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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Una barca d’acqua dolce

2 Novembre 2009

di Nicola Dal Falco  

Ora è lì, nel cortile dietro la bottega con la chiglia appoggiata su un’asse obliqua, la prua in alto. Intorno c’è odore di vernice e come una cosa nuova sembra soffrire di immobilità. Un mese fa stava rovesciata su due cavalletti, infissa nell’ombra del giardino.

Vederla a pancia sotto con il colore che si gonfia e squama faceva pena: una commozione istantanea, senza conseguenze. La sorte della barca assomigliava a quella di un onesto mucchio di foglie. Infiacchiva lì accanto in una vicinanza inviolata; a furia di notarla la perdevi di vista e un tempo astratto spegneva l’eco degli scricchiolii del legno.

Le sue ultime vicende potevano leggersi almanaccando sul nome Lucia. Una santa dispensatrice di doni fino all’offerta dei propri occhi. Doni profondi, guizzanti che salivano in superficie come lampi di luce e da pesci eucaristici diventavano col tempo regali scaramantici per i bambini.

Quel nome dipinto a bianche lettere stampatello pareva una metafora di sguardi e occhi spalancati, di quella luce invocata e lanciata sopra le onde fino ai recessi dell’orizzonte, in faccia all’abisso. La barca appariva protetta, circondata da un alone di difese, ma come succede per certe figure di un pantheon minore, il fatto di essere troppo cariche di potenza le spinge a ripetere sempre la stessa azione fecondatrice.

Alla ragione divina, al buon governo del mondo non rimane che scardinare l’ostinata volontà, disperdendo l’accumulo, il corto circuito di forze. Le metamorfosi degli antichi e il martirio hanno proprio lo scopo di purificare la terra dagli effetti dello scontro.  

 

***

 

Questa barca che adesso splende nel vigore ancora intatto del legno, in un luccicare di venature e viti di rame, era il sogno di due amanti, separati dagli anni di un’intera giovinezza. Un sogno stretto tra i denti, acceso fuori e dentro l’assedio del paese.

 Assomigliavano a quei gatti che gironzolano sui tetti o intorno ai giardini pubblici: animali sospettosi, ingrati e timidi, quasi certi di aver strappato nel silenzio delle loro passeggiate un po’ di considerazione e di libertà.   Pura illusione, i loro passi misurati facevano uno strepito di latta; tutti li seguivano con gli occhi e spessissimo il primo commento, rincasando, li riguardava: «Ho visto …ero lì ed è passato ».
«Stava salendo in macchina… mi ha guardato un attimo ».

Dieci anni di fidanzamento portati come una cicatrice dietro il ginocchio, da clandestini; bevendo a sorsi affrettati, pensando e sbadigliando nella camera, quella in fondo al corridoio. Addormentarsi da soli e svegliarsi contro lo stesso muro. Viaggiare sì, ogni due sabati con fissa casualità. Il pieno, il miele di castagno, un ristorante sul ciglio della strada e frasi fitte fitte, percorrendo le sale di una mostra.

L’arte era un pellegrinaggio, un bagno battesimale. Lei muoveva labbra di stoffa, pesciolini colorati le saltavano in grembo. Col dito puntato che allungava l’occhio, cercava le farfalle e i fuochi tra i bisticci del rosso e del marrone, l’azzurro tramontana e il verde edera. Lui, ruminando nei muscoli l’attesa, si sentiva, invece, come un ragazzo a cui stanno per lanciare la palla.

Nessuna scuola lo sorreggeva, ma un sicuro istinto nei confronti della materia: grumi, effetti serici, bagni di acidi, taglie, crepe. Lei saliva il monte per fare lezione; lui batteva il rame accanto al Lido. Per tutti e due, l’arte erano cose lanciate come un sasso verso la più stabile delle reincarnazioni. Abbracciati o per mano, sillabavano un alfabeto nuovo di parole e di carezze.  

 

***

 

(D.) Un soffio d’aria rinfrescava la fucina, schiarendo l’afa dei pensieri, anni di lavoro dipendente, di scale ripide verso casa e tempi morti da osteria. Poi, nello stesso bicchiere si erano mescolati gloria e vanità d’arte e d’amore. Artigiano del nesso, amante di piccoli e delicati congegni aveva ritrovato una strada in salita, ma zeppa di tornanti e il salire quasi a spirale gli dava le vertigini.

