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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Mario Tobino: “Gli ultimi giorni di Magliano”

20 Novembre 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Non sono molti gli scrittori che hanno saputo coniugare la bellezza della prosa con la sensibilità della poesia. Tobino è uno di questi: “Le piante hanno intorno soltanto cielo; sono abbracciate da quello. È un paesaggio che sempre mi commuove.”, oppure: “Lei era la fidanzata della morte, avrebbe sposato quella, a tempo giusto, quando, secondo la regola, la vita era terminata.” Non a caso i grandi amori letterari della sua vita sono stati Dante Alighieri, a cui dedicò un romanzo: “Biondo era e bello”, e Niccolò Machiavelli, sul conto del quale compose la breve prefazione di un libretto fuori commercio, stampato a Lucca da Maria Pacini Fazzi editore su incarico della locale Cassa di Risparmio, dal titolo: “Machiavelli a Lucca”.

Questo romanzo del 1982, che si ricollega nel titolo a quello più famoso “Le libere donne di Magliano” (1953) è la risposta che lo scrittore viareggino dà alla legge Basaglia, con la quale si diede il via alla chiusura dei manicomi, tra i quali quello dove Tobino aveva lavorato per quarant’anni e vi aveva scritto i suoi libri: Maggiano, che è il vero nome di Magliano, ed è una località a pochi passi da Lucca, e vicinissima a casa mia.

Or non è molto mi recai a far visita al luogo e alle due stanze in cui Tobino visse e che conservano i suoi ricordi, oltre che tutti i suoi libri. L’edificio è in abbandono, desolato abbandono, e voglio sperare, come sento dire, che qualcuno presto provvederà a risistemarlo dignitosamente. Tobino è il maggior scrittore che abbia avuto la mia terra di Lucchesia, fra i molti cui ha dato i natali.

Sono gli ultimi giorni e fra poco il manicomio sarà chiuso, Tobino andrà in pensione, ha compiuto l’età prevista, settant’anni. Così i suoi passi in quel grande edificio, o il suo sguardo dalla finestra di una delle sue “due stanzette, tugurio e villa”, risvegliano i ricordi, accompagnandoli a una tenera malinconia. Tobino ha amato “follemente” i suoi malati, le sue donne soprattutto “perché ho avuto quasi sempre reparti femminili.” Scrive: “Mi vogliono dare l’addio o sono io che oscuramente bramo di rivederli?”

È arcinota la polemica di Tobino contro la legge Basaglia (“Possibile un’Italia tanto scervellata?” E anche: “Mi diano del reazionario, servo del Potere, ma la mia la debbo dire. È il mio dovere.”), e questo libro ne riporta i passaggi come un diario, nel quale occorre, tuttavia, distinguere i passi che riguardano la polemica da quelli ben più interessanti che si riferiscono al rapporto che Tobino ha sempre avuto, non solo con i malati come individui, ma con la follia, che definisce: “una delle più profonde, meravigliose, misteriose manifestazioni umane.” Leggete questa frase stupenda: “La follia è qui, angelo appollaiato sulla mia spalla, a cantarmi le sue arie.”

Sa già che “i novatori” vinceranno e il diario diventa così la lenta, triste, preparazione del suo addio: “mi fa piacere confessarlo, oltre che l’addio a Magliano vorrei, prima di andar via, dare anche l’addio a Lucca, amore che mi diventa sempre più vivo. Quasi ogni mattina la vado a trovare, a salutare, a scoprire.”

Noi Lucchesi sappiamo di questo amore. Quante volte io stesso l’ho visto in giro per la città, con gli occhi mossi su ogni cosa, i tetti, le stradine, le piazze, i palazzi, le chiese. Tutto riesce a far rivivere in questa sua splendente memoria, che ha saputo conservare il passato ancora avvolto nella tenerezza, nello struggimento, nell’amore: “Con loro sono invecchiato.” Il periodare di Tobino, assai particolare, diviene così l’unico possibile per manifestare un amore tanto grande. Si può dire che la sua scrittura sia andata oltre quella di Pea e Viani, nutrendosi di una sensibilità più completa ed elevata, che raggiunge il suo apice in quel romanzo straordinario che è “La brace dei Biassoli”.

