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Mai che si riesca a concludere qualcosa di buono

1 Giugno 2011

L’Italia ha la capacità, forse unica al mondo, di farsi sempre male da sola.
Diceva Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”. Mai obiettivo fu così presuntuoso e irraggiungibile.

Gli italiani non sono cambiati, sono rimasti quelli di sempre. Raramente sono in grado di portare a termine ciò che hanno cominciato.
Qualche giorno fa ricordai che non siamo mai stati capaci di finire una guerra con gli stessi alleati con la quale l’abbiamo cominciata.

Anche con la Libia, il mio convincimento resta sempre quello secondo il quale non ci siamo comportati bene. Da poco concluso un patto d’amicizia abbiamo dissotterrato l’ascia di guerra e siamo partiti all’arrembaggio. Mentre tutto avrebbe suggerito un comportamento diverso, quanto meno in sintonia con quello assunto dalla Germania.

Quella della Libia è stata una guerra avventata, fomentata con giustificazioni umanitarie che non reggono alla prova dei fatti. La Nato miete vittime civili, e non colpisce soltanto obiettivi militari. L’Onu si mostra indignato nei confronti della dittatura libica, ma lascia correre le altre ancora più sanguinose, come ad esempio in Siria.

Nel 1994, un uomo che gli italiani conoscevano come imprenditore geniale e di successo, ci regalò un sogno, quello di fare del nostro Paese uno Stato moderno ed efficiente.
È bastato questo proclama a mettere in movimento un vero e proprio verminaio di resistenze, di ogni risma. Quel sogno non doveva essere realizzato e ogni sforzo doveva essere ricercato e compiuto per neutralizzarlo.
Così questa resistenza accanita e perversa, nutrita di falsità e di ipocrisia, ha messo a nudo, ancora una volta il nostro carattere ballerino.

Gli italiani sono restii a sopportare impegni e fatiche quando la lotta per far prevalere un ideale, peraltro urgente e necessario, richieda una tenacia di lungo respiro. Siamo per il tutto e subito. Da conseguire con il minimo impegno.

Chi conosce questa caratteristica della nostra razza ha buon gioco. Basta far durare l’attacco e l’assedio il più a lungo possibile. Dopo le prime uscite dal fortilizio e le prime scaramucce, l’assediato non ha più voglia di lottare. Se non si arrende subito è perché ha un po’ di vergogna. Ma poi si riprende all’idea che non vale la pena continuare a combattere e che tutto sommato le cose possono restare come prima.
Questo cedimento è palpabile dopo i risultati delle ultime amministrative.
Berlusconi ha dichiarato di voler resistere, ma non potrà farlo da solo. Occorrerà vedere quanti lo abbandoneranno presi dalla stanchezza, dall’egoismo, dalla voluttà di rinuncia, dall’opportunismo e dalla vigliaccheria.

Da elettore di centrodestra mi permetto ancora di insistere.   Milano e Napoli non sono affatto il segno della disfatta generale. Tutto può essere recuperato se solo il governo saprà essere più incisivo sul percorso delle riforme. È la delusione che ha marchiato questa sconfitta. Lo devono capire quanti nella maggioranza sono attratti dalla sirena della rinuncia e della resa (a cominciare dalla Lega soprattutto, per finire a taluni capetti mollicci del Pdl pronti a distinguersi e a mollare).

Tutti costoro si sono assunti un impegno con gli elettori, e per questo sono stati anche pagati profumatamente. Sentano dunque il dovere di mantenere le promesse e di battersi fino in fondo per realizzarle.

Anche l’opposizione va proclamando di essere interessata alle riforme, ma quelle che ha in mente sono degli inutili palliativi destinati non a migliorare lo Stato ma a prolungare l’agonia e i vizi della prima Repubblica.

Altri articoli

“Il vincitore nascosto delle elezioni” di Luca Ricolfi. Qui.

“Fini e Casini esultano Ma perché i perdenti adesso fanno festa?” di Giancarlo Perna. Qui.


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Bart