionati con le considerazioni finali.

    Sei riuscito con i quattro quesiti conclusivi che ti/ci poni a coinvolgerci in un   dibattito magari muto, ma che tocca ognuno di noi secondo le proprie esperienze e la propria sensibilità.

    Io che ho visto mia madre spegnersi lentissimamente e un amico conosciuto da poco morirmi tra le braccia e….., spero che tu sia d’accordo con me nel dire non bisogna lasciar morire la morte, mentre io sono assolutamente in sintonia con la chiosa finale che leggo così:

    “ se è vero che l’uomo dall’indifferenza nasce, sicuro d’indifferenza muore”

     

    Ancora complimenti !               Natalino

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