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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: L’ultimo pastore

3 Novembre 2007

racconto di Gian Gabriele Benedetti

[di Gian Gabriele Benedetti: “Paese”, Lalli Editore, 1986]  

Quel prato scosceso, che trasudava freschi profumi di intatte tenerezze, pareva uno scampolo di velluto color smeraldo, lì posato, a mo’ di toppa, su uno strappo casuale nella trama inerte del vestito frondoso di un bosco, disteso a non concedere tregua alcuna, nel suo assillante abbraccio di rami intricati, al silenzio secolare del monte.

L’oasi d’incanto, immersa nella quiete sbiadita di pozze lontane di tempo e bagnata d’azzurro da uno sguardo di cielo non infranto, si trastullava felice con l’incessante andare delle stagioni, intrecciando man mano pagine intrise di delicate alchimie.
Dalla sua eco profonda evaporava il tenue respiro che ammaliava l’occhio ammirato e bruciava l’animo rivolto a mendicare momenti levigati di pace sempre invocata.
Proprio lassù, dove la vita aveva visto trascorrere immutabile il suo rosario, aveva posto le vetuste radici una casupola solcata dalle rughe incontenibili degli anni. La minuscola costruzione, unica chiazza grigiastra nel tripudio di verde, si poteva credere nata col prato e costituiva un tutt’uno con esso, un vero fiore all’occhiello nel vestito a festa, tanto che, se fosse mancata, il prato stesso si sarebbe verosimilmente dipinto di abbandono e di tristezza.
Il tetto di lavagna, vezzosamente a punta, era come un cuneo conficcato nella trasparenza di cristallo dell’aria.
Un sospiro di fumo cenerino, dall’odore buono di legna arsa, vagava nel cielo e scherzava, sbarazzino, con il richiamo del vento in un gioco arabescato di volute capricciose fino a stracciare le sue eteree vesti ed a svanire nel nulla. E se non fosse stato per questo volubile nastro evanescente, visibile anche a distanza, si sarebbe potuto supporre che in quel fazzoletto remoto di terra non esistesse parvenza di vita umana.
Così chi si fosse avventurato lungo lo stretto viottolo, che snodava le sue spirali ripide e sassose immerso nel corteo ombroso di alberi dimentichi dell’età, e avesse avuto la ventura di spingere il passo affannoso sino a scoprire il lago di verde, si sarebbe reso conto per davvero che un frammento di esistenza antica e ritualmente identica era rimasto ad animare il rotolare dei giorni ed a cancellarne il sonno silente.

Lì, infatti, sfogliava, fin dalla nascita, il libro scarno del tempo Tonio, chiuso nel suo mondo primitivo, in simbiosi continua con il canto virgineo e perpetuo della natura.
La solitudine non scalfiva minimamente il suo animo aperto e generoso, che sapeva appigliarsi ai segni leggibili delle cose intorno: era amico del vento, che con le sue mille e mille voci infilava il bosco, trastullandosi con le chiome rassegnate, o sussurrava o gridava alle finestre ed all’uscio di casa; era amico del vagabondare instancabile delle nuvole, sempre prodighe di mutazioni fantasiose, cariche di sfumati misteri, e disposte a corteggiare un sole svagato, ma mai stanco di giocare nel suo continuo viaggio attraverso i solchi celesti; era amico del canto degli uccelli, i quali, sullo spartito di eterne e sempre uguali emozioni, intrecciavano melodiose e struggenti sinfonie che si stendevano serene, come ragnatela ad imbrigliare i sentieri della mente ed a tambureggiare con dita frementi di tenerezze mal celate alle porte del cuore; era amico delle stelle, quando nelle sere limpide accendevano i lumi ad una ad una: dapprima slavati nell’ultimo chiarore del tramonto, poi, pian piano, più vividi e vibranti, come se i bottoni d’oro delle pratoline avessero abbandonato lo stelo e si fossero trasferiti lassù nel lago abbrunato del firmamento (e gli veniva voglia di contarle fino a sentirsi stordito); era amico della luna ammiccante, che assumeva vezzosa un aspetto di volta in volta diverso, simile a giovane birichina e volubile, conscia della propria maliziosa bellezza, e che scandiva i colori della sera irrorando di esili carezze luminose il sonno beato della Terra…
E le stagioni, che non conoscevano soste nel loro mutare senza volgersi indietro, non avevano più segreti per lui. Ne avvertiva l’arrivo in momenti ancora indecifrabili per altri; ne inseguiva le promesse appena schiuse, ed il loro scorrere era immancabilmente in colloquio con lui.

