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Papa Francesco, il Gesuita con il Saio

14 Marzo 2013

di Luigi Accattoli
(dal “Corriere della Sera”, 14 marzo 2013)

Il papato lascia l’Europa e va nelle Americhe: è un evento che dice la capacità del nuovo che abita il cuore antico della Chiesa di Roma e la pone ancora una volta sul proscenio della storia, nella stagione del rimescolamento planetario dell’umanità. Va oltre l’Atlantico e sceglie un cardinale del subcontinente americano, cioè un uomo del Sud del mondo, ora che il Sud povero sta sfidando il Nord ricco in nome dei suoi diritti e delle sue necessità.
Sono questi i primi due segni dell’elezione a Papa del cardinale Bergoglio, ma ve ne sono altri, tutti portatori di novità, che insieme potrebbero aiutare la Chiesa a superare quel complesso dell’arretramento che sembra averla colpita lungo gli ultimi quattro decenni, a partire dalla contestazione giovanile degli anni Sessanta del secolo scorso, che coincise con l’inizio del conflitto interno sull’eredità del Vaticano II.
Il terzo segno viene dall’eletto, che ha scelto di chiamarsi Francesco, un nome che racchiude un destino: nell’età di mezzo Francesco d’Assisi andò al soccorso della Chiesa di Roma in risposta alla chiamata avuta nel sogno: «Francesco ripara la mia Chiesa »; e oggi, ottocento anni dopo l’avventura del Poverello, un Papa per la prima volta prende quel nome che è sempre restato un programma e con ciò segnala di volerne assumere la missione che è di ritorno al Vangelo sine glossa, cioè senza adattamenti.

Il quarto segno è da cogliere nel ruolo che il nuovo Papa ebbe nel Conclave del 2005, quando risultò il più votato dopo Ratzinger sia al primo sia all’ultimo degli scrutini. Ricostruzioni attendibili segnalano che arrivò ad avere quaranta voti che forse non sarebbero bastati per eleggerlo ma che potevano impedire l’elezione del Papa teologo.
Si dice ancora che nella pausa del pranzo Bergoglio scongiurasse i suoi sostenitori di concorrere a eleggere Ratzinger, cosa che avvenne. Otto anni dopo è l’eletto di allora a rinunciare e tocca al primo rinunciatario prendere il suo posto: una vicenda parabolica che di sicuro tiene in sé molti significati.
Come hanno fatto i cardinali a convincere ieri chi allora non volle il papato? Bergoglio è un gesuita, il primo Papa gesuita della storia: e si sa che i gesuiti hanno nella Regola l’impegno a non accettare cariche e onori. Si dice che nell’ultima Congregazione generale egli abbia parlato di povertà e di purificazione della Chiesa dal «peccato »: forse i cardinali da quelle sue parole hanno compreso che ora l’umile argentino si sentiva pronto ad osare il papato e a disubbidire alla Regola dettata da Ignazio di Loyola, quasi facendosi da gesuita francescano.
L’uscita del papato dall’Europa ha lo stesso segno epocale che ebbe nel 1978 l’uscita dall’Italia: allora era in questione l’assetto dell’Europa nella fase finale del confronto Est-Ovest, oggi è in questione l’assetto del mondo. Questa uscita è di buon segno perché a nessuno sfugge che le Chiese d’Europa hanno ormai troppa storia per poter guardare con occhi sgombri alla sfida dei tempi nuovi che viene dai poveri del pianeta. Proverà forse a guardarla ora con gli occhi di papa Francesco.


Rivoluzione a San Pietro
di Ezio Mauro
(da “la Repubblica”, 14 marzo 2013)

Un Papa a sorpresa, venuto dalla fine del mondo quasi a dire basta agli intrighi e ai ricatti italiani della Curia e alla paralisi di governo che ha indebolito la vecchiaia di Benedetto XVI fino alla rinuncia. Ma un Papa che evidentemente la Chiesa preparava da tempo, se è vero che già nel 2005 Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, era uno dei due candidati forti del Conclave, sostenuto dai riformatori che poi lui stesso portò a convergere su Ratzinger, per evitare una scelta più conservatrice. Per due volte a distanza di otto anni, dunque, due Conclavi hanno elaborato la candidatura a Papa del cardinale argentino, e bisogna tener presente che nel frattempo la composizione del Sacro Collegio è cambiata per quasi il 50 per cento. La considerazione di Bergoglio è dunque alta, forte e costante nei vertici della Chiesa universale. Ma questa volta gli scandali vaticani hanno pesato in suo favore.