Considerato ormai un medico dalle idee antiquate (“Un vecchio, un sorpassato.”), è assegnato ad un reparto di anziani, il numero 6, che viene anche chiamato reparto Cechov perché così ha il titolo un racconto dello scrittore russo: “Numero sei”, che fa riferimento al manicomio e ai malati di mente.

La penna di Tobino, quasi inconsapevolmente, “da se stessa s’intinge” e non può star lontana dalla follia. I malati, i nuovi del reparto Cechov, e i vecchi che resuscitano dalla sua memoria, cominciano a formare una galleria di ritratti singolari, come singolare è sempre la follia.

Scipioni è un infermiere che gode della stima e della confidenza del medico scrittore. È lui che lo sollecita a denunciare sulla stampa l’insensatezza della riforma. Questa non sarà mai in grado di assicurare al malato “la carità continua”, che altro non è che il “non perdere mai la pazienza, mai irritarsi, mai rimandare a dopo, ed essere ben consapevoli che mai avremo gratitudine da nessuno; al massimo, forse, il lampo di uno sguardo.” E ancora: “Son lasciati liberi di avvicinarsi alla morte e in lei affondare.”; “Non volevo più scrivere di pazzi. Ma, come posso? Questi bambini senza più culla.”

La libertà del malato nella sua follia, per cui “può urlare la propria persona”, viene ingabbiata dagli psicofarmaci, che introdotti nel 1952, se hanno consentito di liberarlo dalla camicia di forza, dalle sbarre, incidono tuttavia sulla sua possibilità di “esprimere se stesso”, non sono più gli stessi malati di un tempo, non li riconosce più, sono avvolti da una nebbia che li ottunde. È questa nebbia la loro nuova prigione: “la creazione sarà impedita, non si alzeranno le vele, la prua non fenderà il mare celeste, non ci sarà nessuna navigazione per l’infinito spazio.” Che gli psicofarmaci siano usati quindi con molto giudizio affinché non accada sotto il loro peso che “la personalità del malato da creatura umana si tramuti in ombra.”

Tobino ha un grande rispetto per la natura e per l’uomo, è sospettoso di ogni manipolazione, teme una minaccia della loro integrità. Se ne sente il geloso – ed ora solitario – custode, in qualche modo.

Non sempre la vita di manicomio lo ha reso felice; in gioventù era la mancanza di amici – lui sempre chiuso là dentro – a immalinconirlo. I letterati di Lucca, con cui aveva principiato a scambiare qualche parola, presto se n’erano partiti, chi per Milano, chi per Roma, e lui era tornato a sentirsi solo: “La solitudine mi bendava.” Per fortuna “mi dedicavo alla mia maledetta e matta passione letteraria”. Credo proprio che la letteratura, più che l’amore, abbia salvato la vita di questo scrittore. Dice a se stesso: “Quel che ti è rimasto, in te ancora sepolto, aprilo alla luce, stendilo nella scrittura. Questo è essere uomo.”