Ogni volta, come da piccolo, era pronto a godere sino ad intenerirsi, quando il trillo del pettirosso si faceva più metallico ed il croco si apriva, deciso, premonitore, a bere nel suo calice di cielo i primi irrequieti raggi di sole oppure quando l’autunno si perdeva nella consueta danza irrefrenabile sulla tavolozza dei colori e seminava impronte ovunque posasse il suo passo leggero.
L’abbandono suadente all’ebbrezza dell’incanto naturale non era il solo motivo che aveva reso Tonio tetragono al tormento della solitudine, ma ciò che lo portava ad apprezzare per davvero il senso di ogni cosa ed a percorrere le redole di una serenità sapiente, quasi a sfiorare con mano trepida gli anfratti più reconditi della felicità, era l’aprirsi di tutto se stesso, in un legame d’affetto che soltanto la sensibilità acuta di un uomo solo può provare, verso quegli animali, ormai divenuti compagni inseparabili con i quali dividere i grani dei giorni: i suoi cani, due superbi pastori tedeschi, fedeli per razza e discendenza, dallo sguardo di ghiaccio, che non si scioglieva se non per lui, e le sue pecore, delle quali, per assidua convivenza, pareva aver preso sembianze ed abitudini.
Egli aveva appreso a vivere in connubio con loro e senza di essi l’esistenza non avrebbe potuto avere un significato.
Del gregge amava l’odore pungente, penetrante, robusto, tipico della propria pelle di duro montanaro; ascoltava le sue tante e tante voci, che riconosceva singolarmente, come quelle di persone note e care. Il suo scampanio fitto, diverso e monotono ad un tempo, era per lui musica che addolciva l’aria ansiosa e si appendeva alle radici dell’anima. Si riconosceva nel suo branco, perché esso emanava guizzi d’umano: aveva mani da stringere, corpo da abbracciare, occhi pietosi nei quali specchiarsi. E quando lo vedeva pigramente disteso sull’obliquità verzicante del prato, timido e raccolto, ma forte e coraggioso per quell’unione inscindibile istintivamente avvertita, allora nel suo io più nascosto germogliava, ingenuo e puro, un libero volo di commozione antica.
Commozione che si ripeteva e si moltiplicava ogniqualvolta sgusciava alla luce, umido ed incerto, il fragile procedere dell’agnello ancora acerbo e dal lamento di bimbo innocente.
Ed in compagnia dei suoi cani, maestosi e dolci, superbi ed ubbidienti, selvaggi e miti, si riteneva invulnerabile; provava la sicurezza di chi non è solo, di chi ha persone devote e leali al suo fianco, capaci di donare tutte se stesse. Si calava deciso nell’amabile gioire e talvolta soffrire che emergevano dal vivere insieme; sentiva il calore del loro corpo vibrare per lui, compagno adorato, inseparabile; percepiva nel palpito del loro abbaiare parole scandite e per niente sconosciute. E con essi parlava ed essi si abbandonavano, con espressione sempre viva, sempre pronta, sempre attenta, al suono familiare di quelle frasi e comprendevano e si aprivano trepidanti, come se nulla avessero di più tenero e gradito.

