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LETTERATURA: Un vecchio alpino racconta…

12 Marzo 2011

di Mario Camaiani

Nell’esercito italiano gli alpini, truppe da montagna, hanno sempre rappresentato una grande forza nelle guerre in cui sono stati impiegati. Ebbene, buona parte degli uomini della nostra terra, la Garfagnana, chiamati alle armi, venivano inquadrati in questo corpo militare e cos√¨ √® avvenuto anche nella seconda guerra mondiale durante la quale gli alpini insieme ai loro commilitoni delle altre armi, nella campagna di Russia, pur combattendo con onore e disciplina, subirono per√≤ perdite tremende: purtroppo infatti la grande maggioranza dei nostri soldati non ritorn√≤ in Italia.
Ed √® per questo che in ogni paese delle nostre zone c’√® un monumento o una lapide, che ricorda il loro sacrificio. Non solo, ma in alta Garfagnana, all’ Argegna, √® sorto un grande sacrario in memoria ed in ricordo imperituro dei nostri militari caduti in Russia. Tante nostre famiglie hanno quindi pianto per i loro cari che non sono pi√Ļ ritornati; mentre fra coloro che fortunatamente hanno fatto ritorno ce ne sono alcuni ancora in vita, ormai novantenni, pronti a ricordare, a parlare di quei terribili avvenimenti.
Uno di questi reduci √® Orlando Marzocchini di Ponte all’Ania, frazione di Barga: egli ben volentieri mi ha narrato con la sua testimonianza diretta le vicissitudini sub√¨te dai nostri soldati in Russia.
Dunque: il nostro alpino, classe 1922, fu richiamato alle armi nel 1942 e assegnato al battaglione
Saluzzo della divisione Cuneense, facente parte dell’armata italiana in Russia (ARMIR). Fece tre mesi di addestramento a Cuneo e dopodich√© part√¨ con il suo reparto verso il fronte orientale: si era nel settembre del ’42 e l’avanzata tedesca nel cuore dell’URSS si era arrestata per la tenace, strenua resistenza dei sovietici per cui, secondo gli strateghi germanici, il fronte doveva rimanere fermo fino alla primavera seguente quando sarebbe potuta riprendere l’offensiva. Cosicch√© i nostri alpini, che essendo adatti a combattere su terreno montagnoso erano stati inviati in Russia per operare sui monti del Caucaso, rimasero invece fermi nella pianura ucraino-russa prendendo posizione su un lungo tratto del fiume Don, dando il cambio alle truppe tedesche.
La conversazione-intervista che faccio a Orlando, del quale sono amico da tantissimi anni, si svolge nella sua casa e vi √® presente sua moglie, Albertina: i due non hanno avuto figli, sono sposati da sessantuno anni (dal 1950), hanno quindi gi√† celebrato le nozze d\’argento, d\’oro e di diamante e le foto delle due ultime ricorrenze troneggiano in bella mostra su un mobile. Il loro √® stato un matrimonio d\’amore che mai √® stato incrinato; anzi con il trascorrere del tempo si √® sempre pi√Ļ rafforzato, tant\’√® che essi sembrano un tutt\’uno di sentimenti e di vedute, una vera simbi√≤si, e ci√≤ si evidenzia in questo incontro anche da come Albertina partecipa al racconto del marito. E qui mi viene spontaneo pensare a come oggi purtroppo l\’istituzione della famiglia, come cellula costruttiva di civile societ√†, sia in netta crisi con riduzione e rottura di matrimoni, con spesso cambio dell\’uno o dell\’altro coniuge, con figli che non vedono pi√Ļ, o vedono a singhiozzo, il babbo o la mamma.
