Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

PITTURA: LETTERATURA: I MAESTRI: Schiele: Suoi scritti

27 Dicembre 2018

a cura di Gianfranco Malafarina
[Classici dell’arte, Rizzoli, 1982]

Oltre che dalle opere, in qualche caso sintonizzate con comprensibile in ­dulgenza sugli umori di una domanda particolare (ciò che spesso ha por ­tato a travisamenti e incomprensioni della reale fisionomia dell’artista), testimonianze chiarificatrici sulla personalità di Egon Schiele sono forni ­te dai suoi scritti: lettere, prose, poesie che pur senza attingere vertici di assoluta eccellenza qualitativa (Schiele poeta non è certo Rilke o Trakl, e le riflessioni teoriche oscillano tra suggestioni tardosimboliste, spirituali ­smi panici e misticheggianti e titanismi panestetici), gettano squarci di vi ­vida luce sulla sua natura ardente e genuina, l’altissima coscienza della propria missione, la fervida fede nel primato dell’arte. Le pagine che se ­guono vogliono offrire al lettore una antologia di scritti di Schiele atta a meglio illuminarne la vicenda umana e la particolare visione della vita e dell’arte. Per il Diario dal carcere, steso nella prigione di Neulengbach tra l’aprile e il maggio 1912, si veda a pag. 88.

.

LETTERE

Ad Anton Peschka, prima del 12 maggio 1910

1910 (Vienna)

Peschka! Me ne voglio andare da qui, al più presto. Com’è or ­ribile, qui. Tutti si mostrano invidiosi con me, e perfidi, ex col ­leghi mi osservano con occhi colmi di falsità. A Vienna tutto è ombra, la città è nera, tutto segue le regole. Voglio essere solo. Bramerei andare nella Selva boema. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre: vorrei vedere qualcosa di nuovo ed esplorarlo; alberi scricchiolanti, acque cupe da assaporare, at ­mosfere selvagge. Mirare stupito le staccionate marcenti dei giardini, cogliere la loro vita, ascoltare boschetti di giovani be ­tulle e di foglie tremule, godermi la luce e il sole e le umide val ­li vespertine verdiazzurre, il guizzare luminoso dei pesci dorati, veder formarsi le nuvole, parlare ai fiori; scrutare nell’intimo le piante e gli esseri umani dalle tinte rosate, narrare di antiche nobili chiese e di piccole cupole, percorrere senza sosta fertili alture tondeggianti che attraversano vaste pianure, baciare la terra e aspirare l’aroma dei teneri, caldi fiori del muschio; solo allora potrei creare, perfetti, campi dai vividi colori.

Di buon mattino vorrei vedere di nuovo il sorgere del sole e contemplare la terra che respira nella luce tremolante. Armo ­nizzare i campi che spirano letizia con l’aria olezzante di rosa. Aspri monti azzurri rigonfi come guanciali annebbiano remote lontananze. â— Tu, terra odorosa davanti a noi, sotto di me, sti ­molami, maturami! Tu, scura, bruna terra polverosa, irrorata, fragrante di fiori, emanante profumi, deliziati al sole, tu che ci doni tutto, tu, fonte di gioia. Luce impagabile, splendi!

Opera, essere umano attivo! Sii un fiume perenne ! Tu, vallata verde, tu mi guardi, colma di verde, liquida aria. A occhi socchiusi piango grosse lagrime rosse quando mi è dato vede ti. Tu, occhio dolente, tu avverti l’umido vento del bosco. O me devi respirare follemente, tu che l’odori, l’alito divino.

Amico, io rido piangendo; amico, io penso a te, tu sei in me!

Mi adagio qui fra il muschio che vive e che parla; fiori gialli puri e delicati, acque respiranti parlano di vita.

E sopra, così grande, il mondo. â— Mi inebrio così anch’io smarrisco la terra sobria.

Dormo.

Tutti i muschi vengono a me e intrecciano, increspandosi, la loro vita alla mia. Tutti i fiori mi cercano e fanno risonare miei sensi vibranti.

Fiori d’un verde ossidato, irritabili fiori intossicati mi portano in alto. Io fluttuo e sotto, intatto, nient’altro che lo strano mondo. Poi sogno cacce selvagge, sfrenate, aguzzi funghi rossi, grosse radici nere che a poco a poco svaniscono lente e poi, prodigiosamente, ricrescono enormi, diventano colossi; sogni un furioso incendio infernale, battaglie, stelle remote mai viste, eterni occhi grigi, titani precipitati, migliaia di mani che s storcono come facce, fumanti nubi di fuoco, milioni di occhi che mi guardano benevoli e diventano, finché li odo, bianchi sempre più bianchi.

Ad Arthur Roessler, 17 ottobre 1911

Sotto il cielo bianco.

Adesso vedo di nuovo la città nera che è rimasta sempre uguale vi camminano, come sempre, i vagabondi che non se ne allon ­tanano mai â— i poveri così poveri, il rosso fogliame autunnale frusciante emana il loro stesso odore. â— Ma com’è gradevole l’autunno in questo ventoso paesaggio invernale. Suo E.S.

Ad Arthur Roessler, 5 novembre 1910

Caro signor R. R. â— r[La sigla con cui Roessler firmava i suoi ar ­ticoli nella Arbeiter Zeitung], Mille grazie per l’odierno “panino quotidiano” [evidentemente Roessler lo aiutava con l’invio di viveri]; sono rimasto in bolletta nera; la prego, abbia la bontà di mandarmi un paio di corone, la prego, in modo che io le ab ­bia lunedì mattina, sì? â— Gliele restituirò non appena riceverò i soldi per il ritratto del giovane Rainer. La somma ch’ero sicu ­ro di ricevere non mi è ancora arrivata. â— Klimt ne ha raccon ­tato delle belle. La prego. Suo E.S.

