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PD. Un partito senza leader

13 Agosto 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 13 agosto 2013)

È paradossale che la decapitazione giudiziaria del suo storico avversario non stia al momento portando frutti al Partito democratico. Berlusconi continua ad essere il protagonista principale di questa stagione. La vicenda Imu è esemplare. Quando il premier Letta dice che solo se il suo governo durerà si eviterà il pagamento delle prossime rate dell’Imu sulla prima casa, sta ricordando al Pdl che non gli conviene tirare la corda, ma sta anche implicitamente riconoscendo che l’agenda politica del governo è dettata, in larghissima misura, da Berlusconi.
La capacità di individuare di volta in volta la battaglia politica dirimente, quella che sposta i consensi, è come il coraggio di Don Abbondio: uno non se la può dare. O la si possiede già oppure niente. Mentre Berlusconi, in un Paese di proprietari di case, agita la questione dell’Imu sia per le sue immediate conseguenze pratiche (per le tasche degli italiani) che per i suoi significati simbolici (la riduzione delle tasse come leva per il rilancio della economia), il Partito democratico si limita a balbettii sul problema del «lavoro », apparendo così una sbiadita fotocopia della Cgil. Poiché i posti di lavoro non li può creare lo Stato, parlare di lavoro significa parlare di crescita. Ma il Pd non riesce ad avere idee-forza sulla crescita da comunicare con efficacia al Paese.

Naturalmente, ciò è in larga misura conseguenza delle sue divisioni interne, del fatto che, a tanti mesi di distanza dalla sconfitta di Bersani, non è ancora riuscito a trovare un nuovo baricentro politico. È dunque alla sfida per la leadership nel Pd che bisogna guardare per capire come evolveranno le sue scelte programmatiche e i suoi rapporti col governo. È ormai chiaro che Matteo Renzi e Enrico Letta (quale che sarà la formula della partecipazione di quest’ultimo) ne saranno i protagonisti principali. È, per certi aspetti, una buona notizia. Non vengono dall’esperienza comunista (anche se non potranno mai ignorare il ruolo di coloro che da lì provengono), non sono appesantiti da quel fardello. Anche se difficile in pratica, i due potrebbero essere tentati di cercare un accordo. Sarebbe una buona cosa per certi versi e cattiva per altri. Sarebbe una buona cosa per il fatto che essi sembrano avere virtù e difetti opposti e potrebbero compensarsi. Letta appare, fra i due, il più solido, il più attrezzato culturalmente e politicamente, ma è anche frenato da un eccesso di prudenza (in tempi in cui servirebbero audacia e inventiva). Renzi appare meno solido ma è un comunicatore nato, ha coraggio da vendere, e dispone di quella spregiudicatezza che è necessaria alla leadership.

Un accordo fra i due sarebbe però anche, da un altro punto di vista, una cattiva cosa. Metterebbe capo a una diarchia, per sua natura instabile, in un’epoca in cui i partiti hanno bisogno di un (solo) leader su cui investire: uno che ci metta la faccia da solo. In ogni caso, soltanto quando le lotte interne al Pd cesseranno, quando ci sarà un vincitore, quel partito potrà darsi un profilo politico e una piattaforma che lo rendano di nuovo elettoralmente appetibile.

Chi si interroga sul futuro del Pd dovrebbe anche tenere d’occhio le partite su legge elettorale e riforme istituzionali. Poiché la politica non può essere divisa in compartimenti stagni, quelle partite (ad esempio, una nuova legge elettorale, incidendo sulle potenziali alleanze, potrebbe favorire l’uno o l’altro candidato) influenzeranno la competizione per la leadership dentro il Partito democratico.


