di Nicola Dal Falco
Un nome e molte carezze
Sono un viaggiatore secolare, salgo volentieri in treno, navigo.
Se ci fosse la neve, seguirei con lo sguardo le orme della volpe; e già le ciliegie sopra i rami spezzati mi fanno trasalire. Un nome e molte carezze.
Lungo i binari, dove ribatte l’erba in un riflusso d’aria, l’attesa dei papaveri, tra braccia di sonno e di vento, non più vermiglia si fa azzurra.
E pare mare, la pianura incivilita oltre ogni dire. Sola si salva qualche chiazza di turbata, quasi iraconda quiete. Sono arbusti e piante migranti prima che torni il bosco.
La terra spogliata si ricopre in fretta con il paesaggio che cerca il proprio volto, il proprio acume di bellezza, di traduzione in acqua e semi.
Il treno non accelera e sembra meditare una fermata improvvisa, dettata, per inerzia, dal richiamo di un merlo, dal fissare dei cani e dal silenzio nella pioppeta.
Un nome e molte carezze.
Treni azzurri
Ormai a qualsiasi ora, nei treni azzurri che viaggiano lungo la costa, incontro dei ragazzi.
Sono adolescenti che accompagnano adulti; non i ciechi di una volta, ma persone valide, spesso donne: la madre stessa, una zia o magari una vicina con qualche diritto su i destini del giovane.
Adulti che, messi di fronte al nuovo impegno, ad una domanda d’ignoto, paiono indifesi e restano perlopiù zitti a fissare il corridoio e non la gente che passa.
Se arrivano a pronunciare qualche parola lo fanno rivolgendosi all’accompagnatore che ne valuta il senso, la possibilità o meno di riferirsi a qualcosa di reale e degno di replica,
A volte, in risposta, non ricevano neanche un cenno e allora tornano a guardare davanti a sé, lasciando che gli occhi e i pensieri si muovano con la direzione del treno.
Questa brutalità così moderna mi ferisce.
L’innocenza violata di un adulto ha, sempre, qualcosa di definitivo, di apocalittico.
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