Biglietto postale inviato al dottor Oskar Reichel, medico e collezionista d’arte, dopo il 5 ovembre 1910

Caro, caro dottor O. R., sono rimasto senza un soldo. Adesso ho dovuto sborsare quasi trecento corone; la prego di portar ­mi 20 corone domani mattina, sabato, la prego, ne ho tanto bi ­sogno, altrimenti non avrò niente da mangiare. Quindi sia così gentile., per favore, e si prenda il disturbo di venire da me domani, si? Potrà avere da me tutto quello che vuole. Pren ­da il tram in Nussdorferstrasse e in 15-20 minuti sarà a Schönbrunn, venga, la prego! L’attenderò fino alle 12. Osse ­qui.

Egon Schiele

Ad Arthur Roessler, 7 novembre 1910

Stamane per tutta colazione ho mangiato tre panini. Il suo E. S. Non posso più andare avanti così, devo lavorare. Le invia i migliori saluti il suo E.S. Potrebbe consegnare, se non le rincre ­sce, un paio di corone a A. P. [Anton Peschka]?

Ad Arthur Roessler, novembre 1910 Sabato.

  1. R. R., sarebbe possibile che la gentile signora [la moglie di R.. Ida, della quale Schiele eseguì però il ritratto soltanto nel 1912] venisse martedì? Per favore, a me andrebbe molto bene. Perché non si potrebbe organizzare una grande esposizione ar ­tistica internazionale nella Künstlerhaus? â— L’ho detto a Klimt. Per esempio ogni artista dovrebbe avere a disposizione una propria sala, o almeno una propria stanza. Rodin, van Gogh, Gauguin, Minne, e durante gli ultimi dieci anni Klimt, Toorop, Stuck, Liebermann, Slevogt, Corinth, MeÅ¡trovič e via di ­cendo si sono dedicati unicamente all’arte figurativa. Chissà quanto scalpore a Vienna! â— Catastrofe! â— Suo E. S.

Da una lettera ad Arthur Roessler, 10 gennaio 1911

Caro R. R. R. Sarà sempre così, dunque? Sono giorni che non lavoro, che non posso lavorare. Non possiedo neppure un po’ di carta da pacchi […] Chi mi aiuterà? Non mi posso compera ­re la tela, vorrei dipingere e non ho i colori. […] Una tela con i relativi accessori, la cornice per un ritratto costano a me 40 co ­rone il pezzo. Perché non potrei, perché non dovrei potercela fare, una buona volta? Con 500 corone avrei la possibilità di allestire una mostra […] e intanto potrei dipingere qualcosa di nuovo per Monaco. È terribile essere costretti a pensare conti ­nuamente al domani. […] Sapesse quali cose [egrege] produr ­rei, se mi fosse dato di lavorare tranquillo […]

A Oskar Reichel, 20 giugno 1911

Caro dottor O.R. â— Presto o tardi nascerà la fede nei miei di ­pinti, nei miei scritti, nelle parole che dico di rado ma nella torma più pregnante. Forse i lavori che ho prodotto finora do ­vrebbero essere [considerati] preamboli… non lo so. Ne sono così insoddisfatto, dal primo all’ultimo. Hanno torto quanti credono che dipingere sia già di per sé qualcosa. Dipingere è solo una capacità. Ma io penso all’accostamento dei colori più caldi, che scorrono e traboccano e irrompono e hanno un ri ­lievo plastico, terra di siena applicata irregolarmente sui verdi o sui grigi, e accanto una stella d’un azzurro freddo, bianca o biancoazzurra. Sono diventato sapiente attraverso l’esperienza, adesso, e ho fatto in fretta a contare, ho osservato ogni singola cifra e ho procurato di vedere. Anche il pittore può guardare, ma vedere è qualcosa di più. Stabilire il contatto con l’immagi ­ne che ci cattura è molto. â— La volontà dell’artista?

E.S.

Da una lettera ad Arthur Roessler, 31 luglio 1911

[…] Lei sa com’ero contento di trovarmi a Krumau; e adesso mi rendono la vita impossibile. â— La gente ci boicotta semplicemente perché siamo rossi. [Schiele, a quanto risulta da chi lo conobbe, non era impegnato politicamente, ma prima del 1914 era considerato “rosso” chi non frequentava la chiesa.]

Da una lettera allo zio e tutore Leopold Czihaczek, 1 settembre 1911

[…] Tutto quanto è uscito dalla mia mano negli ultimi due o tre anni, sia dipinto sia disegnato o scritto, va riguardato come un indizio di “quanto verrà”. Finora non ho fatto altro che dare e per questo adesso sono così ricco da dover seguitare a donar ­mi. L’artista, se l’arte gli è più cara di tutto, deve abbandonare perfino il suo migliore amico. Lo so che interpretate ingiu ­stamente la ragione per cui sono rimasto lontano da voi; mi crederete caparbio, in realtà mi ostinavo a resistere a tutte le ag ­gressioni della vita. â— Bramo sperimentare tutto, per questo de ­vo essere solo, non posso rammollirmi, ma essere aspro, avendo come unica guida il pensiero. â— Qualcosa, tuttavia, l’ho saputa realizzare e alcuni miei dipinti si trovano fra l’altro a Hagen in Vestfalia presso il museo Folkwang, da Cassirer [un gallerista] a Berlino e così via, il che però mi lascia freddo. â— So di essermi sviluppato artisticamente in maniera colossale, ho sperimenta ­to e sperimentato, ho costruito, ho lottato senza tregua contro l’arte “commerciale”. […] Da quanto ho potuto sperimentare in fatto di psicologia “della realtà” ho imparato che i piccoli sono vanitosi e troppo piccini per poter essere orgogliosi e che i grandi sono troppo grandi per poter essere vanitosi. […] La cosa più preziosa, per me, è la mia grandezza. â— Qui di seguito alcuni miei aforismi:

Fintanto che esisteranno gli elementi, neppure la morte as ­soluta sarà possibile.

