Richard Gere

di Felice Muolo

Ero uscito di casa per pagare il condominio. Mentre attendevo che si sbrigasse una giovane donna, ne contemplavo il posteriore a mappamondo. Aveva un arretrato di quattro mesi e pensai che poteva permettersi tutto quello che voleva. Sposata e con vestiti scoloriti, dedussi che doveva trattarsi di una casalinga stretta in canna. Se la cavò con un acconto pari alla metà del sospeso. E’ risaputo che molte donne sposate la danno per pagare le bollette. Pensai al Papa che implora Dio di ascoltare le sue preghiere. Pensai che Dio dovrebbe prestare attenzione anche alle bestemmie delle casalinghe in difficoltà.
Poi andai in banca e, puntualmente, incontrai Richard Gere. Ne era il direttore, fresco di nomina dalla recente fusione dell’istituto di credito con un altro. Nell’occasione, tutto il personale era stato rinnovato. Ma solo su di lui, il direttore, concentravo morbosamente la mia attenzione. Mi chiedevo da dove cavolo fosse saltato fuori.
Era estate e indossava scarponcini da montagna, jeans aderenti e una giacchettina corta da torero. Aveva il capello striato d’argento moderatamente lungo. Nella banca si muoveva come fosse un estraneo. Della lunga fila di gente che sbuffava alla cassa, non gliene fregava niente.
Me lo ritrovai davanti anche all’uscita. Aveva la macchinona parcheggiata presso la banca. L’aprì con il telecomando a distanza e la penetrò con grazia.

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