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LETTERATURA: “Premiata ditta sorelle Ficcadenti” di Andrea Vitali – Rizzoli

2 Maggio 2014

di Francesco Improta

Dopo aver letto l’ultimo libro di Andrea Vitali non posso fare a meno di confessare la mia colpevole negligenza per aver trascurato uno scrittore che merita ben altro rispetto e attenzione.

Sebbene Nico Orengo, nelle nostre frequenti conversazioni, avesse spesso annoverato il dottor Vitali tra gli scrittori più originali e godibili del nostro attuale panorama letterario, sollecitandomi a leggerlo, per una serie di impegni e di problemi non avevo finora avuto la possibilità di mettere in pratica il suo consiglio, rivelatosi come sempre prezioso. E me ne pento sinceramente, non potendo recuperare il tempo perduto e leggere i quaranta romanzi scritti da Andrea Vitali che ha festeggiato da poco le sue nozze d’argento con la narrativa, dal momento che, per sua stessa ammissione, il suo primo romanzo, Il Procuratore, è stato scritto nel 1988. Aspetto, comunque, con ansia di leggere il suo nuovo romanzo, Quattro sberle benedette, edito da Garzanti e da qualche giorno in libreria.

Leggendo Premiata ditta sorelle Ficcadenti ho capito che i motivi della predilezione di Nico sono da rintracciare nel piacere, che li accomuna, di raccontare storie sapide e genuine e nella medesima matrice letteraria. Non è un caso che i modelli di entrambi siano Mario Soldati e Giovanni Arpino e, più alla lontana, Piero Chiara, con cui Andrea Vitali condivide anche l’aria del lago – poco importa che il primo si muova sulle rive del Lago Maggiore e il secondo tra i luoghi di manzoniana memoria del lago di Como -, i ritmi lenti e compassati e il rumore dei pettegolezzi che in provincia sono una specie di imprescindibile notiziario, per non dire un modo semplicistico ma immediato di fare storia.

 

A Bellano, sulla costa orientale del lago di Como, arrivano due sorelle, diverse come la notte e il giorno – si verrà a sapere in seguito che sono sorellastre e forse neppure tali dal momento che la più grande é stata adottata e l’altra è figlia di primo letto della seconda moglie di Domenico Ficcadenti, abile e creativo titolare di un bottonificio.

Zemia, la più giovane, è “un mucchietto d’ossa” che neppure un uomo in crisi di astinenza, al buio, potrebbe desiderare, l’altra Giovenca è bella, sensuale e appetitosa, una splendida manza di nome e di fatto (nomina omina, come vedremo in seguito).

Siamo nel 1915, da poco l’Italia è entrata in guerra ma nel paese adagiato sulla riva del lago non arrivano, neppure ovattati, gli echi della guerra e la vita si svolge normalmente, placida e tranquilla. Non meraviglia, quindi, che intorno alle due sorelle e alla merceria che hanno aperto, sormontata da un’insegna pomposa – Premiata ditta sorelle Ficcadenti -, gravitino i desideri, i pettegolezzi, le invidie e le gelosie di buona parte della popolazione. Tutti i maschi, idonei alle schermaglie d’amore che per motivi diversi non sono partiti per la guerra, mettono gli occhi su Giovenca Ficcadenti, tra questi Novenio che saccheggia a piene mani D’annunzio per comporre versi che facciano capitolare la bella Giovenca, e che è non è partito per il fronte in quanto monorchide, e, suo risibile avversario, Geremia, un operaio non molto sveglio e non più tanto giovane che perde completamente la testa pur avendola vista solo di sfuggita. Abbandona il lavoro e minaccia di uccidersi se non può averla, gettando nel panico la madre, amici e conoscenti. Anche l’untuoso e obeso Notaro di Como, Editto Giovio, non sfugge al fascino della bella e procace merciaia ed è disposto a qualsiasi escamotage, lecito o meno, per impalmarla. Intorno a loro una folla di personaggi, tutti sapientemente costruiti e orchestrati, tra i quali spiccano – e non potrebbe essere diversamente – le maggiori autorità del paese: il Prevosto, il maresciallo dei Carabinieri e il segretario comunale…

La trama si ingarbuglia sempre di più fino ad assumere tono e respirodagiallo, ma, con buona pace dei lettori, non è mia intenzione dipanarla. Lascio a loro questo gradevole compito.

La narrazione si svolge su due piani e in due località diverse, Bellano e Albate, dove le sorelle hanno vissuto prima del trasferimento a Bellano e dove Giovenca continua a recarsi tutti i giovedì suscitando la curiosità dei paesani e mettendo in moto un’improvvisata e divertente attività di pedinamento affidata alla perpetua del Prevosto, che intravede in ogni cosa la mano del diavolo. Non è il fatto in sé che c’interessa quanto l’abilità con cui Andrea Vitali si muove, mediante un efficace montaggio alternato, cogliendo dei due paesi lacustri le atmosfere, gli umori e i profumi a conferma di una grande familiarità con quel territorio, in cui è nato e cresciuto, e della qualità di una scrittura, attenta ai particolari e alle sfumature, senza mai eccedere in inutili verbosità. Un linguaggio chiaro, scorrevole e incisivo, venato di umorismo che, al momento opportuno, si piega alle esigenze del dialetto, risultando più pregnante e icastico.

       Quando entrò in canonica, aveva la stessa faccia della sera prima. Alla Rebecca non sfuggì. “Per mi al gà i vermen ch’el òm lì”. Aglio ci voleva. Per scasgigà i vermen e anca i diàoi!

Prima di concludere vorrei accennare all’approfondita analisi psicologica, alla cura maniacale dei particolari e soprattutto alla scelta accurata di nomi e, talvolta, di cognomi che risultano non solo funzionali alla narrazione ma anche specchio di particolari caratteristiche fisiche o psicologiche dei suoi personaggi. Abbiamo già accennato a Giovenca, manza gagliarda, ma anche Editto, che precede ironicamente un cognome di grande spessore e prestigio, Giovio, sembra rimandare al leguleio di manzoniana memoria, l’Azzeccagarbugli e ad alcuni personaggi del Verga, privo di scrupoli qual è e tutto votato alla religione del possesso e della roba. Sull’operaio, aspirante sposo, a cui manca, come lo stesso autore dice nella presentazione dei personaggi principali, qualche giovedì, il nome Geremia suona antifrasticamente se pensiamo al Profeta autore del Libro delle lamentazioni e soprattutto al ritratto pensoso che ne fa Michelangelo nella Cappella Sistina; anche Rigorina, la perpetua del parroco di Albate, non mostra certo molto rigore morale nel dispensare utili e spregiudicati consigli a Giovenca, che avrà in lei sempre un costante punto di riferimento e infine lo stesso cognome Ficcadenti, innocuo nella persona di Domenico, indefesso e abile lavoratore, acquista ben altro significato nelle due sorellastre capaci di affondare i denti, senza scrupoli di sorta, laddove la “carne”, nell’accezione più ampia del termine, é tenera e appetitosa.


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