“Fido, Lampo, voi siete i miei fratelli” diceva, accarezzandoli, ed i cani guaivano amorevolmente, fremendo in tutte le fibre più intime ed emanando lampi di rorido affetto dai fondali dei loro grandi occhi, che parevano morbidi, fidati rifugi.
“Fido, Lampo! Là, alle pecore!”. Al cenno della mano amica ed al comando della voce consueta si distendeva la corsa sfrenata dei cani come dettata da primitivo richiamo, fino a perdersi in una danza ordinata ed in un fitto latrare intorno all’incauta giovinezza di una pecora ribelle, staccatasi imprudentemente dal branco paziente.
Poi il rapido ritorno, che si confondeva tra il profumo delle erbe, a guadagnarsi l’agognata carezza.
Così, sempre uguali, scivolavano stanchi i giorni, uno dopo l’altro, simili al ruzzolare d’autunno delle castagne mature. Ma Tonio non aveva neppure un momento da dedicare a certe lacerazioni del tempo, né tantomeno per coltivare pensieri appassiti. La sua vita di montanaro, semplice, separata dal mondo e legata al suo eremo permeato dalla risonanza di estasiati silenzi, non conosceva attimi arrugginiti dall’ozio. Ora si perdeva, quasi impercettibile macchia bruna, nel prato di giada a recidere le delicate erbe della primavera, vanitosamente intarsiate di fiori pudichi, che parevano aver rapito tutto l’incanto del cielo di perla; ora, alla vampa robusta della calura estiva,   voltava e rivoltava il fieno, che teneva racchiuso nel suo asciutto-acre aroma i roventi tentacoli del sole; ora ammucchiava nella terra aggricciata le foglie morte, cariche del vento d’autunno e dei ricordi di liete stagioni; ora si tuffava nel cuore del bosco disfatto e ne riemergeva lentamente sotto il pesante carico di legna per l’inverno.
Ogni sera, quando il giorno deponeva furtivo l’ultima luce nella culla del sonno, là dietro la pace perenne dei monti, chiamandole ad una ad una per nome, mungeva le sue pecore, lisciando delicatamente le turgide poppe e riempiendo il secchio del latte che imprigionava il sapore profumato del prato.
Ed era per Tonio una gran festa, quando la grossa caldaia di rame, ricolma, appesa alla sbarra di legno girevole veniva lambita dal fuoco generoso ed era pronta a dare il prezioso prodotto del gregge. Allora immergeva le sue mani sapienti, dimentiche dell’asprezza dei duri lavori, tuffandole piacevolmente nel siero tiepido per modellare con amore la bianca cagliata, sino ad ottenere una palla di morbidezza, che somigliava al ridente brivido di luna scolpito nella diafana purezza di una pozza d’acqua.
A volte, nella bella stagione, non appena il giorno aveva spremuto gli ultimi ammalianti grappoli di colori, Tonio, prima di serrarsi negli anfratti misteriosi del sonno ristoratore, soleva sedersi dinanzi all’uscio di casa a dar riposo al suo continuo faticare, circondato dal vigile sonnecchiare dei cani, mentre il gregge nel recinto sicuro già sognava pascoli sereni, aperti e sempre più verdi. In quei momenti di dolce abbandono spingeva il suo sguardo intorno a frantumare i segreti del primo buio e ad ascoltare le voci della notte-bambina. Lontano sfumava l’arco tormentato delle montagne agghindato da una veglia di stelle e fasciato d’ambra lunare. Gli avevano parlato del mare che si nascondeva al di là di quelle cime addormentate nel respiro dei millenni, e lui smarriva la mente ad immaginare immense distese azzurre mai vedute: acqua dopo acqua, a perdita d’occhio, fino ad amalgamarsi, in un tacito connubio, con le radici del cielo.

