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Napolitano si dà l’incarico

29 Marzo 2013

di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 29 marzo 2013)

Dopo un’ora e venti di colloquio molto teso al Quirinale, Pier Luigi Bersani attraversa il cortile presidiato dai corazzieri senza sapere nemmeno lui con precisione se è ancora il premier incaricato o no. In un clima di marasma totale che coinvolge il Palazzo e la politica, le “non risolutive” consultazioni del caparbio segretario del Pd hanno lasciato il passo alle nuove consultazioni di un comprensivo Giorgio Napolitano. E dunque si ricomincia questa mattina alle 11 in un clima pazzotico, con il presidente della Repubblica intenzionato a sciogliere in un modo o nell’altro l’impasse istituzionale, ma in un quadro che politicamente più confuso ed economicamente drammatico non si può. Bersani sa con certezza di non essere fuori, eppure contemporaneamente ha anche la sensazione di non essere nemmeno del tutto dentro. E infatti ieri è uscito pallido dall’incontro con Napolitano e si è presentato davanti alle telecamere dei telegiornali con lo sguardo rasoterra. “Consultazioni non risolutive”, ha scandito non senza ambiguità Donato Marra, il segretario generale della presidenza della Repubblica, e lui, Bersani, a quel punto ha sollevato lo sguardo per spalancare un orizzonte vertiginoso di fronte all’Italia politica che si aspettava la sua rinuncia: “Non rinuncio all’incarico”. Mistero quasi buffo.

In ottanta minuti, chiusi nello studio presidenziale, Bersani e Napolitano pare abbiano persino alzato la voce rinfacciandosi il recente passato. D’altra parte nel Pd c’è chi rimprovera ancora al capo dello stato la nascita del governo Monti, e il segretario non ha dimenticato i sondaggi che a novembre del 2011 lo davano nettamente vincitore dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. Così ieri Bersani ha descritto ai suoi collaboratori uno scontro totale tra lui e il presidente della Repubblica. Ecco la scena: per un’ora intera Napolitano ha resistito agli assalti e alle pressioni del segretario che un po’ gli chiedeva altro tempo – “ce la faccio, ci sono quarantadue grillini indecisi” – e un po’ insisteva assicurando e giurando che “se mi mandi in Aula per la fiducia trovo i numeri”. Bersani ha usato tutta la forza retorica di cui dispone: “Se non sarò io a fare il premier, il partito esplode. Non ci sono altri candidati al di fuori di me”. Alla fine Napolitano ha ceduto, ma solo in parte, occultando il risultato del conflitto con Bersani – chi ha vinto davvero? e chi ha perso? – all’interno di una formula quasi incomprensibile, così barocca da essere intraducibile oltre i contorti confini della politica italiana. Nuove consultazioni che preludono all’individuazione di un nuovo premier incaricato, ma anche un giro di orizzonte che non esclude l’ipotesi di un governo affidato sempre a Bersani. “E’ una cosa che sta a metà tra Kafka e Pirandello”, spiega il vecchio Fabrizio Cicchitto con aria sorniona e un certo distacco letterario. Insomma Bersani c’è e non c’è nella prospettiva del prossimo governo. Quelle che cominciano oggi sono nuove consultazioni che potrebbero incoronare Giuliano Amato, Fabrizio Saccomanni, Emma Bonino o Annamaria Cancellieri, ma sono anche “un supplemento di indagine per un governo tutto Pd”, come insistono a dire gli uomini più vicini al segretario del Partito democratico. E dunque dopo una mezza baruffa istituzionale, con un Bersani intestardito e pronto a ogni resistenza, il Quirinale ha deciso di nascondere una situzione confusa ricorrendo a un formulario misterioso, a una contorsione linguistica, un arabesco. Persino Silvio Berlusconi, che ne ha viste tante negli ultimi vent’anni, ieri sera appariva perplesso di fronte allo scenario che gli si parava davanti. Intorno alle otto, dopo aver ascoltato Bersani in televisione e dopo aver letto dalle agenzie il comunicato della presidenza della Repubblica, il Cavaliere ha cominciato un giro di telefonate tra i suoi consiglieri e amici, grattandosi la testa: “Ma esattamente che vuol dire?”. Angelino Alfano l’ha interpretata come una conferma implicita dell’incarico a Bersani, e nei suoi colloqui privati il segretario del Pdl ha ripetuto la cantilena degli ultimi giorni: “Senza un chiaro accordo sulla presidenza della Repubblica non daremo nessun tipo di appoggio al governo Bersani”. Non si sa mai. Ed è invece con malizia che Daniela Santanchè, la pasionaria del berlusconismo, ha attribuito al Quirinale delle intenzioni che forse Napolitano non immagina nemmeno di coltivare: “Il presidente prende tempo, sta facendo in modo che si avvicini la data del 15 aprile, quando cominceranno le elezioni del nuovo capo dello stato”. Ma forse Napolitano vuole prima rinchiudere il Cavaliere e Bersani nel suo studio. E senza un piano C.


