Emozioni e pensieri

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 10 gennaio 1969]

I nuovi pettegoli

L’Italia, talvolta, diventa un borgo, e non per il chiacchericcio di donnette che vi si senta, ma per quello di persone ritenute raffinate, ma ­gari colte, il cui numero cresce, costituisce una massa. Parlano nei cocktail, a cena, sulle spiagge nelle presun ­tuose riunioni politiche; non sviluppano pensieri, alludono a quanto li unisce: per lo più, a comuni conoscenze. Non importano le qualità; massimo elogio, dichiarare divertente l’oggetto della con ­versazione.

« Come vedi, lo conosco anch’io! ». Lo dicono non per emularsi, gli basta invece ve ­rificare gli indici di parità mondana, e che nel giro si conoscono tutti. E’ il lato eterno dello snobismo; in più, c’è il rifiuto della conoscen ­za d’un individuo come tale, e non per quell’incomunica ­bilità â— invenzione del ci ­nema mutuata perfino dalla letteratura â— di cui si ragio ­na; anzi, solo perché si è futili.

L’usare con un amico il nome di battesimo è indizio d’affetto e di stima; però nel borgo che dicevo non si fa alcun conto del cognome, lo si dimentica. Giusto il tu magari spontaneo, però lo si adotta solo per desiderio di omogeneità, il quale non ha niente a che vedere con lo spirito d’uguaglianza. Esseri senza volto coagulano intor ­no a sé le informazioni; nel ­la raccolta delle quali, si ga ­reggia coi cervelli elettronici, però senza saper corrisponde ­re una cartella sintetica. Non interessa averla.

La malizia evapora dalle notizie. I nuovi pettegoli inor ­ridirebbero se uno dei con ­versatori lasciasse trapelare un presupposto psicologico o moralistico o credesse di do ­verlo conferire alle sue infor ­mazioni che devono essere so ­lo descrittive, a tal punto la fenomenologia, non delle espe ­rienze mentali, ma dei fatti irrisori, privi di nesso con la realtà, permea il nostro modo di vivere. Chi è portato a scoprire legami fra un ele ­mento e l’altro, a vagheggia ­re una conoscenza coerente, è indegno di stare nel grup ­po. Nel borgo della maldicen ­za senza passione, i cui con ­fini non rispondono a quelli degli stati e dei continenti, e nel cui ambito non valgono il patrimonio, il sangue e la cultura, e, semmai, solo la fedeltà a un linguaggio, si debbono comunicare notizie solo con l’aria di verificare alcuni dati, compiaciuto ognuno che pure gli interlocutori li posseggano.

Talvolta si dà il caso che un appartenente a cosi labile società emerga, o che risulti baro, lenone, invertito. Non è che sia espulso drammati ­camente; per lo più, scompa ­re per sempre o per un certo tempo. Semmai, gliene voglio ­no per avere costretto a un giudizio, al quale non basta ­no i termini approssimativi del gergo: carino, fantastico, divertente… Nessuno che di ­ca, o almeno pensi alle con ­taminazioni fatali in amicizie, a tal punto affidate a un rito, da essere astratte.

I banchi di via Larga

Le volte che a Firenze per ­corro via Cavour, prima .di proseguire verso Santa Maria Novella o di svoltare in via de’ Gori, guardo sempre nel cortile di Palazzo Medici-Riccardi, per vedere chi c’è, chiedendomi se io non sia â— e ne provo orgoglio â— l’unico, in quell’attimo, fra i tanti che costeggiano le vec ­chie pietre della facciata a bugne digradanti, ad acco ­gliere immagini remote e a sistemarle in quello spazio. Uomini angosciati da assilli di perfezione estetica, voglio ­si di perfezione religiosa, al ­tri sognanti un’Italia moder ­na, mentre invece ci rintanavamo proprio allora nelle nostre municipalità prive del fervore d’un secolo prima. Eccezionali ragazzi di botte ­ga. Si muovevano di qui a lì, penso.

Mi coglie anche il desiderio di sedermi sui banchi di pie ­tra posti lungo i due lati, sen ­tirmi dove un tempo si posa ­rono uomini che ormai pa ­re impossibile abbiano avuto consistenza fisica, e che per esempio, stanchi, poterono so ­starvi per discorrere, serven ­dosi di termini realistici, non poi differenti da quelli che l’usano in casa, d’arte e di filosofia. Una semplicità feli ­ce e irripetibile, lo so e che non mi tenta, sebbene, la trovi ammirevole.

L’altra mattina, mi ci sono seduto, rimanendo a guardare il viavai, ad ascoltare i rumori in arrivo, insieme al tanfo di cuoio, da San Lorenzo; però mi sono accorto subito che tutti mi guardavano. I passanti, i quali riconoscevano in me se non un concittadino â— indossavo la giacca, avevo la cravatta â— un italiano, mi fissavano un istante, come per chiedermi che avessi e se mi sentissi male, poi correvano, quasi per sottrarsi al fastidioso dovere di soccorrermi se fossi parso veramente malato. Così, dopo una sosta, mi sono alzato senza nascondermi, senza incurio ­sire nessuno, nel flusso degli ignari che passano davanti al palazzo, senza mai supporre l’esistenza delle immagini che invece fuggevolmente ogni volta mi tentano.

