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LETTERATURA: Stefania Nardini, Gli scheletri di via Duomo, Pironti editore, 2008

16 Dicembre 2008

di Marisa Cecchetti

Se qualcuno ha intenzione di ristrutturare un vecchio stabile, guardi bene se ci sono intercapedini nascoste sotto qualche gradino, perché potrebbero nascondere sorprese. E’ quello che si scopre nel giallo di Stefania Nardini, Gli scheletri di via Duomo.
Ambientato a Napoli, quartiere Forcella, nei primi anni ‘70 -via Duomo sta a pochi passi da Forcella. Regno del contrabbando delle “bionde” prima che gli scafi blu venissero sgominati- recupera addirittura gli anni del passaggio del fronte, ancora vivo nel ricordo a trent’anni di distanza: “era scoppiata una nave nel porto, all’Immacolata Vecchia, a due passi dalla piazza del Carmine. La “Caterina Costa” era carica di armamenti destinati a Biserta, in Libia”. Percorre i bassi di Napoli, con la gente che vive in strada, raccoglie canzoni che s’intrecciano nell’aria con messaggi in codice di radio private. La camorra gestisce il contrabbando, piccole attività commerciali nascondono i traffici illeciti, la superstizione regna e la Schiattamuorti fa affari a levare il malocchio.
In questo contesto la scoperta di due cadaveri risalenti al periodo bellico diventa elemento di nuova vitalità per la cabala, ma anche elemento di colore, perché le indagini del giovane giornalista aprono su interni dove si stagliano figure popolane con la loro predisposizione a teatralizzare, felici di poter cogliere il momento di popolarità. Ma anche su interni di quartieri bene, con storie familiari ambigue e mezze verità. Pur nell’urgenza di scrivere le settata righe richieste dalla testata per cui lavora, Il Mattino di Napoli, il cronista purtroppo deve arrendersi davanti alla subodorata menzogna, perché non ha strumenti per smascherarla. Con epilogo a sorpresa, come in un giallo che si rispetti.
Il giallo della Nardini si legge d’un fiato perché scritto con mano leggera, con dialogo veloce, perché sorprende e diverte, ma soprattutto perché le indagini per la soluzione del giallo degli scheletri ci permettono di rivivere l’atmosfera   e la cultura degli anni ’70, che sembrano ormai così lontani e diversi. Basti pensare alle trasformazioni dei mezzi di comunicazione, ed in questo caso alla Redazione di un quotidiano, dove le macchine da scrivere sono ormai oggetti da modernariato.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 16 Dicembre 2008 @ 16:36

    Ammiro Marisa Cecchetti, perché, con la dovuta profondità di chi sa “scavare” in un’opera e con l’essenzialità di chi sa scrivere, riesce con tratti sicuri e serrati a fornirci gli elementi più preziosi e vitali e le tensioni emotive costitutivi dell’opera in esame. La rievocazione e la rivisitazione dei fatti salienti riescono ad evidenziare e ad esaltare nella giusta misura il movente progettuale e la sostanza di un lavoro. La linearità e la forza della recensione è sempre tenuta su un registro di alta qualità.
    Ed è così che, con una capacità creativa di indubbia originalità e con la vivida carica umana e talvolta, perché no, anche folkloristica, di una Napoli in un giro di echi ritrovati, emergono il coronamento inventivo, le vibrazioni evocative ed emozionali, la sottile carica di personaggi e situazioni, la suspense propria di un giallo e le immagini tipiche di un luogo dalle dimensioni sociali e di vita particolari, luogo non poco letterario… Tutti elementi, che costituiscono il cuore ed il risultato dell’interessantissimo lavoro di Stefania Nardini
    Gian Gabriele Benedetti

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