E hanno chiuso la porta al ritorno di un Papa italiano (cioè a Scola, il vescovo più qualificato e conosciuto) per metter fine a un sistema di potere simbolicamente impersonato dalle figure del Decano del Collegio Cardinalizio e del Camerlengo, Sodano e Bertone, che scadono con la fine della Sede Vacante. L’addio al pontificato di Ratzinger ha dunque lasciato un “segno” visibile nel Conclave. La scelta di successione a Benedetto XVI rappresenta infatti un rovesciamento geografico e culturale del potere curiale vaticano talmente evidente e simbolico da diventare un gesto politico che scuote Roma parlando al mondo. Un gesto di apertura e di speranza che chiude un’epoca e porta il Papa fuori dai Sacri Palazzi, liberandolo dal potere per sperare di ritrovarlo pastore.

Questo significato del Conclave, che ha appreso fino in fondo il “mistero” dell’impotenza coraggiosa di Ratzinger, è stato potenziato ed ampliato dalle primissime mosse del nuovo Papa, ben consapevole fin dal suo apparire sulla Loggia di San Pietro della necessità di una rottura con un mondo e un modello di potere che ha finito per imprigionare se stesso, fino a consumare la stessa azione di Ratzinger, in una sovranità infine esausta perché immobile. Bergoglio infatti nelle sue prime parole non si è mai definito Papa (cioè sovrano e Vicario di Cristo) ma vescovo, quindi pastore, e ha annunciato che il vescovo di Roma e il suo popolo cammineranno insieme.
Un richiamo quasi giovanneo, tanti anni dopo, un conferimento della maestà alla comunità cristiana, una suggestione di collegialità, in quell’invito insistito e convinto – prima della benedizione apostolica del Pontefice ai fedeli – alla preghiera della piazza e del mondo per il Papa, per non lasciarlo solo, per dargli quella forza che deriva certo da Dio per chi crede, ma anche dalla convinta e fraterna partecipazione del popolo cristiano. Mentre questa preghiera avveniva in silenzio, per la prima volta durante il rito solenne dell’Habemus Papam Jorge Bergoglio ha curvato la maestà papale verso la folla, nell’umiltà di un inchino del Sommo Pontefice che sulla Loggia non si era mai visto.

Tutto questo senza titubanze e cedimenti, ma con la sicurezza spontanea di chi si sente pronto, il sorriso di chi chiede aiuto non per timore, ma per scelta. E la prova più grande di questa umiltà personale unita all’ambizione del cambiamento viene dalla scelta del nome, che nessun Papa aveva mai osato pronunciare per sé come successore di Pietro: Francesco. Un nome che è un progetto e un vincolo per il pontificato, quasi la denuncia programmatica della necessità di un gesto estremo, un ritorno alle origini, al Vangelo, all’Annuncio, alla missione di una Chiesa disincarnata dal potere e dalle sue pompe.

Quasi un punto e a capo, nella scelta di un nome che non ha precedenti nella lunga storia del pontificato, e che suona come una promessa agli ultimi e una minaccia ai potenti. L’indicazione di un Papa che sa di dover camminare tra i lupi, che è pronto a spogliare il Vaticano dei suoi ricchi mantelli, che proverà a rinunciare alle ricchezze occulte dello Ior, che testimonierà col solo risuonare del suo nome nei Sacri Palazzi quel sogno che spinse il frate di Assisi a Roma da Innocenzo III, dopo aver avuto la visione terribile del Laterano – sede del Papato – che minacciava di crollare disfacendosi.