Chi non è assetato d’arte, è vicino alla degenerazione.

Solo gli spiriti limitati ridono dell’effetto emanante da un’opera d’arte.

Fate in modo di vedere, se ne siete capaci, dentro l’opera d’arte!

L’opera d’arte, benché impagabile, può essere comperata.

È cosa certa che i grandi, in sostanza, erano buoni.

Mi rallegro pensando che sono ben pochi quanti sento ­no l’arte â— il che indica, una volta di più, che in lei c’è la pre ­senza divina.

Gli artisti vivranno in eterno.

Sono convinto che furono i più grandi fra i pittori a dipin ­gere la figura umana.

So che non esiste un’arte moderna, ma soltanto un’arte che è sempre la stessa, perenne.

Non bisogna dare ascolto a chi chiede che gli si spieghi un’opera d’arte; è troppo limitato per comprenderla.

Io dipingo la luce che emana da tutti i corpi.

Anche l’opera d’arte erotica ha una sua sacralità!

Progredirò a tal punto che tutti sbalordiranno di fronte al ­la grandezza di ciascuna delle mie opere “viventi”.

Il vero appassionato d’arte deve ardere dal desiderio di possedere l’opera d’arte più antica e l’opera d’arte più recente.

Per dare immortalità a un artista, basta una sola opera d’arte “vivente”.

Gli artisti sono cosi ricchi, che non possono fare a meno di donarsi senza sosta.

L’arte non può avere un fine utilitario.

I miei quadri dovranno essere esposti in edifici simili a templi.

Da una lettera ad Arthur Roessler, 9 maggio 1912

Caro R. rs. Lei probabilmente ignora in quale modo deplo ­revole si è svolta l’indagine. Solo adesso ho ricevuto la sua cartolina e le scrivo brevemente perché domani proseguo per la Carinzia […] Sono abbattuto, gliel’assicuro, terribilmente e profondamente depresso. Sa che sono rimasto 24 giorni in pri ­gione? Le ho passate tutte […]

Cordialmente E. S.

Da una lettera ad Arthur Roessler, 3 luglio 1912

Caro A. R.-r. è assai triste per me essere tagliato totalmente fuori dal mio lavoro. […] È duro sapere che tutte le cose realiz ­zate a prezzo di una faticosa lotta sono bloccate nelle mani dei filistei. […] Pensare che vengo strappato alla natura cui mi sen ­to legato interiormente è ancora un destino accettabile, poiché ho la certezza che ricomincerò daccapo, ridere quando soffro nell’intimo non è altro che un segno della mia capacità di reci ­tare. Tremendo è pensare che i giorni e i mesi passano inuti ­li e sprecati; ma combatto e resisto soprattutto nella speranza ‘…] che mai più ritorneranno giornate come queste, in cui mi struggo, inosservato, di dolore […] Dovrò lasciare dietro di me valori permanenti, solo allora mi sentirò più sollevato […] E.S.

Da una lettera a Carl von Reininghaus [il maggiore collezionista d’arte austriaco negli anni a cavallo del secolo], 13 febbraio 1913

[…] Il più importante degli uomini e il più grande degli artisti per me non valgono tanto quanto vale l’essere umano schietto, puro, sublime (Cristo.) â— Sono venuto al mondo per il tramite dell’amore, vivo con amore per tutti i miei simili e con amore me ne voglio andare da qui. â— So che uno appena su mille vive nutrendo amore per gli uomini, per gli animali, per le piante e per le cose, che uno appena su mille sa riconoscere la realtà vi ­vente di tutto ciò che esiste e sa scorgere l’alito vivente delle piante nella loro vita spirituale e nel loro sembiante. […] Nes ­suno fra gli uomini, finora, mi ha procurato gioia, non ve n’è uno che non abbia qualcosa, sia pure da poco, contro di me; tento di scoprire in coloro che stimo un motivo, ma non trovo nulla d’importante. […] Comunque sia, rimarrò vero e fedele a me stesso, a costo di perdere i tesori più preziosi; per questo o dio gli affaristi, mi scontro sempre con codesti mentitori! Ma chi sparla di me è un pittore invidioso, o un critico che ha studiato per tutta la sua vita storia dell’arte oppure un confor ­mista […] Ve ne sono alcuni che procedono insieme con me, fermamente decisi a seguire la nuova strada, indifferenti alle obiezioni altrui. â— Essi credono! […]

E.S.

Da una lettera a Franz Hauer [collezionista d’arte austriaca, particolarmente attento ai giovani talenti sconosciuti], agosto 1912 […] Ora osservo soprattutto i movimenti corporei dei monti, delle acque, degli alberi, dei fiori. Tutto mi richiama alla me ­moria i movimenti analoghi del corpo umano, i moti analoghi di gioia e di sofferenza delle piante. La sola pittura non mi ba ­sta; so che con i colori è possibile creare qualità intrinseche. â— Si può presentire intimamente, nel profondo del cuore, un al ­bero autunnale in piena estate; io vorrei dipingere questa ma ­linconia […]

E.S.

