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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Oeceanodroma leucoroha

6 Marzo 2010

 di Valeria Caristia

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† In mezzo a un bianco vuoto, eccolo uscire come il fantasma dell’usignolo greco: stessa ¬† potenza, volo che scuote, voce che romba, scala che non scende, n√© sale. Travolge.

                                                                             Apri le mie labbra, aprile.

dolcemente.

                                Aiuta il mio cuore.
Cometa cuci
                                la bocca ai profeti.

Cometa chiudi la bocca e

                              vattene via.
Lascia che sia io a trovare
                            la libertà.[1]

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†Era ancora presto per fare rotta verso casa, nel penultimo squarcio sulla sinistra, dopo il terzo crepaccio nella sua cara isola di Spargiotto: l’aveva scelta come sua dimora oramai da tanti anni, da quando aveva deciso di non fare pi√Ļ ritorno nell’isola dov’era nato: Capoverde.

Lo chiamavano Codaforcuta, perchè non aveva mai potuto sopportare il vero nome della sua famiglia Castro, che distingueva la sua specie, ma non la sua maschietà: vantava figli sparsi in tutto il mondo, da Ascensiòn a Paramonga, da St. Helena a Inishtearaght. Non poteva proprio sopportare che qualcuno facesse della facile ironia su una questione così importante. E lì, nella sua terra, dovette rinunciare a qualche amico. Indovinate perché? Questione di femmine, manco a dirlo.

Aveva da poco salutato ¬† il vecchio Pelago, partito dalle isole Selvagens, che oramai tornava a casa gi√† a gennaio: troppo freddo per le sue quattro ossa acciaccate, ma sempre in vena di grassi racconti, su chi c’era, chi non c’era pi√Ļ, nella loro Boa Vista.

                                  Era da tempo che pensava a sé da vecchio.

Non che si potesse ancora definire un giovincello, ma aveva tanto fuoco in corpo da poter sfidare anche un cacciabombardiere tedesco, vecchia generazione, ma sempre potente.

                               Aveva tante esperienze già accumulate sul groppone, ma si sentiva ancora in grado di mangiarsi il mondo, come si dice, in volo stabile, senza paura.

Mai inanellatore alcuno era riuscito a prenderlo, nè rete o vischio erano riusciti ad intralciare il suo cammino; almeno per il momento.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Aveva imparato a sua spese che non bisogna mai confidare troppo nelle proprie capacit√†: il caso √® sempre l√¨ pronto a tradirti. Cos√¨, forse per scaramanzia, a chi lo chiamava l’Inincastrabile, alludendo forse pi√Ļ alla sua vanit√† che alla sua incontestabile gagliardia, rispondeva :

<<A Dio piacendo, non m’hanno ancora beccato>>.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Codaforcuta veniva da nord-est, dove aveva incontrato il capo Tarconte, dopo essere stato convocato d’urgenza per un lavoro inatteso e delicato: la compagna Turan, che abitava l√¨, voleva un figlio, ma la temperatura troppo alta non lo permetteva. Bisognava trovare un rimedio.

                                      Iniziò a correre di qua e di là:

                      <<Sterpo, Picchio, Rondo! Accorrete!!!>> urlava, mentre gabbiani corallini, rosei, corsi e occhioni, pernici di mare, lanari, grillai, astori, marangoni si affollavano intorno a lui.  

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† << La divina madre ha bisogno di noi. Non c’√® tempo da perdere: il signore padrone assai se ne avr√† a male e su di noi mander√† le sue sacre saette se non gli daremo ci√≤ che vuole>>.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Cos√¨ dicendo ci mise tutto se stesso per radunare ciurme, stormi, frotte. Lo sbattere d’ali d’una piccola farfalla di l√†, si sa, pu√≤ provocare un maremoto di qua; cos√¨ il richiamo all’adunanza avrebbe certamente aiutato le pigre nuvole ad accumularsi, gonfiarsi, stringersi, per poi scoppiare.

E refrigerio sarebbe stato per i signori sovrani.

                                Erano tanti ormai, davvero molti: nuvoloni neri, densi, carichi e lui correva rapido, scivolando su se stesso, mai incerto.

Improvvisamente si sposta da un lato, frena, poi dall’altro√Ę‚ā¨¬¶

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†Il cielo fa paura! A quelli sotto, certo! Non a lui, che √® l’uccello delle tempeste, lontano anni luce dalla sua terra d’origine, dove ancora stanno quattro colonie ai confini del Paleartico Occidentale, a nord della Scozia. E’ l’unico, lui, in grado di fare da solo quello che esclusivamente uno stormo devoto a Tarconte pu√≤ scatenare: un temporale di tuoni che squarciano le orecchie degli uomini, illuminando i suoi occhi fermi e vigili√Ę‚ā¨¬¶

Solista d’ ossigeno.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† Quale spettacolo a loro sconosciuto, planare sull’acqua senza terra, mangiare aria, respirare nuvole, libert√† estrema, volando a pelo d’acqua, inventando una scia, sfiorando il mare con la pancia ssssssssssssss√Ę‚ā¨¬¶godendo del piacere.

Quando l’aveva imparato non ricordava. Gli sembrava d’ averlo sempre saputo. Tutti lo invidiavano per questo suo talento: ma ora ci√≤ che contava era fare felici gli dei, signori del cielo. Doveva farsi seguire dagli altri, perch√© un tifone nascesse e acqua, acqua, acqua cadesse.