Napolitano risponderà a Berlusconi. Entro domani le prime valutazioni del Colle
di Umberto Rosso
(da “la Repubblica”, 13 agosto 2013)

ROMA – Ormai ha messo a punto le sue valutazioni, dopo lunghe giornate di riflessioni, incontri, telefonate, e al massimo fra due giorni Giorgio Napolitano scioglierà la “riserva” e spiegherà come la pensa sul braccio di ferro ingaggiato da Berlusconi per rivendicare un salvacondotto nonostante la sentenza della Cassazione. E sarà una dichiarazione ufficiale quella in cui, fra oggi e domani, il capo dello Stato metterà in fila gli aspetti e le possibilità formali di sua competenza sul caso, rispondendo così alla richiesta avanzata dal Pdl di un intervento per salvare l’ex premier.

Manca un unico tassello per completare il quadro che il presidente della Repubblica ha ormai quasi definito sul suo tavolo: un incontro a quattrocchi con Gianni Letta, l’uomo di collegamento fra il Colle e il Cavaliere, che con tutta probabilità varcherà domani i cancelli della tenuta di Castelporziano, dove Napolitano sta trascorrendo il periodo di vacanze estive.

È possibile perciò che proprio dopo questo incontro decisivo, che fa seguito a quelli con Brunetta-Schifani e con i vertici del Pd, arrivi la tanto attesa nota del Colle. Il capo dello Stato, stretto fra il pressing del Pdl e il no del Pd, anche dopo aver sentito gli uffici giuridici del Quirinale che gli hanno preparato un dossier, ha deciso dunque di rompere il silenzio e di farlo con una dichiarazione: pubblicamente, per sottrarsi al balletto di indiscrezioni, ipotesi, trame, alle mille voci sulle intenzioni del presidente della Repubblica che scuotono i partiti e mettono in affanno il governo. Una prima valutazione, magari non risolutiva, in cui il Colle farà il punto sotto il profilo formale, senza accogliere i diktat del Pdl ma magari rinviando alcuni aspetti a ulteriori approfondimenti. Con la necessità politica di tenere il governo al riparo dalle ritorsioni.

Sentiero stretto, col centrodestra che invece minaccia rappresaglie sull’esecutivo in caso di decadenza di Berlusconi (e anche questo aspetto il capo dello Stato vuol chiarire con Gianni Letta), ma al Colle le soluzioni fin qui prospettate per non far uscire di scena l’ex premier apparirebbero non praticabili. A cominciare dall’arma più forte e definitiva, quella della grazia, che il capo dello Stato può concedere solo in casi ben precisi. E adesso non è certo quello del Cavaliere, come probabilmente il Quirinale stesso s’incaricherà di chiarire nelle sue valutazioni.

Tante e troppe, poi, le delicate questioni ancora aperte per non far apparire un intervento pro-Berlusconi come una vera e propria ingerenza di Napolitano sulla magistratura e anche sul Parlamento. Non sono ancora note nemmeno le motivazioni della Cassazione (con la polemica in corso sul presidente Esposito), resta ancora da ricalcolare la pena accessoria dell’interdizione davanti alla corte d’Appello di Milano, deve riunirsi ai primi di settembre la giunta per le elezioni del Senato sull’incandidabilità. Ecco perché, con una situazione “processuale” del Cavaliere non definita e tanto complicata, per il Quirinale metterci la mani appare un’operazione impossibile e fuori dalle regole.

In un contesto giuridico tanto “aperto” e in movimento, al Colle non resterebbe che restituire al mittente le richieste di salvare subito il Cavaliere. L’agibilità politica? Non sarebbe nei poteri di Napolitano.


E oggi Napolitano chiarirà le sue intenzioni sulla grazia al Cavaliere
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 13 agosto 2013)

Il Capo dello Stato chiarirà «ad horas » le sue intenzioni in materia di grazia a Berlusconi: se sarebbe disposto a firmare un atto di clemenza, in che termini, a quali condizioni. Il responso presidenziale sarà ampio, motivato e soprattutto trasparente com’è nello stile di Napolitano.

