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LETTERATURA: Marino Magliani: “Il cannocchiale del tenente Dumont”

15 Giugno 2021

di Bartolomeo Di Monaco

Un romanzo di Marino Magliani, autore fecondo di cui mi sono già occupato per alcune delle sue opere precedenti, è una garanzia. Come essere invitati ad un ristorante di cui sappiamo che non ci tradirà mai con i suoi raffinati menù.
La forza di Magliani sta, oltre che nei contenuti originali, soprattutto nella scrittura, in cui si respira l’aria della sua Liguria, patria di scrittori importanti (in primis Francesco Biamonti) che hanno fatto da apripista e da maestri alle generazioni successive.
Come a Lucca si riconosce proprio nella scrittura un narratore versiliese da uno della città e della piana, così è facilmente riconoscibile un narratore ligure. I migliori hanno una scrittura che sa di salsedine e di ulivo, di terra e di sassi.
“Il cannocchiale del tenente Dumont” è uscito per i tipi de L’Orma editore nel 2021 e si annuncia come un romanzo storico. Ma a proposito di romanzi storici, si deve tenere conto di quanto scrisse il grande critico letterario Carlo Bo parlando di André Maurois: “Per Maurois la differenza fra invenzione e restituzione storica era minima e, convinto di ciò, ha illustrato in una serie di lezioni tenute in Inghilterra il regime di vasi comunicanti che vige fra biografia e romanzo.” (Corriere della Sera, 10 ottobre 1967).
Vediamolo insieme questo “Il cannocchiale”, che un po’ riprende la trama già conosciuta con “L’estate dopo Marengo” del 2003.
La premessa ci dà notizia di che cosa il romanzo si occuperà. La peste e il consumo di hascisc in terra di Egitto, rinvenuto dall’esercito francese alle foci del Nilo, hanno prodotto un tale lassismo e un tale disorientamento che numerosi soldati si sono dati alla diserzione. Sono stati peraltro duramente sconfitti nella battaglia navale di Abukir dal famoso ammiraglio inglese Horatio Nelson.
Tra questi, tre soldati, tra cui quello menzionato nel titolo, il tenente Gerard Henri Dumont, e con lui il capitano Philippe Lemoine (“Bretone di buona famiglia, una gioventù trascorsa in Italia a sparare su savoiardi e austriaci, e poi l’Africa…”) e un soldato “mezzo basco”, Bernard Gilbert Urruti.
La storia è ambientata tra il 1799 e il 1800.
Al principio, il modo in cui avviene l’alternarsi di fatti e scene dà subito la sensazione di una struttura narrativa che si va intessendo, come composta di fili di una ragnatela che alla fine convergeranno verso il centro.
I tre disertori stanno per lasciare l’Africa, nel disordine delle operazioni d’imbarco. Partiranno due fregate, la Carrère e la Muiron (a bordo di quest’ultima c’è Napoleone), e molti sono i civili imbarcati.
La navigazione sarà lunga e pericolosa, essendoci il rischio di incontrare navi inglesi: “Di giorno, alle grida degli uccelli di mare, s’alternano i brevissimi cenni del gabbiere dalla coffa. Lemoine smette di maneggiare con la pistola per capire cosa succede. Sono avvistamenti di scogli, coste libiche, un brillare diverso nel riverbero in lontananza, nient’altro, fortunatamente.”.
Queste annotazioni di diario che durano per tutta la traversata (i tre sono imbarcati sulla Carrère e le date sono scritte secondo il calendario della Francia rivoluzionaria), emanano echi che ci ricordano Henri Melville e Joseph Conrad. Si percepisce il mare quieto e limpido e la nave che si allontana, con lento moto, dall’Africa.
Vi è però, ma sarà per breve tempo, “scarsa visibilità” e occorrere procedere con cautela.
Intanto a bordo si lavora: “La ciurma ha sempre qualcosa da fare, c’è chi sostituisce canapa a una gomena, chi ricuce lo strappo di una vela, chi lava il ponte facendoli spostare.”.
La scrittura è asciutta, essenziale; rifiuta i contorni; lascia intuire.
La Carrère sembra la nave di Ulisse osservata da Omero: “Appaiono pietraie saldate al cielo, fin su a mezzacosta, dove si alzano cinture di muraglie, resti di torri di avvistamento. Luoghi apparentemente spopolati, a parte gli uccelli, e scarsa la vegetazione.”.
I tre non lo sanno, ma, poiché consumatori e detentori di hascisc, sono seguiti da un individuo, incaricato di uno studio sulle cause della diserzione, che egli ritiene legate al consumo di questa droga (così riferisce ad una speciale commissione). È un olandese, di Haarlem, il dottor Johan Cornelius Zomer, che è stato a servizio presso l’ospedale da campo di Jaffa: “È così che i nostri ragazzi hanno conosciuto l’hascisc, e l’hascisc ha riempito i silenzi africani…”; “È successo a Jaffa, e abbiamo dato la colpa alle circostanze, al pericolo di contagio, all’epidemie africane, ma la diserzione resta la prima conseguenza dell’hascisc.”.
Nel suo lavoro è assistito da un solerte collaboratore, Victor Pangloss. Ma pare che non basti per tenere d’occhio i tre consumatori d’hascisc. In una lettera al dottore Dominique Larrey, “miglior chirurgo d’Europa”, esprime questa necessità: “Necessito peraltro di un secondo e un terzo aiutante, Pangloss teme di non riuscire a seguire ogni loro movimento.”.
Compare per la prima volta il cannocchiale del titolo: “I giorni scorsi, per la prima volta davanti a Dumont, il capitano ha tirato fuori da sotto l’uniforme il piccolo cannocchiale. L’ha comprato a Aix-en-Provence da un mercante. Più piccolo di quello in dotazione al generale Kléber nel deserto. Sulla ‘Carrère’ e sulla ‘Muiron’ lo maneggiavano in molti, un cannocchiale, e il capitano deve aver pensato che gli mancava. Ma lo usa poco, e ora ce l’ha sempre nelle mani il tenente, si porta ai margini del bosco e guarda le radure, fin dove iniziano gli ostacoli e le cose gli appaiono come si vedono nei quadri.”.
Sono spigolature di una struttura che si rivela complessa e originale. Noi sappiamo che i tre personaggi (Pangloss e Zomer li chiamano anche “soggetti”) sono seguiti onde studiarne i comportamenti a seguito dell’uso che essi fanno dell’hascisc (Dumont “Osserva i nuovi invitati e dopo tanto tempo guarda il capitano e Urruti, ed è come se non li riconoscesse. Reduci dai deserti e così diversi tra loro, a parte l’hascisc… Perché, tolto l’hascisc, cos’altro li lega?”); l’hascisc è considerato da Zomer un pericolo per l’umanità. Ma intorno a questo filo esile se ne attorcigliano molti altri che ne fanno un canapo robusto e attrattivo. La trama che ne deriva, infatti, richiede molta abilità, soprattutto affinché le atmosfere di un’epoca e di un periodo tormentato non disperdano colori e sapori. Numerose le descrizioni di scaramucce con il nemico nella pianura italiana: “Non fanno molta strada, cercano il fiume, oltre la grande radura bruciata. Non sono soli, ai margini dell’ansa, nel punto in cui il fiume piega, si sentono lamenti. Oltre, la riva e la ghiaia fanno come una depressione, passano gli sbandati e si fermano nelle canne, credendolo un nascondiglio sicuro.”; “La battaglia era persa, come può essersi riaccesa? C’è ancora un po’ di visibilità, ed è un tratto scoperto, ma le acque sono già nere.”.
L’autore ci appare da subito, da questi primi inizi, in grado di mantenere la rotta, grazie all’appropriata scrittura che s’incolla alla trama, finanche irrobustendola gagliardamente: “Di rado un rimbombo, non più cannonate, sono rumori che si perdono in terre sconosciute, fragori meno intensi, forse sono lontani.”.
La diserzione dei tre appare mitica, portatrice di una visione contrastata della vita, in cui il bene e il bene, il giusto e l’errore si mescolano in un turbamento intimo.
Ci rendiamo conto che è questa la vera guerra di cui ci narra Magliani.
La direzione di marcia ora è la Liguria, la terra natale dell’autore, e ben conosciuta dal capitano Lemoine: “Non giungeranno in Val Prino prima di fruttidoro, e una volta da quelle parti Urruti e Dumont resteranno nascosti in attesa che Lemoine scenda in città, dove sa lui, a trattare per l’imbarco. In fondo sembra tutto facile, il più è arrivarci.”; “Dumont fa uso continuo del cannocchiale, lo allunga, lo abbassa, Lemoine controlla le carte, tossisce. E del mare che promette da giorni, nulla neanche nella luce.”. Si devono attraversare le montagne, cercano un valico: “In effetti c’è un passo, è abbastanza facile, e segue un vallone incustodito, la nebbia è buona, ma non è ancora il momento, meglio aspettare il buio.”.
A mano a mano che si procede nella lettura, ci si rende conto della bellezza e della originalità che caratterizzano la struttura del romanzo, da cui si possono trarre le stesse emozioni di quando ci si trova davanti al “Tristram Shandy” di Laurence Sterne.
Credo che Magliani in quest’opera abbia dato e realizzato il meglio di sé, tanto che viene meno ogni interesse a conoscere se la creazione abbia un qualche punto di riferimento storico e documentale (ogni tanto si fa cenno a una fonte), essendo stato tutto ciò trasformato e restituito ad un livello altissimo di qualità.
Gli ambienti e la natura si compongono a poco a poco a mosaico e i personaggi vi trapassano con la forza di una ispirazione intensa: “Nelle vicinanze invece si è svegliata la vita: sono i rumori notturni, e a mezza costa rotolano delle pietre. Stamane guardando nel cannocchiale hanno visto un paio di camosci, o capre, chissà.”.
Ci si chiede: È davvero un viaggio verso la diserzione? E di che tipo di diserzione si tratta?
Il lettore intuisce che il substrato è un altro: non è una diserzione, bensì una ricerca. E il suo abbrivio è la speranza, che pare averli abbandonati, ma c’è, anche se ancora non la riconoscono: “Sono le ore tarde, quelle in cui prende lo sconforto, le insidie di un viaggio senza speranze, verso un porto del quale non si sa nulla. Il tempo che forse esiste solo da disertori, non è il pieno giorno o la piena notte, l’alba o il tramonto, ma qualcosa di pieno lo stesso, un tempo di cui non si parla mai, in qualche modo sconosciuto. È la piena sera.”.
Ci si addentra nelle terre della Liguria, percorse dai pastori della transumanza (“Un gregge, le figure nere dei cani e il pastore, il cappellaccio sotto il sole.”) e dai contrabbandieri di confine. È tutto un rumore dei loro passi e di quelli delle pattuglie di vigilanza. Bisogna procedere con cautela: “A stare infilati a lungo nelle crepe della montagna, non si capisce neanche se fuori è nuvoloso o è già il crepuscolo. Si va per intuiti, come con l’invisibilità del mare, per impressioni, sbadigli, solo le nebbie allungano l’alba e dettare i tempi tocca agli uccelli. Tuoni, lontano, come rumori di pietraie.”; “Lemoine, con la ridicola ossessione di mostrare tutta la sua sapienza, straparla e non si rende mai conto del pericolo in cui li getta. Ci sono guerre silenziose, dove persino il puro stillicidio da una pietra tufacea provoca la vibrazione di un eco.”.
Ora la scrittura sa di terra. Da quando si è entrati in Liguria, essa si è fatta avida e assorbente. Tutta la natura ne è rappresa, catturata: “Case però non ne hanno viste per tutto il giorno. Eppure da qualche parte ci devono essere, le case di pietra mimetizzate contro le scogliere, che non le scopre nemmeno il cannocchiale. Nuclei con pollaio e stalla, talmente sprofondati nei burroni che uno se ne accorge dopo un po’ per caso, per i colpi sull’incudine di un fabbro, della scure che spacca in tre il ciocco da far bastare per tutta la sera e la notte.”; “I ghiaioni che si accendono, le pareti a picco scolpite dal passaggio di brace celeste che porta la sera, lo stacco di un volo di colombacci dalla terra, il rotolare delle pietre, lontano, non sai mai se per il passo di un camoscio, di un umano, o per le spaccature provocate dal caldo di giorno e dal gelo la notte.”.
Ci sono echi di poesia in tali descrizioni: “Un vapore annunciava qualcosa, e dietro il buio li aspettava l’aurora degli ulivi. Sono di un muschio azzurro e coprono le fasce fin sui costoni di fronte. Il mare non c’è nemmeno oggi, e in qualche modo le onde degli alberi sostituiscono il contraltare liquido. Risaltano striature di diamanti, sentieri, crepe, da cui emergono gruppi di tetti di ardesia. Al mare di ulivi manca solo il mare, ed è davvero come se fosse nell’aria, nei colori.”. Dirà degli ulivi: “Gli ulivi riescono a riappacificare, consumano i fantasmi.”.
Il mare diventa un simbolo, una meta. Una speranza.
Ancora: “Nella gabbia azzurra volteggiano due poiane, l’alba è uscita da una rupe rossa di scaglie e argilla, il giorno rilascia i soliti voli di farfalle bianche, prende una confidenza, fino ad assorbire la patina di rugiada, e lentamente nel cannocchiale la valle si scuoia come una biscia.”.
Sappia il lettore che natura e poesia si fonderanno molte volte in questa storia e ne troveranno accenti un po’ dappertutto. Sono luccichii come di diamanti. Preziosi e valorosi: “Il greto del torrente rilascia il color verde pietroso delle montagne liguri. Tranne che in estate, questi corsi si riforniscono e abbondano, ma ora ci scorrono giusto quattro bracciate d’acqua. Sui fianchi sono abeti, e ci sono casupole sparse dalla copertura di lastre di pietra verde, e baracche di legno rovinate dalle intemperie. Devono essere i ripari utilizzati dai pastori dediti alla transumanza. Da una esce un filo di fumo.”.
Non si terminerebbe mai di riportare esempi suggestivi e pervasivi come questi, tutti di alta qualità.
Magliani ha raggiunto con questo romanzo una tale maturità di scrittura e di sentimento che è difficile trovare oggi tra i nostri narratori uno che possa appaiarcisi. Si è insinuato in tutti personaggi maggiori, specie in Lemoine (conoscitore della Liguria come lui), Dumont e perfino il dottor Zomer (olandese, terra in cui lui vive), il quale scrive al padre: “Di fronte al mare Ligure, a pochi passi dalla risacca, mi pare sempre che almeno una di queste onde, una fra tutte, arrivi dal Noordzee. Da Zandvoort, da Noordwijk.”.

Si va avanti nella lettura con continue soste come nei belvederi, contemplando e gustando e facendosi attrarre e incantare: “Quando è di guardia Dumont i pomeriggi passano così, nell’esplorare i lenti movimenti della natura, il ritiro tentacolare del giorno dalle vallate, verso l’alto, gli spostamenti dei greggi o di ronde in perlustrazione.”. È Dumont che sta usando il cannocchiale. Il quale, per l’uso frequente che ne fa, si è un po’ guastato, facendo arrabbiare il proprietario, che è Lemoine.
Il cannocchiale (“l’occhio lungo”) è come un occhio spirituale che accompagna i nostri personaggi: “Guardare è un compito che non si esaurisce, trasforma le cose, come in un delirio, un picco di pietra scura diventa subito un guardiano gigante, e domina, divide il cielo, crolla e si rialza.”.
Un’altra sensazione che traspare è la lentezza del tempo, misurato negli attimi, osservato nella dinamica degli eventi che, in natura, mai hanno fretta. I nostri personaggi ne sono stati contaminati. Nella fuga, hanno perso qualcosa di artificiale, ansia e fretta, e sono stati avvolti nel fiato universale, dentro l’eterno.
Anche: “I giorni dell’attesa lungo i torrenti non si ripetono come il resto, non si danno il cambio, è solo come se allungassero un rantolo. Se sommassero paure.”.
Non manca il sentore della morte, che accompagna il viaggio. Lemoine ha avuto il tifo prima di fuggire, ed ora ne sente il peso: “Gli sbocchi di sangue da qualche giorno non l’hanno perseguitato, ma non vuol dire, si stagna tutto, come seccano questi corsi se non piove, poi arriva il giorno e il luogo, una valle qualsiasi ma speciale, i costoni calmi e gli ulivi dalle articolate ceppaie, e lì lo lasceranno, gli occhi rivolti alla Provenza. E il mattino dopo, le donne giunte alla fatica urleranno, come succede allo scoprire un rettile intontito dalla digestione.”.
Anche Urruti deve fare i conti con una ferita all’occhio subita nella battaglia di Marengo. La scheggia è ancora nella carne e ha generato suppurazione: “zanzare e mosche mordono tutte lì.”. Guarirà nel corso della fuga.
I due, fra l’altro, sono a parte di un segreto (Lemoine ha delle misteriose lettere con sé – le brucerà – e del denaro) che il terzo disertore, Dumont intuisce e vorrebbe scoprire.
Ricordiamoci che i tre sono tenuti sotto controllo a distanza da Pangloss, l’aiutante del dottor Zomer, al quale invia continuamente dispacci.
Solo Urruti ha la sensazione di essere spiati, mentre gli altri due lo prendono in giro.
Questa caccia e fuga che l’autore ci fa avvertire ogni tanto come un refolo d’aria, è la spina dorsale, la tessitura primeva del romanzo, dalla quale si dirama una molteplicità di connessioni.
Giungono al mare, s’immergono nell’acqua: “Il mare visto dal mare, i loro corpi sollevati dalle onde e il risciacquo tra gli scogli, e poi farsi asciugare dall’aria salata, da quanto non lo facevano.”; “Più avanti, tra la costa e l’orizzonte emerge l’ostacolo della Gallinara, l’isola dal profilo di tartaruga, il collo lungo e la testolina verso ponente.”.
Un momento di gioia e di smemoratezza. Questo il mare.
Magliani riesce a darci anche l’idea di quanto ogni parola scritta si porti al suo interno ricerca e cultura. Il suo è un romanzo in cui la fantasia si accompagna sincronicamente al realismo e alla ponderatezza. Facilitato in ciò da una scrittura che si mantiene essenziale, asciutta, e a volte con un periodare scarno, quasi telegrafico.
Egli la padroneggia fino a renderla suggestiva e accattivante, intonata e ritmata com’è allo svolgimento della storia.
I tre fuggitivi sono stanchi, il capitano sta peggio di tutti, quasi non si regge in piedi: “Ma Lemoine si è tornato a sdraiare, rivolto alla parete che ha sputacchiato di sangue.”.
È trascorso un anno, la fuga è diventata un’odissea, coi rischi rappresentati dalle continue ronde e dai contadini che lavorano i campi e che potrebbero scoprirli e denunciarli. Così pure i pastori, di cui la montagna è piena per la transumanza: “Camminano sotto la luna e Urruti è costretto a prendersi Lemoine in spalla, così finiscono per stremarsi entrambi. Dumont ci ha provato, ma non riesce a fare più di cinque passi, e quando non ce la fa più neanche Urruti crollano tutti e tre, come in battaglia.”.
Hanno smesso di consumare l’hascisc, e Dumont l’ha gettato via. Ma nell’aria, con quell’ignoto sconosciuto (ne compaiono uno apparentemente diverso dall’altro, ma è una mascheratura) che li insegue e sembra spiarli, si ha netta la visione di una fuga anche dalla morte, camaleontica cacciatrice di noi tutti, mai sazia, mai doma. Intanto si è presa Lemoine, il solo che avesse una meta materiale, indicata e svelata da quelle lettere e dalle monete: “Urruti ha preso la borraccia accanto al corpo, la giberna con le monete sotto la giubba, Dumont sfila gli stivali al cadavere e se li prova. Non sono meno malandati dei suoi, ma sono pur sempre gli stivali di un capitano.”.
La diserzione si configura sempre di più come una ricerca, e più precisamente come una ricerca di libertà (e anche di riparazione come in Lemoine), mai facile e sempre insidiata.
I due superstiti sono ormai vicini alla meta, cioè all’imbarco che dovrebbe condurli lontano dal continente, addirittura in Argentina, a Buenos Aires. La fatica del viaggio compiuto per giungere fin lì è immane: “Urruti si è tolto gli stivali. Quando si toccano i piedi si chiedono come sia stato possibile giungere fin lì. Sono ridotti a una piaga, li hanno lavati nei torrenti, prima di addormentarsi, disinfettati con la malva, li hanno fasciati e valle dopo valle li hanno rifatti sanguinare. Le distorsioni sulle pietre nel buio erano il minimo, e le cadute rovinose nella ghiaia, che hanno messo a rischio caviglie spalle, ginocchia. I polpacci urtati e graffiati dagli arbusti di mezza Liguria…”.
Ci si domanda che cosa succederà ancora, e se i due superstiti ce la faranno.
Ma siamo arrivati pressoché alla fine ed è tempo che il lettore lo scopra da sé.
È un romanzo stimolante e originale, che meriterebbe qualche premio per le sue alte qualità, ben superiori a quelle che qualche volta ci vengono offerte dalla riffa dei più noti premi letterari.


Letto 248 volte.


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Bart