Nelle sere fredde, quando l’inverno ordiva, vagabondo folletto, arabeschi di gelo, aggrappato al calore carezzevole del focolare amico, indugiava nella penombra assopita, riportando il pensiero a ritroso, lontano lontano negli anni. Riassaporava attimi sfuggiti troppo in fretta, sfiorava volti cari, mai dimenticati, risentiva voci conosciute… Amava così perdersi ancora una volta nelle piacevoli fantasie vissute, quando le fiabe incartavano il mondo di sogni e quando non si avvertiva la ruggine rugosa del tramonto. Ad occhi chiusi, blandito dalla danza inquieta di una fiamma benefica, si cullava nei ricordi, mai distrutti nel lungo peregrinare sulle orme del tempo. Si ritrovava fanciullo, vestito alla meglio, con la malconcia cartella di cartone duro a tracolla, con un tozzo di pane in tasca, calarsi deciso giù per le pieghe della china e raggiungere la misera scuoletta brulicante di bimbi rubicondi; gustava di nuovo la gioia del ritorno, accolto dal pacato sorriso materno e dall’odore caldo del pranzo, sempre invitante anche se frutto di cibi frugali; si rituffava nell’ariosa spensieratezza delle corse gaie, alate, libere attraverso i fremiti olezzanti del prato o nel magico pulsare del bosco mansueto; si immergeva a raccogliere i semi delle convinte raccomandazioni paterne, caparbiamente conficcate nella testa e nel cuore: parole tanto sagge, tanto buone, tanto appaganti che avevano levigato non poco il cammino della sua esistenza; parole che non di rado ritrovava nelle pagine logore ed annerite del vecchio Vangelo, ricordo della sua Prima Comunione, tenuto da gran conto, ormai per un’eternità, sulla mensola del camino. Ogni tanto tornava con piacere a sfogliare quelle pagine consunte, che quasi conosceva a memoria, ma che erano sempre capaci di porgere quiete stupita e di saziare profondamente l’animo disserrato.
E nel silenzio del suo angolo più appartato bussava alle porte genuina emozione quando leggeva e rileggeva il discorso della montagna, che gli offriva la speranza di un cantuccio nella felicità eterna, oppure quando si soffermava attentamente sulla parabola del buon pastore. Pure lui, diceva, avrebbe lasciato al sicuro le novantanove pecorelle, per dare tutto se stesso nella ricerca di quella smarrita.
Così quelle lunghe ore fasciate di buio, trafitte dall’incerto baluginare del ciocco in lenta consunzione, se ne andavano con i pensieri che evaporavano nella mente, finché non scolorivano piano piano, quando la stanchezza posava sulla fronte un sonno carico di sfumate realtà ricorrenti, perdute tra le zolle di un viaggio proteso ad infrangere i confini del tempo.

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Al paese Tonio era conosciuto. Spesso era atteso dalla gente. Il suo viso bonario, il suo sguardo umile e schivo, il contenuto sorridere che a stento trapelava dal folto della sua barba ispida, il suo modo di comportarsi alquanto impacciato, alla montanara, emanavano immancabilmente fiati di calda simpatia.
Quando lo si vedeva spuntare in fondo alla strada, con passo lento, un po’ strascicato per via dei grossi scarponi, ricurvo sotto il suo zaino carico, ci si affrettava intorno a lui, ultimo pastore della zona. Egli tirava fuori il frutto del suo lavoro, che spariva a ruba, per la gioia delle mense. Contava soddisfatto il gruzzoletto racimolato e faceva le spese necessarie, riprendendo il cammino lentamente su per l’erta, fino a che non lo ingoiava il gioco grinzoso del monte.
Anche quell’anno, prima che esplodesse ovunque la felicità seducente che di solito riescono a sprigionare le feste natalizie, Tonio pensò bene di scendere al paese. Lo faceva ormai da sempre, per procurarsi provviste in abbondanza, consapevole che l’inverno lassù non consentiva agevoli e frequenti sortite.
In quella circostanza, poi, lo fece con maggior sollecitudine, giacché sentiva fin sotto la pelle, col suo istinto raffinato, che la triste stagione avrebbe maltrattato la montagna più del solito.
Si avviò con inconsueta solerzia lungo uno dei tanti viottoli, che, a guisa di rivoli tormentati, si divertivano a striare i fianchi del pendio, e si perse fra macchie di faggi scheletriti, indifesi e disposti a gemere al primo soffio di tramontana. Più volte “scollettò” e più volte si calò tra oscuri fossati fino a scoprire nel fondo della valle, disseminato come un gregge tardo, il vecchio paese. I tetti logori e corrugati sonnecchiavano pigri sotto un opaco raggio di sole, dispensato ad intarsi da un cielo a pecorelle, ed esalavano respiri soffici di fumo pronti ad abbandonarsi ad un dialogo furtivo ed imprevedibile con una brezza estrosa. Le vie, quasi deserte, si rannicchiavano nella taciturnità e nella malinconia della loro solitudine.

