di Panfilo Gentile
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 8 gennaio 1970]
L’anno passato, se non ri cordo male, venne dato l’an nunzio che alcuni esponenti cattolici (si suppone) ferrati in teologia si proponevano di iniziare un dialogo con gli atei prendendo per argomento la morte di Dio. L’annunzio fece una certa impressione, perché era stato dato dalla radio vaticana ed il titolo prescelto fu giudicato quanto meno di cat tivo gusto. Piovvero le prote ste da ogni parte, vennero da te spiegazioni o smentite e della morte di Dio non si par lò più, anche se si continuò a sollecitare ed a favorire il dialogo con gli atei.
Ai tempi della mia giovi nezza gli atei già esistevano e ne ho conosciuti parecchi. Erano di specie diversa: c’era no gli atei scienziati, general mente positivisti, che giurava no sulla barba di Haeckel, di Darwin, di Comte e di Rober to Ardigò; c’erano gli atei vol terriani, salottieri, scettici, ra zionalisti senza pretese; c’era no gli atei politici, l’estrema sinistra socialista, che associa va alle speranze sociali avveniristiche la dottrina del ma terialismo storico di Marx, il quale alla sua volta si rifaceva a Feuerbach ed a Strauss, la cosiddetta sinistra hegeliana. Tutti questi atei avevano in comune di essere contestualmente irreligiosi e spesso antireligiosi e anticlericali.
Quando venne fuori la pro posta del dialogo con gli atei, io pensai che i nostri teologi cattolici volessero misurarsi con qualche tardivo rappre sentante delle correnti sopra indicate. Senonché, essendomi informato più da vicino, ap presi che io ero in arretrato in materia di ateismo. L’atei smo dei positivisti, dei vol terriani, dei razionalisti, dei marxisti era roba vecchia, io non ero al corrente delle cose moderne. Adesso esisteva un nuovo ateismo, il cui vangelo era stato intitolato per l’ap punto con l’annuncio della morte di Dio.
Era proprio con questo nuo vo ateismo che si voleva un confronto. I vecchi temono sempre di essere superati dai tempi. Ed io, una volta saputo che era arrivato questo nuovo ateismo, sono corso a prender ne una sufficiente conoscenza, sufficiente, s’intende, per me stesso e cioè bastevole a far mene un’opinione. Così, dopo essere strato condannato a sfo gliare i volumi di Sartre, di Teilhard de Chardin, di Marcuse (senza alcun profìtto), mi sono messo incorreggibil mente a leggere « il Vangelo dell’ateismo cristiano » di Thomas Altizer, professore di Sa cra Scrittura e di religione nel l’Università di Emory in Geor gia. L’opportunità me l’ha offerta l’editore Ubaldini, il quale non solo ha fatto tradur re in italiano quest’opera, ma l’ha anche corredata di una prefazione, per me istruttiva, dì Sergio Quinzio, informatissimo di questi indirizzi della cultura americana.
Altizer, senza preamboli, ci dice subito quale è la sua tesi: non si può parlare di Dio, aldifuori del cristianesimo. Il cristiano e solo il cristiano è ammesso a partecipare alle verità supreme. Egli dunque non intende introdurre nulla dall’esterno. Le analisi che egli farà delle altre religioni: il buddismo e le religioni af fini al cristianesimo, giudaismo ed islamismo, portano a conclusioni nettamente negative.
La salvezza è contenuta solo nell’economia del messag gio cristiano. Senonché, a que sta premessa, segue immedia tamente un’altra ed è che il cristianesimo non può ricono scersi in nessuna delle chiese che ad esso si intitolano. Per quanto di evidente estrazione protestante, Altizer è impar ziale e, nel suo rifiuto, catto lici e riformati, occupano lo stesso posto. Ogni forma di cristianesimo ecclesiastico ap pare superata dalla coscienza moderna. L’epoca presente è dominata da un processo di crescente desacralizzazione delle società umane, il mondo si è venuto secolarizzando sempre più, in piena autonomia dai prestigi religiosi tra dizionali. I teologi protestanti della prima metà del secolo hanno in un certo senso ac cettato questo fenomeno, rite nendolo come una conseguen za inevitabile dell’insanabile opposizione tra Dio e l’uomo, il che portava ad una teologia della trascendenza assoluta. Ma sono sopraggiunti poi altri teologi, come il Bonheffer, il quale, dal fatto che l’uomo moderno aveva imparato ad affrontare qualsiasi problema anche importante senza far ri corso all’intervento di Dio, de duceva che non bisognava condannare quest’uomo, ma si doveva ritenere invece che con esso il mondo aveva rag giunto la maggiore età, che ciò era un fatto voluto da Dio, che Iddio stesso ci aveva insegnato che la nostra esistenza oramai proseguisse come se egli non esistesse.
