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LETTERATURA: Ricordo di Luigi Bonalumi

5 Agosto 2008

di Francesco Improta

Il 4 Aprile del 2004 silenziosamente, come aveva vissuto negli ultimi trenta anni, si è spento all’ospedale di Bordighera, assistito amorevolmente da pochi e fidati amici, Luigi Bonalumi e due giorni dopo, a Nizza, è stato cremato. Era una sua esplicita volontà. Del resto chi più volte si era soffermato con dolente amarezza sulla fragilità del corpo e sulle miserie della vita non poteva ac ­cettare lo sfacelo della decomposizione, del ritorno allo stato inorganico.
Luigi Bonalumi aveva l’amara consapevolezza di non avere accesso a nessuna forma di consolazio ­ne né qui né altrove, come risulta chiaramente da uno dei suoi componimenti poetici più belli “Commiato“. Per lui, come per Biamonti, suo amico e sodale, la morte non era l’ultima nota della sinfonia della vita, ma la disarmonia totale. Negli ultimi anni di vita avvertiva, con sempre maggiore tristezza, il contorcersi ruvido e piagato di rami ormai privi di linfa, ma sapeva ancora apprezzare il sapore, l’odore della bellezza, il fascino di due gambe inguainate nella seta e la grazia di una bocca femminile che si dispone e si atteggia al sorriso come si legge in “Ardore antico”.
Luigi Bonalumi era nato nel Principato di Monaco il 18/5/23. Nel 1942, dopo il Liceo, si era trasferito a Roma, dove non ancora ventenne, ricco di sogni e di talento, collaborò alla creazione del primo cartone animato italiano “Anacleto e la faina“. All’indomani del II conflitto mondiale, e più precisamente nel 1947 e nel 1949, pubblicò presso les Editions du Rocher due romanzi: “L’avoir belle” e “La Grande Salade“. Dal 1950 al 1954, avendo anche una notevole competenza in campo artistico (era tra l’altro un abile ritrattista e utilizzava con disinvoltura e perizia tutte le tecniche pittoriche) scrisse cronache d’arte sui settimanali ARTS e OPERA, nonché sulle riviste “XXème siècle“, “La Table Ronde” e “N.R.F.” Fu successivamente redattore, traduttore e membro del Comitato di redazione del “Dictionnaire des oeuvres de tous les temps et de tous les pays“, Laffont/Bompiani, 1952-55, lavoro che abbandonò, quando divenne a tempo pieno segretario letterario di Jean Cocteau (1954-1963). Fu un decennio molto intenso e proficuo di cui rimane, tra l’altro, una fitta corrispondenza; qui  e qui  riportiamo una lettera autografa di J. Cocteau, datata agosto 1958, St Jean Cap Ferrat.  

Già dal 1948 aveva, però, iniziato una feconda e brillante attività di traduttore dall’Italiano in Francese; oltre a numerosissimi testi e articoli, ha tradotto per le maggiori case editrici francesi, contribuendo in questo modo alla diffusione della cultura e in particolare della narrativa italiana, una sessantina di opere e romanzi di intellettuali e scrittori italiani, tra cui: F. Basaglia, L. Gey ­monat, A. de Cespedes, Tomasi di Lampedusa, G. Arpino, C.E. Gadda (“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e “La cognizione del dolore“); G. Berto (“Il male oscuro“); P. Volponi (“Il pia ­neta irritabile“, “La strada per Roma“, “Le mosche del capitale“); F. Ramondino (“Un giorno e mezzo“). V. Consolo (“Nottetempo casa per casa“) A. M. Ortese (“In sonno e in veglia“, “Il mare non bagna Napoli“, “Il Cardillo addolorato” – ” Prix Halpérine Kaminsky” per la traduzione -, “Alonso e i visionari“), e le poesie di Primo Levi: “Ad ora incerta”. Nel 1986, la Presidenza del Consiglio dei Ministri gli ha attribuito il Premio della Cultura.

Nel 1997, riceve dalla “Société des Gens de Lettres de France” il premio “Consécration” per l’insieme della sua attività di traduttore, a cui ha dedicato la maggior parte della sua vita, pur non trascurando, come abbiamo visto, altri linguaggi (la pittura e il cinema di animazione) e altre forme di espressione (narrativa, poesia e saggistica). Credo, quindi, che sia doveroso soffermarsi su questo aspetto della sua produzione. In un saggio molto interessante, pubblicato sulla rivista “La rosa necessaria” nel 1998, dal titolo intrigante e suggestivo “I traduttori letterari sono forse degli angeli?”, Luigi Bonalumi non solo parla dell’importanza della traduzione da lui considerata veicolo di tradizione e di civiltà, ma affronta anche l’annoso problema della necessità o meno di attenersi all’originale, di essere, cioè, più o meno fedele al testo originale. Partendo dal presupposto che tradurre significa interpretare e adattare, entrare in comunione a distanza con l’autore e, all’occorrenza, inventare, o meglio ricreare, la fedeltà in una traduzione va intesa – così egli sostiene – “come corrispondenza sostanziale all’originale, agli effetti che produce sui lettori“. Bisogna, però, – era questo il suo assunto fondamentale – salvaguardare sempre il margine di libertà, di gioco, senza il quale nessuna creazione o ricreazione è possibile.

