Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il patto con Santander e Jp Morgan. Adesso spunta una lettera segreta

28 Gennaio 2013

di Fiorenza Sarzanini
(dal “Corriere della Sera”, 28 gennaio 2013)

ROMA – Un patto tra acquirente e venditore per truccare i conti e far salire il prezzo di Antonveneta. Un accordo non scritto tra gli spagnoli del Santander e gli italiani di Monte Paschi per dividersi la «plusvalenza » di quell’affare. Gli atti contabili, le comunicazioni interne, le relazioni trasmesse agli organi di vigilanza sequestrate otto mesi fa per ordine della magistratura di Siena e analizzate dagli specialisti della Guardia di Finanza, hanno consentito di trovare indizi concreti su questo intreccio illecito. E di aprire una nuova fase d’indagine che si concentrerà sui testimoni da ascoltare. Personaggi che potrebbero conoscere dettagli inediti di quanto accadde nel 2007 quando Santander acquistò la banca per 6,3 miliardi di euro e appena due mesi dopo riuscì a venderla a Mps per 9,3 miliardi di euro con un’aggiunta di oneri che fecero lievitare la cifra a 10,3 miliardi. Un ulteriore miliardo che potrebbe rappresentare la «stecca » aggiuntiva e coinvolge direttamente Jp Morgan.
L’armadio dei documenti – Nell’elenco c’è anche il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior e da vent’anni responsabile di Santander per l’Italia che ha più volte incontrato l’ex presidente Giuseppe Mussari, come dimostrano le agende sequestrate a quest’ultimo. Lo scorso anno, indagando sui conti dell’Istituto opere religiose, le Fiamme gialle sequestrarono nel suo ufficio un armadio pieno di documenti sulle operazioni condotte da Santander nel nostro Paese. E contenevano i nomi di alcuni consulenti che negli anni hanno affiancato l’istituto spagnolo e potrebbero aver avuto un ruolo importante anche nella vendita di Antonveneta. Tra i nomi spicca quello di Marco Cardia, avvocato che si occupò di alcuni aspetti dell’acquisizione per conto di Mps all’epoca in cui suo padre Lamberto era presidente della Consob. Sono diverse le persone che in questi mesi avrebbero già aiutato gli uomini del Nucleo valutario a ricostruire il percorso dei soldi. Denaro trasferito all’estero e in parte fatto rientrare grazie allo scudo fiscale. Ma ancora molto ne manca all’appello e soprattutto altre speculazioni sono state effettuate negli ultimi mesi. Per questo, come viene confermato dai magistrati senesi, si continua a indagare pure per aggiotaggio. Non escludendo che anche in queste ore ci siano nuove manovre illecite sul titolo. Testimone chiave in questa fase si è dimostrato Nicola Scocca, l’ex direttore finanziario della Fondazione che sarebbe stato interrogato già quattro volte.

Il patto tra le banche – Sono gli ordini di perquisizione notificati il 9 maggio scorso a svelare quale sia il nocciolo dell’inchiesta. E per quale motivo siano finiti nel registro degli indagati l’ex direttore generale Antonio Vigni e gli ex sindaci Tommaso Di Tanno, Leonardo Pizzichi e Pietro Fabretti. Adesso l’indagine si è allargata coinvolgendo Mussari, il presidente della Fondazione Gabriello Mancini, l’ex direttore generale dell’ente Mario Parlangeli e l’attuale, Claudio Pieri. E con un faro acceso sull’attività di Gianluca Baldassarri, direttore dell’Area finanza fino allo scorso anno. Dopo l’esborso di oltre 10 miliardi e l’accollo dei debiti per ulteriori otto miliardi, bisogna ripianare il bilancio. Le ricapitalizzazioni e i prestiti del Tesoro non sono evidentemente sufficienti. E così i titoli Mps in portafoglio alla Fondazione finiscono in pegno a undici istituti di credito, una sorta di cordata guidata da Jp Morgan che coinvolgeva anche Mediobanca. I finanziamenti arrivano attraverso contratti di Total Rate of Return Swap (Tror) e per questo i magistrati chiedono ai finanzieri di sequestrare le «note propedeutiche agli accordi di stand still siglati con la Fondazione, la documentazione relativa alle contrattazioni che hanno determinato il rilascio di garanzie in favore delle banche o del “Term loan” da parte della Fondazione Mps, la loro novazione, documentazione concernente il ribilanciamento del debito contratto dalla Fondazione ».

Le manovre speculative – L’esame dei documenti effettuato in questi otto mesi dimostra che per sanare la voragine nei conti aperta con l’acquisto di Antonveneta furono messe in piedi operazioni ad altissimo rischio come i bond fresh del 2008 e quelle sui derivati. Ma non solo. I magistrati sono convinti che il valore delle azioni sia stato gonfiato dai dirigenti di Mps e che queste manovre speculative siano andate avanti anche negli anni successivi, in particolare tra giugno 2011 e gennaio 2012.
Obiettivo: nascondere un disastro finanziario che i vertici del Monte Paschi avevano invece escluso. Non a caso nei decreti di perquisizione del maggio scorso viene evidenziato come «la documentazione acquisita e le informazioni testimoniali fanno emergere l’ostacolo all’attività di vigilanza della banca d’Italia poiché risulta che organi apicali e di controllo di Mps, contrariamente al vero rappresentavano che la complessiva operazione realizzava il pieno e definitivo trasferimento a terzi del rischio d’impresa e che la stessa non contemplava altri contratti oltre quelli già inviati ».

Il falso su Jp Morgan – Agli atti c’è una lettera trasmessa il 3 ottobre 2010 dal direttore generale di Mps Vigni a Bankitalia sull’aumento di capitale da un miliardo riservato a Jp Morgan. Dieci giorni prima Palazzo Koch aveva chiesto «delucidazioni circa la computabilità della complessiva operazione di rafforzamento patrimoniale da un miliardo di euro nel core capital ». Vigni risponde che «in ordine all’assorbimento delle perdite Jp Morgan ha acquistato le proprietà delle azioni senza ricevere alcuna protezione esplicita o implicita dalla Banca ». Affermazioni «non rispondenti al vero » secondo i pubblici ministeri che contestano al direttore generale di aver mentito «anche sulla flessibilità dei pagamenti riconosciuti alla stessa Jp Morgan ». E di aver provocato un’ulteriore, gravissima perdita finanziaria a Mps.


Mps, distrutti così 15 miliardi dei soci e svenduti i tanti gioielli di famiglia
di Maurizio Bologni
(da “la Repubblica”, 28 gennaio 2013)

SIENA – Oltre 15 miliardi di euro degli azionisti bruciati in sei anni. E poi la precipitosa svendita dei gioielli di famiglia per rincorrere i costi del gorgo senza fine provocato dall’affare Antonveneta. Così il Monte dei Paschi di Siena ha dilapidato l’investimento degli azionisti e dilapidato i propri beni. E’ il quadro che si ricava dall’esame di due studi. Il primo è opera di Gianfranco Antognoli, viareggino, una vita al lavoro nel gruppo Mps, dove è stato vice direttore generale di Banca Toscana dal 2002 al 2006 e infine direttore generale di Mps leasing e factoring dal 2006 al 2010 quando è andato in pensione. La seconda analisi si deve a Paolo Barrai, blogger fondatore di «Mercato libero », intervenuto all’assemblea di venerdì, tra i primi a mettere all’indice l’affare Antonveneta e impietoso nell’elencare online le tante «svendite di gioielli » Mps che «l’affare » ha imposto a partire dall’anno dopo.
I conti di Antognoli sulla «distruzione di valore » sono presto fatti. Al 31 dicembre 2005 la capitalizzazione a valore di mercato del gruppo Mps risultava pari a dodici miliardi di euro. Ma negli anni successivi, e in due diverse occasioni, i soci sono chiamati ad iniettare in Mps risorse attraverso aumenti di capitale per un totale di otto miliardi. Succede in occasione dell’acquisizione di Antonveneta, pagata nove miliardi e che agli azionisti costa un aumento di capitale da 5,8 miliardi e poi, di nuovo, nel 2011, con la «trasfusione » da 2,1 miliardi resa necessaria per rispettare i vincoli di solidità patrimoniale. E siamo così, in totale, a venti miliardi di euro, che è il risultato di quanto il patrimonio azionario valeva all’inizio del periodo più le somme aggiunte dai soci.
Ma a fine 2011 la capitalizzazione di Borsa si è assottigliata ad appena 2,7 miliardi e quindi, considerando che tra il 2006 e il 2011 Mps ha staccato dividendi pari a 1,8 miliardi di euro, la perdita di valore per gli azionisti si attesta nel periodo a 15,4 miliardi.
L’analisi dell’andamento del titolo â— nella ricostruzione di Antognoli â— mostra come il picco più alto (tra 4,61 e 4,65 euro ad azione) sia raggiunto nel 2007 tra la sottoscrizione della joint-venture con Axa sull’attività di bancassurance per 1,1 miliardi e l’acquisizione da parte di Mps del 55% di Biverbanca per 400 milioni. Subito dopo comincia l’irrefrenabile discesa. Che parte con l’acquisto di Banca Antonveneta, tra il novembre 2007 e il maggio 2008, prosegue poi a precipizio mentre la Banca realizza â— secondo il blogger Barrai â— la «svendita dei gioielli » per far fronte al gorgo Antonveneta. Barrai cita, tra i pessimi affari, quello relativo al ramo assicurativo di Quadrifoglio Vita: nel 2008 Mps compra il 50% a 92,5 milioni per rivenderne poi il 100% ad Axa a 142 milioni. E poi la cessione del 67% dell’Asset Management al Fondo Clessidra «per soli 360 milioni », del 75% della Tenuta di Marinella per 65 milioni, della Tenuta di Fontanafredda per 90 milioni a Fondazione (36%), Oscar Farinetti e Luca Baffigo Filangieri (32% ciascuno), del 13% di Finsoe per 234 milioni, di Palazzo Portinari Salviati per 44 milioni a Sansedoni, di Valorizzazioni Immobiliari per 100 milioni metà a Lehman Brothers e metà a Sansedoni, del 30% per 30 milioni di Mps Gestione Crediti Banca a Lehman e Caf, del romano Palazzo Normanni e di 150 sportelli posticipata al 2009. E’ un lungo elenco. Che non finisce qui. Operazioni spesso a prezzi «non interessanti » â— glossa Barrai â— che per Mps comportano, a seconda dei casi, «minori incassi e minori commissioni future ». Antognoli è lapidario: «La distruzione di valore è colpa di scelte fatte in solitudine dal presidente Mussari e avallate dal cda â— sostiene â— ma è mancato un adeguato controllo del socio principale, la Fondazione â— Il piano Profumo-Viola è crudo ma realistico. La Banca deve tornare a concentrarsi solo sul credito alle imprese e alle famiglie. Il Paese non può farne e meno ».


Mps, in 11 mesi bonifici per 17 miliardi
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 28 gennaio 2013)

Dalle casse del Monte dei Paschi di Siena sono usciti, in 11 mesi, otto bonifici per un totale di oltre 17 miliardi con destinazione Amsterdam, Madrid e Londra. L’elenco è agli atti dell’inchiesta della procura di Siena che indaga sull’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps ed è uno degli elementi su cui si sta concentrando l’attenzione degli inquirenti.
BONIFICI – Dal documento emerge che il primo bonifico, da 9 miliardi e 267 milioni (dunque più del prezzo pattuito di 9 miliardi e 230 milioni), venne effettuato il 30 maggio 2008 a favore di Abn Amro Bank con sede ad Amsterdam, nominata – si legge nel documento informativo relativo all’ acquisizione di Antonveneta inviato da Mps alla Consob – dal Banco Santander «soggetto venditore titolare di diritti e obblighi derivanti dall’ accordo ». Il secondo bonifico parte lo stesso giorno ed è destinato al Banco Santander di Madrid, per un importo complessivo di 2,5 miliardi. Il 31 marzo 2009 partono altri due bonifici, uno da un miliardo e mezzo e l’altro da 67 milioni, entrambi a favore del Banco Santander di Madrid. I restanti quattro bonifici vengono disposti da Mps il mese successivo, il 30 aprile. I primi due, ancora una volta, sono a favore del Banco Santander e riportano uno l’importo di un miliardo e l’altro di 49 milioni. Gli ultimi due, da 2,5 miliardi e da 123,3 milioni, sono a favore di Abbey National Treasury Service Plc di Londra. (Fonte Ansa)


Mps, ecco il documento che svela il “buco”
di Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci
(da “il Giornale”, 28 gennaio 2013)

Clientele, soldi agli amici degli amici, finanziamenti alla politica. Ecco sganciata la bomba. «Per essere più espliciti, la Fondazione (Mps, ndr) nell’arco temporale dal 2001 al 2005 si stava comportando come una famiglia che spendeva più di quanto si fosse posto come obiettivo di guadagno nel medio-lungo termine, in altre parole stava erogando non guadagni bensì patrimonio, calcolato a valore contabile, e tali squilibri, se valutati a mercato sarebbero stati anche maggiori, ma la politica di valorizzazione delle partecipazioni della Fondazione stabilita dalla Direzione era di calcolarle a costo storico, e non a mercato data la loro valenza strategica.

La voce contabile che distorceva in maniera netta tale calcolo di rendimento era rappresentata dalla partecipazione in Banca Mps che negli anni passati era contabilizzata a euro 1,08, livello molto inferiore ai corsi di mercato… ».

Lo sfogo messo nero su bianco è di Nicola Scocca, direttore finanziario della Fondazione Mps fatto fuori all’indomani di una memoria di 8 pagine dove – di fatto – evidenziava un «sistema » anomalo quanto a erogazioni esagerate saccheggiando il patrimonio. Il documento è agli atti dei pm di Siena, che hanno interrogato l’ex direttore finanziario ripetutamente ottenendo informazioni straordinarie sul sistema Siena-Banca-Partito. In soldoni, per quel che ha scritto nel documento e per quanto riferito ai pm, anno dopo anno Scocca avrebbe segnalato ai vertici della Fondazione l’assurdità di spendere più di quanto si aveva in cassa. Propose invano di vendere azioni di Banca Intesa, per rientrare delle perdite. Niente. Quella denuncia, di fatto, lo portò a essere mandato via da Mps col risultato che – come ha ricordato Scocca agli inquirenti – dai 13 miliardi di patrimonio del 2005 si è arrivati al miliardo e mezzo di oggi. Una debacle. Anche su questo sta lavorando la Procura di Siena. Gli inquirenti avrebbero raccolto elementi significativi su condotte fraudolente messe in campo già dal 2007 dai manager Mps per reperire parte significativa dei dieci miliardi di euro versati per Antonveneta e per finanziamenti a favore della Fondazione. Di mezzo ci sarebbero anche interventi per alterare il valore del titolo Antonveneta, tali da configurare il reato di manipolazione del mercato.
Ma vediamo nello specifico come andarono le cose, seguendo il ragionamento della «gola profonda » dei pm senesi. Quando Scocca, nel 1999, viene chiamato alla Fondazione Mps con l’incarico di direttore finanziario, studia come prima cosa un «obiettivo di rendimento » per l’ente, allora (e ancora per molti anni) azionista di maggioranza della Banca Mps. Il nodo sta nel calcolo del corretto tasso di erogazione della Fondazione, cioè il tasso a cui vengono concessi i finanziamenti da parte della ricchissima cassaforte di Siena. Il direttore finanziario Scocca stabilisce un valore (2%) capace di mantenere costante nel tempo il patrimonio della Fondazione e anche di farlo aumentare per il futuro, coprendo quindi tutte le uscite di Palazzo Sansedoni. Il piano viene approvato dal Cda e diventa quindi il criterio di gestione dell’enorme patrimonio della Fondazione. Qualche anno dopo, precisamente nel 2005, Scocca effettua un’analisi degli ultimi bilanci per vedere se quel tasso ha reso i benefici previsti, e lì trova una brutta sorpresa. «Veniva fuori che la fondazione aveva erogato ad un tasso più alto, del 2,44% nel 2005 ».
Questo giochetto significava che la Fondazione stava erogando più di quanto stava guadagnando. E quindi erogava patrimonio, dava contributi agli amici, alla politica, in maniera clientelare. È a quel punto che scrive la nota di 8 pagine che gli costerà, di fatto, il licenziamento in tronco. Direttore e vicedirettore generale della Fondazione si oppongono alla correzione consigliata da Scocca, cioè o rivedere gli obiettivi di rendimento oppure alzare il tasso di erogazione o infine ridurre le erogazioni. Ipotesi, in particolare quest’ultima, vista come «fumo negli occhi » dai vertici della Fondazione, ha spiegato l’ex direttore finanziario. E naturalmente, col suo allontanamento la linea dei finanziamenti a pioggia prosegue e aumenta. La Fondazione ha continuato a erogare anche nel 2006, nel 2007 (anno di Antonveneta), poi nel 2008, continuando a incassare il dividendo dalla banca ma erodendo il patrimonio della Fondazione. Come se una famiglia che ha un reddito di 2mila euro ne spende tremila ogni mese, vendendo il proprio patrimonio, contando sugli introiti «virtuali » prodotti dalle operazioni sui derivati della banca Mps. Un meccanismo infernale che ha messo in seria crisi la Fondazione. Dettato dalla volontà – tutta politica – di ottenere consenso sul territorio, irrigato dalla pioggia di soldi della Fondazione Mps. Finché ce n’erano.


Caro Bersani, sbrana questi: i compagni padroni del Monte
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 28 gennaio 2013)

Fino a qualche giorno fa, Pier Luigi Bersani, sereno come un vincitore annunciato, smacchiava i giaguari. Ora il segretario del Pd affila le unghie: «Sbraneremo chi ci attacca ». Un’affermazione quantomeno azzardata perché i guai questa volta nascono in casa.
Dentro un partito che troppe volte ha messo mano al Monte dei Paschi, col risultato di creare uno sconquasso dentro la banca.

Inutile aggredire chi lo contesta. Basta prendere le dichiarazioni di Massimo D’Alema per capire che il Pd da queste parti ha fatto e fa sul serio. Con la Stampa l’ex premier è stato netto: «Noi, e per noi intendo il Pd di Siena nella persona dell’ex sindaco Franco Ceccuzzi, Giuseppe Mussari lo abbiamo cambiato un anno fa ». Dunque, ancora di questi tempi il Pd muove come pedine i dirigenti dell’istituto. E per D’Alema è normale un intervento del Pd ai piani alti di Rocca Salimbeni. Se poi qualcosa si guasta, è troppo tardi per prendersela con qualche figurante.
Per carità, la storia della terza banca d’Italia è ovviamente complessa e ridurla a poche righe è necessariamente una semplificazione rozza, però è altrettanto lunare sostenere che il partito non abbia voce, e che voce, in capitolo. Prendiamo la Fondazione, palazzo Sansedoni, che poi è la cabina di regia del Monte. Al suo vertice c’è Gabriello Mancini, ex democristiano, ex popolare, ex Margherita, poi Pd. Mancini è il presidente di quella fondazione che ha sottoscritto un aumento di capitale e si è indebitata pur di non perdere il controllo ferreo della banca. Mancini è dunque vicino al partito come 13 dei 16 consiglieri del comitato d’indirizzo della Fondazione. Tredici su sedici, maggioranza schiacciante anche se non bulgara. Il Comune ne nomina otto, la provincia cinque, la Regione uno. Domanda: chi amministra questi tre enti? Il Comune, lo sappiamo, era retto fino alla sua caduta da Franco Ceccuzzi, funzionario del partito, segretario provinciale dal ’98, poi parlamentare, poi sindaco; la Provincia invece è guidata da Simone Bezzini, pure funzionario del Pd, pure vicino alla componente diessna, solo che a differenza di Ceccuzzi è ancora in sella. E la Regione? Il Governatore è Enrico Rossi, Pd. Ceccuzzi-Bezzini-Rossi: perché Bersani non sbrana loro tre? I tre che monopolizzano Palazzo Sansedoni. Anche Pinocchio farebbe fatica a sostenere che a Siena la politica ha fatto la politica e le banche le banche.
E infatti pure Ceccuzzi è inciampato, a giugno scorso, nell’onnipresente Monte. E la città del Palio dovrà tornare al voto. Otto componenti della maggioranza rossa, che più rossa non si può, hanno deciso di non approvare il bilancio. «Non potevamo andare contro la legge – spiega al Giornale Pier Luigi Piccini, ex presidente del consiglio comunale, origini nella Margherita e ora approdato alle liste montiane – La Corte dei conti aveva acceso un faro e continuava a tirarci le orecchie ». Ribatte Ceccuzzi. «Macché bilancio. Quello è stato un pretesto, la verità è che mi hanno buttato giù per una ripicca sulle nomine al Monte ».
Il Monte, sempre il Monte, e il partito che sembra fondersi con la banca. «Un pezzo del partito – riprende Ceccuzzi – era convinto che Alfredo Monaci potesse diventare vicepresidente della banca. Quando questo non è avvenuto, è scattata la rappresaglia ». Pretesto: i 6 milioni che la Fondazione -come si vede non si esce dal quel perimetro claustrofobico – doveva versare al Comune. Alla fine i sei della Margherita, legati ad Alberto Monaci, presidente del consiglio regionale, Pd, e al fratello Alberto, Pd allora e oggi con Monti, più una socialista, più l’ex diessino Giancarlo Meacci, hanno fatto franare il sindaco.
La lista delle persone, pardon delle personalità da graffiare con qualche domandina, è chilometrica: sotto la Torre del Mangia le strategie del Monte scivolano nell’imbuto della politica. Da qualunque parte si cominci, il risultato è sempre lo stesso. Se dalla Fondazione di Gabriello Mancini si passa alla banca vera e propria, il risultato è sempre lo stesso. Eccoci a Giuseppe Mussari, militante di lunga data del Pci-Pds-Ds-Pd. Mussari che, come scrive Franco Bechis su Libero: «Era il leader degli studenti universitari comunisti e in quella veste fu il ragazzo degli accordi con il rettore dell’epoca Luigi Berlinguer ». E qui conviene fare un’ altra sosta perché Berlinguer, pezzo da novanta del partito, fu uno degli sponsor che favorirono l’irresistibile ascesa del giovane Mussari. Gli altri? Franco Bassanini, eletto in città, Giuliano Amato e Massimo D’Alema Il quadrilatero si ruppe successivamente, al tempo della scalata di Unipol, guidata dal cavaliere della finanza rossa Giovanni Consorte, a Bnl. «Consorte e D’Alema – ha rivelato Bassanini a Panorama – fecero pressing su Siena perché si alleasse con Unipol. Chi difese l’autonomia di Mps, come me e Amato, venne emarginato ». Anche Consorte è finito nei guai, ma il Pd, con il suo sogno di targare una banca, non ha perso il vizio. E se perfino il tesoriere rosso Ugo Sposetti si lamenta con Repubblica perché «massoni e Opus Dei in città hanno più potere di noi », questo significa solo una cosa: la ditta Bersani non vuole proprio far un passo indietro.


Mps, Pansa: “Siena non sa più cos’è la democrazia”
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 28 gennaio 2013)

Ho abitato a Siena dal 2003 al 2005 e adesso vedo accadere il disastro che alcuni amici senesi avevano previsto per tempo. Devo premettere che vivere a Siena mi è piaciuto molto. Sono nato e cresciuto in una provincia assai diversa da quella toscana, eppure ho trovato nella città del Palio tante analogie con la mia patria piemontese. Questo mi ha spinto a conoscere meglio il posto dove avevo scelto di vivere. E oggi mi accorgo di aver imparato qualche verità che a mio parere spiega il dramma del Monte dei Paschi.

Prima di tutto, Siena è una città troppo piccola per far fronte ai grandi centri di potere che contiene. Gli abitanti sono poco più di cinquantamila, un numero esiguo rispetto alla presenza di una serie di istituzioni che dovrebbero poter contare su un contesto assai più vasto. Dentro le mura trovi la terza banca italiana, la Fondazione che la possiede, il Policlinico, l’Università, l’Università per stranieri, il complesso delle Contrade, il Palio, la festa italiana più nota al mondo, la squadra di calcio e di basket. E infine un immenso patrimonio d’arte, simboleggiato dal Palazzo pubblico e dal Duomo.

Questa straordinaria ricchezza economica e culturale viene gestita da una classe dirigente esigua, quella che può esprimere una città delle dimensioni di Siena, con il solo innesto di alcuni comuni della provincia. Non è colpa dei senesi, naturalmente, ma di secoli di storia. Tuttavia questo squilibrio mai attenuato colpisce un immigrato come in fondo mi sono sentito anch’io.

Lo dice il bubbone del Monte. Un colossale istituto di credito gestito soltanto da senesi, i soliti noti, messi in sella dalla sinistra con l’aiuto del sindacato bancari della Cgil. Il vertice della banca è sempre stato roba loro. Sino a quando il rischio di un crac ha reso indispensabile ricorrere a un banchiere esterno come Alessandro Profumo, uno straniero nato a Genova e cresciuto a Milano.

Una città piccola e anche chiusa in se stessa. Può sembrare paradossale per un territorio che attrae gente di tutto il mondo. Ma quando ho iniziato a vivere a Siena l’unico contatto con le istituzioni cittadine mi è stato offerto dai capi della contrada dove era situata la casa che abitavo. Mi hanno scritto una lettera che all’incirca diceva: abbiamo saputo del suo “insediamento” qui e ci congratuliamo. Poi indirettamente mi chiedevano di contribuire al finanziamento dell’attività contradaiola. Ho risposto che non intendevo diventare un senese a pieno titolo e tutto è finito lì.

Dopo quell’approccio senza esito nessuno mi ha più cercato. È accaduto così anche ad altri immigrati eccellenti, uso l’aggettivo senza boria. Sotto questo aspetto Siena si è rivelata un rifugio felice. Il maso chiuso non si apriva per farti entrare. Ma in compenso ti lasciava in pace.

Alla sola condizione che non pretendessi di impicciarmi dei grandi problemi della città, un affare riservato soltanto ai senesi. E neppure delle piccole questioni. Se protestavo per il troppo rumore di notte o per un’auto parcheggiata in divieto di sosta, incappavo in qualcuno che mi replicava: «Stai zitto, terrone! », oppure: «Stai zitto africano, ti manteniamo noi! ».

Un altro lato debole di Siena è sempre stato il dominio di un solo partito: il Pci e i suoi eredi politici. La città è una delle più rosse in Italia. Lo è diventata subito dopo la seconda guerra mondiale. Caduto il fascismo, nelle campagne senesi è iniziata una lotta di classe molto dura tra i grandi agrari e i poveri che faticavano nei loro poderi: i mezzadri e i braccianti.

Questa contesa diventata cattiva ha causato il trasferimento in città di un proletariato agricolo che ha saputo inurbarsi con intelligente tenacia. Molti sono diventati artigiani, negozianti, ristoratori. Hanno contribuito alla ricchezza di Siena, migliorando anche il loro tenore di vita. Ma la collocazione politica non è mutata. Erano di sinistra e sono rimasti a sinistra.

Votavano per il Pci e hanno continuato a farlo, senza rifiutare le successive versioni del comunismo italiano, il Pds, i Ds, il Partito democratico. Ancora oggi Siena è una città che ha un unico colore politico, monocromatica direbbe un sociologo. Dove vige una sola norma: quello che va bene al Pd, deve andare bene anche ai senesi. Non è mai esistita un’alternativa alla sinistra. Negli anni trascorsi in una casa sotto la Torre del Mangia non ho mai incontrato un esponente democristiano, un liberale, un ex missino.

Mi sono imbattuto una sola volta in un consigliere comunale che mi ha detto di appartenere ad Alleanza nazionale. Era un signore molto cortese, ma con l’aria per niente combattiva. Si è affrettato subito a spiegarmi che il centrodestra a Siena era impotente, anzi non contava nulla. Poi mi ha offerto un’immagine stupefacente: «Qui comanda ancora un signore con i baffoni, Giuseppe Stalin. Dopo la morte a Mosca, il suo spirito si è trasferito in piazza del Campo ».

Di fatto ancora oggi a Siena non esiste una democrazia completa. A decidere quel che conta davvero è un solo partito, il Pd guidato da Pier Luigi Bersani e diretto in loco da oligarchi volitivi, ben decisi a non lasciare spazio a nessun altro. Qualcuno si è mai ribellato davvero a questo potere senza concorrenti? Nei miei anni senesi non ho conosciuto nessuno che avesse voglia di interpretare questo scomodo ruolo.

Siena ha visto un solo ribelle. È un giovane intellettuale, Raffaele Ascheri. Poco dopo la metà del Duemila, ha pubblicato un libro che ha dato molto fastidio ai padroni politici della città: “La Casta di Siena. Una radiografia del potere nel territorio senese”. L’edizione che possiedo è del gennaio 2008 e sulla copertina c’è un distico che dice: “Il caso editoriale dell’anno a Siena”.

Non si tratta di una vanteria. Il libro di Ascheri è stato un best seller. Non sarebbe mai accaduto se le storie e i tanti personaggi svelati da questa requisitoria avvincente, e molto documentata, riguardassero un’altra città.

Un fantasma e un mistero agitano le notti di Siena. Il fantasma è quello del possibile crac del Monte dei Paschi. Il mistero nasconde il percorso che ha portato al disastro la terza banca italiana. Il frontespizio del libro di Ascheri elenca una serie di big, l’ultimo è Giuseppe Mussari, che oggi stanno su tutti i giornali. E la domanda inevitabile è quanti di loro riusciranno a rimanere in sella. Oppure diventeranno soltanto personaggi senza futuro, da narrare in altri libri sul passato della città.

Nella Siena che ho conosciuto l’emergere di nuovi poteri non è mai stato possibile. Anche l’arrivo di Profumo e dell’amministratore delegato Fabrizio Viola ha incontrato molti ostacoli. Era vissuto come un trauma, un’insopportabile violenza alla senesità del Monte. Il cambio pare sia stato imposto dalla Banca d’Italia. Non so dire se questo sia vero. Ma è di certo vero che siamo soltanto all’inizio di una storia che può avere esiti terribili.

Una conseguenza l’abbiamo già sotto gli occhi: la corsa di Bersani verso Palazzo Chigi si è fatta più difficile e incontrerà molti serpenti sotto le foglie, per usare una vecchia metafora di Bettino Craxi. Tanto che adesso il segretario del Pd dovrà adattarsi a comiziare in qualche grande città italiana con il suo avversario alle primarie, Matteo Renzi.

Il sindaco di Firenze aveva battuto Bersani a Siena e in molti centri della provincia: 54,2 per cento contro il 36,9. Forse il giovane Renzi dovrebbe fare anche adesso un comizio in piazza del Campo, a un passo dal Monte dei Paschi. Sarebbe interessante conoscere come la pensa sui fantasmi e i misteri di un paradiso che rischia di diventare un inferno.


Sul coivolgimento di Amato e Bassanini, qui. Anche qui.


Letto 6208 volte.


2 Comments

  1. Commento by Aristide — 31 Gennaio 2013 @ 11:40

    e nessuno si è ancora accorto che nel 2007 tale Natale (vero nome di Oscar) Farinetti era nel CDA di Santander?

     

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 31 Gennaio 2013 @ 11:59

    Ne scopriremo delle belle, se qualcuno non riuscirà nel frattempo – come temo – a mettere la sordina al caso “esplosivo”.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart