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LETTERATURA: Un posto tranquillo

28 Luglio 2009

di Felice Muolo  
(Ha pubblicato cinque romanzi, tra cui Il ruolo dei gatti, Azimut, 2008)  

¬† ¬† ¬† ¬† La sera, terminate le faccende casalinghe, mia moglie andava a letto. Io sedevo davanti al televisore e bevevo. Mentre guardavo il quadro luminoso, mi si riempivano gli occhi di lacrime. Dovevo gi√† star male per il troppo bere, senza averne coscienza, quando partimmo in montagna, quell’inverno. Il mio datore di lavoro vi aveva preso in gestione un albero e mi chiese di dargli una mano all’apertura. Lavoravo in un altro suo albergo sul mare durante l’estate e non potetti rifiutare. Quell’inverno cadde molta neve.
¬† ¬† ¬† ¬† Per tutta l’estate precedente avevo accolto i vacanzieri al ricevimento dell’albergo sul mare, ora era dicembre e avevo a che fare con quelli dell’albergo in montagna. Mi resi subito conto di aver commesso un errore a trovarmi dov’ero: avevo la nausea di tutta quella gente. Non avevo niente contro di essa, solo ne vedevo troppa. Negli anni passati, tra un’estate e l’altra, riuscivo a digerirla. Adesso mi mancava quella pausa invernale e per la prima volta ne scoprivo l’importanza.
¬† ¬† ¬† ¬† Dopo qualche settimana, la mia capacit√† di sopportazione era giunta al massimo e dissi al mio datore di lavoro che me ne andavo. Lui mi propose di rimanere in vacanza, dispensandomi da ogni obbligo lavorativo. Naturalmente, dovevo corrispondere un contributo sul costo del soggiorno. Mia moglie era d’accordo e restammo.
¬† ¬† ¬† ¬† Trascorremmo un mesetto magnificamente quell’inverno in montagna, con tanta di quella neve intorno. Mi era passata la depressione che mi prendeva durante il periodo invernale, quando trascorrevo le serate a ubriacarmi davanti alla televisione. Ogni giorno, con mia moglie andavo in giro nel paesaggio innevato, la sera cenavamo in compagnia di nostri compaesani venuti a passare le vacanze in albergo.
¬† ¬† ¬† ¬† Quando mi accorsi che pisciavo sangue, subito dopo rientrato a casa, mi spedirono in un ospedale di una citt√† del nord e la depressione ritorn√≤ a impossessarsi di me. Disteso in un letto, continuamente mi dicevo che non me ne sarebbe importato un accidente se fossi morto. Naturalmente, non era vero ma quando si √® depressi si ragiona in questo modo. Nel sottopormi agli esami di accertamento, mi avevano iniettato nelle vene un liquido che subito dopo aveva causato l’innalzamento della mia temperatura oltre i 40 gradi ed ebbi la sensazione che la mia testa dovesse scoppiare da un momento all’altro. Non fu la sola volta che pensai di essere arrivato vicinissimo al Creatore.
¬† ¬† ¬† ¬† Ero convinto che morire in ospedale fosse la cosa pi√Ļ naturale del mondo. Una volta finito nelle mani dei medici, la tua vita era da considerare giunta al termine. Se i medici riuscivano ad allungarla, era una prerogativa che riguardava loro, tu ne restavi fuori, non avevi nulla da pretendere. Accettavi di pagare un prezzo, per avere la speranza di continuare a vivere. Questo prezzo era costituito dalla sofferenza fisica. Protestare sapendo di dover corrispondere un prezzo pattuito non serviva a niente.
¬† ¬† ¬† ¬† Nella stanza eravamo otto pazienti, disposti in due file dirimpettaie di quattro letti addossati alle pareti, e ognuno pagava il suo conto in sofferenza. Io ero il primo della fila a destra dell’entrata e l’unico ad avere dei libri sul comodino. Spesso leggevo per non partecipare alla conversazione che si teneva a ciclo continuo tra gli ammalati. Non mi andava ascoltare le considerazioni che si esprimevano sulla vita che scorreva fuori dall’ospedale. Quel mondo, per il momento, non mi apparteneva, lo ritenevo estraneo. Leggevo ma non mi interessava neanche leggere. Ero come sospeso in un limbo.
¬† ¬† ¬† ¬† Il paziente pi√Ļ distante da me, era un vecchietto semisepolto nelle lenzuola del suo letto. Di lui s’intravedevano solamente il ciuffetto dei capelli bianchi e gli occhi smarriti di un bambino impaurito. Aveva la cancrena alle budella. Da uno squarcio praticato alla pancia gli asportavano un pezzo di budella alla volta. La ferita emanava un fetore tremendo che disturbava. Era l’unico malato di cui si aveva la certezza che sarebbe morto tra non molto. Non cacciava nessun lamento.
¬† ¬† ¬† ¬† Il paziente che si trovava immediatamente alla mia destra invece si lamentava in continuazione. Aveva la TBC che gli rodeva un rene e si sentiva di fottere ch’era capitato proprio a lui. L’altro paziente che non smetteva di disperarsi era un prete. Aveva un grosso buco riempito di garze su un fianco. Ogni mattina gli cambiavano le garze. Durante l’operazione, soffriva come un dannato. A volte perdeva totalmente la lucidit√†. Diventava un ribelle. Rifiutava di mangiare. Maltrattava le infermiere. Piangeva. Si alzava dal letto e si aggirava nudo per la stanza.
¬† ¬† ¬† ¬† Gli altri pazienti erano tranquilli. Soffrivano in silenzio. Di giorno passavano molto tempo a dormire perch√© di notte in ospedale si dorme niente. Di notte c’√® chi si lamenta, a tenerti sveglio. Ti tiene sveglio l’infermiere che circola con il carrellino dei medicinali nel corridoio e l’incessante richiamo delle cicale che arriva da qui. Di notte e di giorno io dormivo poco. Dovevo sorvegliare nei boccioni delle fleboclisi il livello della soluzione che mi scaricavano continuamente nelle vene. Andavo sempre al bagno, con tutto l’armamentario. Un paio di volte mi trovarono svenuto dentro e mi trasportarono nel mio letto dove ripresi conoscenza.
¬† ¬† ¬† ¬† Spesso la mattina c’era un malato che partiva in sala operatoria. La sera prima veniva applicata alla spalliera del suo letto una placca per segnalare ch’era venuto il suo turno. Quando lo prelevavano, c’era un silenzio tombale nella stanza, lo stesso quando lo riportavano con l’espressione cadaverica, tagliato e cucito. Questa la realt√† dell’ospedale, sostare sulla soglia della morte e non poter fuggire.
¬† ¬† ¬† ¬† Al vecchio moribondo nessuno diceva che presto sarebbe passato a miglior vita. I medici e gli infermieri scherzavano con lui senza fargli capire nulla. Una sera lo trasportarono in coma in un’altra stanza. Quando ti portavano qui era finita. Mor√¨ il giorno seguente, lo stesso in cui il suo letto venne occupato da un altro ammalato che ignorava di trovarsi nel letto di un vecchio ch’era appena morto. Pensai che nel letto in cui stavo chi sa quante persone erano passate prima di andare a morire nella stanza dove si ¬† moriva e la cosa mi lasci√≤ indifferente.
¬† ¬† ¬† ¬† Dopotutto, pensavo, la realt√† dell’ospedale non era minimamente da paragonare a quella che vivevo in albergo ma qualcosa che l’accomunava c’era. Le persone che arrivavano in albergo non avvertivano la presenza della morte che l’accompagnava, aspiravano solo a divertirsi. Io invece la riscontravo, non appena aprivo i loro documenti, davo un’occhiata alle fotografie e le confrontavo con gli originali che mi stavano davanti: questi e la loro immagine non corrispondevano quasi mai, i primi erano sempre pi√Ļ vecchi e mi rendevo conto di come la morte lavorava, non era incombente come all’ospedale ma svolgeva incessantemente il suo compito.
¬† ¬† ¬† ¬† Tra un esame e l’altro, una fleboclisi e l’altra, quando ne avevo la possibilit√†, la forza e la voglia di stare in piedi, fare due passi, giravo in veste da camera per l’ospedale. Una volta passai davanti alla cappella, entrai e sedetti a un banco. Era un posto tranquillo ma anche qui il tempo sembrava si fosse fermato.