E proprio per non farsi cogliere alla sprovvista, il Cavaliere ha trascorso la giornata di ieri ad Arcore, chiuso con i suoi consulenti legali. Un elicottero è andato appositamente a prelevare l’avvocato Coppi a San Benedetto del Tronto, dove il principe del foro ha speso qualche spicciolo di ferie. Insieme con lui, con Ghedini e con Letta (Gianni), Berlusconi ha passato in rassegna tutte le ipotesi. E chi l’ha sentito sul far della sera lo descrive molto giù, parecchio depresso. Si è reso conto che la grazia, pure nel caso in cui gli venisse concessa, non sarebbe il toccasana per i suoi guai. Per dirne una, non impedirebbe al Pd di cacciarlo dal Senato in base alla legge Severino. E da quel preciso momento, che secondo gli addetti ai lavori cadrà ai primi di ottobre, qualunque Procura della Repubblica, anche periferica, potrebbe mettere in manette il leader del centrodestra, spogliato da ogni scudo parlamentare.

Non è tutto. Per ottenere la grazia, gli toccherebbe chiederla lui personalmente. Forse non basterebbe neppure una domanda dei suoi avvocati. In pratica, Berlusconi dovrebbe calarsi fino in fondo nei panni del condannato, accettare la sentenza che lo trasforma in pregiudicato, iniziare a scontare la pena e sperare nella benevolenza del Colle. Il suo dubbio, espresso con chiarezza nel lungo rendez-vous con gli avvocati, è che ne valga davvero la pena: dovrebbe mortificare il suo megalomane orgoglio con un atto di contrizione, e abbandonare mestamente il palcoscenico della politica calcato per quasi 20 anni. Tutto questo per non trascorrere un anno agli arresti domiciliari oppure in affidamento ai servizi sociali (cioè, in pratica, a piede libero). Anzi, come è emerso nella riunione, la pena residua sarebbe di soli nove mesi, essendo già abbuonati 90 giorni dalla legge svuota-carceri…

Insomma, non è affatto certo che Berlusconi intenda sollecitare la grazia. Per quanto Coppi e Letta insistano con molta energia, il Cav è lungi dall’avere preso la decisione. Aspetta di sentire quanto dirà Napolitano, dal quale in verità (stando a certe confidenze di «amazzoni » che «chez » Silvio sono di casa) non si aspetta granché, anzi praticamente nulla di buono. «Mai una volta che mi siano venuti incontro », è il suo lamento, «perché dal Colle dovrebbero scomodarsi adesso? Non lo credo davvero possibile ». Diverso sarebbe se Napolitano avesse la forza di garantirgli la cosiddetta «agibilità politica », vale a dire lo scranno in Senato: ma qui siamo nel regno della fantascienza.

Per cui le ultime da Arcore, dove è stata accolta a cena Daniela Santanché per parlare della Convention di Forza Italia a settembre, raccontano un Berlusconi più «falco » degli stessi «falchi », molto orientato a vendere cara la pelle, per nulla disposto a tirarsi da parte, nemmeno se si trattasse di cedere il posto alla figlia Marina: «Non voglio che entri in politica », sostiene, «perché le farebbero passare gli stessi guai che sono toccati a me ». Qualche consigliere di Arcore non è certo al 100 per cento che il governo collasserà a ottobre, quando Silvio verrà espulso dal Senato per mano dei Democratici. «Quale sarebbe il suo interesse a provocare il caos? », è la domanda in sospeso.

Ma si tratta di mosche bianche. La previsione quasi unanime è che la crisi di governo sarà inevitabile, e la Repubblica vivrà momenti di grave sbandamento. A meno che Napolitano, con un colpo d’ala imprevedibile, non risparmi all’Italia questo destino.


Napolitano: «Sentenza definitiva, bisogna prenderne atto ma no alla crisi di governo »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 13 agosto 2013)

«Di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto. Ciò vale dunque nel caso oggi al centro dell’attenzione pubblica come in ogni altro ». Questo il passaggio decisivo dell’attesa nota del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla sentenza della Cassazione l’ex premier Berlusconi a quattro anni per frode fiscale. Il Colle comunque esclude in ogni modo una crisi di governo che farebbe cadere il Paese nell’instabilità.