Le stesse idee presso a poco professavano altri teologi: Tillich, Cogarten. Allacciandosi a tali precedenti Altizer svi luppa temerariamente il tema della liceità cristiana della desacralizzazione, poiché essa, secondo Alitzer non sarebbe altro che il dogma dell’Incar nazione. Il Verbo è presente malgrado che la vita e l’evo luzione della nostra epoca ap paiano così irrevocabilmente anticristiane. Iddio non esiste più perché si è trasferito nell’uomo. Il sacro è scompar so, perché il profano è diven tato sacro. Dio cessa di esi stere come ente trascendente, ma rimane presente e reale nel Verbo incarnato. Tanto San Paolo, quanto il Quarto Van gelo sono i testi favoriti di Altizer.
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Non credo che ci sia niente di nuovo. Chi conosce un po’ della storia del cristianesimo dei primi secoli, ritroverebbe tutte le questioni trattate qua negli agnostici, montanisti, libertinisti. Le dispute continuarono anche dopo che il simbolo niceno aveva fissato autoritativamente molte que stioni connesse alla controver sia trinitaria.
Il livello attuale però è più scadente. La stessa formula della morte di Dio accusa scarsa familiarità con la filo sofia. Un Iddio che muore è una contradictio in adiecto, perché, come insegnò Sant’Anselmo, Iddio è l’essere la cui essenza implica l’esistenza. Id dio, spiegava Hegel conforme mente, è per definizione ens perfectissimum, ed allora è in concepibile negargli il più umile, il più elementare degli attributi che è quello dell’esi stenza. Ciò non significa che quest’indirizzo attualmente sia da trascurare. L’ateismo di Altizer, a differenza degli al tri ateismi, nati e cresciuti fuori di ogni religione e defi niti in termini laici e raziona li, parla ancora, a dispetto del la secolarizzazione trionfante, il linguaggio religioso, si ser ve dei miti cristiani, è giusti ficato da argomenti di tipo sa cro e si fonda su una certa interpretazione dell’incarnazio ne del Verbo e della profezia.
Altizer è un riformatore re ligioso, più che un professore di teologia, è un portatore di una nuova fede, più che un insegnante di una nuova dot trina. Egli rivolge un appello alla mobilitazione di fedeli. Parla più da un pulpito che da una cattedra. E quali pos sono essere le conseguenze morali, sociali di questa nuova fede? In termini filosofici, ve diamo che essa si riconduce ad un immanentismo assoluto. Il trascendente è eliminato nell’incidenza di un processo storico in atto. E scomparso il trascendente, come Iddio è risoluto nell’uomo, così la re gola morale è riassorbita nel l’istinto. L’ateismo laico face va salva la validità dell’impe rativo categorico. Il moderno ateismo travolge invece ogni magistero di vita morale, ogni parametro per distinguere il bene dal male. Nell’apoteosi che esso fa della misura uma na, nella quale si è estinto ogni comandamento celeste, non c’è più posto per una disciplina morale. Riesce difficile sapere dove Altizer vuole arrivare in pratica.
Lo stesso Sergio Quinzio, nella prefazione, sottolinea l’aspetto un po’ delirante del discorso di Altizer: le sue con traddizioni, i suoi equivoci, la sua vertiginosa astrattezza, il suo gusto del macabro teolo gico, la sua fantasiosa pazzia. Non possiamo perciò inchio darlo a conclusioni precise, concrete, che egli non ci offre. Possiamo però vedervi un do cumento dello sconcertante di sordine mentale e morale del la nostra epoca. Queste nevrotiche reviviscenze di una reli giosità demoniaca, degna del secolo di Eliogabalo e di Apollonio di Tiana, riverniciate di falsa modernità, non ci con fortano; ed anche se il professor Altizer è personalmente il più bravo cittadino degli Stati Uniti, essa ci fa correre il pensiero agli assassini della famiglia Manson ed all’allar mante spettacolo dei quattrocentomila hippies deliranti nel bivacco di California.
Commenti
Una risposta a “Satana moderno #9/10”
Dobbiamo fare molta attenzione a certe teorie devianti, talvolta deliranti, che intendono interpretare in modi strani la religione, Dio, la morale… Io aborro gli integralismi, le storture, i travisamenti, le forzature, le esagerazioni che portano spesso a plagiare ed a sconvolgere specie i più deboli ed i più influenzabili. Certo la nostra epoca vive un secolarismo assai acceso e pare perdere consistenza il nostro credo e soprattutto la sostanza della Chiesa. Ma io non temo più di tanto: so che Dio, che non è morto (Cristo con la Resurrezione ha vinto la Morte!) sarà sempre vicino alla Chiesa stessa e le darà vita e continuità, come gliel’ha data in tempi assai più bui e drammatici
Gian Gabriele Benedetti