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Letteratura: Roland Barthes – Miti d’oggi – Einaudi, Torino 1994; Mythologies – Seuil, Paris 1970

1 Maggio 2008

di Alfio Squillaci
[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

Per presentare questo libro non ho trovato nulla di meglio che riportare alcune annotazioni del suo autore tratte dalle poche righe in apertura vergate nel   febbraio 1970, e dall’avant- propos,   che traduco dall’originale volumetto comprato in una bancarella di   Parigi (Mythologies, Edition   du Seuil, 1970).
«I testi di Mythologies sono stati scritti tra il 1954 e il 1956; il libro è uscito nel   1957. Vi si troveranno qui due propositi: da un lato una critica ideologica condotta sul linguaggio della cultura detta di massa; dall’altro un primo smontaggio semiologico di questo linguaggio: avevo appena letto Saussure e ne avevo tratto la convinzione che trattando le “rappresentazioni collettive” come dei sistemi di segni si poteva sperare di uscire dalla denuncia spicciola e rendere conto in dettaglio della mistificazione che trasforma la cultura piccolo-borghese in natura universale ». «Tentai allora di riflettere regolarmente su qualche mito della vita quotidiana francese. La materia di questa riflessione era di vario tipo (un articolo di giornale, una foto di un settimanale, un film, uno spettacolo, una mostra), e il soggetto piuttosto arbitrario: si trattava evidentemente della mia attualità.
L’inizio di questa riflessione, era il più sovente un sentimento di impazienza di fronte al “naturale” di cui la stampa, l’arte, il senso comune rivestono senza posa una realtà che, per essere quella in cui viviamo, non è meno strettamente storica: in una parola, soffrivo nel vedere in ogni momento confuse nel racconto della nostra attualità, Natura e Storia, e volevo cogliere nell’esposizione decorativa del   fatto-spontaneo , l’abuso ideologico che a parer mio, vi si trova nascosto.
La nozione di mito m’è parsa fin dall’inizio meglio lumeggiare   queste false evidenze; intendevo allora il termine nel suo significato tradizionale. Ma ero già convinto di una cosa di cui tentai in seguito di trarne tutte le conseguenze: il mito è un linguaggio ».

Già da queste parole, scritte come sempre nella forma elegante di un principe delle lettere francesi che allora faceva i suoi primi passi (Il grado zero della scrittura era uscito quattro anni prima) si comprende l’intonazione a sua volta ideologica, o meglio dire contro-ideologica, di questo delizioso libretto. Il testo di Barthes è infatti assoggettato   non solo a delle preoccupazioni che per brevità definiamo scientifiche, e il cui carico è sostenuto dalla semiologia confinata a mo’ di postfazione nei saggi finali, ma anche, e soprattutto direi, dalle intenzioni di critica culturale a carattere militante poggianti sul processo di   smitizzazione cui sottopone l’idéologie anonime della piccola borghesia.   Questa demistificante carica polemica è già tutta in   Marx (Il manifesto, L’ideologia tedesca). S’è discusso a tal proposito se con il termine mythologie Barthes non traduca piuttosto la nozione di ideologia di conio filosofico tedesco e marxiano. Barthes   estende il concetto se non il termine all’attualità e alla società francesi con un metodo che   ancora oggi sarebbe fecondo se applicato con intelligenza,   e con una verve come la sua che è rimasta insuperata.

Se volessimo averne una traduzione in termini italiani   ci piacerebbe che tale metodo ad   esempio venisse applicato, col dovuto voltaggio espressivo, alla società italiana qui ed ora, alla critica televisiva, al giornalismo di costume, alla cronaca di tutti i giorni. Un   Porta a porta analizzato con gli strumenti di Barthes, ma anche un Ballarò, un TG3 e un TG1, una gara di Formula Uno col suo carrozzone di briatori e montezemoli, un ritratto di Don Gelmini, una sfilata di moda, un articolo del Corriere e uno di Repubblica: insomma l’operazione di smontaggio semiologico a favore di una verità che risulterebbe non già   eterna a valevole per tutte le teste, ma che   semplicemente fosse il frutto di questa raspata   sulla vernice con la quale ci viene offerto   il fatto sociale, culturale, di spettacolo, ovvero l'”oggetto culturale”, come lo chiamava Barthes, il quale   di un tipo umano ci dà l’archetipo e di un fatto il noumeno per dirla in termini alti ed eccessivi, ossia la sua vera essenza a luogo del fenomeno, della rappresentazione.  

