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LETTERATURA: Viaggi: Afghanistan, viaggio del 1976

3 Settembre 2009

di Vincenzo Moneta

Qui, a 3.800 metri di altezza, ammirando quella che è considerata una delle meraviglie del mondo, pensiamo alle leggende afghane che raccontano come l’eroe Hazrat Ali scese-volando dalla cima della montagna per costruire la diga che forma i cinque laghi di Band-i-Amir nell’Hindukush.
L’Afghanistan non è più medio-oriente e non è ancora estremo oriente, e centro-Asia, terra di deserti e terra di montagne, terra di nomadi e di montanari. Manca il formicolio delle folle cinesi, manca il fanatismo delle popolazioni arabe, manca la miseria della gente indiana. Prima della nascita di Cristo i geografi classici Eratostane e Strabene chiamarono l’Afghanistan: “Paese degli Ari”. Da qui, mossero intorno al 1000 a.C. le tribù indo-iraniche verso oriente ed occidente, iniziando quegli spostamenti umani che segnano le pagine della storia. Qui passarono Alessandro Magno, gli Unni, gli Arabi ed i Mongoli.
I nomadi, che insieme alle altre razze popolano questa zona, provenendo dall’Oriente, hanno costituito il primo legame con l’Occidente. Essi sono stati i veri intermediari tra i due mondi. Le origini storiche del nomadismo asiatico sono state la pastorizia e la caccia, esattamente come per tutti gli altri popoli nomadi, i quali iniziarono a camminare spinti da necessità di trovare pascoli nuovi ed intatti per sfamare gli animali, e terreni di caccia ricchi di selvaggina per sfamare gli uomini. E anche qui, come in altre parti del mondo, i nomadi rappresentano un grosso problema, la cui soluzione non può certo essere la forzata dimora fissa o l’impiego come forza lavoro a basso costo in industrie nascenti.
D’altro canto va detto che molte aree di nomadismo, specialmente laddove non esistono risorse naturali, non si prestano ad altro che al pascolo. La presenza dei nomadi significa che almeno alcuni prodotti, come la lana, la carne ed il latte, vengono ricavati da una terra che altrimenti sarebbe assolutamente sterile.
La valle di Bamian per un lunghissimo periodo di tempo fu centro di incontro di uomini diversi, percorsa dalle vie dei mercanti e dei nomadi, ed inevitabilmente ed in modo imponente traversata anche dalle correnti delle idee e dell’arte. Mentre scendeva dall’ovest il mondo intellettuale del classicismo greco-romano, risaliva dal lato opposto la filosofia religiosa del buddismo e Bamian raccoglieva in sé gli influssi dell’uno e dell’altro. Del piccolo regno di cui era capitale rimane questa grande 42roccia, sulla quale sono scolpite le gigantesche statue del Budda, e sulla quale s’aprono innumerevoli le celle dei monaci. La parola di Gotama Budda, nato nel Nepal nel 560 a.C-, ha impiegato numerosi secoli per arrivare in questi luoghi, dove sorse un monastero immenso che contò m certi periodi alcune migliala di monaci e dove si scolpirono questi due giganti in pietra, uno di 38 e l’altro di 53 metri, la più alta statua del Budda esistente al mondo. Entrambe le statue sono mutilate di mani e piedi e il loro volto è cancellato. La responsabilità di tali deturpazioni e vanamente attribuita ora all’invasione mussulmana, ora a Gengis Khan e ora agli avvenimenti della guerra d’indipendenza contro gli inglesi.
La volta sul capo delle statue conserva tracce dei dipinti che rappresentano Bodhisattva, cioè seguaci di Budda in stato di grazia, aureolati come santi cristiani, e fedeli in atteggiamenti oranti. Anche l’interno di numerose celle e delle cappelle di dimensioni maggiori, evidentemente sale di riunione dei monaci, conservano affreschi che costituiscono documento prezioso per l’evoluzione dell’arte greco-buddista dal 200 al 600 dopo Cristo.
Nel IX ° secolo   le avanguardie arabe giunsero sino all’Iran ed all’Afghanistan e fu da allora che il paese divenne mussulmano.
L’anno 1271 segnò la partenza dei due fratelli Matteo e Nicolo Polo e del figlio di questi. Marco, allora diciottenne, dalle sponde dell’Asia Minore, diretti alla corte del Gran Can . Marco Polo entrò nell’Afghanistan moderno a Supunga. A 50 Km. a est della città di Supunga, nell’Afghanistan settentrionale, si trova Mazar-i-Sharif. E’ una città medioevale che sorge lungo la pista che percorre da est a ovest la grande pianura Battriana, ad una ventina di chilometri da quella che una volta era la superba Bactra.
Bactra veniva chiamata dagli scrittori persiani la “madre di ogni città”, diede i natali a Zoroastro, fu conquistata da Alessandro il Macedone e rasa al suolo da Gengis Khan. Da allora economicamente ed ideologicamente Mazar-i-Sharif ha preso il suo posto. La nuova città sorse intorno a questo famoso santuario mussulmano shiita, costruito sul luo go in cui, secondo la leggenda, fu sepolto l’iman Ali, califfo dell’Isiam dal 656 al 661, cugino e genero di Maometto. Soprattutto i seguaci delle sette shiite più estremiste vedono in Ali una autentica incarnazione di Dio e pongono la sua figura addirittura al di sopra di quella del Profeta.
Da tutti i paesi della Battriana e del Katagan giungono alla città-santuario i contadini Tajiki, i mercanti Hazara e Sikhi, i pastori Turcomanni, i cammellieri nomadi Paktuni, i montanari Uzbeki. L’occasione della visita al santuario da modo agli abitanti di ciascun villaggio del circonda di sentirsi parte di una comunità più vasta che si identifica in uno stesso culto religioso, in una cultura comune e nella dipendenza economica da una stessa città tempio.
A 1700 metri di altezza sorge la capitale: Kabul. Essa è per noi, prima di tutto, odore e calore. Calore d’agosto, secco e bollente come certi giorni di solleone delle estati italiane aumentato dall’aridità del suolo.
Acutissimo odore di escrementi che mozza il fiato. Quell’odore, frammisto alla polvere, è come un continuo soffio potente che da una specie di febbre e che un pò alla volta diventa un’entità fisica quasi animata.
 Il baazar di Kabul è la   vera   passerella dell’Afghanistan. Il   suo nome e CHAR CHATTA, che vuoi dire quattro arcate, in quanto, tante erano le   splendide   volte   che   coprivano   la zona   del   mercato antico che nel 1842 fu distrutto dagli inglesi per rappresaglia al massacro di un corpo militare, durante la prima guerra anglo afghana.  

 La grandissima maggioranza delle donne afghane indossa ancora oggi il ciador, cioè il velo che le copre interamente, identico a quello di secoli fa. Anche se la tradizione che vuole la donna inferiore viene oggi disapprovata, non ha però mutato il concetto che i popoli mussulmani hanno della donna, la quale resta nell’Isiam inferiore all’uomo, creata per il suo piacere e servizio. Secondo la tradizione passa da bambina a moglie tra i 13 ed i 15 anni, sposando un uomo che la compera ad un prezzo determinato valutabile in denaro, terra, pecore od altra merce preziosa. Questo prezzo costituisce una vera e propria dote, anche se chi la versa non è la fanciulla, come in occidente, ma l’uomo. Ma nel 1959 fu decretato che le donne potevano mostrarsi in pubblico anche senza velo; prima questo era concesso solo in alcune tribù nomadi e di conseguenza da allora le donne sono via via entrate ne! mondo degli uomini.
L’Afghanistan è repubblica presidenziale dal 1973, quando, con un colpo di stato, il principe Daud depose il rè, di cui, oltre che parente stretto, era stato tutore e Primo Ministro dal ‘53 al ‘63. Il sovrano deposto, che stava allora soggiornando a Roma, e che tuttora si trova in Italia, subito dopo fece atto di formale abdicazione, riconoscendo come legittimo il nuovo regime e chiedendo di rimanere cittadino afghano.  

In politica estera l’Afghanistan si è sempre attenuto ad una rigorosa neutralità. Ha buoni rapporti con l’Unione Sovietica e con gli Stati Uniti, e da entrambi riceve ingenti crediti e sussidi per il suo sviluppo economico, tanto che, secondo un detto qui diffusissimo, “in Afghanistan si fumano sigarette americane e si accendono con fiammiferi russi”. Ma più che alle questioni internazionali il regime di Daud pare guardare soprattutto ai problemi economici e sociali interni, che sono molti e di non lieve entità. Il paese vive ancora in una dimensione medioevale; dei suoi circa 19 milioni di abitanti (le cifre possono essere solo approssimative perché manca anche l’anagrafe) l’80   è analfabeta, diffusi sono il tracoma, la tubercolosi e la lebbra, le strutture igienico sanitarie sono praticamente assenti. Benché siano state intraprese alcune importanti riforme, come quella nel campo dell’istruzione, anche femminile, della pastorizia, dell’edilizia, si tratta di vedere se il nuovo regime sarà in grado di regolare lo sviluppo del paese non secondo i peggiori modelli   del   consumismo occidentale ma in   base alle condizioni   reali dell’Afghanistan, alla sua storia, alle tradizioni dei vari gruppi etnici.
Di fronte a questa complessa situazione, a poco serve affrontare secondo la nostra ottica tradizionale i temi della democrazia e del progresso sociale, la nostra concezione della libertà, di pensiero, di associazione, di attività politica e sindacale, non trova certo riscontro qui, a riprova delle difficoltà di capire i problemi di un paese tanto lontano e tanto diverso dalle società industrializzate occidentali.
 

Di questo viaggio, dei tanti incontri, di questa ricerca dei nostri simili, chi come noi ha cercato di avvicinare una diversa realtà senza senza preconcetti e giudizi prefabbricati, non resta solo l’impressione di deserto e di polvere. Resta soprattutto, ed è una sensazione incancellabile, nella nostra memoria ma anche nel nostro animo, l’affabilità e la gentilezza di un popolo, il sorridere del volto con cui sempre siamo stati accolti e accettati.

Vincenzo Moneta
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