Riprendendo la narrazione, il nostro alpino che pur con qualche acciacco anche a causa dell\’et√† ha per√≤ una lucidit√† di mente come fosse giovane, racconta come al compimento dei suoi vent\’anni di et√† (settembre \’42) si trovasse gi√† in prima linea: a quel tempo il fronte era ancora statico e addirittura spesso al di l√† del fiume Don il nostro alpino e i suoi commilitoni vedevano i soldati sovietici che a loro volta osservavano i nostri: tutto quindi lasciava presagire che i mesi invernali sarebbero stati tranquilli. Invece, fin dalle prime avvisaglie della stagione invernale i russi cominciarono a operare puntate offensive di una certa entit√† per saggiare le forze degli italiani, ma venivano sempre respinti. E sempre pi√Ļ queste azioni belliche aumentarono finch√© nel gennaio del \’43 i sovietici, che avevano ammassato contro gli italiani un potente esercito con ingenti truppe provenienti dalla Russia asiatica, siberiana e quindi equipaggiati per resistere al grande freddo, scatenarono una grande offensiva sfondando le linee alle due estremit√† del nostro schieramento e avanzando velocemente a tenaglia chiusero in una grande sacca il grosso delle forze italiane che rimasero accerchiate. Intanto, nella caotica situazione creatasi, fu subito impartito l\’ordine di ritirarsi formando colonne compatte che rompessero qua e l√† l\’accerchiamento onde procedere verso occidente, verso un\’altra opportuna linea difensiva. E qui il nostro interlocutore continua il racconto spiegando che la sua mansione era di telefonista di prima linea e perci√≤ doveva riparare i cavi telefonici rotti dai colpi dei russi, aveva in dotazione una pistola per difesa personale, aveva gli sci e indossava una tuta bianca. Una volta un suo collega non fece ritorno da una siffatta operazione di ripristino di linea. Perci√≤ Orlando in questo caso di ritirata si trov√≤ fra gli ultimi a lasciare il fronte perch√© doveva ricuperare il materiale telefonico. Poi, nel convulso caos della ritirata, si trov√≤ con circa trecento alpini che dopo vari giorni di marcia forzata raggiunsero un villaggio ed ivi si fermarono, mentre i carri armati russi con le truppe al seguito erano molto pi√Ļ avanti. In questa localit√† i nostri vi stazionarono, accolti con umanit√† dagli abitanti, che erano tutti anziani, vecchi; cosicch√© poterono riposarsi e rifocillarsi alla meglio col poco cibo che trovarono.
Il nostro alpino aveva in tasca dei santini, come pure avevano gli altri soldati: ebbene i paesani gradivano di poterli avere e con piacere mostravano nelle loro case (le isbe) statuette religiose e icone della Madonna, cose queste che il governo, ateo, proibiva, ma che in Ucraina erano tollerate. Non c\’era tempo da perdere e dopo alcuni giorni il gruppo dei trecento alpini riprese la marcia nella steppa con una temperatura sotto lo zero di quaranta gradi centigradi: quello sfortunatamente fu un inverno particolarmente freddo.