NESSUNA DOMANDA DI GRAZIA – Poi Napolitano afferma di non aver ricevuto alcuna domanda dio grazia. «In quanto ad attese alimentate nei miei confronti, va chiarito che nessuna domanda mi è stata indirizzata cui dovessi dare risposta » afferma il presidente della Repubblica che sottolinea come «negli ultimi anni, nel considerare » sollecitazioni alla grazia «si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda ».

NIENTE CARCERE – In ogni caso il Colle esclude che Berlusconi possa finire in carcere. «A proposito della sentenza passata in giudicato -si legge nella nota- ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto ».

GUIDA POLITICA – Quanto al futuro squisitamente politico di Berlusconi non esclude che possa ancora mantenere la leadership del suo partito. «Toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno ». In ogni caso il Colle giudica legittimo il disagio interno al Pdl. «In questo momento è legittimo che si manifestino riserve e dissensi rispetto alle conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione nella scia delle valutazioni già prevalse nei due precedenti gradi di giudizio », ma non «è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche ».


Sul doppio lavoro di Esposito l’autorizzazione non si trova
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 13 agosto 2013)

nostro inviato a Sapri (Salerno)

In Italia un magistrato che voglia ricoprire incarichi al di fuori del proprio ufficio, anche se gratis, dev’essere autorizzato a farlo da parte del Csm. La regola vale per tutti.
Anche Antonio Esposito, quand’era pretore a Sapri, chiese e ottenne da Palazzo dei Marescialli un placet per insegnare all’Ispi di Sapri, l’associazione culturale/istituto «di famiglia » legalmente rappresentato, almeno fino a dicembre del 2012, dalla moglie del magistrato, Maria Giovanna Giffoni.

Della sua passata richiesta c’è traccia nel verbale del plenum del Csm che decise per il trasferimento d’ufficio di Esposito, che poi si rivolse al Tar per «porre nel nulla » la decisione. «Il dottor Esposito – si legge nel verbale – ha insegnato presso l’Ispi fino al 1990 a titolo gratuito, come risulta dalle autorizzazioni del Csm ».
Autorizzazioni che il consiglio superiore della magistratura pubblica semestralmente. Nei due elenchi che coprono il periodo tra il 14 novembre del 2010 e il 13 novembre del 2011 non vi è traccia del presidente della sezione feriale della Cassazione. E il nome dell’alto magistrato non compare nemmeno nelle ultime due liste di incarichi, reperibili sul sito web del Csm, relativi alle autorizzazioni per incarichi extragiudiziari dal 14 maggio 2012 al 13 maggio scorso. Non c’è docenza, consulenza, niente di niente. Dunque verrebbe da concludere che Esposito, con l’Ispi, oggi non dovrebbe avere più rapporti, o almeno non dovrebbe averne avuti nei due periodi indicati dagli elenchi del Csm.

Eppure a leggere, per fare un esempio, il testo della convenzione tra l’istituto comprensivo statale «Dante Alighieri » di Sapri e l’Ispi, che porta la data del 17 novembre 2012, Esposito non sembra del tutto estraneo alle attività dell’Istituto superiore di studi socio-psicopedagogici italiano, con sede in Sapri, via Camerelle, 35. Nel documento, disponibile sul sito internet della scuola statale, si dà conto di un «incontro tra il dirigente scolastico professor Biagio Bruno e il dottor Antonio Esposito », indicato come «rappresentante dell’Ispi e del Centro di consulenza psicopedagogica presso la sede di Sapri ». Il legale rappresentante dell’Ispi, si legge ancora nella convenzione, è il «presidente professoressa Maria Giovanna Giffoni », moglie del magistrato, ma «per conto » della presidentessa il rappresentante che firma l’atto è proprio Esposito.