Da una lettera a Franz Hauer, 25 gennaio 1914

[…] A diciannove anni mi resi indipendente. Dovetti superare innumerevoli ostacoli, forse più di chiunque altro, […] che tro ­varono espressione nei miei lavori. â— Tutti i colleghi mi erano nemici; incominciai a detestare Vienna, me ne sarei voluto re ­stare solitario a Krumau, ma non potevo perché non dispone ­vo di denaro. â— Avevo bisogno di Vienna, così mi trasferii a Neulengbach per essere solo e al tempo stesso nelle immediate vicinanze di Vienna. – Diventai un essere umano ! E il destino volle che una ragazza provasse simpatia per me, al punto da ri ­fugiarsi, di sua iniziativa, in casa mia. â— La mandai via. Ma la sera dopo ritornò e non volle saperne di andarsene. Non c’era nessuno nelle vicinanze che potesse venire a prenderla. â— E se anche avessi chiamato qualcuno, c’era da temere un dramma. Quindi le permisi di rimanere e scrissi a suo padre. â— Suo pa ­dre la venne a prendere. â— Si convinsero che era intatta e tutta ­via la faccenda finì in tribunale. â— E allora, per la mia bontà, mi umiliarono nella maniera più infame. â— Perdetti ogni fidu ­cia in uomini che per il resto erano degne persone. â— Vissi ore cupe, durissime. â— Imparai a conoscere le peggiori bassezze u-mane e anche molti veri uomini incompresi. â— Nessuno dei miei conoscenti più intimi si scomodò â— tranne Wally [Wally Neuzil, già modella di Klimt, poi compagna di Schiele dal 1911 al 1915, quand’egli sposò Edith Harms], che allora conoscevo da poco e che si comportò così nobilmente da avvincermi. […] Io, che so riconoscere le persone d’animo schietto, compresi la purezza del suo cuore e meditai sulla gente falsa e malvagia. Giunsi così all’idea che l’essere umano vero, autentico, è de ­stinato a vivere in eterno. Il paesaggio malinconico di Neu ­lengbach, già così intimamente amato, mi ripugnava e per contrasto mi attirò una terra di confine, sicché nel 1912 sog ­giornai a Bregenz e non vidi altro che il lago [di Costanza] tem ­pestoso e mutevole e i lontani monti bianchi e assolati della Svizzera. â— Volevo iniziare una nuova vita, ma finora non ne ho avuto la possibilità. â— Niente ancora mi è riuscito nella vita. â— Anelo di trovarmi fra uomini liberi. â— Amo tanto l’Austria; e me ne rammarico. […]

E.S.

Articolo apparso su “Die Aktion”, n. 20, Berlino, 16 aprile 1914

Non esiste un’arte   “moderna”.   L’arte è una sola, perenne.

L’arte rimane sempre la stessa: arte e basta. Esistono però arti ­sti moderni, nuovi. Perfino lo schizzo tracciato da uno di loro è sempre e in ogni caso un’opera d’arte perché è una parte di lui, perché è qualcosa di vivo. Gli artisti nuovi sono pochi, pochis ­simi. Esseri eletti. Dovere assoluto dell’artista nuovo è di essere se stesso, di essere un creatore, di possedere nel proprio intimo il terreno sul quale costruire, senza rivolgersi al passato e alla tradizione. Soltanto a queste condizioni si potrà asserire arti ­sta nuovo.

Ciascuno di noi sia se stesso, una personalità indipendente. Chi vuoi essere considerato cosi deve avere la piena consapevo ­lezza di poter esistere da solo. E deve nutrire, almeno nell’ani ­mo, fiducia nel proprio futuro.

Del resto gli artisti nuovi creano sempre da soli e per se stessi. Raffigurano e ritraggono tutti. I contemporanei parteci ­pano di riflesso alle loro esperienze e le condividono. L’antitesi dell’artista nuovo è colui che si attiene pedissequamente alle prescrizioni. L’artista è l’espressione della sua epoca, rivela un frammento della propria vita. E lo fa sempre attraverso una profonda esperienza esistenziale vissuta. L’individualità del ­l’artista segna l’inizio di un tempo nuovo, di breve o di lunga durata a seconda dell’impressione più o meno durevole che la ­scia dietro di sé e a seconda del grado di compiutezza con cui ha rappresentato la propria esperienza.

L’artista dev’essere il più nobile fra i nobili, il più generoso fra i generosi nel restituire. Dev’essere umano, più di chiunque altro, e deve amare la morte e la vita.

La religione e l’arte sono un sentimento sublime. La natura è lo scopo. Ma lì c’è Dio. E l’artista la deve sentire fortemente, fortissimamente.

Da una lettera inviata dalla Corinzia a Hubert Jung [architetto, cofondatore della Secessione e delle Wiener Werkstätte], luglio 1914

[…] In autunno dovrò darmi da fare, assolutamente, se non voglio continuare a dibattermi eternamente nelle ristrettezze: penso di farmi assumere come insegnante in una scuola d’ar ­te… oppure, se non mi riesce, potrei forse trovare quattro o cinque allievi privati che lavorino tutti i giorni per qualche ora con me […] perché mi rendo conto di acquistarmi sempre più la nomea di accattone…

Alla sorella Gertrude, 23 novembre 1914

Cara Gerti! Viviamo nell’epoca più violenta che il mondo ab ­bia mai conosciuto. â— Ci siamo avvezzati a tutte le privazioni â— centinaia di migliaia di persone costrette a perdere miseramen ­te la vita. â— Ciascuno deve sopportare il proprio destino, vi ­vendo o morendo. â— Siamo diventati duri e impavidi. Quello che esisteva prima del 1914 appartiene ormai a un altro mondo. – Quindi da ora in poi guarderemo sempre e soltanto al futu ­ro. â— Chi non ha speranze appartiene ai morituri, noi dobbia ­mo essere pronti a sopportare tutto ciò che la vita ci porterà. E siccome il sole torna sempre a splendere dopo l’uragano, anche noi lo rivedremo. Questo è l’augurio che ti esprimo fra ­ternamente.

E.S.

 

Da una lettera a Karl Otten [scrittore, studioso di storia dell’arte e pacifista], 13/14 dicembre 1914

[…] Ci si rode, ci si divora, ci si risputa… e una nausea senza li ­miti. Capita di sentirsi dire: “Pensi ai poveri soldati”. Io soffro soltanto per me, perché non trovo un nesso fra la mia condi ­zione passata e la presente. […] Mi scriva, se ha tempo, sono avido di vita…

Da una lettera a Anton Peschka, 20 maggio 1915

Saluti cordialissimi da Egon e Edith. â— In questo momento sia ­mo al Café Wunderer [a Vienna], in attesa della decisione del ­l’Italia. Di questa… â— fra i principali colpevoli vi sono anche Marinetti e gli altri futuristi!