Qualcosa delle atmosfere di questo libro ha già agito tuttavia nel nostro panorama culturale. Per fare un esempio l’intellettuale che ogni tanto tenta analisi à la Barthes è a mio avviso Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere, ma l’accenno al fenomeno ci   fa sovvenire anche il testo italiano che forse più risentì della lezione barthesiana ossia Diario minimo di Umberto Eco (dove è accolta   una celebre Fenomenologia di Mike Buongiorno) e certamente anche Nuovi riti nuovi miti, il bel libro di Gillo Dorfles di cui si è persa traccia nei cataloghi Einaudi e recentemente pubblicato da Skira. Potrei aggiungere che non è difficile rintracciare in alcuni approcci di Barthes – l’attenzione verso i fatti della cultura popolare ad esempio-, alcuni tratti stilistici, se non alcune preoccupazioni, come quella di ricostruire l’ideologia piccolo-borghese,   che furono di Antonio Gramsci. Al pensatore sardo toccò occuparsi della letteratura popolare trattando di Carolina Invernizio e dei superuomini da portineria nel registrare la ricezione popolaresca di Nietzsche con intenti di Kulturkritik, che non è difficile rintracciare anche in questi testi di   Barthes, che certamente non conosceva Gramsci. Mentre, d’altra parte, certune risonanze di questo   libro sono presenti   in alcuni Scritti corsari di Pasolini (l’articolo sui jeans Jesus o quello sui capelloni senza dubbio).

Certo il libro reca anche le tracce dell’air du temps in cui fu scritto, la Francia degli anni ‘50 e l’Europa divisa dai due blocchi ideologici che si sono sciolti solo con la caduta del muro di Berlino. Certe impostazioni ideologiche (tra Sartre e Brecht) fanno irrigidire alcune annotazioni culturali: ad esempio salta fuori una critica implicita, seppur coperta da grandi lodi   di   Charlie Chaplin, il quale dandoci nei suoi film il povero e non il proletario situerebbe il suo uomo-Charlot «al di sotto   della presa di coscienza politica » mentre «la sua anarchia, discutibile politicamente, rappresenta in arte la forma forse la più efficace della rivoluzione ». Insomma un «Non è dei nostri, però è grande ugualmente », che mi sembra un virgolettato eccessivo per il geniale Chaplin.