E sempre nel periodo in cui, a dar retta agli elenchi del Csm, Esposito non avrebbe richiesto alcuna autorizzazione a ricoprire incarichi extragiudiziari, c’è anche una convenzione tra la solita Ispi e la Provincia di Salerno. L’atto – del dicembre 2012 – è finalizzato all’apertura di un «centro di consulenza socio-psico-pedagogica » per l’integrazione scolastica e sociale dei disabili, con un contributo di 13mila euro per 12 mesi da parte dell’amministrazione provinciale, e stavolta, per conto dell’Ispi, è firmato dalla professoressa Giffoni.

Esposito è solo annunciato tra i relatori – in qualità di «presidente di sezione Corte di Cassazione » – sulla locandina per la presentazione, organizzata lo scorso 2 febbraio, proprio del centro di consulenza, aperto «in convenzione e con il contributo dell’amministrazione provinciale di Salerno ». Sulla stessa locandina, tra i recapiti dell’Ispi, oltre all’indirizzo postale, all’e-mail e ai numeri di telefono e di fax dell’istituto, compare però anche un numero di cellulare. Quello che sul sito del «learning center » di Sapri dell’università telematica Niccolò Cusano di Roma, sede in via Camerelle, è indicato come riferibile al referente «dottor Antonio Esposito ». Lo stesso numero è anche indicato, in un altro volantino, tra i recapiti da contattare per «effettuare la prenotazione » delle consulenze psicopedagogiche offerte dal centro. E qui arriva il dubbio. Esposito è autorizzato dal Csm? E se sì perché non appare negli elenchi? Se si lavora per un’associazione culturale, che assomiglia parecchio a una scuola privata, il permesso non serve? Ai colleghi di Esposito l’ardua sentenza.


Mercedes, fango e bugie: Il Giornale all’assalto del giudice Esposito
di Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 agosto 2013)

Dopo la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni di carcere Il Giornale di Alessandro Sallusti ha dedicato una ventina di pagine al 72enne presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito. Il 3 agosto parte Stefano Lorenzetto con un articolo basato sul suo ricordo di una cena del 2009 con il giudice: “Così infangava Berlusconi il giudice che l’ha condannato” è il titolo. Il pezzo viene pubblicato solo dopo la condanna, nonostante il direttore Sallusti fosse informato da giorni.

Quando il magistrato Ferdinando Imposimato, presente alla cena, dice al Fatto di non aver sentito nulla del genere, Lorenzetto lo fulmina: Imposimato era lontano e poi è troppo amico di Esposito per essere credibile. La prova? “Una fonte affidabile mi assicura che il figlio fu registrato all’anagrafe con il nome di Ferdinando proprio in onore di Imposimato”. La fonte è attendibile perché intrattiene ‘relazioni confidenziali ‘ con Esposito. Peccato che non abbia svelato a Lorenzetto un altro segreto: Ferdinando è il nome del padre di Antonio.

Il Giornale picchia duro anche dopo la pubblicazione dell’intervista di Esposito al Mattino. Nella sua smentita il giudice nega di avere risposto a una domanda sulla motivazione della condanna di Berlusconi. La frase “Berlusconi condannato perché sapeva” effettivamente non è farina del suo sacco e la sua risposta (riportata fedelmente dal Mattino) seguiva una domanda diversa e generale. Ma per Sallusti è “Il giudice bugiardo”. Dopo l’8 agosto Il Giornale pubblica tre pagine al giorno piene di accuse: Esposito fa il doppio lavoro a Sapri ed è stato trasferito d’ufficio dal Csm. Esposito accettava Mercedes in regalo e si appropriava di fascicoli sui vip per smania di protagonismo. Il giudice replica con i provvedimenti del Csm e dei giudici che hanno smontato le accuse riportate dal Giornale. La lettura incrociata di articoli e comunicati spiega bene come funziona la stampa berlusconiana.

