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LETTERATURA: Terremoto

30 Aprile 2009

di Enzo Ferrari  

Il giovane Salvatore aveva imparato dal padre a coltivare la terra. Era il secondo di cinque tra fratelli e sorelle. Il suo temperamento e il suo carattere lo portavano ad amare la semplicità della vita in campagna, tra mucche e maiali. Tenace nelle sue manifestazioni, indurito dalle difficoltà, diffidente per natura, era partito per assolvere i suoi obblighi di leva all’inizio dell’aprile 1980. Prima d’allora aveva imbracciato un fucile solo per andare a caccia tra boschi e monti di pietra muschiata di rosso e di verde. Amava camminare tra i monti, stare immobile a guardare il loro profilo, quasi una linea infantile dalle lunghe ciglia ricurve, svegliarsi al mattino osservando i pendii erbosi madidi di luce e di rugiada, le ombre sghembe delle case e dei cascinali.
Casa sua era una vecchia e assolata fattoria di campagna. Con tanto di stalla e pollaio. Il muro del cortile, parzialmente crollato anni prima e mai più rifatto e un recinto erboso d’inavvertiti scalini coperti di verde, delimitava un vasto frutteto. Nelle sue passeggiate domenicali sostava volentieri sotto un grande noce, accanto ad una piccola sorgente.   Tutto intorno l’erba era rigogliosa. Con una lunga canna abbacchiava alcune noci fresche, che poi con una pietra, liberate del mallo, schiacciava, estraendo delicatamente il gheriglio, come per aprire un frutto di mare. Con gusto crocchiava la polpa tenera e consistente. Le dita nere per il tannino. Piacevolmente fiero della sua terra, sdraiato sul prato, le mani dietro la nuca, scrutava il cielo. Una piccola nuvola volteggiava felice ed estranea.  La qualità morale della luce. Guardava dritto davanti a sé con uno sguardo di ardente sicurezza. Un mondo secolare e semplice, martoriato dalla nudità.
A malincuore aveva lasciato il lavoro dei campi nelle mani del padre anziano e di un altro fratello, dispiaciuto di interrompere la costruzione iniziata da poco del nuovo pozzo artesiano. Salvatore era originario di Sant’Angelo dei Lombardi. In settembre aveva usufruito della licenza agricola per la vendemmia. Al suo ritorno ci aveva raccontato di come tutta la famiglia aveva partecipato all’evento durato quasi una settimana. Era stata una festa.  Le donne e più giovani tagliavano i grappoli, gli uomini la trasportavano con delle pesanti ceste alla fattoria per la pigiatura. I bambini più che raccogliere l’uva si divertivano a mangiarla, insieme alle mele che contornavano i filari. La famiglia intera aveva pigiato l’uva, lavandosi poi i piedi. Unica esclusa la sorella più piccola, semplicemente perché poco pesante. Tutto era filato liscio, con una cena finale a base di salsicce, formaggi, vino e tarantelle. Un grande falò rideva e cantava, non conteneva la sua gioia, pizzicava le corde di un sogno.
Per festeggiare il buon esito della vendemmia, aveva portato sei bottiglie del suo vino anche in caserma. Per la sera avevamo organizzato una piccola cena nello spaccio. Avrebbe partecipato eccezionalmente persino il comandante.
Oggi in fureria si sono mosse le seggiole e gli scaffali. Assieme al sergente stavamo preparando dei documenti da spedire al comando, quando una sensazione di ondeggiamento ci ha infastiditi. La terra ha tremato nuovamente da qualche parte. La sera stessa ne abbiamo avuto la conferma. Quasi tutti eravamo al bar della caserma per i preparativi della festa, quando la televisione ha interrotto la normale programmazione per un’edizione straordinaria del telegiornale: un devastante terremoto aveva colpito l’Irpinia e la Basilicata.   Ancora una volta l’apprendista stregone che domina la realtà aveva scatenato forze sconosciute, demolendo le vite pezzo dopo pezzo. La notizia aveva risucchiato la poca aria pulita rimasta nella stanza.
Tutto è crollato, la facciata, il muro maestro sono andati giù in una nuvola di polvere. La pietra angolare intaccata si è sgretolata. Sotto si sono spalancate le cantine, piene di cose vecchie, di bottiglie impolverate e di ragnatele. I ragni sono già fuggiti. Si avverte la decadenza, la fine d’ogni cosa. E’ una fuga dei sensi tornati alle origini: tutto precipita in un vortice. Tra le vie amate, nell’insieme delle case, tra quelle scogliere di palazzi costruiti tra cielo e terra, si riesce persino a sentire il delirante rumore del vento. Le case sono aperte come scatole: si scoprono voragini d’abisso, crateri infernali, si sentono lamenti di gente ferita, s’incontrano bare allineate sulle panchine delle passeggiate. Nessuna luce rischiara le rovine. Persino la luna ignora le macerie.
La cena è sospesa, le bottiglie di vino sono rimaste sul tavolo ancora da aprire.