Il Paese in ostaggio
di Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 29 marzo 2013)

Se ci si impicca a un coacervo di formule astruse e i destini di una Nazione finiscono per essere appesi alla sottile distinzione lessicale tra «non risolutivo » e «rinuncia », allora vuol dire che l’Italia sta correndo un rischio davvero troppo elevato. Ci si smarrisce nel labirinto delle ostinazioni, dei veti, delle fumisterie gergali, ma ancora non sappiamo, dopo il difficile colloquio tra il presidente Napolitano e il leader del Pd Bersani, se riusciremo ad avere in tempi ragionevoli un governo, e con quali forze, e in nome di quali priorità, mentre l’economia e la società ristagnano e il pericolo di un nostro crollo di credibilità europea e internazionale si fa sempre più minacciosa.

La speranza era lo smantellamento delle barricate, l’uscita dalle trincee in cui il Pd e il Pdl si stavano di nuovo inabissando. La speranza di un nuovo inizio in cui si sarebbe, sia pur tardivamente, esaurito il corteggiamento (non la comprensione, che è un’altra cosa) del mondo grillino. La speranza di un’intesa su pochi punti ma essenziali per dar vita a un governo capace di mettere a segno un risultato che desse al Paese una guida, dopo settimane di paralisi. Ma questo soprassalto di responsabilità nazionale, invocato in modo esplicito dal capo dello Stato, richiederebbe, da parte di tutti i contendenti, un almeno parziale raffreddamento del furore di parte. La presa d’atto che nel pareggio assoluto nessuno può rivendicare una supremazia politica negata dalle urne, dettare condizioni capestro, chiudere le porte del dialogo, lanciarsi messaggi di guerra totale in vista dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Ieri, però, il presidente incaricato Bersani non ha voluto inaugurare il primo tempo di una nuova fase politica ma ha voluto aggrapparsi all’ultimo respiro di una fase politica che si stava chiudendo per la manifesta impossibilità di ottenere una maggioranza. Solo che, affidando allo stesso capo dello Stato un supplemento di consultazioni e la missione di rimuovere le «preclusioni » che gli hanno impedito di raggiungere l’obiettivo, Bersani ha inevitabilmente inferto un colpo alla propria immagine rischiando così di uscire, nella migliore delle ipotesi, come un premier dimezzato o comunque «commissariato ».

Non è dato sapere a chi convenga una tale caparbia volontà di non prendere atto degli ostacoli insormontabili che impediscono a Bersani di raggiungere Palazzo Chigi. Sicuramente non conviene all’Italia. E forse nemmeno allo stesso Pd. Le prossime ore ci diranno se le ultime resistenze saranno smussate e se si potrà dar vita a un «governo del presidente ». Sta alle principali forze politiche scegliere se impegnarsi in un’impresa difficilissima, oppure rituffarsi in una nuova campagna elettorale e spezzare l’ultimo filo che impedisca alla nuova legislatura di morire in fasce. Se seguire le indicazioni di saggezza del capo dello Stato o giocare la carta della contrapposizione assoluta. Se scegliere la responsabilità o l’ignoto.


Antidoto alla politica annichilita
di Gian Enrico Rusconi
( da “La Stampa”, 29 marzo 2013)

In altre situazioni storiche si sarebbe potuto temere una qualche forma di violenza fisica manifesta. Oggi non è necessaria: basta quella verbale, simbolica, mediatica. L’effetto è identico: l’annichilimento della politica.
E la subordinazione delle sue istituzioni a questa nuova logica. Grillo può dare lezioni costituzionali affermando che il Parlamento funziona – bontà sua – anche senza governo.
Sullo sfondo l’unico meccanismo istituzionale che sembra rimanere integro è quello delle elezioni. Ma stanno diventando motivo di attese irrazionali e di altrettanto irrazionali paure. Molti sostengono che le nuove elezioni non cambieranno nulla o daranno «tutto il potere » a chi lo userebbe per affossare il funzionamento del sistema democratico esistente, dichiarato irriformabile.
Ma chi dice che l’esito delle elezioni debba essere questo? Perché? I futuri elettori per ora sono ammutoliti. Possiamo fare soltanto illazioni.