IL CASO ISPI
L’attacco de Il Giornale: “Aveva un doppio lavoro, amministrava una scuola”
Il quotidiano di Sallusti spara l’8 agosto in prima pagina: ‘Lo strano doppio lavoro del giudice bugiardo’. Nell’articolo si legge: “Quando Antonio Esposito non sta in Cassazione fa un altro lavoro. Un doppio lavoro. (…) Esposito veste i panni del responsabile amministrativo di un pezzo di un’università telematica. Insieme alla moglie avvocato e alla figlia, il magistrato risulta referente per lo sportello Salerno/2 della Unicusano, ateneo privato romano (…) sul sito web dell’università come contatto per Sapri c’è proprio il numero di cellulare dell’alto magistrato. Illecito? No, magari no. Magari il buon giudice ha il via libera, l’ok, del Csm. Magari è normale”. Il Giornale torna sul tema tre giorni dopo per ricostruire il procedimento disciplinare subito dal giudice alla fine degli anni novanta sulla scorta di una relazione redatta da un allora giovane capitano dei Carabinieri della stazione di Sapri: “Alla fine – scrive Il Giornale – è stata proprio la gestione dell’Ispi a determinare il trasferimento. ‘Dovrebbe essere provato – si legge nel provvedimento – che Esposito svolga attività ulteriori rispetto a quella dell’insegnamento per il quale è stato autorizzato dal Csm’ (…) Esposito – scrivono i consiglieri – poteva essere reperito sistematicamente presso i locali della scuola e i collegamenti con l’Ispi venivano tenuti anche in pretura’”.

La replica del giudice: “Insegnava gratuitamente, il Csm lo aveva autorizzato”
Il Giornale omette di dire che tutte le dichiarazioni di questo ufficiale (il capitano dei Carabinieri, ndr) più volte “rettificate e parzialmente difformi” tra di esse erano state smentite addirittura da numerosi militari della sua stessa compagnia e da un militare della Guardia di Finanza. Così conclusivamente motiva il Csm: “(…)contrariamente a quanto affermato dal capitano l’Ispi non era una società di capitali, il cui amministratore unico era la moglie del dr. Esposito, ma era un’associazione culturale senza scopo di lucro. A proposito dell’attività svolta dal dr. Esposito presso l’Ispi non è stato confermato quanto riferito dal teste, sia pure sulla base di notizie informalmente acquisite, di “impressioni”, di “conclusioni personali” in merito al ruolo di direttore, amministratore o organizzatore di Esposito, a un suo asserito potere di stabilire chi doveva essere ammesso e chi non doveva. È emerso, infatti, che “il magistrato svolgeva esclusivamente attività d’insegnamento, non si occupava in alcun modo direttamente o tramite la moglie dei profili gestionali dell’istituto, non ha mai fatto parte del consiglio d’amministrazione dell’Ispi”. Inoltre l’incarico era “ritualmente comunicato al Csm, autorizzato ed espletato gratuitamente”.

IL TRASFERIMENTO
L’attacco de Il Giornale: “Rete di affari e troppo protagonismo, per questo fu spostato”
Il titolo del quotidiano dell’11 agosto non lascia adito a dubbi: “La rete di affari di Esposito: ecco perché fu trasferito”. Il titolo sintetizza così la motivazione del trasferimento: “Con la sua scuola guadagna centinaia di milioni che gli permettono di avere una Jaguar, una villa a Roma e un motoscafo”. Secondo Il Giornale: “Il 7 aprile del ‘94 il plenum del Csm approvava a maggioranza la proposta di trasferimento d’ufficio dell’allora pretore di Sala Consilina, che venne destinato alla Corte d’Appello di Napoli”. Il Giornale entra nei dettagli: “Sulla scuola di formazione i consiglieri si soffermano a lungo, ipotizzando che il particolare tenore di vita del magistrato che risultava ‘proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo avallassero l’ipotesi che l’Ispi avesse consentito la realizzazione di guadagni nell’ordine di centinaia di milioni’”. Inoltre, secondo Il Giornale, Esposito era accusato di avere “gravemente mancato ai propri doveri”. Il CSM, lo aveva trasferito perché “aveva celebrato nel ’91 un procedimento penale contro Maria Pia Moro per interruzione di pubblico servizio ‘senza che tale procedimento fosse compreso tra quelli a lui assegnabili’”.