Tobino scrittore di coscienza e di anima, dunque: ”Ardevo di raccontare la mia anima e il mio mondo.” Questo suo “diariuccio”, come lo chiama, conferma le sue qualità di grande affabulatore; pur in presenza di una materia ostica e burocratica come la Legge 180, egli riesce a trattenerci sulla pagina, arricchita dal profondo amore per il suo mestiere di “medico dei matti”. La sincerità, il non trattenersi vilmente, il non nascondersi mai, sono stati i pregi maggiori di questo schietto viareggino, a cui Lucca, che egli amò e cantò (“per le sue stradette c’è il cicaleggio di una sorridente saggezza.”) volle offrire la cittadinanza onoraria. Di Lucca ricorda due chiese: Santa Giulia e Sant’Anastasio, poco discoste l’una dall’altra, e un vicoletto lì nei pressi, il Vicolo della felicità, che “Aprendo le braccia quasi si toccano con le punte delle dita le opposte pareti.” e prosegue: “Stamani ero triste, ombre cupe su mie personali previsioni, e queste inaspettate gemme, di una tale semplicità, di una umiltà come un angelo che porge un fiore, mi hanno ridato fiato e speranza.” C’è spazio anche per l’amore di tutta la sua vita, un amore intenso e tuttavia pudico: quella Giovanna che lascia Roma per stabilirsi con la sua figlioletta nella casa che aveva a Fiesole. Tobino sente che non è ancora in grado di renderle onore come scrittore, ma non può fare a meno di “confessare che per lei, per la Giovanna, potei resistere per quarant’anni a non essere il solito psichiatra che fa la visita e fugge, ma invece io a abitare con i matti, viverci insieme, alzarsi la mattina e scorgerli alla finestra, essere la notte per addormentarsi e udire i loro richiami.” Difficile, davvero difficile, rendere la bellezza di una scrittura che credo non abbia l’eguale per vigore, libertà, indipendenza, ribellione, dolcezza e amore. Ciò che Tobino tocca, siano cose inanimate, siano persone, è carezzato ed illuminato dalla poesia. Egli ha nella rievocazione e nel grido la forza di un antico aedo.

E Lucca?: “Perché così ami Lucca?/Perché è un villaggio,/nonostante i marmi/ne ha il cicaleggio.” E ancora: “La città è tutta sorprese, necessario stare attenti, essere come in allarme, per sorprenderla e amarla. Lucca di giorno e di notte in se stessa si culla.”


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7 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 20 Novembre 2009 @ 15:11

    Di Tobino ho letto ‘Per le antiche scale’ e ‘Le libere donne di Magliano’, entrambi nel 75. La prosa di Tobino è poetica, come scrivi tu, Bart, e tanto basta ad annoverarlo fra i maggiori di fine 900. Il ricordo, specialmente del primo dei due    citati romanzi, resta indelebile. Le grida, i deliri bizzarri e inconcepibili per un  sano, le sofferenze indicibili dei malati di mente – il romanzo è in larga parte  ambientato in un’epoca in cui il medico assisteva impotente al terribile  dispiegarsi della malattia – restano impresse nella memoria.   Come si può, allora, schierarsi contro gli psicofarmaci? lo so, l’Autore ne predica e a ragione l’uso giudizioso, ma ben ricordo   che all’epoca della polemica con Basaglia  affermò  espressamente che i manicomi si erano svuotati non già grazie alla   180 ma in virtù  dell”avvento  di questi farmaci, che più d’un addetto ai lavori ha definito miracolosi. E parlo per esperienza.
    Qundo   nel 75 il mio migliore amico di gioventù, Massimo S, si ammalò venticinquenne di schizofrenia   me lo vidi tornare dal servizio militare che delirava e temeva di essere ucciso da un certo Giuda ( Massimo,amico mio di Liceo, compagno di tante ore di studio e di avventura, come, chi, cosa ti ha ridotto  in questo stato? in questa condizione che  che mi è ignota?!!)
    Riuscii a ottenere  un colloquio col suo psichiatra,  ai miei occhi il rappresentante  di un rito misterico.    Io di quella roba   ignoravo tutto, salvo confinarla  nelle stupidaggini da   barzellette, e perciò  gli chiesi    come mai , in anni di comunanza con Massimo, non avesse dato il sia pur minimo segno di squilibrio, mai.  E comunque,    c’erano speranze di guarigione?
    Lui mi sorrise un po’, forse scosse lievemente il capo, ma io non me ne accorsi.   Rispose, con un tono che mi appparve affettuoso: ” Non si danni a frugare nei suoi ricordi, dei bei ricordi, sarebbe inutile. Di questa  patologia psichica  ignoriamo tutto, salvo e per grazia di Dio aver a disposizione farmaci di notevole efficacia” “Vuol dire – replicai –  che c’è speranza?”. “Non so a cosa alluda per speranza, posso però dire che adesso siamo in grado di ‘controllare’ la malattia, cioè di smorzare i deliri devastanti e la depressione paranoica che ne consegue. Vede,  a tutti     può capitare   di enrare in depressione, per la perdita di un caro, del lavoro, o nel caso di voi giovani    perchè  la ragazza vi ha lasciato,   è   normale. Nel caso del suo amico non è così, quanto posso rivelare  è  che soffre atrocemente per la paura di essere ammazzato da inesistenti nemici, e questo è   solo uno dei  sintomi che l’affliggono . I nuovi farmaci controllono questo dolore,  un dolore  dell’anima  che ha pari dignità di qualunque sofferenza,   e consentono all’individuo di    condurre una vita   in parte  autonoma. Senza di essi assisteremmo   alla tragedia. Certo ci vorrà del tempo, e amore , tanto amore,  la chimica può  fino a un certo punto.

