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LETTERATURA: Tropico di Ischia

25 Marzo 2008

di Carlo Capone
[Carlo Capone ha pubblicato il romanzo “Il naso di Pinocchio”, Sovera Editore, 2004. Alcuni suoi racconti sono apparsi nell’antologia “Da un mondo all’altro”, Baldini Castoldi Dalai, 2006]

L’hanno distrutta. Nei 50 Ischia era un’oasi tropicale a mezz’ora da terra. L’acqua di Punta Molino lambiva i pini e a San Montano eri solo col mare e il Padreterno.

Angelo Rizzoli veniva a Lacco con industriali, principi e puttane, ma l’ospedale – l’unico di Ischia: oggi ci entri e non sai se ne esci – l’ha costruito lui. Aveva dei progetti, il Rizzoli, se gli ischitani non li avessero mandati in malora. Ma a proposito di vivere e crepare, a Porto c’è un pronto soccorso ostetrico. Mi sono ignote le tecniche praticate. Io ci andai per un tappo all’orecchio, non sapevano cosa fosse un padiglione…

Quando misi piede la prima volta a Ischia ebbi l’emicrania, vuoi per la vampa che ti piglia appena sbarchi, forse per l’aria radioattiva, magari per l’atmosfera di eccitazione. C’era una triremi romana, giù al porto, stavano girando Cleopatra, il kolossal con la Taylor e Burton. La chiamano l’isola delle donne, non a torto. Perchè le donne di Ischia, le cosiddette ‘forastiere’, sono diverse. Arrivano slavate, le carni stanche sotto i parei variopinti, ma quando l’aria e il sole infondono malia – vero elemento bacchico in luogo di ogni vino – si fanno radioattive, due lampi audaci negli occhi, i corpi inseminati dal vulcano.
La sera, erano i primi sessanta, si andava al muretto del Rancio Fellone, un dancing sotto i pini in cui si esibivano Di Capri e Baby Gate. La Baby Gate mi eccitava, invece di cantare urlava e si sbatteva. E perciò facevo notte nell’attesa, mai vista uscire. Va a capire la signora Mina, all’epoca Baby Gate, chi se la pigliava.
Vennero i settanta, gli ischitani affittavano pure l’aria. Ogni buco, stanzuccia, perfino il solo letto fruttava bene. Avevo una ragazza in via Mazzella, ma Ischia costava. I pochi soldi in tasca mi cacciarono in un albergaccio dove dormivo con altri sei. A volte l’interruttore si inceppava, e perciò imprecavi al buio tra un intrico di nudi – a Ischia l’estate non si respira, perciò affittano anche l’aria – fino a gettarti sul letto. Caldo, afa, puzza di piedi e di crema solare. La mattina mi lavavo in mare, stabilimento Medusa, a imbucarmi ci pensava la ragazza.
Venne qualche soldo e scoprii Cleopatra, ma non era Liz Taylor bensì una scaltra matrona con un porro sulla faccia. Teneva pensione a Via Variopinto, posto tranquillo. Cleopatra appena entravi ti squadrava: ‘credo di no, ripassa’. Allora mostravi i soldi – meglio: nominavi la persona che ti mandava – e d’incanto spuntava il posto. Ma te lo dava al piano terra, nel cortile dove si serviva colazione e sul quale affacciavano le cucine, con relativa sveglia alla sei , tra fracasso di cristiani e stoviglie. Ma il problema sorgeva di notte. Si entrava in camera da una porta finestra sul cortile. E se ci andavi per fare all’amore, essendo Cleopatra cattolica osservante, dovevi sgusciare. Un bagno turco: insieme alle persiane andavano serrate le ante del balcone: guai se la vecchia avesse sentito. Afa, corpi bagnati e grande eccitazione. Per foga radioattiva e timor di Cleopatra.
Si mangiava male a Ischia Porto. Alle pizzerie di Porto davano una pizza senza gusto. In piazzetta invece ce n’era uno famoso per i calzoni fritti con ricotta. Un’impresa digerire. Tra sudore, timor di Cleopatara e sveglia alle sei. Certo, se avevi i soldi eri Cristo in paradiso: a Porto, nei locali sulla riva destra, a Campagnano, Forio, Sant’Angelo, Casamicciola, Barano (dove si favoleggiava del coniglio alla cacciatora), i locali si sprecavano. Io adoravo il ripieno, l’unico che lo preparasse come si deve era Leopoldo a Panza, sopra Forio. Ma come andarci? ci voleva la macchina, e senza raccomandazione o mazzette non la portavi, a Ischia. Meglio, ne sbarcavi tre se tenevi villa, eri un primario di cliniche napoletane, o un notaio, un commerciante, un avvocato – che difendesse Pandico e o’ Animalone: niente Enzo Tortora, per carità. Una sera tardi andai con un amico in quella pasticceria -bar – rosticceria del centro, una splendida costruzione moresca tra piante, pini e azalee. Ci mancava solo Eva, ma quella volta incontrai Caino. L’amico ordina un panino con hamburger, io supplì e frittatina. Si soffoca, l’aria trasuda acqua. Ci sediamo. La birra!, impreca il mio amico, l’ho dimenticata al banco. Si alza e nell’andare addenta. Non ho mai visto in vita mia un cristiano sputare di disgusto, con una rabbia e insieme la paura di ingoiare come allora. Quel getto di materia m’è rimasto impresso. L’amico torna indietro e dice: credo ci stiano i vermi.
Basta, a Ischia non ci torno. Ma l’isola, l’isola radioattiva delle donne, dell’amore infuso nell’aria di agosto, ce l’ho nel sangue. Passano gli anni, siamo a metà ottanta, e convinco mia moglie: “Ti porto a san Montano, la baia dove c’è rena finissima e l’acqua è di cristallo”.
Quel giorno a San Montano il sole fa il bravo, la rena cede lieve e l’acqua ti accarezza. Poca gente, per lo più settentrionali, e alcune brutte facce, ma che importa. Sì, adesso vedi. Di tali facce l’ombrellone vicino ospita una colonia. Sono i nuovi padroni, vengono da Forcella e affittano a 10 milioni per il mese di Agosto. Nel pomeriggio, quando il sole è sceso e la brezza increspa il mare, l’ombrellone si anima, qualcuno richiama una genìa di oranghi discesi dalle piante. Osservo, mia moglie sbuffa e da di gomito. Le donne del gruppo, scure e straripanti dai bikini arancione, portano al collo catene in oro, gesticolano sguaiate esibendo bracciali e anelli più spessi di catene. Gli uomini – appena un paio, ciascuno con Rolex al polso – appaiono dimessi, con l’aria di chi ha il compito di fare da scorta. A un tratto la capogruppo brandisce una bottiglia di Moet & Chandon, la stappa e tra urla in lingua beluina ne orienta lo spruzzo. Appena il liquido spumeggia si bagna le dita e umetta guance ed ascelle. E’ ilare, ebbra al sole traverso: ‘Tiè, tiè, a chi ce vo’ male’, urla mostrando le corna. Intorno c’è il vuoto. Mia moglie dice “andiamo”.
Da quando ho preso la cittadinanza padana sono tornato a Ischia da solo nei primi duemila. Sono stato ai giardini di Poseidon, dove l’acqua fuma nei canali. Ho nuotato nelle piscine in fiore del Castiglione. Ho guardato Carta Romana da Campagnano durante la processione di Sant’Anna. Sono tornato alla pineta di Fiaiano. Ho bevuto alle fontane di Serrara, dove si dice che l’acqua renda fertili. Ho ascoltato, disteso sull’arenile di Sant’Angelo, la musica di un pianista nella sera, e ho pure mangiato, senza star male. E ho passato i Pilastri, percorso la strada che porta alla terrazza sui Maronti. L’ultimo giorno, ho guidato al tramonto, libero in quanto straniero, e atteso San Michele fiammeggiare.
E’ cambiato tutto, così mi è parso. L’impressione è che sia finita una guerra. La mia.