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3 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 28 Luglio 2009 @ 17:00

    La depressione, la malattia fisica, l’ospedale, la sofferenza, la fine√Ę‚ā¨¬¶ In un quadro realistico aleggia tutta l’atmosfera di un luogo, dove pare essere offesa dal male la dignit√† umana. Padrona di questa realt√† √® la morte, vera e pensata. Il male, corporale e non, distrugge, offre solo dolore e pensieri tristi. Tuttavia non c’√® disperazione, c’√® quasi una accettazione consapevole, seppur deprimente, di questa difficile situazione. Poi si riesce persino a trovare ‚Äúun posto tranquillo‚ÄĚ, dove Dio sa della sofferenza umana e riesce forse a dare una carezza di sollievo.
    Ancora una scrittura forte e veristica, che, senza indulgere, trasmette sensazioni, situazioni, riflessioni, intense scansioni umane, aspetti puntuali, immagini decise√Ę‚ā¨¬¶ Ed √® grande la tensione che concorre all’intensit√† partecipativa di chi legge
    Gian Gabriele

  2. Commento by Felice Muolo — 28 Luglio 2009 @ 19:36

    Grazie, G.G.

  3. Pingback by Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: Un posto tranquillo — 28 Luglio 2009 @ 22:55

    […] Approfondimento fonte: ¬† Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: Un posto tranquillo […]

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