       Passò il tempo, uno, due , quattro  mesi, durante i quali Massimo migliorò,   salvo mostrare  qualche  stranezza  di troppo: che so,    iperattività   ingiustificata o iperprogettomania,  alcune     manifesrazioni secondarie, appresi, della cosiddetta demenza giovanile. Un giorno  improvisamente si allettò. Dalle finestre  della sua casa che dava sul Golfo, entravano i raggi di un sole già estivo, un tripudio di luce che contrastava con la sua immobilità. Trascorreva a letto intere giornate fissando il vuoto, mentre io gli sedevo vicino studiando gli ultimi esami di Ingegneria. A volte interrompevo la lettura e gli chiedevo qualcosa, stupidaggini, tanto per indurlo a parlare. Mi rispondeva , se anche lo faceva,    un po’ seccato, a stupidaggini ribattendo con mezzze parole. Ma era il tempo di un minuto poi, come se qualcosa di intenso e vitale  gli occupasse i pensieri,   si rituffava nell’abulia. Passò   altro tempo, per me furono i giorni dell’estate,   mi costrinsi a dimenticare, dovevo vivere, non resistevo al mio dolore. E venne ottobre, una mattina suona il citofono e : ” Sono Massimo, andiamo a fare un giretto?”
    Come se mi restituissero un defunto. Era tonico, attento alle cose, sorridente, mi rivelò che viveva da solo   – in un piccolo e splendido cottage  di  collina, vidi poi – e contava di far supplenze di Educazione Fisica ( era diplomato all’ISEF) in un   Liceo del centro.

    Passò  ancora tempo, tanto altro tempo, lo persi di vista. Mi ero laureato e pensavo ai miei affari.  A volte la gioventù è bella prprio per questo, il bisogno di vita vince le pene.  Era passato un anno, un giorno consumavo la strada di fretta quando intravidi    un  comune   conoscente. poichè avevo altro da fare avrei volentieri scartato ma lui mi chiamò per nome, sostai.  Così apprendendo  che nell’inverno Massimo era peggiorato, in un accesso d’ira aveva mandato in frantumi metà del cottage. inevitabile il ricovero in una clinica.  SEguirono anni di andirivieni da casa a strutture private. Poi   la  decisione della famiglia, una ricca famiglia svizzera di antica imprenditoria napoletana: sarebbe andato a vivere in un centro specializzato nel canton Grigioni.
    E’ andato avanti così, tra periodi di sole e nubi scure, tutta la vita. L’ultima volta che lo vidi era il 96: mi trovavo a Napoli  per il Natale  e mi raggiunse la sua chiamata  ( incredibile, a distanza di 20 anni conservava ancora il   numero di telefono). Salii le lunghe e antiche scale di un signorile edificio in stile liberty, dove risiedeva la sorella maggiore e lui ne era ospite per   il periodo di festa.
    Mi abbracciò, fortissimo, poi mi condusse in un salotto  impero dove sedemmo l’uno ditante dall’altro e    attaccò il monologo. Non diceva cose senza senso, questo no, però seguiva il filo dei suoi pensieri, senza   ascoltare le mie interruzioni. “Adesso ti faccio vedere cosa faccio a Rotthenbrunnen”, disse a un tratto, e corse via. Riapparve con una ventina di buste contenenti ciascuna un  bel malloppo di  fotografie. “E’ il mio lavoro,    bellissimo!!!”, disse esultante . Il disincanto, la tristezza, ne soffrii anche quella sera. Raffiguravano tutte un cestino impagliato, con una monotonia e una maniacalità  a me sconosciute. Ogni volta che ne ultimava un cestino, mi riferì, lo fotograva in almeno dieci posizioni.