Ritiratosi in Riviera negli ultimi trenta anni della sua vita ha continuato a esercitare, con coscienza e dignità, anche nei momenti più difficili, un mestiere sempre più bistrattato e ingrato, quello dello intellettuale. Scevro da pregiudizi e da invidie, e per natura propenso al dialogo e all’ironia, dispensava con generosità grani di saggezza, perle di cultura e gocce di umanità, diventando ben presto un punto di riferimento obbligato per quanti, amici o conoscenti, sentissero il bisogno di rivolgersi a lui o avessero la fortuna di ascoltarlo. Rigoroso e tagliente nei giudizi, ma sempre pronto a rivederli con la necessaria umiltà, ha riversato nei suoi saggi illuminati e illuminanti quella lucidità di pensiero, quella passione indomita e quella sagacia critica che gli consentivano di sottrarsi alla tirannia dell’intelletto, proprio e altrui, e ai pasti premasticati da fabbricanti d’o ­pinioni.

Sappiamo che poco prima di congedarsi definitivamente da noi e da questa terra Luigi Bonalumi aveva portato a termine un saggio interessantissimo “Sulla percezione” e che precedentemente ave ­va scritto un’opera sugli “Etruschi“, che è antropologia applicata a una lettura aideologica e antiac ­cademica del reperto. Quest’ultima è per certi versi l’opera a cui ha dedicato più tempo ed energie, l’ossessione/passione della sua vita, non il banale desiderio di svelare un mistero, ma la volontà scrupolosa di farsi largo tra falsità ed equivoci e giungere alla verità semplice della storia degli uomini e delle donne: “filologia e senso dell’esistenza concreta, amore per la lettera e ripudio d’ogni imbalsamazione“. Il nostro augurio e il nostro invito, quindi, a conclusione di questo breve ricordo, è che gli eredi di Luigi si facciano parte diligente nel rendere pubblici questi suoi ultimi lavori, per non privarci dei risultati delle sue ricerche e dei frutti, come sempre sapidi, del suo lavoro.

Luigi Bonalumi credeva nella vita e nella cultura nonostante tutto, cerchiamo di non deluderlo, noi, amici, conoscenti ed estimatori che abbiamo usufruito e beneficiato della sua frequentazione, della sua discrezione umana e intellettuale e… del suo luminoso sorriso.

 


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4 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 5 Agosto 2008 @ 21:13

    Di questo grande personaggio della cultura e della Letteratura, così ben presentato da Francesco Improta, apprezzo l’acume, la grande capacità di andare a fondo delle cose, la sua sicura interpretazione delle opere di altri autori, le sue pregevoli qualità di saggista e la sua indipendenza intellettuale, senza che mostrasse alcuna presunzione.
    Mi fa meditare la sua concezione della morte, come “disarmonia totale”. Ne comprendo le ragioni. Rex Stout diceva: “La morte non sana, amputa soltanto”. Tuttavia nella mio concepimento e nel mio progetto di credente, anche se so, che, come affermava Montesquieu: “non vorremmo morire” e che “ogni uomo è una successione di idee che non si vorrebbe interrompere”, io ritengo che la morte ci sospinga verso una meta a cui aspira la fede. La morte per me è il passaggio ad un’altra vita e non è altro che il raggiungimento della felicità eterna, anche se, ogni tanto, serpeggia dentro l’animo il dubbio terreno che mi fa dire, assieme a Rabelais: con la morte “vado a cercare un gran forse”. Poi torna prepotente a vincere il mio credo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 5 Agosto 2008 @ 23:33

    Grazie di questo bel commento, Gian Gabriele.

    Bart

  3. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Ricordo di Luigi Bonalumi - Il blog degli studenti. — 6 Agosto 2008 @ 15:38

    […] info@veronalive.it: […]

  4. Commento by Giorgio — 3 Dicembre 2008 @ 19:59

    Bonalumi ha lasciato un vuoto anche per chi lo incontrava di tanto in tanto.Può apparire retorica e frusta questa frase ma rende bene il sentimento di mestizia che si prova ricordandolo: con la sua morte la vita per chi lo ha conosciuto è più ‘povera’ meno ‘colorata’. Era un uomo buono, gentilissimo, riservato e ‘modesto’, lui che aveva tante qualità, tante esperienze, innumerevoli conoscenze, tante opere pittoriche e letterarie realizzate, di cui andare giustamente orgoglioso. Ringrazio Improta per l’affettuoso ricordo e mi unisco a lui nell’auspicare che quanto Bonalumi ha lasciato sia messo a conoscenza del pubblico e degli studiosi.

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