 

(L.) Vide anche lei il colle allargarsi come una macchia sul foglio. Un sole blu, sorridente, senza raggi, pesca e nocciolo inseparabili… intatto! Aspirò a lungo il pendio, immaginò dei piccoli fiori viola a ciuffi tra i sassi. Avrebbe voluto camminare senza scarpe, posando bene in terra la pianta del piede. Ogni passo, una parola vecchia, studiata, ripetuta, corretta, partiva come un messaggero a valle.

Diventava un eco, capace di invadere le stanze chiuse, i ricordi scavati nel sale, cristalli di assenza. Il padre, morto troppo presto, rinasceva a poco a poco, lievitava in un corpo diverso, tangibile. Il passato sospeso poteva, infine, presentarsi. Era qualcosa di simile, un’ombra generosa che smielava le ore fuggenti.  

 

***

 

Sempre giocando un solitario in due, arrivò l’ora dei bilanci. Dieci anni di fidanzamento dettero il via a due di matrimonio. Fu lei a decidere, a chiedere. Cambiarono ancora di casa le stagioni, l’autunno fu più lungo e smunto del solito. Il fumo delle stoppie nei prati grattava la gola come il vino giovane e il pane raffermo. Lungo le rive il lago scopriva alghe e scogli.

L’evocazione del padre, trasformata in un impegno giornaliero, perse l’aroma di aloe, si tinse di verde, vena opaca, fiato spesso di volpe. Il padre, il marito, tutti e due e nessuno entravano, dritti sulle proprie gambe, reclamando un posto a sedere, provocandole un dolore fitto alla schiena. La semplicità del gesto la atterriva. Che cosa volevano ancora? di più? Nessuno è padrone di niente e l’amore non basta mai.

Ogni sera, il fabbro portava a casa solo il peso della mazza e dell’incudine. Insieme alla fiamma degli abbracci amava il ciocco nel camino, un lento fuoco di braci che prepara il sonno, invade di pace il corpo, fa accarezzare la donna come un talismano. Era lì, era sua senza più pene, stretta a un nodo, fusa in una piccola forma perfetta.

Ammutolita dalla nuova vita coniugale, anziché guardarlo più da vicino prese a girare su se stessa,in un ballo ipnotico, ripetendo gli avvertimenti della madre. Volteggiava, seminando la casa di silenzio e di vuoto. Forse erano meglio i fantasmi e gli incontri dozzinali e poetici.

Giù, in strada, la madre urlava, lasciando anche di notte la propria solitudine di guardia. Ormai, L. scendeva le scale furtiva, evitando i parenti di lui. Un teatro di ombre aggrovigliava la storia, confondendo verità e convenienza. Tutti parlavano, nessuno domandava.

 

***

 

La scena successiva è quella di un naufragio appena concluso. Tanti piccoli oggetti che galleggiano nella risacca e si insabbiano quando s’alza un po’ di vento. Una pletora di granchi ci cammina su senza ritegno. L. iniziò a trasferire pezzi di sé e della loro storia; briciole del presente, strette sotto il braccio o annegate nelle buste di plastica. Chissà se un giorno sarebbe tornata.


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4 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 2 Novembre 2009 @ 19:29

    The way we were, per una coincidenza non voluta ho letto questo pezzo ascoltando il magnifico brano di Barbara Streisand. A volte il dio sincronico si camuffa da caso. Ma chi sa ascoltare sa chi è.

  2. Commento by mariapia frigerio — 2 Novembre 2009 @ 19:39

    bello, veramente bello. Non ho (non c’è?) altro da dire

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 2 Novembre 2009 @ 21:34

    È capace la prosa di trasformarsi in autentica poesia? Chi assapora questo racconto non può che offrire una risposta affermativa. Qui la parola non incontra limiti, né confini; diviene simbolo di incorruttibile bellezza. La scrittura cí³lta mai abbandona l’intento creativo e lirico. Ne scaturisce una simbologia cromatica, suggestiva, polarizzante, la cui intima luce si fa specchio profondo di vita. L’intensa ispirazione ci conduce piacevolmente oltre i limiti del segno, oltre il battito del tempo, lungo un percorso umano e delle cose, dove rievocazione, emozione e figurazione estetica si fondono mirabilmente, coinvolgendoci in modo totale nella terapia dell’assunto.
    Gian Gabriele Benedetti

  4. Commento by Marisa Cecchetti — 7 Novembre 2009 @ 11:51

    Storia che sembra sospesa dentro il tempo della fiaba, dove la parola si carica di suggestioni e di leggerezza poetica
    Marisa Cecchetti

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