di Maria Teresa Mandatari
[da “La Fiera Letteraria”, numero 8, giovedì 23 febbraio 1967]
Chi sale sul modesto pullman che due volte al giorno staziona in attesa all’angolo della Königstrasse di fronte al ricostruito Altes Schloss, oggi di nuovo lustro e preciso nelle sue belle forme vecchiotte, può â— partendo da Stuttgart â— per correre uno degli itinerari più autenticamente altdeutsch della pittoresca Svevia così densa di nomi il lustri, di personaggi e di ricordi storici. Quasi due ore ai margini e attraverso la Foresta Nera: una mu raglia esatta di scuri tronchi d’abete filigranata da tremuli filamenti di luce, sferzante aria resinosa e vi vida, qualche paesino, e intanto si scende e si sale per le colline sveve. La méta ultima è Leonberg, l’an tica Löwenberg, che di uno dei maggiori « leoni » svevi è stata, se non il paese d’origine, l’amata patria adottiva.
Si sa che Johannes Keplero è nato a Weil der Stadt, paesino non molto distante e non troppo diverso da Leonberg; tuttavia, all’età di sei anni, il padre Hein rich, che aveva fruttuosamente fatto il nobile (per quei tempi) mestiere del mercenario al soldo del l’imperatore, lo aveva condotto a Löwenberg ove con ardito atto di energia familiare aveva deciso di tra sferirsi lasciando la casa dei genitori e togliendo la sua Katharina â— che fedelmente l’aveva sempre vo luto seguire sui luoghi di guerra â— al troppo pesan te tallone dell’altra Katharina, la suocera. Occorre pe rò notare che Heinrich Keplero aveva potuto permet tersi l’inusitata decisione avendo acquistato a Löwenberg, oltre che una casetta, mediante la contribuzione d’un completo equipaggiamento militare anche il di ritto di cittadinanza: borgomastro e consiglieri, dice un’antica cronaca, ne avevano consacrato l’ingresso nel comune con abbondanti bevute di vino, sì che più tardi il celebre figlio poteva con ottime ragioni dichia rarsi, come fece, in atti ufficiali « cittadino di Löwenberg ».
L’UNICA GIUSTIFICAZIONE DEI «MIRACOLI »
Questo paesino silenzioso e povero, con le casette listate di legno dai ballatoi rozzamente squadrati e le stradine deserte che sembra il tempo abbia colma to nei secoli soltanto di vento e di noia, richiama al ricordo la patria d’un altro grande contemporaneo nordico, Stratford-on-Avon: e l’eterno chioccolìo del minuscolo Avon è qui sostituito dall’ampio eterno fia to della Foresta Nera. Museo e Keplero-Gesellschaft si trovano a Weil der Stadt ; ma nella piazzetta di Leonberg spazzata dal vento Johannes Keplero sem bra sia rimasto a sostare, pensoso, tra i suoi concitta dini, con la minuta e gracile figura barbuta d’uomo malaticcio, dagli occhi piccoli e malformati (per iro nia della sorte in un contemplatore dei cieli fu affet to da forte miopìa e poliopìa!), con l’ampio collare se centesco e la mano ferma e aperta sul fianco, quale ce lo rimanda il notissimo unico ritratto d’autore igno to del Thomasstift di Strasburg: e accanto sorge im provviso il ricordo della mia sconosciuta nonna ma terna, Julie Keplero, qui nata e nei quarantadue an ni di vita aureolata dalla magìa di tanto nome e del l’inconfutabile albero genealogico!
Fatto è che il celebre Johannes, il ramingo, inquie to Johannes (viaggiò tanto, per i suoi tempi, da lasciar sbalorditi a pensare che in tanto pellegrinare abbia trovato, non foss’altro, il tempo materiale di compiere gli sconvolgenti studi e gli ottanta volumi che sappia mo!) molto amò Leonberg e vi tornò spesso: clamoro samente poi quando â— da figlio memore e devoto â— si assunse di difendere la madre, l’altrettanto minuta e inquieta Katharina, dalle accuse di stregoneria che le avevano attirato sul capo un pericolosissimo pro cesso.