E’ come se il Papa, già anziano nei suoi 76 anni, sentisse di non avere molto tempo di fronte all’irreparabile, la consunzione del ruolo della Chiesa attraverso gli scandali, le lotte di potere, i corvi, i peccati di Curia contro il sesto e il settimo comandamento, la rete di ricatti che da tutto ciò è cresciuta, avviluppando il visibile e l’invisibile della potestà vaticana e deturpandone il volto, come dice l’ultima drammatica denuncia di Ratzinger dopo la rinuncia. Papa Francesco potrà essere soltanto un uomo di rottura con questo viluppo di bassi poteri. Nel segno della preghiera come affidamento, della sobrietà come obbligo di coerenza coi valori di fede, della povertà come scelta. Quella croce semplice, di metallo su una veste tutta bianca era già la conferma di uno stile diverso anche per il Capo della Chiesa cattolica. In coerenza con la predicazione pratica del vescovo di Buenos Aires, ortodosso e fermo nella dottrina (la fede in Cristo come “alleanza” non solo “informativa ma performativa”, perché non è un semplice annuncio, ma un cambiamento di tutta la vita), rivoluzionario nella scelta di stare dalla parte degli ultimi, dei più poveri, degli sconfitti e degli “schiavi”, nella convinzione che su questo si svolgerà il Giudizio nell’ultimo giorno.

Questo avvento di pontificato che ribalta evidentemente la geopolitica eurocentrica della Chiesa, probabilmente grazie ad una convergenza su Bergoglio dei cardinali americani, avviene dunque nella scelta di un nome che è una profezia di cambiamento, come se dopo l’immediata preghiera con la piazza per Joseph Ratzinger il nuovo pontefice avesse fretta di voltare pagina. Il rinnovamento ha naturalmente un costo. Papa Francesco dovrà capire che nei suoi doveri universali c’è anche quello della piena trasparenza sui suoi rapporti con la dittatura militare argentina, sugli scandali di compromissione che lo hanno chiamato in causa come gesuita in vicende mai chiarite. Dovrà farlo per avere le mani libere. E poi, non potrà tornare indietro rispetto alla novità che rappresenta, al mondo finito che lo ha preceduto, alle necessità di rinnovamento dell’istituzione cristiana, al rapporto tra l’universalità della Chiesa e la chiusura del Vaticano. Al peso, al dovere e all’obbligo che deriva dalla scelta di chiamarsi Francesco.


Scola tradito dagli italiani fin dalla prima votazione
di Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”, 14 marzo 2013)

Che per il super-favorito Scola le cose potessero complicarsi lo si era già visto martedì. Pochi istanti dopo l’extra omnes e la meditazione in Sistina, a sorpresa Bergoglio aveva ottenuto subito il maggior numero di voti. Però al primo scrutinio i consensi erano troppo sparpagliati per delineare un quadro realmente indicativo. Si trattava comunque di un campanello d’allarme per l’arcivescovo di Milano, accreditato di tali chance di vittoria che ieri, a pochi minuti dall’annuncio del protodiacono, uno sfortunato comunicato del segretario generale della Cei esprimeva «i sentimenti dell’intera Chiesa italiana nell’accogliere la notizia dell’elezione del cardinale Angelo Scola a Successore di Pietro ».

A sbarrare a Scola la strada verso il Sacro Soglio è stata la confluenza di due cordate e di due ordini di valutazioni nettamente distinte: quella extraeuropea (e soprattutto sudamericana) intenzionata a portare per la prima volta il papato fuori dal Vecchio continente e quella curiale dei nemici-alleati Bertone e Sodano irriducibilmente ostili a Scola. «Per antiche invidie e rivalità », commentano nelle Sacre Stanze. A Bertone non è mai andato giù il consiglio di Scola al Papa in un incontro a Castel Gandolfo durante la bufera per la grazia al vescovo negazionista Williamson: la sua sostituzione alla guida della Segreteria di Stato. Da parte sua, invece, Sodano si è trovato su opposte barriere rispetto a Scola in varie partite di potere per il controllo di istituzioni cattoliche. Lo stesso Ruini, pur stimando Scola, non ha dato indicazioni di voto a suo favore ai conclavisti come l’australiano Pell che hanno chiesto di potergli fare visita prima del conclave. Insomma, i 28 elettori italiani non hanno remato tutti nella stessa direzione e così hanno vanificato la possibilità di riportare un loro connazionale sul Soglio di Pietro 35 anni dopo Luciani.