    Ora non telefona più, mi dicono che alterna alti e bassi, quella vita qualcuno ha voluto che scorresse così, tra    vita e follia . Potrei andare a trovarlo, da qui il Grigioni dista  sì e no tre  ore. Ma non ne ho voglia, forse mi manca la forza, il desiderio di ritrovare un amico.  Un amico   scomparso tanti anni fa,   nella primavera nel 75.
    Addio Massimo.

    Carlo Capone  

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 20 Novembre 2009 @ 17:23

    Commovente e tenero ricordo, Carlo.

    Sì, Tobino si è interrogato molto sulla follia ed è stato ostile alla legge Basaglia. Se ne leggeva molto sui giornali.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 20 Novembre 2009 @ 17:40

    Pochi scrittori, come Tobino, sono capaci di scrivere con la facilità, la bellezza, l’umanità, la forza e l’amore, che hanno caratterizzato moltissime sue opere. Tobino è un grande, come letterato, come medico e come uomo.

    La sua avversione alla Legge Basaglia un fondamento l’aveva. Infatti, se da una parte era giusto togliere manicomi-lager, dall’altra è avvenuto, poi, che i malati non hanno avuto, nella maggior parte dei casi, l’assistenza necessaria. E il tutto è stato demandato colpevolmente alle famiglie, che si sono trovate di fronte a situazioni esasperanti ed a volte raccapriccianti. Dopo la Legge Basaglia è subentrato pressoché il vuoto, con un non indifferente danno per i malati e per chi si è trovato a doverli gestire, senza mezzi, con poca o nulla assistenza e senza competenza.

    Commovente, coinvolgente, tenera e forte la storia dell’amico di Carlo. Lascia un segno nell’animo, che si riveste di tristezza e di compassione.

    Gian Gabriele

    P.S.

    Mi dimenticavo di sottolineare l’amore che Tobino nutriva non solo per il suo ospedale e per il suo lavoro, ma anche e soprattutto per Lucca. Giustamente diceva che, girando la città, bisogna stare sempre attenti, non distrarsi un attimo, perché ad ogni angolo, ad ogni tratto spuntano una sorpresa, una irripetibile bellezza, un incanto.

  4. Commento by Carlo Capone — 20 Novembre 2009 @ 18:23

    Vi ringraqzio e chiedo  venia  per alcuni refusi. La fretta, la solita fretta.

    Carlo

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 20 Novembre 2009 @ 19:17

    Spesso, quando veniva in città,   entrava nella bella chiesa di San Michele e si fermava a contemplare il grande crocifisso.

  6. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 20 Novembre 2009 @ 19:42

    Io, come ti ho già detto in altra circostanza, ho scoperto e goduto appieno la bellezza particolare di Lucca, quando ero in commissione ai concorsi magistrali e per merito distinto. L’ho potuta visitare in lungo e in largo, scoprendo via via particolari d’incanto. Non c’è tregua per lo sguardo ammirato. Bisogna percorrerla con calma e con occhio attento: ti mostra uno spettacolo dietro l’altro e ti dà un senso di pace e di meraviglia ad un tempo. Non so se molti Lucchesi sanno di avere uno scrigno pieno di così preziosi gioielli. Uno sicuramente sì: è Bartolomeo, che so completamente innamorato della sua città. Un altro è il grande Tobino.

    Ti abbraccio, Bartolomeo, e ti ringrazio per il dono di pagine immancabilmente di grande interesse e di sincero amore per la nostra terra e per i suoi grandi personaggi

    Gian Gabriele

  7. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 20 Novembre 2009 @ 23:06

    Sei troppo buono con me, Gian Gabriele, grazie.

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