Da una lettera a Anton Peschka, 2 mano 1917

[…] E adesso ascolta: ci siamo rimessi insieme â— “Kunsthalle” â— tutto procede a passi da gigante e in grande stile. â— Lo si sen ­tiva nell’aria. â— Arte figurativa, letteratura e musica. Tutto il mondo artistico viennese è in piedi. â— I fondatori sono artisti e amici dell’arte. Vi partecipano Gustav Klimt, Josef Hoffmann, Arnold Schönberg, Anton Hanak, Peter Altenberg e molti al ­tri, i migliori storici dell’arte e così via. Non si tratta di un’as ­sociazione, ma soltanto di gruppi di lavoro. Ecco il nostro ap ­pello: “Da quando ci è piombato addosso il cruento orrore della guerra, molti hanno compreso che l’arte è assai più di un lusso borghese. Sappiamo che il tempo non lontano della pace politica provocherà aspri dissensi fra le tendenze materialistiche della nostra società e quei resti della nobile cultura che l’e ­ra mercantilistica ci ha lasciato. Di fronte a questa realtà ogni intellettuale ha il dovere d’impedire il tramonto della cultura austriaca e di dare il proprio contributo alla realizzazione dei progetti d’una gioventù risoluta a costruire qualcosa di nuovo e a mettere fine ai danni arrecati in passato. Bisogna prepararsi alla lotta e battersi per quanti ritorneranno dalla guerra, affin ­ché abbiano la possibilità di creare in purezza e di agire per il bene spirituale di tutti. Quindi è indispensabile impedire che la generazione animata da grandi aspirazioni si trovi isolata e tagliata fuori dalla vera vita. A questo scopo giovani indipen ­denti si sono uniti con l’intento di stabilire un punto d’incontro spirituale e hanno preso in affitto una sala destinata a esposi ­zioni e conferenze, che metteranno a disposizione di pittori, scultori, architetti, musicisti e poeti, affinché abbiano la possi ­bilità di stabilire il contatto con quella parte del pubblico ch’è decisa a difendersi dall’avanzante disgregazione culturale. […] La nostra iniziativa non è frutto di un capriccio effimero; è un’azione morale e al tempo stesso patriottica. Chi se ne aste ­nesse, arrecherebbe un danno irreparabile alla vita spirituale austriaca. […] Siamo a una svolta storica e, nella consapevolez ­za dell’unicità di questo momento, riteniamo nostro dovere u-mano dimostrare che non siamo rimasti indifferenti quando era indispensabile proteggere e salvare il meglio ch’esista al mondo â— il secolare patrimonio culturale che abbiamo ere ­ditato â— e quando era doveroso prestare testimonianza allo spirito e sacrificare a lui. â— Siamo consapevoli della vastità del ­l’impresa e delle difficoltà di metterla in atto, ma affrontiamo l’apparentemente impossibile con gioia ed entusiasmo, perché siamo giovani e perché lo facciamo per la nostra patria. […]

LIRICHE E PROSE

[Senza titolo]

Ho visto, in passato, gli eterni viali primaverili e la furia della tempesta e dovetti dare l’addio, dare l’addio per sempre a tutti i luoghi della vita. Ero circondato, i miei primi giorni, dalle dolci terre pianeggianti e già allora ascoltavo e coglievo la fra ­granza dei fiori stupendi, dei giardini silenti, degli uccelli. De ­gli uccelli nei cui occhi mi vidi specchiato con lo sguardo lu ­minoso e soffuso d’un colore rosato? Gli uccelli sono morti. â— Spesso trattenevo a stento le lacrime quand’era autunno. E poi gioivo della fulgida estate e ridevo allorché mi raffiguravo, in estate, il candido inverno. Nella stagione novella sognavo la musica universale di tutte le creature viventi. Fin lì durò la leti ­zia; poi vennero i giorni del dovere e delle scuole prive di vita. Giunsi nelle città infinitamente morte e mi compiansi. Fu il tempo in cui assistetti, partecipe, alla morte di mio padre. I peggiori nemici furono sempre, per me, i miei rozzi maestri. â— Adesso debbo infondere vita nella mia esistenza! â— Allora po ­trò rivedere, finalmente, il sole generoso e sentirmi libero.

[1910]

Schizzo per un autoritratto

Nelle mie vene scorre antico sangue tedesco e spesso avverto in me lo spirito schietto degli antenati. Pronipote di Friedrich Karl Schiele, consigliere della corte di giustizia e primo borgomastro di Bernburg nel granducato di Anhalt, nacqui il 12 giugno 1890 a Tulln sul Danubio, da padre viennese e da ma ­dre originaria di Krumau. Ricevetti le esemplari, durevoli impressioni visive infantili da una terra pianeggiante, dai suoi viali primaverili e dalle sue tempeste infurianti. In quei primi giorni già mi sembrava di percepire la voce e l’olezzo dei fiori prodigiosi, dei taciti giardini, degli uccelli nei cui occhi vacui vedevo il mio riflesso tinto di rosa. Spesso gli occhi mi s’inumidivano quando veniva l’autunno. In primavera sognavo la musica universale della vita e poi gioivo della stupenda estate e ridevo allorché mi raffiguravo nel suo splendore il bianco in ­verno. Vissi nella letizia, sino allora, in un alternarsi gioioso di serenità e di malinconia. Poi vennero i tempi del dovere e delle scuole prive di vita, le elementari a Tulln, il liceo scientifico a Klosterneuburg. Mi ritrovai in città che parevano immense e morte e mi compiansi. Questi furono i giorni in cui vissi, insieme con lui, la morte di mio padre. I miei insensibili maestri mi furono sempre nemici. Essi â— e altri ancora â— non mi com ­prendevano. â— Fonte dei sentimenti più alti sono la religione e l’arte. La natura è lo scopo, ma in lei c’è Dio e io lo sento pro ­fondamente, molto profondamente, più profondamente d’o ­gni altra cosa. Non credo che esista un’arte “moderna”: esiste un’unica arte ed è perenne.