Il soldato Salvatore vuole tornare a casa. Insiste con i superiori.   Cade in una profonda prostrazione, non dorme più la notte, con il pensiero ai suoi cari, dei quali non sa più nulla.   Non riesce a comunicare con loro. Neppure i carabinieri di laggiù, prontamente interpellati dal comandante della caserma, riescono a dare informazioni attendibili sulla sorte dei suoi parenti. Ha paura, uno strappo nel maglione gli consegna l’insicurezza del futuro.   Una pace muta in tutto lo spazio, in branda sotto le coperte. Gli tremano le mani per l’emozione. Il giorno svegliandosi racconta i sogni col gusto di farseli interpretare. Dei   brutti sogni non riesce a liberarsene facilmente, gli lasciano un senso di fastidio.
Per spirito di solidarietà ci sentiamo coinvolti. Chiediamo di fare qualcosa. Ci proponiamo di andare sul posto con l’ambulanza in dotazione e l’ufficiale medico. Tutto resta fermo. Noi vorremmo arginare il tempo e la memoria. Vorremmo spazzar via la tristezza dal viso del giovane Salvatore. Ci rimangono nei giorni seguenti solo le immagini della televisione, che ci coinvolgono oltre il nostro comodo e che sono difficilmente cancellabili con una semplice elemosina. Tutto diventa inspiegabile, nascosto e personale. Il feticismo del dettaglio prende la mano agli esteti.
Una vecchia radio, delle posate, delle scarpe quasi nuove, un quaderno rilegato in pelle con appunti sulla chiesa cattedrale, schizzi della cupola e disegni della volta. Enorme la stanchezza che grava sull’anziano, piccolo e magro: gli tremano le mani, mentre raccoglie un cammeo da terra, togliendo la polvere con il pollice stanco. Un bimbo dalla faccia tumefatta e pesta esce dalle macerie. Un cane  non vuole allontanarsi dal padrone morto. Una vecchia sommersa dalla terra e dai calcinacci urla la sua speranza. In fondo ad una strada, il campanile svetta intatto accanto ad edifici che hanno perduto ogni identità.
Il terremoto dilata le sensazioni in un bombardamento d’emozioni. Le città e i paesi non respirano più. Trasandato con le mani sporche, intrappolato tra la terra e il sole, si scorge una casa vuota, uno zerbino alla porta e un gatto. La voce di un bambino perfora la rete, ansioso di tornare in quei frutteti, voglioso di salire sugli alberi per consumare a grandi bocconi le ciliegie. Stufo di ascoltare frottole e menzogne, discorsi verbosi.
Quelle macerie tirate addosso ad un paese intero, precipitano su Salvatore tutte in una volta. Il comando del distretto non autorizza il rientro di nessun militare con famiglie coinvolte nel terremoto. Non si devono ostacolare le operazioni di soccorso.
Dopo una settimana di speranze, di pianti, d’illusioni, arriva la notizia portata dal maresciallo in persona. Pochi i danni alla casa colonica. La stalla è crollata, gli animali sono quasi tutti morti. Purtroppo i genitori, il fratello ed una sorella che si erano precipitati nella stalla per far scappare le bestie, sono rimasti anche loro schiacciati dalle travi del tetto. Non si sono salvati. Li hanno trovati abbracciati, con il viso imbiancato dalla polvere, su stampata la paura e la rabbia.
Le rovine del paese si parano alla vista dei soccorritori piatte ed orizzontali, tranne alcuni lampioni e un muro di tufo e cemento. Per uno strano scherzo del caso è ancora in piedi una porta parzialmente divelta mai dipinta, abbandonata ed esangue. Attraverso la porta si scorgono i campi e gli ulivi. Una mucca sta placidamente pascolando l’erba mentre sui rami di un fico vecchio e contorto ci sono tanti bei frutti, alcuni aperti, esplosi nel loro colore rosso e saporito. Alcun rumore nell’aria, solo il cielo, mentre il freddo aumenta. L’edera tra poco prenderà il sopravvento sulle rovine. L’aria comincia a trasformarsi in un borotalco di cenere, ali invisibili di farfalle, petali di fiori che sfiorano la pelle.
Nessuno saprà cosa sia successo veramente fino in fondo, tra quelle dimore. Sul retro di una cartolina chiunque avrebbe trovato la foto di un paese ora in macerie. Noncurante dello spettacolo, il giorno dopo il sole ricomincia nuovamente a scaldare le genti e i paesi, mostrando solo la morte nella sua vastità, arrivata come un gatto morbido, di seta, svelto, libero di correre, impetuoso e silenzioso, sgusciando tra le rovine, in agguato paziente della prossima vittima. Il caldo arriva con una luce diversa, striata di un verde dorato.
Salvatore, stanco e avvilito, immerge un biscotto nella tazza del caffè. Sbucano dalla sua bocca parole di rimpianti. Badando a non svegliare nessuno, accarezza l’aria dolce, le chiome degli alberi, che promettono un nuovo silenzio. Tutto il buio piange. Un silenzio gentile, sommesso, bagnato.
Rimane il gusto delle olive in salamoia, con tanto aglio, peperoncino e qualche foglia d’alloro. Un sapore piccante tra pietre crepate. Ombre, note di campane, animali primordiali, strani ripari di plastica ondulata. Vigne che l’anno prossimo porteranno nuovi, grandi, stupendi grappoli. Lo capisce posando la mano sulle pietre.  
L’esercito ha congedato il soldato Salvatore dopo circa una settimana dalle prime notizie sul terremoto, molti mesi prima della scadenza canonica dell’anno di leva.