La replica del giudice: “Accuse smentite dagli organi competenti già 13 anni fa”
Il trasferimento d’ufficio da Sala Consilina a Napoli del 1994 venne annullato dal Tar del Lazio nel 1996 per “un progressivo sfaldarsi delle tesi accusatorie”. Nel 1998 il Giudice della Sezione Disciplinare del CSM dà ragione di nuovo a Esposito e nel 2000 il CSM torna sulla materia e sostiene che l’attività di Esposito presso l’Ispi è di “esclusivo impegno didattico, senza interessi patrimoniali, regolarmente autorizzata e di nessun intralcio per il normale svolgimento delle funzioni giudiziarie”. Anche sulla questione della “smania di protagonismo”, Il Giornale fa un buco nell’acqua. Il Csm così afferma: “Conclusivamente la celebrazione dell’udienza del 12/11/91 – Procedimento Fidia Moro – da parte del Dott. Esposito ebbe a rappresentare un atto di doverosa assunzione di responsabilità del dirigente di un ufficio giudiziario in assenza di un collega e non certo una disdicevole forma di protagonismo di cui manca in atti qualsiasi prova. Anzi gli elementi probatori raccolti sono di segno esattamente opposto in quanto i testi hanno univocamente riconosciuto l’imparzialità e la correttezza del Dott. Esposito”.

L’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE
L’attacco de Il Giornale: “Il Pci lo accusò di faziosità”
Anche un’interrogazione parlamentare comunista è stata riciclata a distanza di 33 anni e promossa a sentenza sotto il titolo de Il Giornale: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera”. Gli inviati a Sapri di Sallusti hanno recuperato il testo dell’atto del 1980 firmato dai deputati PCI Alinovi, Amarante e Vignola: “L’operato di Esposito è oggetto di universale riprovazione da parte della popolazione del mandamento per i comportamenti asociali e per la faziosità”.

La replica del giudice: “Il Csm archiviò l’inchiesta parlando di un complotto”
Il Giornale omette: “L’inchiesta apertasi a seguito delle interrogazioni venne archiviata dal Csm”. La motivazione descrive “un vero e proprio complotto contro Esposito (…) oggetto di un attacco scorretto nelle forme e illecito nei contenuti da parte di un gruppo di persone che per soddisfare un loro sentimento di vendetta (…) non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa ed a coinvolgere nell’operazione anche rappresentanti del Parlamento”.

LA MERCEDES REGALATA
L’attacco de Il Giornale: “Cene a sbafo e auto di lusso in omaggio”
L’accusa più velenosa contro Esposito è quella del sottotitolo del Giornale dell’11 agosto: “Spuntano una Mercedes gratis e le cene a sbafo”. Nell’articolo si ricostruiscono le accuse rivolte da un consigliere del CSM a Esposito: “Sarebbe stata portata, per conto della ditta Palumbo (un costruttore della zona, ndr), una Mercedes di colore beige acquistata” da un direttore romano di banca “con chiavi nel cruscotto, sotto l’abitazione del dottor Esposito”.

La replica del giudice: “Fu comprata nel ’77, era una macchina usata”
Esposito ricorda che “la Mercedes 220D del 1971 è stata acquistata regolarmente nel 1977 con 300 mila km percorsi”. La vicenda “è stata archiviata perché “si è accertato, con prova orale e documentale, l’assoluta legittimità dell’acquisto”. Esposito ha rinunciato alla prescrizione ottenendo l’archiviazione del Gip nel 1996. Mentre il Csm ha archiviato nel 1997 sulla base di “univoche acquisizioni documentali” come “l’assegno bancario di Esposito”.

Ecco i comunicati diramati dal giudice Esposito in risposta agli articoli de Il Giornale qui per gli allegati).


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Bart