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Per vincere bisogna essere falchi

29 Maggio 2011

Chi mi ha seguito fino ad ora sa che ho definito da tempo, dalla scorsa estate, una guerra ciò che di spregevole sta avvenendo in politica.
Ho scritto che quando siamo in guerra, bisogna essere spietati, sfondare con l’ariete ogni ostacolo.

Mi si risponderà che la politica è l’arte del compromesso, del porgere l’orecchio anche all’avversario che ci parla. È vero in condizioni normali. Sarebbe una resa invece oggi.

Rivado con il pensiero ai giorni in cui lo scontro con Fini aveva diviso il centrodestra in falchi e colombe. C’era chi, come me, voleva andare al voto, e chi, come Gianni Letta, lottava per la riconciliazione. Ancora oggi, addirittura, Giuliano Ferrara – che si sta mirabilmente battendo per il Cavaliere – è convinto che si trattò di un errore “espellere” Fini dal Pdl. Non lo fu affatto e la condizione di nullità in cui il presidente della Camera è ridotto, come pure il suo fantomatico Fli, è frutto di quel gesto necessario e durissimo.

Sono convinto che se a quel tempo si fosse insistito sulla necessità di andare al voto, avremmo mietuto consensi. Come pure avremmo avuto ottimi risultati se avessimo proseguito sulla linea dura.
Ma siccome la storia non si fa con i “se”, stiamo ai fatti.

L’opposizione, che ha sempre creduto di riuscire ad abbattere il governo Berlusconi, ha approfittato dello scontro tra Fini e il premier nella convinzione che fosse arrivato il momento giusto, ed ha schierato tutte le armi di cui dispone. Armi potenti, che vanno dalla calunnia all’estero allo schieramento spudorato dei talk show televisivi e dei giornali più diffusi. Ha schierato perfino artisti stranoti, come Eco, Camilleri, Benigni, Celentano, Saviano che, contando sulla personale presa sul pubblico, hanno salmodiato contro l’uomo del bunga bunga.

Di fronte a questa bordata di colpi da novanta, che cosa ha fatto il centrodestra? Ha cincischiato, indeciso e confuso se reagire con la stessa determinazione o fare un passo indietro.
Ha scelto questa seconda strada. E così l’esercito del centrodestra si è trasformato in un esercito senza generali. Inevitabile lo sfaldamento delle forze. Inevitabile per gli ambiziosi alimentare disegni tesi a sostituire il leader eletto dal popolo. In questa situazione, sono spuntati piccoli capetti che, pur contando solo su di uno sparuto seguito, hanno trasformato una forte e compatta armata in un coacervo di piccole e scompaginate formazioni.

E tutto ciò accade quando la posta in gioco – e grazie alla quale il centrodestra ha incontrato il favore della maggioranza degli italiani – è la più alta che si sia mai avuto nella storia della nostra Repubblica: modificare l’architettura dello Stato affinché la sovranità del popolo diventi effettiva e non solo nominale, e realizzare talune riforme indispensabili, prima fra tutte quella della giustizia.

La domanda è: Chi, come me, ha creduto in questo disegno, potrà mai rinunciare a gridare affinché si arresti la disgregazione e il popolo di centrodestra rimanga unito per vincere la grande battaglia di uno Stato moderno ed efficiente?
La risposta è ovvia: No.

E quando si fanno battaglie di questa portata storica, non servono i guanti bianchi e i toni dimessi. Occorre rimettere in ordine le truppe scomposte, con tutti i mezzi, giacché, come insegna Machiavelli, il fine giustifica i mezzi.
Qualsiasi cedimento, anche minimo e apparentemente insignificante, è da evitare poiché pericoloso e forse perfino pregiudizievole.

Oggi possiamo vedere, giacché è di tutta evidenza, che cosa ha prodotto la linea morbida, non solo all’interno del Pdl.
Ha prodotto il risultato che il presidente del Consiglio non conta più niente e il potere del capo dello Stato si è allargato a dismisura, fino al punto che sarà a Varsavia (quando prima aveva deciso di non andare) per incontrarsi con Obama e verosimilmente raccontare al presidente degli Stati Uniti una versione opposta e diversa da quella che gli ha raccontato su certa parte della magistratura padrona dell’Italia il presidente del Consiglio.

Oggi e domani si votano i ballottaggi, tra cui spiccano quelli di Milano e di Napoli.
Abbiamo visto in questi giorni riaffiorare la violenza rossa squadrista e non si può pensare che anch’essa non sia il frutto di una debolezza del centrodestra, che ha perduto il senso della unità di intenti e della compattezza dei comportamenti, e sta abbandonando il grande obiettivo di riforma per cui era nata ed era stata preparata.
Se oggi Berlusconi si voltasse a guardare la sua armata, non potrebbe che ricavarne sgomento e delusione. E forse si è già voltato.

A chi o a che cosa dare la colpa? Io non ho dubbi. La colpa è di non aver voluto combattere fino in fondo, di anelare ad interrompere questa guerra rivelatasi troppo dura e dispendiosa, di voler accondiscendere alla più allettante sirena della resa e del ritorno a casa.

A Milano e a Napoli questa sensazione è palpabile. Si fa ancora in tempo a reagire, a ricompattarsi. Abbiamo davanti poche ore. Ma sono abbastanza per scuotersi, abbandonare la riluttanza e anche talune ragioni di malcontento che, ahimè, ci sono, e correre a sostenere un progetto che, se perduto, non tornerà mai più.

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5 Comments

  1. Commento by giuliomozzi — 30 Maggio 2011 @ 09:06

    Bart, scrivi: “A Milano e a Napoli questa sensazione è palpabile”. Tu sei stato a Milano e Napoli in questi giorni? Io sono stato a Milano e – ti dirò – l’ho trovata come al solito. Sarà perché pioveva.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 30 Maggio 2011 @ 10:20

    Qui, c’era il sole. Vedi dunque che anche il tempo atmosferico concorda con me. :wink:
    Non sono stato a Milano, ma ho letto sui giornali tra interviste e articoli.

  3. Commento by giuliomozzi — 30 Maggio 2011 @ 16:29

    Quali giornali?

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 30 Maggio 2011 @ 16:48

    Guarda caso, poco fa (intorno alle ore 16) su Rai1 Feltri ha ripetuto ciò che aveva scritto, ossia che a Milano il cambiamento era palpabile. Ma anche altri nei giorni scorsi.

  5. Commento by Felice Muolo — 30 Maggio 2011 @ 17:47

    Si è cambiato nella speranza che cambi qualcosa. Chi di speranza vive…

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