Dalle informazioni del circuito mediatico, incollato sulla politica del giorno per giorno e cassa di risonanza dell’aggressione verbale e del turpiloquio, non si capisce quello che pensano veramente gli italiani. L’apparato mediatico, intimidito, nasconde anziché aiutare a capire come si comporteranno i cittadini se saranno chiamati alle urne.
I sondaggi, da quando sono diventati parte integrante del circuito politico-mediatico, hanno perso ogni credibilità.

Il rumore mediatico del M5S ottiene l’effetto opposto di quello che pretende di avere. Lungi dal far parlare la gente e «il popolo », dà la parola esclusiva ad una ristretta schiera di neofiti della politica che in modo monopolistico azzera ogni pensiero che si presenta alternativo alla volontà di «punire e controllare ». O alle lezioni costituzionali di Grillo. Intanto però, in attesa di avere il potere in esclusiva, i capi del M5S si sottraggono ad ogni responsabilità politica.

Non credo affatto che questo modo di comportarsi sia considerato dai cittadini elettori come una rivoluzione democratica. O come il massimo di coerenza democratica. Lo stesso vale per la presunzione del M5S di essere il movimento politico più trasparente. E’ ridicolo presentare l’incontro in diretta streaming tra Bersani e gli esponenti M5S come il vertice della trasparenza democratica. Quanti e quali cittadini normali vi hanno assistito? O avrebbero potuto assistervi? Si è trattato di un’operazione ad uso e consumo interno al M5S e per gli addetti ai lavori (giornalisti e nomenclature partitiche). I cittadini normali, l’altra mattina, avevano ben altro da fare o a cui pensare. L’unico risultato è stata la monopolizzazione di fatto della comunicazione pubblica politica da parte dei Cinque stelle. Ma siamo sicuri che questo piaccia ai cittadini elettori?

C’è un solo modo di saperlo: andare a votare. Contrariamente all’opinione che sembra prevalente, credo che il M5S abbia già fatto il pieno dei suoi voti. La strategia del «punire e controllare » senza assumersi responsabilità di governo non può bastare ad una società, sia pure arrabbiata come la nostra. Né tanto meno è attraente la prospettiva di una inedita democrazia totalitaria via web.
Per fermarla, ridimensionarla o riconvertirla c’è rimasto ormai un solo modo: le elezioni.

Su questo punto non è chiaro il vero atteggiamento degli altri partiti. Il Pdl si trincera dietro la nuova sicurezza di Berlusconi che si muove imperterrito nella logica dello scambio politico in un sistema istituzionale irrigidito dalla paura. Può darsi che ancora una volta il Cavaliere abbia ragione nel suo istinto di poter raccogliere il consenso di una parte significativa di elettori «conservatori » nel senso letterale, che non vuole pericolose novità di nessun genere. E si aggrappa al Cavaliere, di cui conosce vizi e qualità. Che l’Europa rimanga di stucco davanti ad una possibile rimonta di Berlusconi non importa un bel niente a nessuno. Anzi peggio per l’Europa, la cui immagine ha toccato nell’opinione pubblica livelli di sfiducia e disistima inimmaginabili alcuni anni fa.

La meteora Mario Monti ne è stato l’ultimo segno. Maldestro e ambizioso, il professore chiude la sua stagione in termini così negativi quali nessuno poteva prevedere quattro mesi or sono.

Rimane il Pd. In questo momento sembra identificarsi con la personalità tenace e aperta, pur nel suo linguaggio legnoso, di Pier Luigi Bersani. Ma sappiamo che questa identificazione è solo apparente. Mai il Pd è stato tanto intimamente diviso e in modo così cattivo. Lo si vedrà nei prossimi giorni.

Ma rimaniamo nell’ottica del linguaggio e della comunicazione politica pubblica. L’ostinato e generoso tentativo di Bersani di aprire un dialogo con il M5S gli ha fatto sopportare contumelie che sarebbero insopportabili in un Paese politicamente decente. Ma l’incomunicabilità del linguaggio nasconde un problema che va oltre l’ostilità del M5S verso il Pd, perché tocca le difficoltà della sinistra come tale.

Il freno più profondo nel Pd ad accettare una nuova sfida elettorale è l’oscura sensazione della propria carenza comunicativa – non dei propri valori. Con quale linguaggio pubblico il Pd potrà ripresentarsi davanti agli elettori per rimontare o compensare l’effetto M5S, con il quale vanamente cerca di dialogare? Lo strano fenomeno Renzi forse ha tempestivamente rivelato e insieme nascosto questo problema. E’ inevitabile che una nuova prova elettorale debba mettere in campo questa enigmatica figura di politico presente-assente. Ma non si tratta semplicemente di una persona bensì di una nuova strategia comunicativa che affronti di petto l’annichilimento della politica, da cui sono partite queste riflessioni.


La via d’uscita: dare l’incarico al ministro dell’Interno Cancellieri
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 29 marzo 2013)

ROMA – Visto che il pallino è tornato in mano a Napolitano, era chiaro che ieri sera il capo dello Stato avrebbe chiamato il leader del Pdl. Così è stato. E Berlusconi ha garantito che sarà presente alle consultazioni lampo di oggi. Andrà «ad ascoltare » l’estrema mediazione che il presidente della Repubblica si è riservato, lo farà con «il rispetto dovuto a chi si sta adoperando » per superare lo stallo, ma tenendo ferma la linea che Alfano aveva spiegato nell’ultimo giro di contatti con il Pd: «Senza un accordo preventivo sul Quirinale, non daremo alcun tipo di sostegno a Bersani ». Per il resto, il Pdl – come ha ribadito Berlusconi all’inquilino del Colle – resta favorevole alle larghe intese, «anzi eravamo pronti persino a sostenere anche un monocolore Pd ».

Ma a una condizione, sulla quale il Cavaliere non deflette e che alla luce del risultato elettorale il centrosinistra – a suo modo di vedere – deve riconoscere: Bersani non può pretendere che – avendo preso le presidenze delle Camere e puntando a palazzo Chigi – il Pd esprima il futuro capo dello Stato. È un ragionamento che aveva fatto breccia nei giorni scorsi tra i democratici e che sembra abbia trovato ascolto anche nelle stanze del Quirinale. Berlusconi chiede che il successore di Napolitano sia una personalità riconducibile «all’area moderata e liberale » e che venga indicata dal Pdl e dalla Lega all’interno di una rosa. Quanto ai nomi che vengono fatti dal fronte opposto – da Prodi a Zagrebelsky – li considera «provocazioni » ma non lo preoccupano.

Se queste sono le posizioni e se il Pd non dovesse recedere, l’estrema mediazione a favore del «preincaricato » pare dunque già segnata, anche se gli sherpa democratici ieri notte erano ancora al lavoro per arrivare a un compromesso con il Pdl. Ma Berlusconi – soddisfatto dal vantaggio di posizione conquistato e dalle crepe che vede aprirsi nel Pd – considera di fatto chiuso l’esperimento di Bersani. E aspetta che Napolitano escogiti un piano B, o meglio che lo formalizzi.

Il fatto è che il terremoto elettorale ha lesionato gravemente il sistema e c’è il rischio che il tentativo (pressoché fallito) di Bersani ne provochi il crollo. Per impedire che le istituzioni si sbriciolino con un ultimo scossone, sarebbe pronta una manovra d’emergenza che consentirebbe di imbragare il Palazzo ormai pericolante. L’idea sarebbe di puntellarlo, senza toccar nulla, con un gabinetto fotocopia rispetto a quello attuale, affidato alla titolare dell’Interno Cancellieri, che manterrebbe anche l’interim del Viminale.

Insomma, un governo Monti senza Monti, con la sostituzione dei ministri che sono «saliti in campo » con il Professore. A questo esecutivo – dalla durata breve – verrebbe affidato il compito di far partire la legislatura, con l’obiettivo di provare a cambiare la legge elettorale per poi riportare il Paese subito alle urne. Sarebbe una sorta di «fermo immagine » della situazione esistente, un governo a cui i partiti della (ex) «strana maggioranza » potrebbero garantire una «fiducia tecnica » che non li impegnerebbe politicamente.

Può Bersani accettare questo compromesso? Di sicuro non può accettare dopo di sé un «governo del presidente » con la convergenza politica in Parlamento dei voti del Pd con quelli del Pdl. Se ci fosse stata questa possibilità, allora avrebbe preso corpo un’altra opzione – di più lungo respiro – con un gabinetto affidato a Saccomanni che già incontrava i favori di Berlusconi, siccome agli occhi del Cavaliere il direttore generale di Bankitalia «è persona sobria, riconosciuta e apprezzata all’estero, che non sarà mai un secondo Monti »…

Ma l’esito del drammatico colloquio al Quirinale tra il capo dello Stato e il segretario democratico ha precluso questa via. Il «pre-incaricato », pur non ottenendo il lascia passare da Napolitano per andare subito in Parlamento a cercare la fiducia, ha avuto la forza di opporsi ad altre soluzioni che avrebbero decretato la fine della coalizione di centrosinistra e messo a repentaglio la stessa tenuta del Pd. La soluzione Cancellieri potrebbe favorire il compromesso, lasciando inalterata la distanza tra i due schieramenti. Non solo, sgombrato in tempo utile il campo dal problema del governo, il Parlamento potrebbe poi occuparsi dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Non è dato sapere se, in quel caso, il «fermo immagine » per Palazzo Chigi si riprodurrebbe anche per il Quirinale, se cioè – per tenere imbragato il Palazzo pericolante – i partiti si acconcerebbero a rinnovare l’incarico a Napolitano. In fondo si tratterebbe di una tregua per evitare latenti conflitti istituzionali e promesse di future delegittimazioni. Il Cavaliere infatti ha già pubblicamente detto che considererebbe «un golpe » l’avvento di Prodi al Colle.

Difficile capire se il progetto di puntellamento del Palazzo sia già in fase avanzata, anche se alcuni indizi lo fanno immaginare: l’altro ieri, mentre Monti alla Camera diceva di non vedere l’ora di essere sollevato dall’incarico, Berlusconi accreditava proprio la Cancellieri come prossimo premier. Sono comunque molte le variabili e troppe le incognite. Una su tutte: ammesso che si arrivi a un’intesa su un governo Monti senza Monti, i partiti troverebbero poi un’intesa sulla riforma della legge elettorale?


Berlusconi: “Sì a un governo politico, anche con Bersani”
di Redazione
(da “Il Foglio”, 29 marzo 2013)

Silvio Berlusconi e Roberto Maroni sono giunti questa mattina al Quirinale, alla guida della delegazione Pdl-Lega, per dare il via alle consultazioni lampo di Napolitano per la formazione del governo. Il leader del Pdl e il governatore della Lombardia sono saliti al colle accompagnati dal segretario del Pdl Angelino Alfano e dai capigruppo di Camera e Senato. Dopo il colloquio durato quasi un’ora e mezza, Belrusconi ha riferito ai giornalisti: “Noi siamo ancora disponibili a un governo di coalizione. Siamo disponibili a che il Pd avanzi una sua candidatura. Ci va bene la candidatura di Bersani, come ci vanno bene altre candidature”. “Un governo politico”, ha scandito Silvio Berlusconi ribadendo il no del Pdl a un governo tecnico. “Basta con i tecnici”, ha detto. Poi la conferma di Roberto Maroni: “Confermo che questa è anche la posizione della Lega: siamo disponibili a un governo di coalizione, un governo politico che dia risposte e non un governo tecnico”.

“Siamo stati contro il governo Monti, figuratevi se arriva un altro governo di questo tipo: meglio le elezioni”, ha detto ancora Berlusconi ai giornalisti al Quirinale. Il Cav. ha poi aggiunto: “Non c’è stata nessuna discussione, né nessuna nostra posizione avanzata al Presidente della Repubblica per il Quirinale, ma è nella logicità delle cose che, se si fa un governo di coalizione insieme, si discute insieme anche del prossimo Presidente della Repubblica”. ”Abbiamo prospettato al presidente della Repubblica la nostra posizione, che è quella di sempre – ha aggiunto – Dopo il voto del 24-25 febbraio sono emerse tre forze. Una di queste è all’opposizione ed è nell’ordine della razionalità e nell’interesse del Paese che le altre due forze devono trovare il modo di dar vita a un governo insieme”. “Per quanto riguarda i contenuti dell’azione di governo – ha continuato Berlusconi – siamo disponibili ad incontrare le altre forze politiche ed esaminare nel dettaglio i provvedimenti urgenti che si impongono per la difficilissima situazione economica. Crediamo che ci possa essere accordo su provvedimenti principali. Questa è la nostra posizione”.

Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni nel pomeriggio, alle 16, ricevendo la delegazione del Movimento 5 Stelle, composta dai capigruppo alla Camera Roberta Lombardi e al Senato Vito Crimi. Successivamente, il presidente della Repubblica riceverà prima la delegazione di Scelta Civica e poi quella di Sel. Per concludere, alle 18.30, Napolitano vedrà il segretario del Pd Pier Luigi Bersani e i capigruppo di Camera e Senato.


Bersani si è già schiantato
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 29 marzo 2013)

Si schianta o non si schianta? L’interrogativo riferito al tentativo di Pier Luigi Bersani domina l’attuale momento politico. Ma costituisce un falso problema. Perché Bersani si è già schiantato. Non personalmente ma nella sua condizione di massimo rappresentate del Partito Democratico. E lo ha fatto nel momento in cui durante la ridicola e devastante consultazione in streaming con i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle, è stato costretto a rivendicare la diversità morale e la superiorità politica del proprio partito per fronteggiare l’accusa di Roberta Lombardi e di Vito Crimi di essere responsabile, al pari di tutte le altre forze politiche tradizionali, dei danni provocati al paese negli ultimi vent’anni. La diversità morale e la superiorità politica della sinistra erede del Pci hanno rappresentato per l’intero secondo dopoguerra italiano un assioma ed un dogma inattaccabili. Anzi, l’assioma della diversità è stato costruito negli anni Settanta da Enrico Berlinguer sul dogma della superiorità realizzato precedentemente da Palmiro Togliatti.

Insieme, diversità e superiorità, sono diventati dagli anni ’80 in poi il piedistallo su cui il Pci ed i suoi eredi Pds e Pd hanno costruito tutte le proprie fortune politiche. Bersani, che di questa tradizione è l’erede ufficiale e che proprio in nome di questa tradizione ha rivendicato il diritto di poter guidare il paese, si è schiantato proprio perché, per la prima volta nella storia del suo movimento politico, si è visto costretto ad usare la diversità e la superiorità non come una spada d’attacco ma come uno scudo protettivo. E per la prima volta ha dovuto verificare che lo scudo non funziona e non impedisce affatto l’attacco di chi rivendica per se stesso la diversità etica e la superiorità politica e nega questi attributi a chi per decenni li ha usati per esercitare la propria egemonia sul paese. Di fronte a questa vicenda, esaltata da un impietoso streaming, diventa paradossalmente ininfluente la riuscita o meno del tentativo di Bersani di formare il governo. Se il segretario del Pd dovesse completare positivamente la propria missione impossibile potrebbe, forse, rinviare di qualche tempo il momento della presa d’atto della fine di un’epoca per il proprio partito.

Se invece non dovesse riuscirci la presa d’atto sarebbe immediata provocando una crisi nel Pd dagli effetti devastanti destinata a durare almeno fino a quando l’intera sinistra tradizionale non farà finalmente i conti con se stessa e con la propria storia e accetterà la propria condizione di assoluta eguaglianza con le altre forze politiche. Lo streaming come la presa della Bastiglia? In un certo senso si. Perché il copione recitato da Lombardi e Crimi a beneficio del proprio elettorato ha messo in difficoltà Bersani costretto, di fronte al proprio elettorato, ad arroccarsi attorno alla pretesa di continuare a rappresentare “l’aristocrazia repubblicana” rispetto alla normale plebe politica nazionale. Ed ha reso evidente come anche questa Bastiglia abbia mura fragili e destinate ad essere spazzate via dalla furia di chi, a sua volta, pretende di essere diverso eticamente e superiore politicamente in nome di una novità tutta ancora da dimostrare. Il povero Bersani pensava di poter ammansire i grillini salendo sul piedistallo del proprio blasone ma ha dovuto prendere coscienza che i suoi interlocutori, proprio a causa di quel vecchio e superato titolo nobiliare, intendono ghigliottinarlo. Il ché è sicuramente un grave problema per la situazione politica del paese e per la sua governabilità. Ma è anche l’avvio di un processo di chiarimento e di normalizzazione della politica nazionale destinato a far saltare le vecchie caste ed a rimettere tutti i cittadini sullo stesso piano.


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Bart