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LETTERATURA: STORIA: Emozioni e pensieri

4 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 10 gennaio 1969]

I nuovi pettegoli

L’Italia, talvolta, diventa un borgo, e non per il chiacchericcio di donnette che vi si senta, ma per quello di persone ritenute raffinate, ma ¬≠gari colte, il cui numero cresce, costituisce una massa. Parlano nei cocktail, a cena, sulle spiagge nelle presun ¬≠tuose riunioni politiche; non sviluppano pensieri, alludono a quanto li unisce: per lo pi√Ļ, a comuni conoscenze. Non importano le qualit√†; massimo elogio, dichiarare divertente l’oggetto della con ¬≠versazione.

¬ę Come vedi, lo conosco anch’io! ¬Ľ. Lo dicono non per emularsi, gli basta invece ve ¬≠rificare gli indici di parit√† mondana, e che nel giro si conoscono tutti. E’ il lato eterno dello snobismo; in pi√Ļ, c’√® il rifiuto della conoscen ¬≠za d’un individuo come tale, e non per quell’incomunica ¬≠bilit√† √Ę‚ÄĒ invenzione del ci ¬≠nema mutuata perfino dalla letteratura √Ę‚ÄĒ di cui si ragio ¬≠na; anzi, solo perch√© si √® futili.

L’usare con un amico il nome di battesimo √® indizio d’affetto e di stima; per√≤ nel borgo che dicevo non si fa alcun conto del cognome, lo si dimentica. Giusto il tu magari spontaneo, per√≤ lo si adotta solo per desiderio di omogeneit√†, il quale non ha niente a che vedere con lo spirito d’uguaglianza. Esseri senza volto coagulano intor ¬≠no a s√© le informazioni; nel ¬≠la raccolta delle quali, si ga ¬≠reggia coi cervelli elettronici, per√≤ senza saper corrisponde ¬≠re una cartella sintetica. Non interessa averla.

La malizia evapora dalle notizie. I nuovi pettegoli inor ¬≠ridirebbero se uno dei con ¬≠versatori lasciasse trapelare un presupposto psicologico o moralistico o credesse di do ¬≠verlo conferire alle sue infor ¬≠mazioni che devono essere so ¬≠lo descrittive, a tal punto la fenomenologia, non delle espe ¬≠rienze mentali, ma dei fatti irrisori, privi di nesso con la realt√†, permea il nostro modo di vivere. Chi √® portato a scoprire legami fra un ele ¬≠mento e l’altro, a vagheggia ¬≠re una conoscenza coerente, √® indegno di stare nel grup ¬≠po. Nel borgo della maldicen ¬≠za senza passione, i cui con ¬≠fini non rispondono a quelli degli stati e dei continenti, e nel cui ambito non valgono il patrimonio, il sangue e la cultura, e, semmai, solo la fedelt√† a un linguaggio, si debbono comunicare notizie solo con l’aria di verificare alcuni dati, compiaciuto ognuno che pure gli interlocutori li posseggano.

Talvolta si d√† il caso che un appartenente a cosi labile societ√† emerga, o che risulti baro, lenone, invertito. Non √® che sia espulso drammati ¬≠camente; per lo pi√Ļ, scompa ¬≠re per sempre o per un certo tempo. Semmai, gliene voglio ¬≠no per avere costretto a un giudizio, al quale non basta ¬≠no i termini approssimativi del gergo: carino, fantastico, divertente… Nessuno che di ¬≠ca, o almeno pensi alle con ¬≠taminazioni fatali in amicizie, a tal punto affidate a un rito, da essere astratte.

I banchi di via Larga

Le volte che a Firenze per ¬≠corro via Cavour, prima .di proseguire verso Santa Maria Novella o di svoltare in via de’ Gori, guardo sempre nel cortile di Palazzo Medici-Riccardi, per vedere chi c’√®, chiedendomi se io non sia √Ę‚ÄĒ e ne provo orgoglio √Ę‚ÄĒ l’unico, in quell’attimo, fra i tanti che costeggiano le vec ¬≠chie pietre della facciata a bugne digradanti, ad acco ¬≠gliere immagini remote e a sistemarle in quello spazio. Uomini angosciati da assilli di perfezione estetica, voglio ¬≠si di perfezione religiosa, al ¬≠tri sognanti un’Italia moder ¬≠na, mentre invece ci rintanavamo proprio allora nelle nostre municipalit√† prive del fervore d’un secolo prima. Eccezionali ragazzi di botte ¬≠ga. Si muovevano di qui a l√¨, penso.

Mi coglie anche il desiderio di sedermi sui banchi di pie ¬≠tra posti lungo i due lati, sen ¬≠tirmi dove un tempo si posa ¬≠rono uomini che ormai pa ¬≠re impossibile abbiano avuto consistenza fisica, e che per esempio, stanchi, poterono so ¬≠starvi per discorrere, serven ¬≠dosi di termini realistici, non poi differenti da quelli che l’usano in casa, d’arte e di filosofia. Una semplicit√† feli ¬≠ce e irripetibile, lo so e che non mi tenta, sebbene, la trovi ammirevole.

L’altra mattina, mi ci sono seduto, rimanendo a guardare il viavai, ad ascoltare i rumori in arrivo, insieme al tanfo di cuoio, da San Lorenzo; per√≤ mi sono accorto subito che tutti mi guardavano. I passanti, i quali riconoscevano in me se non un concittadino √Ę‚ÄĒ indossavo la giacca, avevo la cravatta √Ę‚ÄĒ un italiano, mi fissavano un istante, come per chiedermi che avessi e se mi sentissi male, poi correvano, quasi per sottrarsi al fastidioso dovere di soccorrermi se fossi parso veramente malato. Cos√¨, dopo una sosta, mi sono alzato senza nascondermi, senza incurio ¬≠sire nessuno, nel flusso degli ignari che passano davanti al palazzo, senza mai supporre l’esistenza delle immagini che invece fuggevolmente ogni volta mi tentano.