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3 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 30 Aprile 2009 @ 21:52

    Il lavoro si apre con la costante materna tenerezza della terra e con l’amore appagante che questa suscita nel giovane. Poi lo “strappo” dal proprio ambiente, che, però, assorbe, porta con sé e perpetua gli echi di figurazioni, di spazi, di momenti, di sensazioni, di volti…, che illuminano l’animo genuino. Infine il dramma, di grande attualità, purtroppo. Allora vengono raccolte emotivamente tutta la tensione e tutta la sofferenza nella loro fisica concretezza. Ed è, questo, il dramma della distruzione, della perdita irreparabile di un mondo, delle proprie radici, delle proprie aspirazioni; il dramma della cancellazione degli affetti ed anche dei sogni.
    Tutta la prosa, nella sua limpida stesura e nel suo spessore riflessivo-descrittivo, si riveste di emozioni e di vibrazioni altissime, poste a sigillo di immagini ed evocazioni, che si allineano alla colorità ed alla intensità del segno linguistico. Ed ancora affiorano squarci pittorici all’interno di un compiacimento poetico ed esistenziale, ad un tempo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 30 Aprile 2009 @ 23:55

    E’ un autore, questo, Gian Gabriele, da cui mi attendo molto, e il tuo commento conferma la mia impressione positiva.

  3. Commento by enzo ferrari — 1 Maggio 2009 @ 21:33

    Grazie per le sentite parole di Gabriele Benedetti. Il terremoto non è solo una catastrofe naturale che cancella case, chiese e monumenti, che uccide persone ed animali. E’ la distruzione delle speranze della gente e di un territorio. Basta ricordarsi cosa è successo nel Belice, in Irpinia, a Messina.
    Enzo.

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