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PITTURA: I MAESTRI: La mostra “Dal Ricci al Tiepolo”

3 Maggio 2014

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 10 agosto 1969]

« Un giorno ti farò un cer ­to discorso su questa pittu ­ra » mi dice un amico vene ­ziano, scultore, scrittore ed editore, che conosce i segreti umani dell’arte veneziana clas ­sica come pochi altri. Stiamo visitando insieme la splendi ­da mostra « Dal Ricci al Tiepolo » nel palazzo Ducale, mostra ideata e organizzata da Pietro Zampetti, e a cui Rodolfo Pallucchini ha già dedicato su queste colonne una illuminata nota critica.

E poi: « Non ti sembra che qui tutti recitino, che anche le composizioni religiose, an ­che gli episodi mitologici, non siano che scene di melodram ­ma, e che dove non si sente il melodramma, come nel Longhi, si stia però già reci ­tando Goldoni, insomma che tutto sia teatro, che tutto sia finzione, e che dietro ci sia una società in completo sfa ­celo? ».

Così infatti mi sembra. E proprio le sue parole mi in ­vogliano a guardare da vici ­no, di là di ogni considera ­zione critica, chi sono, in car ­ne ed ossa, i personaggi di questa dissennata féerie. E cominciamo dalle

DONNE â— Hanno sugli uomini, nel panorama, una netta prevalenza e soprattut ­to una vitalità di gran lunga più forte. Anche se coinvolte nella totalitaria commedia, conservano, si direbbe, più carattere e genuinità. Ma ­donne, angeli, regine, dame, damazze, putte, sono prima di tutto, quasi sempre, delle creature desiderabili e deside ­rate. Qualche esempio? Os ­servate quella che secondo me è la più bella: la Vene ­zia cioè di Gian Battista Tiepolo (n. 179) che è poi la modella fondamentale di Tiepolo, quel volto puro, ma di ferma architettura e intensa ­mente sessuale, che via via assumono anche la moglie di Dario nell’affresco della Cor ­dellina (vedi bozzetto n. 174), la superba Madonna n. 173, la Danae (n. 171), che è la femmina più procace di tut ­ta la mostra, l’altra Madonna dell’Immacolata concezione n. 170 e l’angelo, in alto, della « Educazione della Ver ­gine » (n. 165), per non ci ­tare tante altre donne tiepolesche qui non presenti.

E’ una faccia stupenda, più popolaresca che aristocratica, caratteristica questa che si ritrova in tutti i grandi pit ­tori veneziani, a cominciare dal rinascimento, basti pensa ­re alle Madonne del Giambellino e di Cima, inconfondibili figlie della sana plebe. Que ­sta consolante schiettezza si salva anche nella pompa più farraginosa e giubilatoria con cui qui sono narrati i testi sacri e la storia antica. Come nella Ester del Fontebasso (n. 150), nella Madonna di Gian Antonio Guardi (n. 112), nell’angelo del Piazzet ­ta (n. 57), per non parlare della sua deliziosa contadinella (n. 64), nella Ifigenia del Bencovich (n. 48), nelle an ­celle ritrovanti Mosè, del Pel ­legrini (n. 27) e nella Arian ­na di Sebastiano Ricci (n. 11).

Per la Rosalba Carriera è un altro discorso. Qui siamo in pieno palcoscenico, teatra ­le quando si tratta di cantanti, mondano, quando a posare sono dame e fanciulle della bella società. Tra le ciprie, le trine, i fiori e i veli, si affacciano delle puntigliose e pericolose tipe di una inten ­sità umana straordinaria: guardate donna Elisabetta Algarotti Dandolo (n. 78), così impavidamente sicura di sé, la giovinetta n. 77 che darà chissà quanti fili da torcere, la ironica e insieme cordialis ­sima bellezza di Caterina Barbarigo (n. 76), l’altezzoso snobismo della contessa Orzelska (n. 75) e lo sguardo nella numero 74, che lascia poche speranze a quei disgra ­ziati che si lasceranno invi ­schiare.

Non più caratteri incisi ma piuttosto graziose « piavole » sono le signore, le nobildonne, le penitenti, le servette, le popolane di Pietro Longhi. Proprio come se le vedessi ­mo, dalla platea, ai lumi del ­la ribalta, ben confezionate e truccate per la recita, cosic ­ché i particolari fisionomici si condensano in una gentile e convenzionale mascherina. Però la nobildonna della « Pre ­sentazione » (n. 131) fa per ­fidamente sentire, ai visitato ­ri, la superiorità del suo ca ­sato, mentre la giovanetta ve ­nuta ad ammirare il rinoce ­ronte (n. 134) offre una im ­peccabile dimostrazione di superciliosa indifferenza blasée, magari è una di quelle.