Neppure tra gli arcivescovi residenziali italiani c’è stata totalità di consensi per Scola, al quale perciò non potevano più bastare i consensi di numerosi elettori europei. Inoltre i conclavisti vicini alla comunità di Sant’Egidio (per esempio, Sepe) non vedevano di buon’occhio la vicinanza di Scola a un movimento distante dalla loro impostazione come Comunione e Liberazione. Nelle ultime ore non erano mancati segnali che la candidatura fortissima di Scola fosse un gigante dai piedi d’argilla. A parole tutti riconoscevano la sua eccezionale statura di vescovo e intellettuale, però poi, a scavare un po’ oltre le frasi di circostanza, affioravano distinguo e riserve. E soprattutto prendeva sempre maggior campo quella suggestione per il “volo oltre oceano” che faceva vacillare l’opportunità di ripiegarsi su un pontificato italiano mentre la gran parte della sua crescita la Chiesa la sta sperimentando in Sud America, Africa, Asia. «Non può esserci sempre il pastore a monte e il gregge a valle », sintetizzò un porporato africano in congregazione.

Inoltre poco prima dell’avvio del conclave, il sodaniano Lajolo aveva pubblicamente dato voce al fastidio della Curia per il protagonismo della pattuglia statunitense e pochi vi colsero il gradimento del partito del decano per uno stile più sobrio. Proprio la cifra di basso profilo, l’etichetta rispettata da Bergoglio per l’intera durata della sede vacante. Pochissima esposizione, uscite pubbliche ridotte al minimo e congregazioni generali vissute alla stregua degli altri peones del collegio cardinalizio malgrado nel 2005 avesse ottenuto nell’elezione pontificia più consensi di chiunque altro ad eccezione di Ratzinger. E Benedetto XVI non ha mai fatto mistero della sua considerazione per l’austero gesuita che ha «purificato » la Chiesa argentina dalle compromissioni con il regime militare.

Per Bergoglio ora come otto anni fa il luogo fatale è stata Santa Marta. Ma stavolta con risultato opposto. Ciò che è accaduto ieri alle 13,30 nella Domus conta più dei primi scrutini senza esito nella Sistina. Alle fumate nere, infatti, sono seguiti i conciliaboli domestici nella residenza degli elettori. Bertone e Re hanno parlato con Bergoglio garantendogli il loro sostegno. Prima i conclavisti mangiavano e dormivano nella cappella affrescata da Michelangelo, dal 2005 rientrano (in navetta o a piedi) per i pasti e il pernottamento nell’albergo fatto ristrutturare da Giovanni Paolo II. Durante i pranzi e le cene i cardinali discutono liberamente ed entrano in azione i pontieri che offrono una possibile conciliazione tra le diverse fazioni. Otto anni fa, fu proprio nel refettorio di Santa Marta che la partita si chiuse a favore di Ratzinger. «Dall’ultima cena in poi, nella Chiesa le cose importanti vengono decise a tavola », spiega sorridendo un elettore di Ratzinger.

Nel conclave del 2005, dopo le prime tre votazioni, Bergoglio si rivolse ai commensali con un discorso destinato a cambiare immediatamente le sorti di quella elezione pontificia. Chiese espressamente ai suoi quaranta sostenitori di smettere di votarlo. Insomma davanti a un piatto di pasta al sugo o a un digestivo si è deciso anche stavolta chi si dovesse affacciarsi vestito di bianco dal balcone di San Pietro. Le ore trascorse a Santa Marta, tra salottini, confessionali e cappella interna, hanno offerto occasioni per concordare informalmente l’uscita di scena dei candidati con minori consensi, a tutto vantaggio del papabile che nei primi tre scrutini avevano ottenuto più voti.

Abboccamenti in extremis che, nello stallo delle votazioni, sono risultati determinanti. I dubbi sono diventati scomposizione di cordate e l’appannamento della stella di Scola si è tramutato nella polarizzazione attorno al mite Bergoglio.


Altri articoli sull’elezione del Papa, qui, qui, qui.


Importante presa di posizione (che condivido) di Piero Sansonetti sulla manifestazione del Pdl davanti al tribunale di Milano, qui.

Critiche alle conclusioni della commissione Pisanu mosse dai consulenti, soprattutto laddove esclude le responsabilità di Oscar Luigi Scalfaro, qui.


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Bart