[1910]

Autoritratto

Sono tutto nello stesso tempo, ma non farò mai tutto nello stesso tempo.

[1910]

Autoritratto

Esisto per me e per coloro ai quali la mia sete inestinguibile di libertà dona tutto, ed esisto anche per tutti perché â— anch’io so amare â— amo tutti. Sono il più nobile fra gli spiriti nobili, il più generoso fra i generosi nel restituire. â— Sono un essere umano, amo la morte e amo la vita.

[1910]

Autoritratto

Un sogno eterno, colmo della più dolce esuberanza di vita. / irrequieto â— con l’angoscia di un’intima sofferenza chiusa in me. / Fiammeggia, brucia, cercando la lotta, â— spasimo con ­ vulso del cuore. / Pondero â— e sono follemente animato da una passione incontenibile. â— II tormento della mente, assurdo, non ha il potere di approdare alle idee. Parlo il linguaggio di chi crea e dona. â— Demoni! Spezzate la violenza! â— La vostra lingua, â— il vostro segno, â— il vostro potere.

[1910]

Un autoritratto (Riflessione)

Lassù, nel paese frusciante cinto dai boschi / passa lento l’alto uomo bianco avvolto nel vapore azzurrino e odora, / odora i bianchi venti del bosco. / Percorre la terra che sa di cantina e ride e piange.

[1910]

L’uomo inserito nella società

Mira allo scopo, muri sopra altri muri, a gradinate, monti sopra altri monti, tutti uniformi. â— Vita mortale, morte.

[1910]

Anarchico

Là dove aveva inizio qualcosa di grande il mondo gli so ­migliava nella sua unicità. Dio era solo, solo nella solitudine assoluta. Corsi là, lo avvertii, lo intuii. Così sei tu â— orecchio, vento, bocca, così è per te la sola ch’esiste, la forma. Oh! Sibila, Circe urlante, allunga più che puoi le tue gambe. La tempesta si lamenta e chiama! Chiama, tu, chiama! Senza il tutto, senza lotta, accarezza così l’aria, erigi montagne, affrettati a portare cespi maligni.

[1910]

Anarchico – Sole

Assapora il rosso! aspira l’odore dei bianchi venti che ti cullano, contempla il tutto: osserva il sole, le stelle giallo-lu ­centi fino a saziartene, fino a dover chiudere gli occhi. Mondi cerebrali scintillano intorno nelle tue caverne. Fa’ che le dita interiori ti tremino, tasta l’elemento che sei costretto a cer ­care barcollando assetato, siedi balzando, giaci correndo, so ­gni giacendo, ti svegli dormendo. Febbri divorano la fame e la sete e il tedio â— e il sangue vi scorre attraverso, in accordo. Guarda me, padre, che tu pure sei qui, abbracciami, dammi vi ­cinanza e lontananza, defluisci e gonfiati, delirante, o mondo. â— Allunga adesso le tue nobili ossa. Porgimi l’orecchio tenero, i begli occhi cilestrini come acqua. â— Questo, padre, era una volta. Io sono davanti a te.

[19IO]

II ritratto della ragazza dal pallore misterioso

Una polluzione del mio amore, â— sì. Amavo tutto. La ra ­gazza venne, ne riconobbi il volto, l’inconscio, le mani da lavoratrice; amavo tutto in lei. Fui obbligato a raffigurarla perché si mostra così e perché mi era così vicina. â— Adesso non c’è più, è scomparsa. Adesso ritrovo soltanto il suo corpo.

[1910]

II cigno bianco

Sul lago del parco bordato di nero e odorante di muschio scivola, in una schiuma colorata d’arcobaleno, il bel cigno al ­tero e tranquillo.

[1910]

Campo di spighe

La limpida luce brillante inonda la terra rugosa. I soli ri ­scaldano col loro respiro fertili suoli. Chiazze gialle intersecano il ripido verde opulento, si allargano, più vicine, e ci mostrano atomi gialli danzanti per la voglia di vivere.

[1910]

Serata umida

Ho voluto ascoltare intento la sera dal fresco respiro, i neri alberi annunziatori del tempo â— dico i neri alberi presaghi del tempo â— e poi ho voluto ascoltare le zanzare, i passi lamentosi e pesanti dei contadini, le campane che suonano lontane, la regata degli alberi, ho guardato i viali alberati che sfilano in gara e ho porto l’orecchio al canto da filo metallico delle zanzare nel ventoso paesaggio invernale. Ma il grande uomo nero spezzò il suono delle corde. La città schierata in bell’ordine era fredda nell’acqua, di fronte a me.

[1910]

Abetaia

Entro sotto la cupola rossonera della folta abetaia, che vive in silenzio e si contempla mimicamente. I tronchi occhiuti, che si afferrano stretti, espirano l’aria bagnata visibile.

Quanta bellezza! â— Tutto, pur vivendo, è morto.

