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LETTERATURA: Una famiglia cristiana

8 Agosto 2009

di Dino La Selva

Nella periferia della città, in fondo a una breve strada che, dopo qualche centinaio di metri, si arresta contro la massicciata della ferrovia, c’è una villetta imbiancata a calce. La linea ferroviaria è secondaria, percorsa da treni poco frequenti e con pochi vagoni, e la via sembra quasi una strada privata o di campagna. La costruzione è molto semplice, priva delle pretese architettoniche e dell’eleganza di qualche altra che la precede: un pianterreno con finestrelle alte con inferriata, e un primo piano al quale si giunge attraverso una scala esterna di marmo (“faccia attenzione, dottore, a non scivolare!”) ed un pianerottolo coperto da una sporgenza del tetto. Tutto intorno un piccolo giardino ben curato.
Vi abitava una famigliola di mezza età costituita da marito e moglie, impiegati in pensione, e da una cognata, sorella della moglie, vedova senza figli ritiratasi a vivere con loro. Vi è poi una figlia adottiva, una ragazzina esile e bruna che educano con grande amore e dolcezza come una loro vera figliola. Completano il nucleo familiare Tesoro, una cokerina vivace ma di buona indole. E due o tre gatti randagi francescanamente accolti a partecipare alla mensa.
E’ una famiglia di profonda fede religiosa. praticante, dedita tramite la Parrocchia all’assistenza ai poveri e ad opere di bene. Io ho l’occasione di frequentarla per qualche malattia infantile o da raffreddamento della bambina, ma più che altro per le condizioni di salute degli adulti. La signora è affetta da valvulopatia mitralica con fibrillazione, la sorella, magra, bionda, pallida, fumatrice accanita, soffre naturalmente di bronchiti stagionali, oltre che di ernia discale lombare con lombosciatalgie.
Suono il campanello al cancellino verde e bianco, ridipinto di fresco, e salgo la scala. Sul pianerottolo ad accogliermi c’è Tesoro, che abbaia amichevolmente, ed un paio di gatti, i convittori esterni, intenti a vuotare coscienziosamente le loro scodelline. Varco la soglia di casa, e improvvisamente entro in un altro mondo, scomparso da almeno 60-70 anni. Tutto vi è ordinato, pulitissimo; non un granello di polvere, non un sopramobile fuori posto: l’orologio da tavolo sulla consolle, la statuetta della ballerina che sta eseguendo una piroetta….Nella camera da letto molto semplice, quasi monacale, si nota subito un mobile in genere inconsueto: un inginocchiatoio con il suo cassettino, il crocifisso di legno, il libro di preghiere ed il rosario sul ripiano. Si vede che non è lì per ornamento ma è un pezzo dell’arredamento importante ed usato. Il salotto mi ricorda un po’ quello di mia nonna, con la cristalliera nella quale sono esposti i ninnoli e il servizio da caffè buono, le poltroncine con le frange a fiocchino, i paesaggi alle pareti di buona scuola ottocentesca. Ma ciò che più colpisce è l’atmosfera che vi si respira, semplice senza affettazione, che mette subito il visitatore a proprio agio.
Un brutto giorno, visitando la vedova per la solita bronchite stagionale, mi accorsi di un’area di ottusità che, ad indagini più approfondite, si rivelò essere un tumore polmonare, inoperabile a causa di estese aderenze pleuriche preesistenti dovute a un’ antica pleurite. L’inoperabilità fu la sua salvezza. Venne messa in atto una terapia con raggi X così ben guidata che la neoplasia venne totalmente distrutta e attorno ad essa si formò una barriera di fibrosi che ne impedì ogni ulteriore possibile diffusione. Naturalmente smise di fumare e la sua salute ne trasse giovamento; scomparvero anche le bronchiti invernali. Ogni volta che negli anni successivi la visitavo o le facevo praticare una radiografia toracica di controllo ne constatavo, piacevolmente meravigliato, la persistente definitiva guarigione. Nonostante la loro religiosità non attribuirono mai tale guarigione al Cuore di Gesù, a Padre Pio o ad altro intervento divino. E ciò fu per me un ulteriore motivo per apprezzare la loro intelligenza ed equilibrio mentale.
Meno bene andò qualche anno dopo al signor Corrado, l’intelligente e attivo padrone di casa. Fu colpito prima da un carcinoma della prostata, per fortuna preso in tempo e controllato con terapia farmacologica, poi da una brutta frattura del femore con un non buon esito operatorio. Dovette abbandonare bicicletta e automobile, e divenne un vecchietto claudicante e depresso che si aggirava per la casa appoggiandosi a un bastone a treppiedi.