La colonna marciava verso ovest partendo alle prime luci del giorno, sperando per la sera di trovare un qualsivoglia riparo onde trascorrere la notte e questo per giorni e giorni che non finivano mai: bene era quando incontravano dei villaggi (che in genere erano a decine di chilometri uno dall’altro) nei quali potevano riposarsi e mangiare qualcosa (cavoli, patate e quant’altro ortaggio che trovavano: una volta and√≤ benissimo perch√© in una casa colonica trovarono una forma di formaggio!). Era una vera odissea e continuamente alcuni dei nostri cadevano a terra paralizzati dal freddo e pi√Ļ non si rialzavano… Anche Orlando fu colpito da un principio di congelamento all’alluce del piede destro, ma gli infermieri che erano nel gruppo gli applicarono sul piede una pomata anticongelante ed inoltre lo consigliarono di togliersi gli scarponi e di fasciare i piedi con strisce di coperta, cos√¨ Orlando, superato il tremendo pericolo, pot√© riprendere la marcia. Ma a questo punto la colonna dei superstiti, ormai decimata, si stava disunendo: c’era chi si fermava in un villaggio, chi prendeva un’altra direzione…finch√© il nostro alpino ed un suo commilitone di Fornaci di Barga, conosciuto col soprannome di Ganascino, furono accolti benevolmente in un’ isba da due anziani coniugi, che avevano i figli in guerra, e trattati benissimo.
Cosicch√© quando gli altri alpini lasciarono il villaggio, Orlando e Ganascino rimasero nella casa rurale, dove stavano bene. Ma c’era un rischio tremendo: nella sacca i Russi operavano rastrellamenti e da un momento all’altro potevano giungere e farli prigionieri; ma un pericolo ancora maggiore era costituito dal possibile arrivo di partigiani i quali quasi certamente li avrebbero uccisi. Ed anche i due buoni coniugi avrebbero rischiato la vita per avere aiutato dei nemici. Perci√≤ Orlando dopo alcuni giorni decise di riprendere il cammino mentre Ganascino volle rimanere ancora con i due coniugi e quindi i due decisero di separarsi. Il nostro alpino mise provviste e coperte nello zaino e da solo riprese il cammino nella steppa orientandosi con il materiale che i precedenti italiani in fuga avevano lasciato per terra per alleggerirsi e anche c’erano cadaveri di soldati e muli morti: tutto questo indicava a Orlando la strada giusta. Cos√¨, dopo giorni di siffatta marcia solitaria, giunse presso un piccolo agglomerato rurale abbandonato e vide seduto su un muretto un alpino: era un suo amico di Ponte all’Ania: il Delfo, il quale non poteva pi√Ļ camminare perch√© aveva una scheggia di granata nel torace che ormai glielo impediva. I due compaesani si abbracciarono, ma il nostro cap√¨ che Delfo, non potendo camminare, sarebbe morto assiderato in breve tempo: non sapeva cosa fare, pur non volendolo abbandonare. Intanto le ore passavano e la situazione volgeva al peggio. Ma ecco, come un miracolo, giungere di passaggio una colonna di slitte italiane trainate da muli e cos√¨, con la gioia nel cuore, i nostri due alpini furono raccolti dai commilitoni loro salvatori che li fecero salire su una slitta riprendendo il viaggio verso la salvezza! Ancora pochi giorni di viaggio e la colonna di slitte arriv√≤ ad una citt√† dove erano raccolti numerosissimi alpini e qui, finalmente, Orlando e Delfo seppero che erano fuori dalla sacca: erano salvi! (Mentre invece, purtroppo, di Ganascino non si seppe pi√Ļ niente e poi fu dichiarato disperso). Poi tutti questi alpini, mediante un treno-tradotta che part√¨ da questa citt√†, tornarono in Italia fermandosi a Vipiteno (Bolzano) dove furono ricoverati in un ospedale della Croce Rossa, in quarantena e per ristabilirsi. Dopodich√©, Orlando, nell\’estate del ’43, torn√≤ a casa, nel suo paese, in licenza per quaranta giorni, trascorsi i quali fu inviato nella cittadina di Ora, in provincia di Bolzano.
Ma l’odissea del nostro alpino non era finita: dopo l’otto settembre \’43 fu fatto prigioniero dai tedeschi e mandato in Polonia per lavoro coatto (nei campi, nei boschi, nell’industria…): questa deportazione dur√≤ 20 mesi, fino alla fine della guerra, quando fu liberato, insieme agli altri prigionieri italiani che erano con lui. I quali tutti, poi, furono fatti salire su una tradotta per essere rimpatriati in Italia, ma il treno, causa la distruzione della rete ferroviaria tedesca dovette percorrere un itinerario molto pi√Ļ lungo passando dall’Ungheria. Transitando in Jugoslavia i 2000 italiani e i tedeschi che li accompagnavano furono fatti prigionieri dai partigiani di Tito. Le vicissitudini di Orlando non erano dunque ancora terminate: con gli altri prigionieri fu inviato di nuovo a lavoro coatto a ricostruire un ponte che era stato distrutto dall’aviazione italiana. Da notare che questi partigiani jugoslavi colpivano con frustini, alle cui estremit√† dei cordini erano applicati pallini metallici, i prigionieri che non lavoravano attivamente come volevano loro.
Luglio 1945: le peripezie del nostro alpino volgono al termine; egli torna finalmente a casa, dai suoi cari familiari, che per anni avevano trepidato per lui…un uomo che pesava normalmente novanta chilogrammi, ora ne pesa quarantacinque! Ma la forte tempra del suo fisico robusto fa s√¨ che in breve tempo Orlando torna ad essere vigoroso, riprende il lavoro…dopo pochi anni si sposa con l’amata Albertina √Ę‚ā¨¬¶Ecco, ora l’intervista √® finita, √® durata quasi un intero pomeriggio… Ma tutto si √® svolto con compostezza: Orlando durante il racconto della sua odissea mai ha avuto parole di disprezzo,di rancore per chicchessia e anzich√© imprecare o incolpare qualcuno, nella narrazione, grave e pacata, ha messo in evidenza soprattutto episodi di bont√†, di altruismo, come gli anziani coniugi dell’isba che lo hanno accolto simile ad un figlio, con sentimenti cristiani, come l’incontro con Delfo, dal quale non si sapeva staccare mettendo a repentaglio la propria vita, cos√¨ come in tutti i frangenti delle varie prigion√¨e, trasmettendo sempre serenit√† calma e pace. Orlando quindi √® stato un soldato-eroe, comportandosi in modo degno, tale da onorare s√© stesso, la sua famiglia, la Patria.