[1910]

[Senza titolo]

Chi fra i più geniali dei viventi / non vuole guardare / i mi ­racoli ed esplorare nel / proprio spirito / ciò che è di guida ai mondi? / L’eterno giungere / e il lento morire / dei sogni del futuro / e della pazienza del tempo presente. I desideri / diven ­tano un nulla / in questo tutto. C’è qualcuno, / fra gli spiritual ­mente dotati, / per il quale la natura equivale a / un problema delle / sacre arti? / Sosterrebbe / che essa è un prodotto / di mano umana? / Artista è soprattutto / l’uomo di eccelse doti spirituali / colui che sa esprimere la visione dei / fenomeni concepibili / in natura. / Siamo ricercatori ai quali / la natura si accosta per prima / e si rivela / perché la palesino ai contem ­poranei. / Gli artisti percepiscono senza fatica / la grande luce tremolante, / il calore, / il respiro degli esseri viventi, / il com ­parire e / lo scomparire. / Intuiscono / l’affinità / delle piante / con gli animali / e degli animali / con l’uomo / e la somiglianza dell’uomo / con Dio. / Non sono dotti / che divorano libri / con avidità. / Sono se stessi. / La religione è per loro / un indice di sensibilità. / Mai compiranno / gesti esteriori, / mai entre ­ranno nelle case di preghiera / per ascoltare, / mai sentiranno qui / la devozione. / No, fuori, / nella tempesta autunnale che infuria, / o in alto, sulle rupi, / dove si trovano fiori per loro / preziosi / possono avvertire / l’esistenza di Dio. / Possono su ­perare / esteriormente il cruccio, / ma nell’intimo li rode / e li angoscia il dubbio. / Sono gli eletti, / sono i frutti della terra madre, / sono i migliori fra gli uomini. / Sono estremamente sensibili / e parlano la vostra stessa lingua.

Ma che cosa sono gli uomini di genio? / II loro idioma è quello degli dei / ed essi vivono quaggiù in paradiso. / II para ­diso, per loro, è questo mondo. / Tutto per loro è un canto / e tutto è uguale a Dio. / Lieve è per loro ogni fatica, / le arti sono i fiori / che essi colgono nei giardini, / vivono nell’etere / e tutta ­via legati, in melodiosa esistenza interiore, / al mondo. / Igno ­rano le rimostranze. / Non hanno bisogno / di sviscerare nelle sue ragioni / quanto dicono; / lo dicono e dev’essere cosi, / in virtù del loro talento superiore. / Sono scopritori. / Divini, ge ­niali, poliedrici, onniscienti â— modesti esseri viventi. / La loro antitesi è l’uomo prosaico, / l’uomo comune. / Sin da bambino / non lo tocca / il pensiero del futuro. / Mangia e beve / e dorme, / sempre lo stesso, / immutato, / un giorno di seguito all’altro. / Impara / e studia, / lavora materialmente / e intel ­lettualmente / fino alla nausea. / Non conosce i giorni della primavera, / né gode il sommo bene / umano, l’amore. Salmo ­diano a memoria / le paratoie Abicì dell’amore. / Sono lontani dal mondo / questi esseri, ai suoi margini estremi. / Ira, avidità e / ambizione, ricchezza di denaro si manifestano in loro / di preferenza, / in gesti graduati. / Si muovono pomposi nella vi ­ta, / quant’è lunga, e / non cercano mai di / scandagliare la na ­tura, / fischiettano disinvolti operette / di facile comprensione e / per il proprio diletto / leggono romanzi. / II contadino pas ­sa / instancabile, con il suo aratro / lungo i solchi, / dal mattino fino a tarda sera, / beve e mangia e si riposa / per un’ora / quand’è il meriggio. / Poi riprende il lavoro / e la sera / siede / all’osteria, per abbrutirsi. / Tutto si ripete così, / di giorno in giorno, / e di giorno in giorno il sole / spande quaggiù i suoi raggi / e molta acqua scorre.

[1910]

Ad Arthur Roessler

Eterno fanciullo, seguii sempre il passo di quanti erano agitati dalle passioni e dicevo di non voler essere in loro; â— par ­lavo e non parlavo e tendevo attento l’orecchio per il desiderio di udirli e di vederli sino in fondo, il più in fondo possibile. Eterno fanciullo, sacrificai ad altri, a coloro che mi compas ­sionavano, a coloro ch’erano tanto lontani o che non mi vede ­vano ardere di un desiderio bruciante. Portavo doni, mandavo incontro a loro gli occhi e l’aria tremolante colma di luccichii, spargevo davanti a loro sentieri valicabili e… non parlavo. Ben presto alcuni compresero la mimica di chi li guardava nell’inti ­mo e allora non chiesero più nulla.

Eterno fanciullo, maledissi subito il denaro e ridevo men ­tre accettavo quant’era tradizionale, il dovere comune, l’ingan ­no materiale, il denaro utilitario. Vedevo l’argento come ni ­chel, il nichel come oro e argento e nichel e tutto rappresenta ­va per me cifre effimere prive di valore, che non mi riguardava ­no. Eppure rido, piangendo sul denaro utile. â— A che pro, mi chiedevo. A che pro? â— Taluni dicono: il denaro è mercé. â— Al ­tri dicono: il denaro è vita. â— Ma c’è qualcuno che dica: tu sei denaro? â— Sei un prodotto? â— Saresti forse una mercé? Oh, leg ­genda vivente! â— Dove sono i viventi?

Niente commercio. Pochi sono i viventi, in tutti gli stati. â— Essere se stesso! â— Se stesso! â—

Ciò che veramente vive ha inizio là dove incominciano gli “ex libris”. â— Dove incominciano i “discepoli” incominciano i morti viventi. – Vivere? Vivere significa spargere semi, lanciar ­li in giro, sprecarli per?… Per altri poveri, forse, per gli eterni discepoli. Oh, gli eterni discepoli! â— Oh, gli eterni conformisti! Oh, gli eterni stati ! Grande è il lamento per quelli che sono sol ­tanto corpi viventi, il lamento per quelli del pubblico, della massa, del popolo, dei soldati, dei funzionari, dei maestri, de ­gli inutili artigiani, dei chierici, degl’indifferenti, dei naziona ­listi, dei patrioti, dei calcolatori, dei livellati, degli uomini-numero.

