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LETTERATURA: Ritratto di Guido Seborga nel centenario della sua nascita (1909-2009)

27 Dicembre 2009

 di Francesco Improta  

Non ho avuto la possibilità di partecipare al convegno su Guido Seborga, che si è svolto il 10 ottobre di quest’anno a Bordighera, la città delle palme che egli amava più della natia Torino, a suo avviso troppo austera e razionale, e che non a caso, avendo viag ­giato molto per una sua naturale e irrefrenabile irrequietezza, ave ­va eletto a suo rifugio prediletto. Ho avuto, però, la fortuna e il piacere di vedere il mediometraggio (40 minuti), intitolato Ritratto di artista che Gabriele Nugara aveva girato per il centenario della nascita di Guido Seborga e che è stato proiettato in occasione della mostra dei suoi quadri, allestita ad agosto, nella Chiesa Anglicana di Bordighera, per volontà della figlia Laura, dall’amico e pittore Enzo Maiolino.

Questo video, girato nei luoghi della Riviera da lui amati e fre ­quentati, ci consente di ricostruire, grazie alle preziose testimo ­nianze di Giorgio Loreti, Sergio “Ciacio” Biancheri e lo stesso Enzo Maiolino, suoi seguaci e successivamente sodali ed amici, il percorso umano, culturale ed artistico di Guido Seborga. Frequentazione, la loro, avvenuta a partire dagli anni cinquanta, quando Guido che aveva alle spalle un passato di intellettuale antifascista, di partigiano, di giornalista libero e anticonformista, oltre che un discreto successo letterario in seguito alla pubbli ­cazione, nella collana Medusa della Mondadori, di L’uomo di Camporosso, esercitava un fascino indiscutibile sui giovani della Riviera di Ponente, desiderosi di lasciarsi alle spalle l’atmosfera cupa, asfittica e uggiosa della dittatura fascista e di sollevarsi al di sopra delle macerie e delle miserie della guerra per guardare fiduciosi all’avvenire. Non è un caso che quasi tutti con ­dividessero gli ideali socialisti o quanto meno progressisti; illuminanti a tal proposito gli interventi di Giorgio Loreti, mentre quelli di Enzo Maiolino e di Sergio Biancheri riguardano più specificamente l’attività letteraria e pittorica di Guido.

Ribelle e libertario anche nell’aspetto e negli atteggiamenti este ­riori, fiero cipiglio, sguardo venato di romanticismo, sotto il cappello a falde larghe, Guido Seborga era dotato di robusta facondia, non meraviglia, quindi, che si trascinasse dietro un codazzo di giovani affascinati dalla sua parola e sensibili al suo indiscutibile carisma.

Il video alterna sapientemente scorci di Bordighera, carruggi ba ­gnati di luce, cartelli segnaletici indicanti località della costa e dell’entroterra, scogliere baciate dal mare e spruzzate di salsedine, tappeti di fiori colorati, alberi che a seconda dei casi sorreggono il cielo o ne bucano le nuvole, reticolati di foglie, fotografie di intel ­lettuali e scrittori, gelosamente custodite dai suoi amici, disegni e quadri di Guido. In sintonia quasi con le immagini, una voce fuori campo, recita brani di Occhio lucido e occhio folle, il diario di Guido, da cui traspare il desiderio insopprimibile di libertà che lo ha guidato sia nella vita, spingendolo a combattere contro la dittatura fascista, attraverso il rifiuto di partecipare alla guerra prima e tramite la lotta partigiana dopo, sia nell’arte, a prescindere dalla forma scelta per esprimersi (narrativa, poesia, teatro e pittura), rimanendo al di fuori di tutte le tendenze, le mode e le conventicole. La sua lotta comunque non si concluse con la caduta del fascismo, perché la “dittatura in doppio petto e non più in orbace e camicia nera”, nata all’indomani del secondo conflitto mondiale, fu più subdola e ambigua, come lo stesso Seborga afferma esplicitamente, supportato in questa sua valutazione da Pier Paolo Pasolini che a tal proposito dirà testualmente: “Trent’anni di Democrazia Cristiana hanno fatto senza dubbio più danni del ventennio fascista”. Questo desiderio di libertà, espresso magnificamente a livello visivo da uccelli in volo e da palme agitate dal vento, talvolta sfocia nell’anarchia, “Apprezzo l’anarchia del mio sangue marino e del Sud” ma più spesso diventa stimolo ad agire, a migliorare la condizione sua e della propria generazione, ad uscire da quella mediocrità, che solo i tiranni desiderano mantenere per poter meglio dominare. Accanto al desiderio di libertà egli rivendica, infatti, anche il supremo diritto all’utopia, in quanto “l’utopia crea una tensione di qualità che supera il contingente effimero”. Del resto “È meglio morire per un sogno che sopravvivere, condizione media dello schiavo di oggi”. Come si può notare da queste affermazioni tra i suoi maestri, oltre a Fontanesi, Gobetti, Monti e Casorati, c’è anche Nietzsche, da cui deriva l’indomito spirito libertario e rivolu ­zionario, e non a caso, dal momento che in lui c’è, come del resto in Pavese, Vittorini, e molti altri scrittori neorealisti, una componente decisamente decadentistica, la commistione arte/vita, anzi in lui la vita, per il vitalismo che lo contraddistingue, finisce sempre col prendere il sopravvento: “La vita, pur così imperfetta, è sempre superiore all’arte”. Non è un caso che il video di Nugara, scandito dalle musiche ora struggenti ora solenni di Stefano Giaccone, si concluda con queste significative parole “Volere nonostante tutto sempre la vita è il nostro destino”. A differenza di E. Montale e di Francesco Biamonti, con il quale, a dispetto della giovane età di quest’ultimo, aveva stabilito un rapporto di sincera e profonda amicizia, Guido ha sempre vissuto intensamente, bruciando le tappe, senza centellinare gli sforzi e senza risparmiarsi alcuna esperienza per una vitalità che, irre ­frenabile negli anni giovanili, a partire dalla fine degli anni sessanta si trasformò in vigore creativo, quando decise di passare dalla narrativa alla pittura. Il passaggio fu dovuto, in parte alla delusione per lo scarso successo ottenuto da Il figlio di Caino, la sua opera forse più originale, per la capacità di trasformare una vicenda drammatica e sofferta come la Resistenza in una ballata popolare di grande respiro, in parte per le maggiori e più efficaci potenzialità liberatorie che Guido credette di ravvisare in questa forma di espressione. Fu la pittura, per sua stessa ammissione, a liberarlo da quell’alienazione psichica che lo aveva tormentato negli ultimi anni. Una pittura che, ispirata ai disegni rupestri della Valle delle Meraviglie e a una produzione stilizzata di ascendenza africana, si basa sull’essenzialità delle forme, sull’accensione cromatica degli sfondi, sull’uso prevalente della luce e soprattutto su linee pure ascensionali, come testimoniano i tanti suoi quadri riportati nel video e soprattutto quell’uccello viola disegnato su un vetro che ha la leggerezza e la trasparenza di cui si materiano i nostri sogni. Del resto la telecamera che punta costantemente verso l’alto in una sete di azzurro che è desiderio di effusione e aspirazione di libertà è una precisa cifra stilistica del regista, che in questo modo riesce a evidenziare quella che è una caratteristica peculiare di Guido, e che al contrario quando inquadra le persone tende a schiacciarle quasi volesse inchiodarle ai loro ricordi.


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2 Comments

  1. Commento by marino — 27 Dicembre 2009 @ 09:28

    Grazie Francesco.

  2. Commento by Giorgio — 7 Settembre 2010 @ 11:20

    Sempre ‘attuale’ , bello ed esatto questo ‘commento’ in occasione del ‘centenario’ di Guido Seborga. Bravo come sempre Improta, al quale esprimo sentiti complimenti e il mio vivo ringraziamento. Giorgio

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