Tonio si sbrigò, caricando oltre misura il suo zaino capace: sapeva del carattere volubile e talvolta infido della montagna. Fino allora (ed era proprio un miracolo) la stagione pareva non aver voluto allontanarsi dalla malia di un autunno ancora distratto da certe tenerezze di colori ingannevoli, ma sarebbe di certo bastato il minimo capriccio per turbare quella insolita fragile tregua.
E già, infatti, ciuffi di nuvole biancastre, foriere di neve, si erano calate a far la corte alle solitarie cime più alte.
Ben presto Tonio prese a rivolgere i suoi passi smaniosi sui sassi sconnessi della via impervia del ritorno ed in breve l’orma, ora confusa, del paese scomparve alla vista. Camminò faticosamente senza soste, con lo sguardo puntato di tanto in tanto verso il cielo, che rapidamente andava lastricandosi di nubi prive di forma ed emanava una luce scialba. I monti intorno divenivano sempre più cupi. Non più un alito di vento a far vibrare l’aria sbigottita e a dar voce ai rami rinsecchiti degli alberi; non un grido a ferire la quiete stupefatta; non un rumore ad alterare un’attesa ormai carica di inquietudine. Tutto sembrava presagire l’angoscioso pianto di neve su una natura rassegnata.
Man mano che l’uomo s’inerpicava lungo l’acclivio, pur sudato ed affaticato, percepiva brividi freddi solcargli l’epidermide e ferirgli la schiena.
Intanto dall’alto scendeva un turbinare morbido come di nebbiolina fitta e leggera, che, quale sipario calato lentamente, cancellava pian piano il profilo delle alture. Già rari e larghi fiocchi frullavano lievi nell’aria immobile e pallida e cercavano, indolenti ed incerti, di adagiarsi nel grembo della terra.
A quel segnale, di lì a poco, fu tutto un brulicare compatto ed impaziente da togliere il respiro, e Tonio vi si immerse, tentando di sveltire il passo.
L’occhio, pur sforzandosi di spiare lontano, pareva abbrigliato e non percepiva altro che le tetre sagome degli alberi disadorni e la desolazione di un terreno livido, trafitto da falsi petali bianchi che cancellavano via via ogni segno.

Tonio avvertiva un ostinato turbamento nell’intimo, turbamento che si tramutava viepiù in un senso di paura: sapeva fin troppo bene che l’essere colti da una siffatta nevicata avrebbe potuto disorientare anche il più esperto montanaro, perciò si raccomandò a Dio e moltiplicò le residue forze per guadagnare quanto prima il suo rifugio sicuro. E si sentì per davvero sollevato, quando il latrare, ovattato ma festoso, dei cani ruppe il silenzio di gelo e gli annunciò la fine di un incubo.
Si scosse la neve di dosso e, carezzando ora l’uno ora l’altro animale, si rinchiuse nella casupola, che, rivestita di brume, pareva attendere nel segreto calore il suo ritorno. Adesso poteva nevicare per quanto avesse voluto: le provviste erano abbondanti e davano una certa tranquillità.
Nevicò veramente per giorni e giorni, senza interruzione, come mai aveva nevicato, e affogò ogni cosa intorno: tutto era sparito, persino il bosco, sommerso nel gran manto bianco. Non si ricordava, sul serio, una nevicata così a memoria d’uomo.
Quando il sole, dopo lunga assenza, squarciò le nubi e rivolse la sua occhiata carica di stupefazione verso la terra impallidita, fu un esplodere dappertutto di un bagliore accecante ed un liberarsi brioso di miriadi di brillanti, che parevano dispensati a piene mani da Angeli, scesi furtivamente nella notte a giocare col verginale candore della natura.
La gente, al paese, riprese ad uscire di casa, quali formiche dopo un temporale estivo. Tra grida festose di bimbi, si avvertiva il fervido manovrar di pale per sgombrare usci e vie e ricominciare in questo modo la vita di sempre. Si lavorò parecchio, si espressero pareri carichi di meraviglia, ci si aiutò a vicenda, secondo il costume paesano.
Seguirono giornate oltremodo rigide, nelle quali una tramontana intensa e maligna sferzò la terra addormentata sotto la coltre candida.
La neve gelò e la gente diceva che era divenuta dura come “l’osso del cane” e che sarebbe dimoiata solo a tarda primavera, arrecando disagi a non finire. Ci si preparava con apprensione ad affrontare un inverno lungo e difficile.

Fu allora che qualcuno pensò a Tonio, lassù soffocato nella solitudine di quel mare uniforme, e lo si immaginò bisognoso di aiuto e di conforto. Non si sarebbe mai dovuto dire che i paesani lo avevano abbandonato a se stesso. Così alcuni coraggiosi presero ad aggredire il monte fasciato di ghiaccio con robusti scarponi.
E non fu davvero impresa agevole, ma il cuore magnanimo sa dare ali al fiorire del desiderio più nobile.
Tra lo stupore di un bianco abbagliante, nell’aprirsi di volta in volta di archi di purezza infinita, al confine dell’armonia che unisce cielo e terra, si arrampicarono per ore ed ore, fino a che non avvertirono il belare disperato delle pecore e l’uggiolare pietoso dei cani.
“Forse saranno vinti dalla fame” commentarono gli uomini in un attimo di pausa. “Tonio non avrà potuto accudire a dovere le sue bestie”.
Ricominciarono a sgambare, e più si avvicinavano, più distinto ed accorato diveniva il lamento degli animali. Affrettarono il passo e con un ultimo sforzo riuscirono a portarsi dinanzi alla casa: la neve era ancora immacolata ed occludeva l’uscio e le finestre. Dall’interno i cani continuavano ad emettere lunghi guaiti di disperazione e non si dettero all’abituale abbaiare furioso per segnalare l’arrivo di estranei.
“Tonio! Tonio!… Siamo noi…!” gridarono i soccorritori, che principiavano ad avvertire i segni di un’inquietante preoccupazione. E stettero per un momento in ascolto. Dalla casa non trapelò la risposta attesa. Il silenzio era interrotto solamente dal richiamo quasi corale delle pecore rinchiuse nella stalla e dal guaire incessante e struggente dei cani.
Si dettero allora con furia quasi rabbiosa a liberare l’uscio dal mucchio di neve che si era lì appoggiata, come a cercar riposo dal lungo viaggio che l’aveva menata sulla terra.
L’uscio non era serrato dall’interno, sicché poterono rapidamente entrare. Nella penombra squallida di una misera stanza annerita dal fumo, Tonio era seduto su una sedia sgangherata, con le braccia ripiegate sul vecchio tavolo. Aveva il viso nascosto tra queste e pareva vinto da un sonno profondo, senza fine. I cani intorno piangevano la loro sconsolata disperazione per aver perduto il compagno fedele di una vita fatta di reciproco dare. Egli, ultimo pastore di una montagna tanto amata ma avara, ora muoveva di sicuro i suoi passi lievi nella pace eterna, dove si stendono, incontaminati, i pascoli celesti. Sta scritto, infatti: “Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli”.


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Bart