L’epoca di Keplero â— si sa â— è non solo epoca di grandi scoperte scientifiche e di lunghe, atroci guer re, è anche epoca di streghe e di roghi. Sembra quasi che l’umanità, quando è posta di fronte a improv vise, rivelanti e straordinarie lacerazioni del fìtto ve lo che avvolge le tenebre della sua conoscenza, istin tivamente si rifugi sempre per un verso nella più crassa contropartita materialistica, quasi a cercarvi una conferma della propria consistenza terrena, e per un altro verso fervidamente si getti in braccio al più spericolato anelito metafisico, che le appare come uni ca giustificazione dei « miracoli » che nella sua com pagine si vanno compiendo. In quell’epoca si fronteg giano le atroci repressioni della Controriforma e l’ine sausto teorizzare sulla religione che agitava uomini, enti e regnanti. Katharina Keplero era una piccola donna litigiosa e ciarliera ma animata dalla più cie ca fede in forze magiche e superumane ; né, d’altra parte, la rapida e radiosa notorietà cui era assurto il suo primogenito â— al quale bambino ella aveva ad ditato la grande cometa del 1577 e che da lei avviato alla teologia, già a ventidue anni si era rivelato in vece un matematico e astronomo tale da meritare l’in vito all’insegnamento a Graz â— poteva non avere per la sua mente una parvenza quasi magica, poteva non ribadirle la convinzione in forze ed energie superu mane. Sospettata di pratiche magiche e di stregone ria dai suoi molti nemici, Katharina presentò que rela presso il tribunale civico di Leonberg, il quale, capovolgendo la situazione, da querelante la mutò in accusata e il processo assunse carattere penale get tando in prigione la povera vecchia.
L’ESCLUSIONE DALLA SACRA MENSA
Molte e buone sono le ragioni che inducono due stu diosi quali Walther Gerch, professore emerito e pre sidente della Keplero-Gesellschaft di Weil der Stadt, e la filoioga Martha List a dare alle stampe oggi, fi nalmente, un’operetta accessibile, svelta e precisa sul la vita e le opere del grande astronomo, qual è quel la testé uscita presso il Piper Verlag di Monaco (Johan nes Kepler â— Leben und Werk, 1966): basterebbero per tutte l’approssimarsi del quarto centenario della sua nascita (1571-1971), e il fatto di una sempre più viva e sentita urgenza, nella crescente curiosità per gli studi scientifici, di sottolineare in Keplero il fon datore del connubio tra astronomia e fisica, tra scien ze filosofiche e scienze naturalistiche, convinzione che è stata in lui â— come sempre avviene nel genio â— intuizione assai prima che risultato pratico d’indagi ne. Penso tuttavia che, a tutte queste ottime ragioni, se ne possa tranquillamente aggiungere almeno un’al tra, non meno valida: ed è che, per singolare coinci denza, sottili analogie possono essere tracciate tra il nostro tempo e quello in cui visse e operò Keplero, non da ultimo per « l’accecamento ideologico » (die ideologische Verblendung) di cui parlano gli autori del libretto nella prefazione, e perché â— in un certo senso â— anche il nostro è un tempo di streghe e di roghi. La sorella Margarethe informa subito, nel 1615, il già famoso Johannes circa il funesto e pericoloso svolgersi degli avvenimenti, soggiungendo che egli stesso veniva sospettato di « arti proibite » (verbottener Künste). Il nostro grand’uomo si trovava, allora, a Linz, in Austria: aveva già pubblicato l’Astronomia Nova (1609), in cui â— liberandosi una volta per tutte d’ogni residuo velo teologico e biblico â— aveva dichiarato che gli era « più sacra la verità » (heiliger ist mir die Wahrheit) assumendo così per la prima volta de cisamente la responsabilità dello scienziato con le sue negazioni e asserzioni. Era anche già uscita (1610) la più famosa delle pubblicazioni kepleriane, la Disser tatici cum Nuncio Sidereo, che rappresenta il primo colloquio scientifico tra l’astronomo svevo e Galilei, dopo l’invenzione da parte di quest’ultimo del primo cannocchiale che aveva provocato nel tedesco com prensibile gioiosa agitazione, tanto da fargli esclama re: « Oh canna meravigliosa, più preziosa d’uno scet tro! ». (Oh du herrliches Rohr, köstlicher als ein Szepter!) e dichiarare che «nessun re poteva donar(gli) di più delle osservazioni degne di fede » (kein König kann mir mehr schenken als zuverlassige Beobachlungeri).