La variazione?

Attivi e inattivi. Il bluff è già di per sé un’azione, fintante ch’è inventato. Parlare, a rigore, non è un’azione, o tutt’al più è un’azione morta. Dove volano le parole? Soltanto l’artista si esprime. Il vivente è l’eccezione. â—

Comperate! â— Non quadri, non prodotti, non opere, im ­magini? â— Da me, non di me… frammenti.

[1910]

[Senza titolo]

Peschka! Le vecchie case sono così compenetrate dal calore dell’atmosfera tinta di siena, dappertutto persiane bruciate dal sole, biancorosse, e vi si aggiunge il suono strascicato d’un vec ­chio organino; la lunga palandrana nera â— sempre la stessa da un anno all’altro â— del musicante cieco è verdebruna di vec ­chiaia, e logora. Ti chiamo per mostrarti tutto ciò che mi è concesso; in mezzo, occhi infantili grandi e piccoli; e parlano di me, ad alta voce. Su, nel giardino, si sono raccolti tutto il verde e fiori simili a esseri umani. Fuori, sui molti colori d’un prato si sono liquefatte figure a colori, bruni contadini irsuti sul sentiero bruno e fanciulle gialle sul prato di mughetti. Li senti anche tu?

Nel cuore dell’albero fronzuto c’è un uccello di colore smorto, si muove a malapena e non canta; â— migliaia di verdi si rispecchiano nei suoi occhi.

[1911]

DA UN ALBO DI STUDI

Un pittore regala questi schizzi.

Signora nel parco

…seguitai ad avanzare cosi sul sentiero bianco di sole… io ch’ero rosso. / Ho visto la signora tutta azzurra nel verde… / nel verde giardino. / Si fermò, immota… / mi guardò con i bru ­ni occhi sgranati. Era quasi bianca in volto.

Due chierici

II campo erboso arancionegrigioverde / copre / il ceppo sfrondato, nero rullo tondeggiante che riluce / con la grossa te ­sta rossobruna, / la testa sulla quale spiccano lustri gli occhiali, scintillanti. / La croce appesa alla catena bianca / dondola.

Accanto a lui, a grandi passi / avanza / il lungo grigio-burbero, livido, occhialuto / e parla borbottando nel libero paesaggio.

Strada campestre

Gli alberi alti sfilavano quant’era lunga la strada. / In loro i pigolii tremolanti di uccelli. / A grandi passi e con occhi arros ­sati e infiammati / attraversai di corsa le strade bagnate.

Si avvicina il temporale

Nere nuvole luttuose si srotolavano alte / dappertutto… i boschi mettevano in guardia dall’acqua. / Capanne mormo ­ranti e boschi borbottanti… Andai verso il ruscello nero… / uc ­celli simili a foglie smorte nel vento.

La musica dell’annegamento

In brevi momenti il fiume nero soggiogò tutte / le mie forze. / Grande mi parve allora il humiciattolo / e ripide e alte le dolci sponde. / Lottai, contorcendomi, / e udii le acque in me, / le buone, le belle acque nere… / Poi aspirai di nuovo le prezio ­se energie. / II fiume scorreva diritto davanti a sé, impassibile e più violento.

Visioni

Tutto mi era caro…

Volevo guardare con amore gli uomini irosi, / affinché i lo ­ro occhi fossero costretti a ricambiarmi, / e volevo donare agl’invidiosi e dire / loro / ch’io non valgo nulla. /

…udivo molti venti gonfi vagare / fra strisce d’aria. / E la fanciulla / che leggeva con voce lamentosa / e i bambini / che mi guardavano a occhi sbarrati e incontravano carezzevoli / il mio sguardo / e le nuvole che mi osservavano con occhi rugosi e bonari. / Le bianche, esangui fanciulle mi mostravano le loro / gambe nere e le giarrettiere rosse / e mi parlavano con dita nere. / Ma io pensavo ai vasti mondi lontani, / a dita di fiori… / e sapevo a malapena / che io stesso sono là.

Vidi il parco: gialloverde, verdeazzurro, / verderosato, / verdevioletto, / verdesolare e verdetremulo… e ascoltai i fiori d’arancio sbocciati. / Poi mi legai al muro ovale del parco e / ascoltai i fanciulli .dai piedi sottili / i fanciulli punteggiati d’az ­zurro e striati di grigio con i / fiocchi color di rosa. / Le colonne dei tronchi / tracciavano linee precise laggiù, quando vi giacquero sotto, sensualmente, / in forma ovoidale. / Pensai alle mie visioni ritratte a colori / e mi parve d’aver parlato soltanto una volta / con ciascuno di loro.

[1914]

Sensazione

Alti, forti venti mi raggelavano la spina dorsale / e allora sbirciai di soppiatto. / Al di là di un muro scabro vidi / il mon ­do intero, / con tutte le valli e i monti e i mari, / con tutti gli a-nimali che correvano in giro… / Le ombre degli alberi e le chiazze di sole / mi richiamavano alla mente le nuvole. / Cam ­minavo sulla terra / e non avvertivo le mie membra, / tanto mi sentivo leggero.

[1915]

 

Occidente

Ho visto / campi dondolarsi come altalene, / tagliati da mi ­nuscoli frastagli di migliaia e migliaia di punti che si sperdeva ­no nel giallo, / stagni simili a specchi e nuvole soffici. / I monti s’inarcavano inchinandosi e avvolgevano arie fatte di veli. / Io aspiravo l’odore del sole. / Adesso era giunta la sera turchina. cantando, e per prima mi fece vedere i campi. / Un riverbero rosso avvolgeva ancora una montagna tinta di azzurro. / Io ero sommerso, come in sogno, da tutta l’intensa fragranza.

[1916]

 

 


Letto 1074 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart