È morto Ildebrando Pizzetti

di Franco Abbiati
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 14 febbraio 1968]

Roma 13 febbraio, notte. Il maestro Ildebrando Piz ­zetti è morto alle 21.55, nella sua casa romana. Al momento del trapasso erano presenti la moglie, signora Irene, i tre figli Maria Teresa, Bruno e Ippolito e la nipote Nicoletta. I funerali del celebre musicista si svolgeran ­no, secondo il desiderio dello scomparso, giovedì prossimo, in forma strettamente privata e senza fiori, nella cappella del cimitero di Parma, città natale del maestro.

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Come Ildebrando Pizzetti, di cui tutti oggi piangiamo la scomparsa, avesse potuto raggiungere il fervore creativo, l’originalità di vedute e la compiutezza spirituale che ne fe ­cero una figura artisticamente solitaria e storicamente fon ­damentale nella moderna mu ­sica italiana, si spiega con la natura nobilmente pensosa e meditativa del suo ingegno e con le profonde radici della sua cultura umanistica e musicale. Nato a Parma il 20 settembre 1880 e figlio di un musicista che lo avviò dapprima agli stu ­di classici, egli entrava quindicenne al Conservatorio di Parma, non trascurando di col ­tivare per conto suo la poesia e la letteratura (ciò che gli concede più tardi di ideare e di comporre i libretti delle pro ­prie opere, nonché di appassio ­narsi vivamente ai fatti delle antiche cronache ed ai monu ­menti delle antiche arti plastiche e figurative). Al Conserva ­torio parmense doveva essergli poi di grande aiuto il maestro Giovanni Tebaldini, dal 1897 direttore dell’istituto, che in ­tuendo la sensibilità pronta e la superiore elevatezza del gio ­vane allievo lo prendeva sotto la sua vigile guida favorendo ­ne gli impulsi alla conoscenza e alla ricerca. Un prezioso lie ­vito per le successive riflessio ­ni e conquiste il Pizzetti dove ­va particolarmente trarre dal corso di canto gregoriano che il Tebaldini volle istituito nel ­la scuola da lui diretta, invi ­tando a parteciparvi gli allie ­vi di composizione e traendone argomento per discussioni pro ­ficue di vario carattere: dal musicale al letterario, al filosofico, all’estetico e al paleo ­grafico.
Fu certamente lo studio del gregoriano, non disgiunto da quello della nostra classica po ­lifonia cinquecentesca, che get ­tò nel cuore dell’adolescente musicista il primo seme d’un amore che doveva svilupparsi e ramificare fino alla configu ­razione d’uno stile personale: l’amore per il canto corale, nel quale la poesia degli arcaismi è sentita al pari della poesia dei canti popolari e il senti ­mento del primitivo è sposato all’ampia, duttile e forte tec ­nica del linguaggio moderno. Valgono a questo proposito, come incorrotto esempio dello stile coralistico pizzetti ano, i tre pezzi sacri del 1897, la Messa da Requiem per sole voci (1922-23) e più le stupende mu ­siche, ideate in forma d’orato ­rio scenico, della Rappresentazione d’Abramo e Isacco, completate nel 1928 per la quat ­trocentesca «Sacra Rappresen ­tazione » di Feo Belcari. E val ­gono ancora la Introduzione all’Agamennone (1931) e L’ultima caccia di S. Uberto (‘32), le musiche di scena per l’Edipo a Colono (‘36) e quelle per la Festa delle Panatenèe (‘37), il De Profundis a sette voci (‘38) e l’Epithalamium per soli, co ­ro e orchestra (‘39), la musi ­ca per La rappresentazione di Santa Uliva e in genere la plastica magnificenza delle parti corali di cui sono piene le sue opere di teatro, dalla Debora a Fra Gherardo, dallo Stra ­niero a Orseolo, dall’Oro, alla Figlia di Jorio, all’Assassinio nella cattedrale. «La sua Mes ­sa da Requiem – è stato scrit ­to – composta con cori doppi e tripli senza accompagnamen ­to, va noverata fra il meglio della musica corale Contempo ­ranea. Il contrappunto agile, antiscolastico dà a quest’ope ­ra, a dispetto del suo atteggia ­mento arcaico, un carattere vi ­tale. Fortemente elaborati so ­no anzitutto i contrasti: ac ­canto alle colonne d’accordi del Sanctus a triplo coro, che s’elevano nell’infinito, abbia ­mo le figure a ripetizione del Lìbera me, intime figure che assomigliano a confessioni, im ­pregnate del nuovo senso li ­neare sonoro. Il barocco mo ­numentale di Gabrieli e la po ­lifonia d’oggi si compenetrano. Una direzione simile indica il canto reciproco, diviso a modo di «responsori », fra angelo e doppio coro degli esseri celesti nella Rappresentazione di Abramo e Isacco: vi si trovano armonie di quinte arcaiche, fu ­gati in stretta, passi cromatici e suoni antimodali, presi in un tessuto unitario ».
 

Il sogno più alto

È tuttavia nel teatro che si identifica il sogno più alto e incombente di Pizzetti. E quan ­to a questo tanto amato e tan ­to discusso teatro pizzettiano, inutile e meschino sarebbe for ­se il proposito di voler sinte ­tizzare in una definizione il ri ­sultato dei poderosi sforzi del compianto compositore. Molti anni passeranno innanzi che un giudizio sereno possa veni ­re dato sul tentativo della più estesa «drammatizzazione » del dramma musicale. Ma, anche rimanendo nei confini più ri ­stretti d’una pura e semplice esposizione dei problemi che il maestro cercò di risolvere e dei mezzi di cui si valse per la loro risoluzione, è facilmente avvertibile tutta la grande im ­portanza che l’opera di Pizzetti è destinata ad assumere nel campo della musicale rappre ­sentazione scenica. La sua con ­cezione del «dramma musicale latino dell’avvenire », quale egli stesso definiva, era appog ­giata anzitutto sopra un’equa distribuzione o «limitazione dei compiti spettanti ai due essenziali elementi che lo com ­pongono, musica e poesia: so ­pra la loro equilibrata conco ­mitanza, e ancora più su una reale «compenetrazione » delle loro rispettive funzioni, l’auto ­re non dovendo mirare ad uno scopo precipuamente poetico o musicale, ma unicamente dram ­matico.
Con   questi     severi     concetti, maturati dal maestro subito dopo i primi saggi teatrali rimasti inediti (una Sabina leggendaria, la Giulietta e Romeo da Shakespeare e il Cid da Corneille, anteriori al 1903), e fatti conoscere alla vigilia di offrire al pubblico della Scala la Fedra, Pizzetti si metteva corag ­giosamente contro i fanatici del sinfonismo puro del tempo di Sgambati e Martucci, i quali af ­fermavano che l’opera apre le vie della perdizione. E prosegui ­va nell’orma di una tradizione squisitamente italiana e indi ­scutibilmente gloriosa, pure con ­cedendo ai «puristi » animati dal ritmo drammatico dell’epo ­ca qualche soddisfazione almeno in sede teorica. Egli dichia ­rava infatti di opporsi al melo ­dramma come concezione drammatico-lirica, cioè come vicenda di momenti scenici ora ora per ­vasi da un lirismo che può es ­sere fervido e bello quanto si vuole, ma che viene a rompere la continuità dell’azione, a ral ­lentare lo sviluppo e a scioglie ­re l’unità dell’opera d’arte.
Tutto nel dramma e per il dramma, dunque: nulla al di fuori di esso. Ecco la formula che il Pizzetti, sia in Fedra che in Debora e Jaèle, sia in Fra Gherardo che nello Straniero e nell’Orseolo e nelle più recenti Vanna Lupa, La figlia di Jorio e Assassinio nella Cattedrale, ha inteso applicare fedelmente, e coscienziosamente giustificare nell’atto creativo.
A proposito dell’Assassinio nella Cattedrale, che venne presentata per la prima volta alla Scala il 1 ° marzo ’58, gio ­verà ricordare che per l’imponente costruzione polifonica e per il magistrale impiego del coro, come per quel suo così suggestivo carattere di «ora ­torio teatrale » che la critica gli riconobbe, costituì forse il maggior successo della carrie ­ra di operista del Pizzetti. Quanto meno, i consensi, ovunque fu rappresentata, in Italia e all’estero, risultarono unanimi, e anzi entusiastici. Né andranno dimenticate le due opere che egli compose esclusivamente per la trasmis ­sione radiofonica, ma che poi furono rappresentate anche in teatro: cioè Ifigenia, cui fu at ­tribuito nel ’50 il premio inter ­nazionale Italia «per un la ­voro musicale concepito per la trasmissione a mezzo della radio »; e Cagliostro, del ’52.
 

Equilibrio stilistico

Copiose e quasi tutte d’alto significato e di commossa vi ­brante eloquenza sono d’altra parte le musiche sinfoniche e strumentali da camera lasciate dal Pizzetti. Ricordiamo tra le più persuasive le musiche di scena per La Navedannunzia ­na e gli intermezzi per l’Edipo Re, quelle posteriori per La Pisanella, pure dannunziana, le Danze per l’Aminta del Tas ­so e i commenti per Come vi garba di Shakespeare. E ricor ­diamo l’ampio, intensamente espressivo Quartetto in re per ar ­chi e il Concerto in do per violoncello e orchestra, certo più imponente dei precedenti Tre Canti per violoncello e piano ­forte, e del successivo poema sinfonico Canzone di beni per ­duti. Il Concerto dell’Estate e il Rondò veneziano, i Canti della stagione alta, la Sinfonia in la e la Sonata per pianoforte 1942 sono poi nella mente e nel cuo ­re di tutti i frequentatori delle sale concertistiche; a essi ag ­giungeremo il recentissimo Quarto Concerto in mi bemolle per arpa e orchestra classica, vincitore del Premio Marzotto per la musica 1960, e presenta ­to con grande successo nell’ot ­tobre di quest’anno in prima esecuziqne alla Scala; mentre tra i brani solistici vocali una pur rigida cernita permette tutta ­via di rievocare i Canti per so ­prano e archi e le liriche da ca ­mera come quella sui dannun ­ziani Pastori, come i Tre Sonet ­ti del Petrarca, la commossa Madre al figlio lontano, l’infan ­tile elegiaco Mirologio del bam ­bino, le Due poesie di Ungaretti: pagine plasmate in un clima sonoro squisito e con un equilibrio stilistico ammirevole.
 

Riconoscimenti morali

Ildebrando Pìzzetti, anche cri ­tico e scrittore profondo di co ­se musicali – sono nella me ­moria di tutti gli articoli che andava pubblicando da ormai lunghi anni sulla terza pagina di questo giornale – fu del pari amorevole insegnante di composizione o direttore di istituti musicali: dal Conservatorio di Parma a quello di Firenze, dal «Verdi » di Milano al «Santa Cecilia » di Roma. Nel 1937 veniva nominato accademico d’Italia, prendendo il posto la ­sciato vuoto dall’immaturamente scomparso Respighi. Nel luglio ’54 era poi chiamato alla presidenza del Sindacato mu ­sicisti italiani; e il 17 settem ­bre del ’60 fu eletto dal Con ­gresso internazionale tenutosi a Berna, e al quale partecipa ­rono i rappresentanti di oltre sessanta società di autori di ogni parte del mondo, presi ­dente della Confederazione del ­le società di autori e compositori.
Questi ultimi anni erano sta ­ti, per l’ottuagenario maestro parmense, ricchi di soddisfazio ­ni morali, oltre che artistiche. Fu nel gennaio del ’56 che il Comune di Parma gli consegnò una medaglia d’oro di beneme ­renza, in occasione della prima rappresentazione nella sua cit ­tà natale della Figlia di Jorio; nell’agosto del seguente anno il Consiglio comunale di Pesca ­ra gli conferì la cittadinanza onoraria della città dannunziana; l’11 giugno del ’58, alla presenza del presidente della Repubblica, gli fu consegnato il premio internazionale per la musica dell’Accademia dei Lin ­cei; e nel dicembre ’59 la Con ­federazione dei professionisti e artisti gli attribuì la medaglia d’oro al merito professionale.

 

 

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