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Libia. Armare i rivoltosi?

2 Aprile 2011

Ci mancherebbe anche questa. Gli Usa ci stanno pensando, la Gran Bretagna e la Francia non hanno bisogno di pensarci. Lo fanno già: con molta circospezione, ma non bastevole.

Nessuno si preoccupa delle conseguenze. Se gli armamenti diverranno massicci e se gli Usa decideranno di contribuirvi, la Libia può diventare la scintilla di un conflitto di vaste proporzioni. Questi nostri capi di Stato occidentali, veri e propri Rodomonti, si rendono conto in quale pasticcio si stanno e ci stanno ficcando?

La Russia e la Cina, due grandi potenze, temibili da chiunque, hanno già messo sull’avviso gli Occidentali di non esagerare.
Ormai abbiamo documenti e testimonianze che i bombardamenti sui bersagli sensibili hanno provocato già fior di vittime innocenti, dimostrando ancora una volta che non ci sono bombardamenti chirurgici.

Se gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna armeranno i rivoltosi, è assai probabile che il governo di Gheddafi avrà il sostegno militare della Cina e della Russia. A vendere armi in Libia, e non solo in Libia, ma in tutto il fronte nordafricano, si fanno affari d’oro, e se questi affari d’oro si armonizzeranno con un braccio di ferro tra potenze che si contendono la supremazia mondiale, tanto di meglio.

La guerra di Libia, dunque, corre su di un filo rosso che rischia di spezzarsi e deflagrare. Non ci vuole molto. Già si sono superati i limiti, ad esempio a riguardo della reale portata della risoluzione 1973 dell’Onu, che certo non consentiva i bombardamenti, ma solo il controllo dello spazio aereo.

L’Unione africana è in fibrillazione, più vicina a Gheddafi che ai rivoltosi. Si tratta di Paesi che se non hanno arsenali potenti come l’Occidente, hanno le popolazioni e i numeri per contare nell’assemblea dell’Onu, e non solo.

La Russia e la Cina non hanno fatto la voce grossa soltanto per il piacere di sprecare fiato. Rilasciare certe dichiarazioni forti e poi magari starsene immobili mentre gli Usa mandano armi ai rivoltosi, insieme con Francia e Gran Bretagna, significherebbe perdere la faccia. E non credo che Russia e Cina, magari insieme con l’India, vadano cercando proprio questo.

Attenti dunque a non precipitare nel baratro. L’Italia stia accorta a non farvisi trascinare, e svolga piuttosto il ruolo che le è più congeniale: quello della via diplomatica alla pacificazione.

Leggo e sento che si dà Gheddafi vicino alla resa. Non ci credo. Ossia, posso credere ad un Gheddafi sconfitto, ma non a un Gheddafi che si arrende. Lo ha dichiarato sin dal principio. Non se ne andrà dalla Libia e combatterà fino alla morte.

Ieri Ferrara sosteneva che il sanguinario Gheddafi, così come succede per tanti altri tiranni, ha garantito, per lo meno dal 2006, un equilibrio nel suo Paese, ma anche in buona parte dell’aria mussulmana. Sono d’accordo.

Continuo a sostenere, perciò, che devono essere i libici a decidere del loro destino: sembra che Gheddafi goda ancora del sostegno di tutta la parte occidentale della Libia. Se è davvero così, siamo in una situazione particolare, che non ha niente a che vedere con quelle che si presentarono in Iraq e in Afghanistan.

Dunque ci si adoperi affinché siano i libici a decidere, con libere elezioni da tenersi sotto il controllo dell’Onu. Mi domando perché ciò che sembra rispondere ad una logica democratica, nel caso della Libia non lo si vuol riconoscere e far funzionare.

Articoli correalti

“Le ignote incognite della Libia” di Daniel Greenfield. Qui.

“Sinistra snobba il corteo e i pacifisti fanno flop Ora al Pd piace la guerra” di Francesco Maria Del Vigo. Qui.

“Maroni accoglie i profughi ma ora le Regioni rosse decidono di scaricarli” di Maurizio Caverzan. Qui.

“Accoglienza immigrati, Chiamparino ora dice no: “Non sono un fesso”. Qui.

“Giustizia, Alfano deciso sulla riforma “Anche in piazza per farla passare”. Qui.


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Bart