UOMINI â— Anche là do ­ve si presentano con precise intenzioni sociali e mondane, come nei cronistici quadri di Piero Longhi, sembrano avere, ripeto, rispetto alle donne, una minore autorità. Il patrizio che, grazie a quattro rematori, va a caccia di anatre con arco e frecce (n. 139) ha le chiare stimmate dello stupidotto e, per contrasto, i signori di indubbia intelligen ­za come Antonio Ranier (n. 148) e Giulio Contarini (n. 147), raffigurati da Alessandro Longhi, non dissimulano, dietro il diplomatico sorriso, la scettica consapevolezza di un mondo in liquidazione.

Poi, nel reparto uomini, ab ­biamo il vasto repertorio di re mitici, di personaggi bibli ­ci, di santi. E qui, pur quan ­do la pittura è magistrale, trionfano l’enfasi, la forzatu ­ra, l’insincerità appunto del secolo. Il regista non conosce misura nell’impostare le gesti ­colazioni più esagitate ed esa ­geratamente espressive. In particolare, trovo repellenti quegli assurdi vecchi santi, barbuti e seminudi, col fisico da Maciste, come il San Bar ­tolomeo del Tiepolo (n. 157) e l’ancora più sgradevole San ­to Jacolo del Piazzetta (n. 53). Oppure certi volti ecces ­sivamente compunti e peniten ­ziali, come il n. 116 di Fran ­cesco Guardi e l’Abramo tiepolesco (n. 166). Ma qui si tratta di un fenomeno più va ­sto, non limitato alla Venezia del Settecento: è semplicemen ­te la lugubre retorica scatu ­rita dalla controriforma (che strano, però: i pittori, anche i grandissimi, sembra non ab ­biano mai capito, soprattutto dal Cinquecento ai giorni nostri, che la caratteristica im ­mancabile di tutti i veri santi è la letizia d’animo, l’autenti ­ca allegria; o forse loro, da artisti, lo avevano intuito, so ­lo che la bigotta miopia dei committenti imponeva mesti ­zia e macerazioni).

BAMBINI â— Se ne vedo ­no pochi, relativamente. Ac ­cademico, pur se molto sentito, il figlioletto di Agar del Tiepolo (n. 165). Notevole, per la quasi morbosa sensua ­lità, l’Isacco del Bencovich (n. 46). Indimenticabili i due ragazzini di sangue blu a ca ­vallo, così superbiosi da far tenerezza, soprattutto quello a sinistra (Pietro Longhi, 137). Troppo viziato, e nello stesso primo della clas ­se, il tenero rampollo della famiglia Pisani detto « Il balotin del Doge » (Alessandro Longhi, n. 146). Completa ­mente disarmata e candida, invece, dello stesso autore, la bambina che soffia sulla pap ­pa bollente (n. 152). E qui mi sono limitato ai veri bam ­bini, tralasciando l’immenso campionario della stucchevole pseudo-infanzia celestiale con le alucce.

 

ANIMALI â— Scarso, nel complesso, l’interesse zoofilo. Generico e stupido, anche se di nerboruta corporatura, il serpente con la fatale mela in bocca, nella Immacolata concezione del Tiepolo, così come è addirittura irricono ­scibile, tanto è brutto, sempre del Tiepolo, il leone sulla cui testa Venezia confidenzial ­mente si appoggia. Altrettan ­to tirato via, da Francesco Guardi, il demoniaco rettile sotto i piedi della Vergine Im ­macolata (n. 118). Insignifi ­cante il bue del presepio di Sebastiano Ricci (n. 4), co ­me i leziosi cani e cavalli dello Zuccarelli (n. 124). Più persuasivi il botoletto presun ­tuoso del Longhi (n. 135) e il levriero un po’ sbilenco e tristanzuolo nella famosa « Passeggiata » di Gian Do ­menico Tiepolo (n. 194). Cer ­to, nel bestiario, il posto d’o ­nore spetta al rinoceronte, o meglio « rinocerotto » di Pie ­tro Longhi (n. 134), portato a Venezia come fenomeno da baraccone nel 1751: è di car ­nagione molto nerastra, sta mangiando di malavoglia del ­la paglia e si direbbe amareggiatissimo del proprio de ­stino.


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Bart