Un’operazione

Non potevo leggere. Guar ¬≠davo i titoli. Forse, questo di non interrompere neanche per ventiquattr’ore l’abitudine mattutina dei giornali, era stato, durante l’inquieto dor ¬≠miveglia postoperatorio, l’uni ¬≠co desiderio vivo in me. Or ¬≠mai, l’altro, una volta terribile, di potersi dissetare √® neutra ¬≠lizzato quasi completamente dalle stille benefiche della fle ¬≠boclisi.

Mia moglie regge, tenendole nella giusta inclinazione, si ¬≠mili a lastre, le pagine dei cari quotidiani. Globi lumi ¬≠nosi si frappongono tra me riverso nel lettino e gli straordinari rettangoli pieni di vita. A Praga, inquietudini; conflitti sul Giordano, l’Apol ¬≠lo pronto a partire verso la Luna.

¬ę Che annata dolorosa sta per concludersi ¬Ľ mi dicevo stupito e tuttavia senza allar ¬≠me. E quanti amici scompar ¬≠si. Me lo ero gi√† ripetuto men ¬≠tre, dopo l’iniezione distensi ¬≠va, mi trasportavano dalla mia camera nella sala d’attesa, tie ¬≠pida e riempita di fervore, dove altri bisognosi di cure chirurgiche, come me protetti da morbidi panni di lana bianca, aspettavano, loro rac ¬≠colti in se stessi, indifferenti all’ambiente insolito, solitari, sebbene medici dalle cappe bianchissime e infermieri dal ¬≠le giacche e dai calzoni candi ¬≠di scivolassero e parlottas ¬≠sero intorno a noi.

Eravamo tre ad attendere, tre, appunto, essendo le sale operatorie in azione. Loro pe ¬≠r√≤ non mi degnavano d’uno sguardo; non scostavano fur ¬≠tivi un lembo del lenzuolo ruvido; forse, pensavano alla loro anima. Io invece sentivo solo l’obbligo di guardare. Le vetrine che, come ebbi a con ¬≠statare in seguito cominciata la convalescenza, sono di ma ¬≠teria metallica, mi sembraro ¬≠no solenni librerie universi ¬≠tarie di noce lucido, sui cui scaffali fossero disposte por ¬≠cellane bianche filettate di rosso e di turchino.

Che farei, a quest’ora, fosse un giorno qualsiasi? Scriverei, leggerei, in attesa d’essere chiamato a desinare? Ma, no, aggiunsi subito: oggi, mercoled√¨ 18 sarei a Meina, ospi ¬≠te di Arnoldo Mondadori. Certo, non a me pensano, ora, gli amici riuniti lass√Ļ; ma non √® che, constatandolo, li invi ¬≠diassi, ridotti, anch’essi, a es ¬≠sere solo immagini.

Mi rassicurava qualcosa di indefinito. Ero a Pisa, dove tanti anni fa, in mattine geli ¬≠de, giungendo da Lucca, in ¬≠vece di recarmi subito in Sa ¬≠pienza, andavo a chiaccherare con gli amici della Normale. Letteratura e politica, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, filosofia dello spirito e materialismo dialettico. La recente versione francese del ¬≠l’¬ę Ulisse ¬Ľ. I nostri raccontini suscitavano quasi una trepidanza in Enzo Carli, in Carlo Cordi√©, in Giancarlo Dall’Acqua, in Claudio Va ¬≠rese, quasi che si compiaces ¬≠sero del dono dello scrivere e del raccontare mio e d’un altro che, sebbene esterno, frequentava volentieri le ca ¬≠merette di piazza dei Cavalie ¬≠ri, Giuseppe Dess√¨.

Materna universit√†, efficien ¬≠za scientifica, di l√† dalle crisi e dalle ribellioni che, nell’ab ¬≠bandono, m’apparivano effi ¬≠mere. Anche questa fiducia per√≤ era riassunta da una immagine. Da quando il pro ¬≠fessor Mario Selli, direttore della clinica universitaria, do ¬≠po le opportune √Ę‚ÄĒ e non poi dolorose come racconta ¬≠no √Ę‚ÄĒ indagini, m’aveva detto che occorreva un’operazione chirurgica, una calma mi per ¬≠vadeva, anch’essa riassunta in un’immagine. Era come se io e il medico navigassimo nella profondit√† d’un mare nero. Ansioso d’essere abbordato, mi sentivo simile a un corpo opaco, mentre, informe anche lui, per√≤ fornito da un occhio luminoso, il medico puntava su di me, per raggiungermi, accostarmisi e, con un rapido contatto, risanarmi.

Gi√† √Ę‚ÄĒ mentre queste figu ¬≠razioni si sviluppavano √Ę‚ÄĒ gli infermieri mi spingevano nella sala operatoria. La giovane dottoressa, a cui era affidato il delicato e meravigliosamen ¬≠te benefico compito dell’ane ¬≠stesia, palpava il mio avam ¬≠braccio destro in cerca della vena idonea. Ma ecco un me ¬≠dico bendato si china su di me e, con uno sguardo ilare, mi tocca la pappagorgia, forse resa pi√Ļ evidente di quanto gi√† non sia, per il rilascio dei muscoli. Che c’entra? stavo per chiedergli, ma ormai i pensieri svanivano e io con loro.


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Bart