Ma ancora era poco, troppo poco. Era tanta aria sì, ma non abbastanza. Soprattutto ancora troppo poco fredda.

¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬† ¬†Ecco, forse solo una Leading Line avrebbe potuto aiutarli: avvicinandosi alla linea di migrazione di altri biomi sarebbero stati molti di pi√Ļ. Migliaia, milioni e bilioni di ali e allora s√¨, che sarebbe arrivato il freddo. La colonia delle marzaiole per esempio, un gruppo molto consistente. Ma come trovarli? Doveva mandare qualcuno a chiamarli.

<<Falchi! Accorrete>>.

Ma certo, come aveva potuto dimenticarlo: i combattenti. Loro ¬† e tutti i gabbiani delle zona avrebbero formato un gran bell’esercito.

Le ali iniziarono a sbattere, potenti, veloci.

I corpi leggeri ed agili, dal tronco rigido, forte al comando dei muscoli del volo.

E poi la danza delle robuste penne, ventagli eleganti affilati come lame di samurai.

Sospesi nel vuoto, planano√Ę‚ā¨¬¶l’aria si infila tra le piume, nelle narici, nei polmoni, gonfiando cuore e corpo.

E volano, alteri, fugaci, liberi. Che esercito, che clamore, che bellezza!

Ma d’un tratto dal gruppo si stacca qualcuno√Ę‚ā¨¬¶

Cade gi√Ļ in picchiata. Le copitrici sbattono schiaffeggiate dal vento.

L’aria non serve a gonfiarne i polmoni.

Le ali sono ventagli spezzati.

E’ Codaforncuta, s√¨ √® proprio lui!

Non v’√® pi√Ļ segno della sua forza, non v’√® pi√Ļ fremito in quel corpo dilaniato dal proiettile di quel maledetto fucile a canna rigata√Ę‚ā¨¬¶

<<Demetrio! Demetrio!…oh santo cielo…

Finalmente!

Ma perché sei scappato così?

Mi hai fatto prendere uno spavento! Non farlo mai pi√Ļ!

Oh, tesoro√Ę‚ā¨¬¶>>

E la donna prese tra le braccia quel bambino dal volto rigato di lacrime.

Le immagini di quello sparo ancora vibravano nel suo cuore, il ricordo di quel corpicino in volo tra i crepacci√Ę‚ā¨¬¶ecco, proprio tra le crepe di quei monti disegnati su quel muro.

<<Non lo sai che qui hanno già chiuso?

Mi hanno fatto rimanere solo per cercarti.

Cosa ci facevi così per terra, tutto rannicchiato?>>

<<La prego signora>> disse gentile il custode del museo della necropoli   <<è veramente troppo tardi>>.

<<Sì sì ha ragione, mi scusi, andiamo via subito, anzi corriamo il treno ci aspetta.>>

<<Guarda tesoro cosa ha preso la mamma√Ę‚ā¨¬¶>>

E mentre la donna mostrava al piccolo Demetrio stretto tra le sue calde braccia un bellissimo uccello in terracotta dalle ali spiegate, Codaforcuta riprese d’incanto a volare tra i corpi di quegli atleti, di quei danzatori, di quei musici in vesti preziose.

Sopra di loro veglia Tarconte, scolpito nel macco dell’antica Tarchon, mentre vicino il mare lava nelle sue onde le gracili spoglie dell’Inincastrabile uccello delle tempeste.


[1] ‚ÄúCometa Rossa‚ÄĚ Area. Canta Demetrio Stratos


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3 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 6 Marzo 2010 @ 12:54

    Un respiro ampio, che coinvolge, forse ¬†cercato un po’ troppo.
    Trovo però una differenza di peso specifico tra le parti narrate e il contenuto dei dialoghi. Questo fa perdere di equilibrio.

  2. Pingback by Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: Oeceanodroma leucoroha — 6 Marzo 2010 @ 15:24

    […] Prosegue Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: Oeceanodroma leucoroha […]

  3. Commento by Valeria Caristia — 18 Marzo 2010 @ 18:30

    Ho indugiato molto prima di rispondere perch√© ero in attesa: da un lato di qualche eventuale commento che esprimesse un giudizio discorde da quello di Capone, dall’altro di comprendere da sola la ragione di questa critica non del tutto positiva. L’attesa √® stata vana! Dunque, ancorch√© non avvilita ma rincuorata dall’eco delle critiche positive ai miei precedenti racconti, mi permetto di comunicare a Capone le mie perplessit√† in merito al suo commento: di tutti i miei scritti, trovo quest’ultimo assai ben riuscito perch√© del tutto figlio di un’ispirazione onirica e pertanto voce del potere taumaturgico che i sogni hanno sul nostro spirito e sulla nostra mente. L’equilibrio che Capone pretende non √® proprio del sogno, n√© del volo, n√© della tempesta, tutti elementi protagonisti di questa storia.

    Sull’appunto di artificiosit√† che mi viene ascritto mi permetto di dissentire per due ragioni: la prima attiene all’essenza stessa della scrittura, quale serie e/o insieme di processi logici, che non avrebbero senso senza un’architettura ragionata e, pertanto, ‚Äúarchitettata‚ÄĚ; la seconda √® data dalla contraddizione in termini tra il giudizio di mancanza di equilibrio e il giudizio di artificiosit√†, ovvero di eccessiva costruzione, entrambi espressi da Capone.

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