Tra questi tre anziani con i loro problemi di età e di salute la figlia adottiva era sbocciata come una rosa: alta, ben proporzionata, boccuccia a cuore, seno e fianchi fiorenti, lineamenti del volto fini e delicati. Il carattere un po’ ombroso ed impulsivo, i vivaci occhi neri, i capelli crespi e corvini tradivano la sua origine meridionale. Si era diplomata maestra e aveva ottenuto la cattedra. Non tardò a giungere il momento in cui fu corteggiata e si fidanzò con un bel ragazzo un po’ più grande di lei, gentile, con un buon posto sicuro. La villetta accanto alla ferrovia fu allora tutta colma di letizia e d’amore. Li incontravo qualche volta, lei splendida, radiosa in elegante toilette al braccio del suo ragazzo, mentre uscivano per recarsi al teatro o ad un concerto, accompagnati dai saluti e dalle benedizioni dagli anziani che rimanevano in casa contenti e sereni ad aspettarli.
Si sposarono, arredarono con gusto un appartamento in città dove fui chiamato qualche volta per cose di poco conto. Una delle ultime volte in cui la vidi la sposina mi sembrò un po’ tesa, con negli occhi una nube di disappunto e d’inconfessata tristezza. “Novità?”- chiesi alla madre un giorno quando mi se ne presentò l’occasione. “Niente! E’ lui che non ne vuole! Dice che non è ancora pronto…La prega di aver pazienza, di aspettare!…Io, sa, non ci metto bocca. Sono cose che riguardano loro!…” “Ma come!..”- Soggiungo io. -“Una ragazza così bella, dolce, affettuosa, che sembra fatta apposta per la maternità!… Vedrà che verranno!” Ma di gravidanze non ne venne neanche l’ombra. La rividi di sfuggita alcuni mesi dopo, e mi sembrò anche più inquieta, pallida e tesa di prima. Chiesi loro notizie alla zia durante un controllo. Lui era ricoverato in una Casa di Cura per “esaurimento nervoso”, lei si rifugiava corpo e anima nell’insegnamento. Ora litigavano spesso. Lei lo accusava apertamente: “Perché mi hai sposata? Hai rovinato la mia vita!” Non ero il medico di fiducia del marito,e così non potei mai conoscere quale fosse il motivo della sua opposizione così ostinata e irrevocabile alla procreazione.
Frattanto nella villetta le cose non volgevano al meglio. Il signor Corrado cominciò a soffrire d’ipertensione arteriosa spiccata, poi di accessi tachiaitmici accompagnati da dolori anginosi e, prima di poter stabilire l’esatta diagnosi e mettere in atto l’appropriata terapia, una notte, alzatosi dal letto per andare al bagno, cadde a terra privo di sensi e morì prima di poter essere soccorso. Dopo la morte drammatica, improvvisa del marito le condizioni di salute della moglie, già precarie, peggiorarono piuttosto rapidamente. Il cuore cominciò a cedere, si instaurò uno scompenso che divenne presto irreversibile, fino all’ ”exitus”. Rimase invece viva, contro ogni aspettativa la sorella vedova, con il suo tumore polmonare bruciato e incistato dalla rontgenterapia.
Le ultime notizie della famiglia (sono ormai in pensione da qualche anno) me le diede la figlia, che incontrai una mattina in “passeggiata culturale” con la sua scolaresca. Sempre bella e gentile, fu lei la prima a salutarmi. “La zia vive sola ormai nella villetta, con i suoi acciacchi e le sue tristezze. Io? Qualche mese fa ho avuto un aborto…Del mio nuovo compagno, non del mio ex marito, dal quale mi sono separata…Dell’aborto mi è dispiaciuto tanto!.. Ho sofferto! Ma forse ho aspettato troppo!..”
Sono passato qualche sera fa davanti alla villetta accanto alla ferrovia; è divenuta più trascurata. Le finestre erano chiuse e non lasciavano filtrare luce. Quel nido di sentimenti e di affetti si era ormai spento. Vi aleggiavano attorno solo memorie.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Agosto 2009 @ 21:57

    Scrittura accurata che si rifà alla più solida e valida convenzione narrativa. La vicenda scaturisce da un’esperienza che ha lasciato nell’autore una memoria viva e puntuale. Tanto che la storia è resa realistica, quasi visiva. Ne scaturiscono, in coerenza con il linguaggio, varie situazioni che creano elementi figurali ed emotivi, sottratti all’ipoteca del tempo, dando sostanza alle cose e raffigurazioni profonde delle persone. L’ineluttabilità degli eventi condiziona la precaria esistenza, anche dove regna solidità familiare, cristiana devozione ed un tradizionale sano comportamento. Mai si respira aria di ribellione o di esasperazione, bensì un’onesta accettazione degli ineludibili mutamenti delle condizioni vitali.
    Rimane nell’autore una certa amara nostalgia nel vedere spegnersi “quel nido di sentimenti e di affetti”, non facilmente rinvenibile nella nostra epoca
    Gian Gabriele Benedetti

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