Raffaele Nigro: Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway

di Bartolomeo Di Monaco

Lo pubblicò la Rizzoli nel 2010. Nigro è uno dei miei scrittori italiani preferiti, insieme con Carmine Abate, Gaetano Cappelli e lo scomparso e superlativo Carlo Sgorlon. I suoi titoli maggiori, vincitori di importanti premi letterari, sono I fuochi del Basento, Ombre sull’Ofanto, Malvarosa.

Questo romanzo, nonostante appaia come una narrazione di tono minore, contiene tutte le caratteristiche di Nigro, scrittore che nella parola riesce a trasferire gli odori e i sapori del sud. Leggere Nigro è subire la fascinazione della sua scrittura.

Qui si immagina un viaggio dal Nord Italia in direzione di Roma insieme con Fernanda Pivano ed altri, in taxi e di notte. La Pivano rivela a Nigro, che ne resta meravigliato ed esaltato, che il grande Hemingway visitò proprio con lei la Lucania, la sua terra. La curiosità di sapere tutto di quel viaggio afferra lo scrittore che non dà un attimo di respiro alla Pivano e per tutta la notte, quanto dura il ritorno a Roma, noi assistiamo ad un racconto mozzafiato, il cui protagonista, Hemingway, già malato e depresso, a poco a poco recupera l’entusiasmo della sua giovinezza grazie alla conoscenza di un mondo ancora chiuso nel suo antichissimo passato, in cui primeggiano le forze della natura. Gli elefanti bianchi, i mammut che cercano e di cui vanno a caccia, sono in effetti l’espressione di una realtà che si disvela ad un Hemingway, non abituato ad immergersi in epoche così lontane, di cui scopre e assapora il mistero e gli incantesimi: “Aveva raccontato la crosta della Terra, le passioni i tumulti le aspirazioni e le sconfitte nel loro accadere e non aveva mai raccontato, perché non gli apparteneva, che c’è una vita sotto la vita e che sotto la crosta terrestre brulicano passioni perdute e storie pronte a ravvivarsi per dirci che non siamo nati oggi, ma veniamo da un destino lontano e guardiamo a un destino ancora più lontano.”  E poco prima: “Povero Ernest, lui che aveva raccontato il Novecento terminava la vita alla ricerca di secoli remoti.

Al lettore non interessa che quel viaggio con la Pivano sia effettivamente avvenuto né che la Pivano abbia davvero condotto Hemingway nella terra di Nigro, e nemmeno che Hemingway abbia avuto quella straordinaria esperienza rigeneratrice. Ciò che interessa è afferrare i rari profumi e le storie che affiorano dai sassi, dalle strade impervie, dalle acque dei fiumi che attraversano, dalle antiche chiese, dai volti incartapecoriti dal sole e dalla fatica di uomini che paiono non appartenere al nostro mondo. Nigro guida il lettore fuori dalla modernità per dimostragli quanto ancora il passato sia ignoto all’uomo e quanta ricchezza sia andata sprecata nella fretta di correre avanti e di dimenticare.

La Pivano e Hemingway diventano così un puro pretesto letterario. Ciò che Nigro mette in bocca alla Pivano e a Hemingway sono parole e storie tutte sue. Non è difficile individuarne i segni in quegli intrecci, anche d’amore (tra Hemingway e la giovane Assunta), che legano questo libro agli altri donatici da un sensibile interprete del sud.

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