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6 Comments

  1. Commento by Mario Camaiani — 12 Marzo 2011 @ 21:26

    L’amico Gian Gabriele Benedetti, per questo lavoro, mi ha mandato il seguente commento, altamente benevolo nei miei confronti e molto culturalmente positivo nell’analisi della narrazione.
    Un forte grazie e un salutone, Gian Gabriele
    Mario.

    “Da evidenziare subito due aspetti: l’adeguata capacit√† dell’intervistatore e l’ampia, puntualizzante, spassionata, commovente esposizione dell’anziano intervistato.

    L’autore dell’intervista ha usato l’intelligente delicatezza psicologica nel coinvolgere positivamente il narratore, restando quasi nell’ombra, mai ‚Äúinvadendo il campo‚ÄĚ ed ottenendo, con saggia discrezione, un risultato notevole sul piano storico e non solo.

    Ampio, calzante, sentito il commento dell’intervistatore al termine del notevole resoconto.

    La storia. √ą la estremamente drammatica, intensa, precisa, accorata rievocazione di una tragedia immane, dove emerge, oltre all’indicibile sofferenza ed alla spietatezza assurda della guerra, una incredibile, forse impensabile in tale circostanza, gamma di umanit√†. Umanit√† da parte del protagonista e umanit√† sparsa in varie situazioni, dove non ce l’aspettiamo.

    La terribile realtà è rievocata in modo indelebile, come se fosse proiettata su uno schermo dinanzi ai nostri occhi stupiti e affranti.

    Restano indimenticabili i segni dell’afflizione e del dolore, raccontati senza mai far trasparire il ben che minimo senso di disprezzo, di rancore o di risentimento, come ben sottolinea l’autore. Qui la parola, a mio avviso, √® oltremodo capace di riprodurre il tempo della catastrofe nella sua spietata concretezza fisica. Il tutto diviene espressione tangibile di uno spirito nobile, per cui non si deve dimenticare, ma mai si dovr√† coltivare una qualsiasi forma di odio. Ne risulta una qualificante, significativa, edificante lezione per tutti.”

                                                                      Gian Gabriele Benedetti

  2. Pingback by Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: Un vecchio alpino raconta√Ę‚ā¨¬¶ — 13 Marzo 2011 @ 17:39

    […] Continua la lettura con la fonte di questo articolo: Bartolomeo Di Monaco ¬Ľ LETTERATURA: Un vecchio alpino raconta√Ę‚ā¨¬¶ […]

  3. Commento by olimpia marzocchini — 19 Aprile 2013 @ 23:19

    buonasera Mario

    finalmente ho trovato un po’ di tempo da dedicare alla lettura della storia di mio zio Orlando.

    Sono molto felice che la storia dello zio non vada “persa” ¬†….. che resti una traccia scritta…..

    Una volta anche a me ¬†parlo’ della sua esperienza della guerra e stasera mentre ¬†leggevo questo racconto mi √® sembrato che lui fosse ancora qui con ¬†me e la mia famiglia…..

    Grazie di cuore e stato veramente bello

    Saluti Olimpia

     

  4. Commento by Mario Camaiani — 20 Aprile 2013 @ 13:42

    Signora Olimpia,

    le sue belle espressioni a commento della mia intervista a suo zio Orlando, che purtroppo nel febbraio scorso √® uscito dalla scena di questo mondo, mi hanno particolarmente commosso. Ed √® bello che dal suo ricordo si apprenda come anche nella negativit√† della guerra si possa operare con spirito di pace…come dal male si possa trarne il bene!

    Grazie, Olimpia, e tantissimi saluti

    Mario

  5. Commento by olimpia marzocchini — 30 Maggio 2013 @ 10:33

    buongiorno Mario ,

    sono Olimpia Marzocchini come va? Spero bene.
    Le scrivo perche’ vorrei sepere se posso avere un suo indirizzo di posta elettronica…. e cosa piu’ importante vorrei sapere se dispone di una copia cartacea dei suoi racconti in modo da leggerli quando dispongo di tempo libero.

    Ho letto qualche suo racconto e mi sono piaciuti, li ho trovati interessanti e se possibile volevo approfondire…spero di non disturbarla troppo con le mie richieste…

    Cordiali Saluti

    Olimpia

  6. Commento by Mario Camaiani — 30 Maggio 2013 @ 23:06

    Ciao Olimpia,

    l’indirizzo della mia posta elettronica √® marisacamaiani@yahoo.it

    La ringrazio per il benevolo giudizio sui miei racconti.

    Ho diverse copie di miei racconti, soprattutto di quelli del periodo di guerra.

    Presto ci sar√† la cerimonia della commemorazione di suo zio Orlando: sua madre ne √® a conoscenza. In quell’occasione glieli posso consegnare; oppure, se li vuole prima mi dica se li debbo portare subito a sua madre.

     

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