Ma   Mythologies   è memorabile soprattutto   per quei saggi lampeggianti della prima parte di cui potremmo dire subito che irretisce l’approccio stilistico, quella sproporzione sicuramente intenzionale, e che ne è anzi una componente essenziale – il proprio di questo libro-,   tra la strumentazione retorica dell’osservatore e l’innocenza (che dopo averla scorta sotto la luce dell’autore diventa però subito apparente),   dei fatti osservati: una gara ciclistica, un incontro di catch, un articolo della stampa femminile, il congresso mondiale dei produttori di detersivi, l’iconografia dell’Abbé Pierre, il matrimonio della regina Elisabetta, etc, e le eco che in termini di scrittura o di immagini registrano tutti questi eventi sulla carta stampata. Barthes spara con un   bazooka contro il menomo “oggetto culturale” allo scopo di farne deflagrare tutto il senso latente, come faceva Rimbaud con le semplici vocali di cui avrebbe detto tutte le loro naissances latentes.   Ed ecco che un incontro di catch denuncia sistemi culturali e universi mentali totalmente differenti, visto che in America questo sport figura come una sorta di combattimento mitologico tra il Bene e il Male di natura parapolitica essendo ritenuto il cattivo sempre un Rosso (lo schema resisterà fino agli anni 70 coi film della serie di Rocky), mentre in Francia   subisce tutt’altro processo di eroicizzazione, d’ordine etico e non più politico: «Ciò che il pubblico vi cerca qui , è la costruzione progressiva di un’immagine eminentemente morale: quella del farabutto perfetto. Si viene al catch per assistere alle avventure rinnovate di un archetipo, personaggio unico, permanente e multiforme come Guignol o Scapin, calato in figure inattese e tuttavia sempre fedeli alla propria funzione », insomma qualcosa che rimanda a La Bruyère o a Molière.   Anche il Tour de France gli appare sotto questa luce da Comèdie Franí§aise come «il mondo delle essenze caratteriali », mentre il viso della Garbo «rappresenta quel momento fragile dove il cinema tira una bellezza esistenziale da una bellezza essenziale, dove l’archetipo inclina verso il fascino ambiguo di figure perenti, dove la luminosità delle essenze carnali cede il posto a una lirica della donna ».   Archetipi, ma anche segni. Il diavolo si nasconde nei dettagli, e il fine semiologo riconosce il dinosauro dall’ossicino di Cuvier. Così l’eccesso di parrucche nel film Giulio Cesare di Mankiewicz   racchiude nell’artificialità hollywoodiana   delle frangette tutta una romanità posticcia, poiché «il segno   funziona in eccesso, si discredita facendo apparire la sua finalità ». E l’abbé Pierre è invece una «foresta di segni » fatta di barba, sandali e della chierica che raggiunge «l’archetipo capillare della santità » e forse diventa l’alibi con il quale la Francia sostituisce impunemente «i segni della carità   con la realtà della giustizia ».

Siamo nella Francia degli anni ’50, gli anni in cui trionfa Poujade e il poujadisme, ossia   il movimento dei bottegai, dei borghesi piccoli piccoli, che odiano con la stessa virulenza sia il fisco che gli intellettuali. Sono un po’ come i nostri leghisti senza la componente etnica e padana, i nostri qualunquisti di Guglielmo Giannini del dopoguerra.   Verso di loro Barthes lancia le sue frecce più velenose e acuminate: in fondo quando dice “piccolo borghese” è a Poujade che si rivolge, è lui   l’interlocutore esplicito, e la sua “ideologia anonima” – bella espressione in cui viene racchiusa tutto   il “pensiero” della piccola borghesia- è il bersaglio della prosa di Barthes. Una componente di questa ideologia anonima è l’odio per il mondo delle parole degli intellettuali, della loro   ricchezza semantica: da qui il ricorso alla tautologia che denuncia l’ insofferenza per le spiegazioni articolate. Ma insomma, che sarà mai il teatro: “il teatro è il teatro” dice il piccolo borghese, e Barthes chiosa acidamente: «la pigrizia promossa al rango del rigore : “Racine è Racine”: sicurezza ammirabile del niente ». E precisa: «C’è nella tautologia un doppio omicidio: si uccide la razionalità perché vi resiste; e si uccide il linguaggio perché vi tradisce ». In questo mondo morale accade che ogni parola avversa è ridotta a un rumore e in cui l’abilità polemica del borghese piccolo piccolo consiste nel «caricare l’avversario degli effetti delle proprie mancanze, a chiamare oscurità la propria cecità e inconsistenza verbale la propria sordità ». «Ogni antintellettualismo finisce nella morte del linguaggio, ossia nella distruzione della socialità » poiché «il piccolo borghese   è un uomo incapace di immaginare l’Altro ».

Nella seconda parte “Le mythe, aujourd’hui” il nostro corrosivo critico sistematizza il suo pensiero, costruisce una teoria. Ma non so riassumerla: troppo ricca di dottrina. Il vostro lettore piccolo piccolo è ancora intontito dalla potenza stilistica e dalla stordente bellezza saggistica della prima parte e si ritiene già sazio. Cosa sarà mai una teoria semiologica? Una teoria è una teoria, dopotutto.


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2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » Letteratura: Roland Barthes - Miti d'oggi - Einaudi, Torino 1994 … - Il blog degli studenti. — 1 Maggio 2008 @ 09:06

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Bart