LA RAGIONE DELLA SUA ESISTENZA
Già matematico imperiale dal 1601, nominato poi anche alla corte austriaca nel 1611, si era trasferito da Praga a Linz, vedovo con cinque figli, e vi aveva spo sato, ultraquarantenne la giovinetta Susanna Reuttinger, che assai meglio dell’ipocondriaca Barbara Müller aveva saputo dargli (oltre altri sette figli) quella quiete familiare di cui tanto abbisognava. E proprio mentre egli, l’occhio alla natia Svevia, tendeva appas sionatamente a essere chiamato a insegnare a Tübingen, lo coglie â— lui nato cattolico ma passato poi alla con fessione di Augsburg â— l’esclusione dalla sacra men sa decretato dal Concistoro luterano di Stuttgart. E’ l’inizio dell’aperto scontro di Keplero con la rovente atmosfera di lotta religiosa del suo tempo. In tal fran gente, e mentre si cerca di allontanargli gli scolari dalle lezioni e il suo maestro, il teologo Hafenreffer, lo accusa di « cavillosità astronomica nella teologia » (astronomische Spitzfindìgkeit in der Theologie) e il Concistoro da Stuttgart aizza gli animi contro quel « cervellino imbroglione » (Schwindelhirnlein), gli giunge la lettera della sorella, che lo induce a pre cipitarsi a Leonberg in soccorso della madre.
Si vede dunque tutta l’importanza che ha avuto ta le episodio nella vita di Keplero: giunto alla fama, os sequiato dai regnanti, disputato per l’insegnamento, già gloria della sua patria, gli arriva â— infido e non diretto â—- il colpo mancino dal sottofondo rovente e oscurantistico dell’epoca. La madre accusata di stre goneria, egli stesso sospettato di arti magiche. C’era poi anche una precedente ruggine tra lui e il mondo luterano tedesco: negli ultimi anni del secolo, incari cato di redigere il calendario, s’era battuto perché i Paesi luterani finalmente accettassero il calendario gregoriano, in vigore già dal 1582, che per essere l’ori gine papale e quindi cattolica era considerato « un aborto » (eine Missgeburt) dai luterani ; Keplero, in una vibrante lettera al suo maestro Mästlin, ch’era anch’egli contrario, s’era autodefinito un « terribile eretico » (ein arger Ketzer), soggiungendo: « … Ma che intende dunque fare metà della Germania? Per quan to tempo vuol tenersi staccata dall’Europa?… ». (Was will denn das halbe Deutschland machen? Wie lange will es sich von Europa Abspalten?).
Ora, la lotta si faceva aperta, e feroce. « Con indi cibile angustia nel cuore » (rn.it unaussprechlicher betriebnus seines Herzens), Keplero accoglie la notizia e parte. E per sei anni, dal 1615 al 1621, è tutta una fatica, un dispendio di energie e di beni, un angoscio so aggrapparsi ad amicizie altolocate, fino a quel mem bro della facoltà giuridica di Tübingen al cui provvido intervento si deve, finalmente, la felice conclusione della paurosa avventura. Sappiamo che, durante i due viaggi a casa (di cui uno per un soggiorno di un an no, che gli fece perdere i 400 fiorini di compenso a Linz), Johannes sovvenne la madre â— che patì il car cere per ben 14 mesi â— fino a scrivere e inoltrare gli atti di difesa. Con lei, difendeva anche se stesso, co me abbiamo visto; proseguiva e ribadiva la lotta con tro le più insidiose e retrive forze che intendevano opporsi alla sua volontà e missione di chiarificatore delle idee del suo tempo: quello che Galilei, circa die ci anni dopo, in campo avverso ma non meno ottuso e indifferente situazione farà per suo conto e con ben diversa fortuna. La vittoria finale arrisa a Keple ro, che evitò a lui guai gravissimi e allontanò il rogo da colei cui egli doveva anche l’avvio a quella strada ch’era la ragione della sua esistenza, fu ottenuta a denti stretti, tanto che un protocollo del tempo anno ta come la prigioniera, poi assolta e rilasciata, era comparsa «purtroppo » (leider) in giudizio assistita dal « suo signor figlio il matematico Johannes Keplero » (mit Beystand Ihres Herrn Sohns Johann Kepler Mathematici). E’ evidente che l’autorevole, inattesa pre senza del famoso scienziato guastò le uova nel panie re ai giudici, che non poterono così infierire sulla po veretta già predestinata a uno di quegli infernali spet tacoli di fiamme, fumo, urla, imprecazioni e salmodie così abituali allora un po’ dovunque sulle piazze di paesi e città.
Il processo si svolse nella vicina Güglingen, nel set tembre del 1620, e già da due anni infuriava in Euro pa la guerra dei Trent’anni il cui inizio aveva coinci so per Keplero, olimpicamente, con la pubblicazione della sua opera maggiore, l’Harmonices Mundi Li bri V. Durò fino all’ottobre del 1621, e l’esito felice fu seguito per Keplero dalla rinnovata nomina a mate matico imperiale. Le fiamme preconizzate si spegne vano stridendo e il fumo si sfaldava definitivamente all’orizzonte. Katharina Keplero, prostrata e stroncata nel fisico da quella brutta avventura, si rintanò di nuovo a Leonberg. ove morì settantenne non molto tempo dopo. Johannes si ricongiunse a Regensburg alla famigliola, e visse altri nove anni tra Ulm, Sagan e Regensburg. Lo attendeva ancora il compimen to delle Tavole Rudolfìne iniziate dal grande astrono mo danese Tycho Brahe. Il piccolo orizzonte di Leon berg si richiudeva e il suo grande figlio le sfuggiva an cora sano e salvo, destinato a finire lontano dalle col line ai margini della Foresta Nera, concludendo la straordinaria carriera di scienziato e scrittore con la pubblicazione di un curiosissimo libretto, sconosciuto ai più e che proprio oggi dovrebbe leggersi come l’ispi rato canto del cigno d’un grande spirito profetico: Somnium seu Astronomia Lunaris.
Questo « sogno » è quanto di più deliziosamente poe tico ed estroso possa immaginarsi e ci dà â— all’estremo culmine della sua vita â— l’improvvisa rivelazione di quanto il suo spirito fosse più estrosamente intui tivo che freddamente razionale. Concepita negli anni studenteschi di Tübingen, durante i quali l’originale interrogativo di come potesse essere visto dagli ipo tetici abitatori lunari il moto dei pianeti e del sole cominciò ad agitare la mente di Keplero, l’operetta si trascinò per anni incompiuta; ma nel 1611 una co pia del manoscritto capitò nelle mani di un tal baro ne von Volckerstorff, che la portò a Tübingen.
UN « DIVERTIMENTO » DELLA FANTASIA CREATRICE
La cosa fu fatale a Keplero, poiché il « sogno » â— una fantasia di suoi colloqui e relazioni con spiriti celesti con cui il nostro voleva convincere coloro che credono unica mente a ciò che hanno visto â— passò ben presto in dominio pubblico, al punto che « se ne era ciarlato perfino nelle botteghe dei barbieri » (dass sogar in den Barbierstuhen darüber geschwatzt worden ist), fo mentando e rinsaldando la convinzione ch’egli (Durakotus, nel sogno) e la madre (Fiolxhilde) effettiva mente avessero ricevuto il messaggio del « demone » circa il modo di poter pervenire all’isola Levania (la Luna), sospesa nell’etere a 50.000 miglia dalla Terra, sull’accelerazione necessaria a vincere la forza di gra vità terrestre, sui pericoli di tale accelerazione per l’uomo, sullo stato ideale una volta pervenuti nel vuo to atmosferico, sull’attrazione lunare ecc. Questi e gli ulteriori insegnamenti circa le varie fasi della prospet tiva terrestre dalla luna, la questione delle eclissi to tali e parziali ecc., elencati con linguaggio scientifico eppur con piglio e vivacità da racconto di fiabe, do vettero profondamente impressionare gli animi del tempo ; e se nelle campagne e nei borghi, nelle man sarde e nelle cantine, artigiani e armigeri, vecchie e fanciulle traevano da tale racconto, con stupore e or rore, la conclusione più ovvia e naturale, che cioè il matematico imperiale Keplero dovesse intrattenere o aver intrattenuto aberrante commercio con esseri che la religione vietava puranche di nominare, non saremo certo noi oggi a meravigliarcene, se soltanto da pochi decenni possiamo dirci familiarizzati con una simile materia. Per Keplero stesso, il « sogno » dovet te rappresentare insieme intuizione e aspirazione li beratrici, un divertimento della fantasia creatrice pur entro il rigoroso dominio del raziocinio scientifico, l’operetta del cuore ch’egli amorosamente portò seco durante tutta la vita, corredandola negli ultimissimi anni di Notae e di una traduzione dal greco in latino de Il volto della Luna di Plutarco. Storicamente, rap presenta la chiave decisiva a spiegarci la via che po té condurre il matematico e astronomo imperiale Johannes Keplero, uno dei massimi spiriti illuminati d’ogni tempo, al suo singolare e penoso incontro con le streghe.