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4 Comments

  1. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 25 Marzo 2008 @ 22:52

    Chissà, Carlo, se il nostro comune amico ischitano Giorgio Di Costanzo, leggerà questa tua suggestiva rievocazione.

  2. Commento by Carlo Capone — 26 Marzo 2008 @ 11:19

    Caro Bart, amo Ischia visceralmente. Questo non mi impedisce di addolorarmi per i suoi difetti.

  3. Commento by Giorgio Di Costanzo (Ischia) — 26 Marzo 2008 @ 14:48

    Un abbraccio fraterno a Bart e a Carlo. Ho riletto “Tropico”, certo. Ho letto anche il saggio su Parise e “Il ragazzo morto e le comete” di Barberi Squarotti, uno dei romanzi più belli degli ultimi cinquant’anni. Che dire? Siamo asfissiati dalle automobili e dalle case abusive. Rimane la luce dei tramonti e delle albe e qualche giardino segreto e fatato. Ischia continua ad essere invasa dai turisti. Rimane ancora qualche traccia dell’antico splendore? Boh!

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 26 Marzo 2008 @ 17:40

    Che bella sorpresa, Giorgio!
    Tu, la bellezza, la luce delle albe e dei tramonti, le hai dentro di te.
    Un abbraccio, sperando che prima o poi capiti a Lucca.

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