Un’operazione

Non potevo leggere. Guar ­davo i titoli. Forse, questo di non interrompere neanche per ventiquattr’ore l’abitudine mattutina dei giornali, era stato, durante l’inquieto dor ­miveglia postoperatorio, l’uni ­co desiderio vivo in me. Or ­mai, l’altro, una volta terribile, di potersi dissetare è neutra ­lizzato quasi completamente dalle stille benefiche della fle ­boclisi.

Mia moglie regge, tenendole nella giusta inclinazione, si ­mili a lastre, le pagine dei cari quotidiani. Globi lumi ­nosi si frappongono tra me riverso nel lettino e gli straordinari rettangoli pieni di vita. A Praga, inquietudini; conflitti sul Giordano, l’Apol ­lo pronto a partire verso la Luna.

« Che annata dolorosa sta per concludersi » mi dicevo stupito e tuttavia senza allar ­me. E quanti amici scompar ­si. Me lo ero già ripetuto men ­tre, dopo l’iniezione distensi ­va, mi trasportavano dalla mia camera nella sala d’attesa, tie ­pida e riempita di fervore, dove altri bisognosi di cure chirurgiche, come me protetti da morbidi panni di lana bianca, aspettavano, loro rac ­colti in se stessi, indifferenti all’ambiente insolito, solitari, sebbene medici dalle cappe bianchissime e infermieri dal ­le giacche e dai calzoni candi ­di scivolassero e parlottas ­sero intorno a noi.

Eravamo tre ad attendere, tre, appunto, essendo le sale operatorie in azione. Loro pe ­rò non mi degnavano d’uno sguardo; non scostavano fur ­tivi un lembo del lenzuolo ruvido; forse, pensavano alla loro anima. Io invece sentivo solo l’obbligo di guardare. Le vetrine che, come ebbi a con ­statare in seguito cominciata la convalescenza, sono di ma ­teria metallica, mi sembraro ­no solenni librerie universi ­tarie di noce lucido, sui cui scaffali fossero disposte por ­cellane bianche filettate di rosso e di turchino.

Che farei, a quest’ora, fosse un giorno qualsiasi? Scriverei, leggerei, in attesa d’essere chiamato a desinare? Ma, no, aggiunsi subito: oggi, mercoledì 18 sarei a Meina, ospi ­te di Arnoldo Mondadori. Certo, non a me pensano, ora, gli amici riuniti lassù; ma non è che, constatandolo, li invi ­diassi, ridotti, anch’essi, a es ­sere solo immagini.

Mi rassicurava qualcosa di indefinito. Ero a Pisa, dove tanti anni fa, in mattine geli ­de, giungendo da Lucca, in ­vece di recarmi subito in Sa ­pienza, andavo a chiaccherare con gli amici della Normale. Letteratura e politica, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, filosofia dello spirito e materialismo dialettico. La recente versione francese del ­l’« Ulisse ». I nostri raccontini suscitavano quasi una trepidanza in Enzo Carli, in Carlo Cordié, in Giancarlo Dall’Acqua, in Claudio Va ­rese, quasi che si compiaces ­sero del dono dello scrivere e del raccontare mio e d’un altro che, sebbene esterno, frequentava volentieri le ca ­merette di piazza dei Cavalie ­ri, Giuseppe Dessì.

Materna università, efficien ­za scientifica, di là dalle crisi e dalle ribellioni che, nell’ab ­bandono, m’apparivano effi ­mere. Anche questa fiducia però era riassunta da una immagine. Da quando il pro ­fessor Mario Selli, direttore della clinica universitaria, do ­po le opportune â— e non poi dolorose come racconta ­no â— indagini, m’aveva detto che occorreva un’operazione chirurgica, una calma mi per ­vadeva, anch’essa riassunta in un’immagine. Era come se io e il medico navigassimo nella profondità d’un mare nero. Ansioso d’essere abbordato, mi sentivo simile a un corpo opaco, mentre, informe anche lui, però fornito da un occhio luminoso, il medico puntava su di me, per raggiungermi, accostarmisi e, con un rapido contatto, risanarmi.

Già â— mentre queste figu ­razioni si sviluppavano â— gli infermieri mi spingevano nella sala operatoria. La giovane dottoressa, a cui era affidato il delicato e meravigliosamen ­te benefico compito dell’ane ­stesia, palpava il mio avam ­braccio destro in cerca della vena idonea. Ma ecco un me ­dico bendato si china su di me e, con uno sguardo ilare, mi tocca la pappagorgia, forse resa più evidente di quanto già non sia, per il rilascio dei muscoli. Che c’entra? stavo per chiedergli, ma ormai i pensieri svanivano e io con loro.

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