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Populismo è diventata una parola d’ordine

20 Novembre 2009

Nell’agone politico dare del populismo all’avversario è un insulto. Significa praticamente tacciarlo di inefficienza, se non addirittura di incapacità. Equivale a dire: Tu chiacchieri e chiacchieri per far presa sulla gente, ma queste cose non puoi e non sai realizzarle.

Il Grande dizionario della lingua italiana della Utet, noto con il nome del suo primo direttore Salvatore Battaglia, che, va ricordato, a causa della sua morte portò a termine solo i primi VII volumi, mentre l’imponente e fondamentale opera fu poi diretta e conclusa dall’VIII all’ultimo volume, il XXI, dall’amico Giorgio Bárberi Squarotti, dà questo significato politico al termine populismo:

“2. Polit. Atteggiamento politico favorevole al popolo (identificato nei ceti sociali economicamente più umili e soprattutto culturalmente più arretrati), ma in modo generico, velleitario e demagogico (adulando il popolo come depositario di tutte le virtù sociali e come vittima del cinico egoismo e dell’amoralità dei ceti dominanti, e formulando proposte politiche atte a gratificare il desiderio di rivalsa da parte dello stesso popolo, ma non idonee a incidere efficacemente sui complessi problemi che pone la società moderna) e non di rado in modo strumentale perché sostanzialmente diretto a perseguire fini di mera conquista o mantenimento del potere o progetti politico-sociali sostanzialmente reazionari (volti, cioè, più a ripristinare forme storiche già superate che a introdurre moderne riforme strutturali: e in tale accezione il termine assume per lo più una connotazione polemica negativa).”

Fra gli esempi sull’uso del termine, lo stesso dizionario riporta una frase di Guido Piovene:

“Piovene, 7-444: Il declino del comunismo non si accompagna adesso più con la tendenza all’ordine tradizionale. Ma piuttosto con un populismo diffuso, generico, di fondo acre: un umore (di cui oggi si fa l’esperienza ogni giorno) insofferente ed irritato, nei ceti popolari.”

Secondo Piovene (1907 – 1974) fu, insomma, il comunismo nella sua fase declinante ad essere populista.
Ricordiamo che Piovene non condannò mai apertamente il fascismo, tuttavia partecipò alla Resistenza, come si legge qui:

“Piovene non condannò mai il regime fascista e fu un acceso sostenitore della campagna per la difesa della razza. Tuttavia, Ernestina Pellegrini asserisce che il Piovene partecipò alle ultime fasi della lotta partigiana, dandone diretta testimonianza in un articolo dal titolo “Non furono tetri”, uscito sulla rivista romana “Mercurio” di Alba De Céspedes. Collaborò più avanti con Il Tempo e La Stampa.”

Oggi questa parola, populismo, è, al contrario, usata spesso da esponenti della opposizione, in gran parte figli e nipoti del vecchio comunismo, ogni volta che debbono attaccare il governo, e in particolare l’attuale governo di Silvio Berlusconi.

La parola populismo è diventata però patrimonio di molti. Quando in politica si vuole attaccare un governo, sia esso di destra o di sinistra, si dice che è un governo populista, cioè fa del populismo.

Il rischio di avere un governo populista è più pressante nei momenti di grande crisi economica e sociale, ed oggi tutti gli elementi occorrenti per temerlo ci sono, poiché la crisi che stiamo attraversando non ha precedenti nella storia del capitalismo. Tutto è stato addirittura rimesso in discussione.

Domandiamoci, quindi, se oggi abbiamo un governo populista.
L’opposizione dice di sì, ma è il suo mestiere. Probabilmente se ci fosse stata la sinistra al governo, la destra avrebbe detto altrettanto.

Ma al di là dei ruoli di parte, il rischio del populismo, nelle situazioni gravi come quella attuale, è più incombente se a capo del governo si trovino personalità che niente sanno, o sanno pochissimo, del mondo del lavoro. Nel senso che sono cresciuti o nelle sedi di partito, o nelle docenze universitarie.
Guidare un Paese è un’altra cosa. Significa incontrarsi e scontrarsi con la realtà, con la concretezza, e non con la teoria, o peggio, con la chiacchiera.

Non credo che possa esistere una teoria economica che, se applicata alla realtà, non debba ricevere l’impulso di un assestamento pratico, che solo chi è avvezzo per esperienza personale a percepirlo può indirizzare.

Per parlare dell’attuale presidente del Consiglio, escludo che il suo governo possa essere tacciato di populismo. Non perché voglia sostenere che tutto vada bene, ma perché l’esperienza di imprenditore di Berlusconi contrasta nettamente con la vocazione al populismo. Sono due anime diverse che non possono coabitare. Fanno a pugni.

Se l’imprenditore si limitasse solo alle teorie o alle chiacchiere, e non ai progetti concreti, dovrebbe dare subito l’addio alla sua azienda. Il mercato è lo squalo più onnivoro. Chi vi resiste ha la pellaccia del coccodrillo. Chi lo morde si fa male.

Potrei arrivare – se gistificato dai comportamenti – a dare del populista a Fini o a D’Alema, che non si sono mai sporcate le mani dentro una fabbrica o comunque dentro un’azienda. La loro educazione è esclusivamente politica. Intendiamoci, non è un difetto, ma non è sufficiente a garantirci dai rischi del populismo. La mancanza di esperienza diretta con la realtà dell’economia e del lavoro rende inclini a preferire il pensiero all’azione, il discutere al fare. A non dare alcun valore al tempo e alla tempestività dell’agire.

Il capo di un governo deve essere soprattutto uomo di azione (e se lo è anche di pensiero tanto di meglio), e deve essere una persona capace di cogliere la realtà nella sua concretezza. Non a caso il governo è l’organo esecutivo di uno Stato.

Una mia convinzione, ad esempio, è quella che una donna è assai più capace di un uomo, non solo a reggere una casa, ma anche uno Stato. La particolare praticità insita nella sua natura, la rende una persona alla quale, se le sono dati gli strumenti della politica, non occorre fare alcun apprendistato. Essa sa subito come muoversi. Gli esempi ci sono stati e ci sono.

Ma al momento pare difficile che una donna possa salire i gradini della presidenza del Consiglio. Quando succederà, per me sarà un giorno di festa.

Dunque, noi ci troviamo davanti ad un governo, il quale è presieduto da un imprenditore.
Tacciarlo di populismo è una contraddizione. Non può esistere un imprenditore populista. Se Berlusconi fosse stato imprenditore per cinque, dieci anni, potrei convenire che la sua esperienza di imprenditore non fosse giunta a maturità, e fosse stata interrotta anzitempo dall’ingresso in politica. Ma questo non è il caso. L’imprenditore Berlusconi ha conosciuto ed affrontato le forche caudine del mercato e, commettendo gli stessi ‘sbagli’ che commettono gli imprenditori soprattutto di una certa dimensione (chi ha lavorato nelle banche sa che certe ‘abitudini’ sono state un vezzo di molti, e sono sicuro che lo sono ancora), è riuscito a superarle, ottenendo anche un vistoso successo.

Conosce quindi la realtà per averla praticata sul vivo e all’interno. La conosce per avervi saputo gareggiare e vincere.

Pe essere giunto a questo risultato, egli non può (insisto: non può) mai essere stato populista. Un imprenditore, per sopravvivere e magari vincere, come ha fatto lui, non se lo può permettere.

L’opposzione sostiene che questo governo non fa nulla. E’ un ritornello che canta ogni opposizione. Non per nulla si è affermato il detto: Piove, governo ladro. Se andate indietro nella storia dei nostri governi, non ce n’è uno che non sia stato accusato di immobilismo e di non affrontare i problemi ‘veri’ della società.

L’attuale governo non fa eccezione e l’opposizione la canzoncina gliela canta tutti i giorni.

Di governi ne ho visti tanti, e devo dire che ho visto sempre un tirare a campare, chiunque ci fosse a reggere il timone.

Con la stessa sincerità devo anche ammettere che – grazie sicuramente all’ampio consenso ricevuto nella tornata elettorale del 2008 – l’attuale maggioranza e l’attuale governo stanno affrontando la crisi in maniera esemplare. Non lo dico solo io, ma oggi lo dicono anche i dati internazionali. Il nostro ministro Tremonti è al quinto posto nella graduatoria dei migliori ministri della economia in Europa. Nemmeno quando il dicastero era occupato da ex governatori o ex direttori generali della Banca d’Italia si sono avuti riconoscimenti simili. La disoccupazione è di due punti sotto la media europea. Siamo anche tra i primi a registare dati positivi sulla produzione.

Naturalmente il problema principale resta la disoccupazione, che questa crisi ha portato alle stelle in tutto il mondo occidentale, anche se i nostri dati sono e restano migliori di quelli europei.

Ma se si parla con un lavoratore che è stato licenziato o messo in casa integrazione, tutti questi elementi positivi che stanno maturando per una lenta e difficile uscita dalla crisi, entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Perché a lui interessa il lavoro per sé e per la sua famiglia. E’ una sacrosanta rivendicazione. Nessuno convincerà mai quel lavoratore che stiamo uscendo dalla crisi, poiché lui la crisi ce l’ha sulle spalle. Se andiamo a parlare con un altro lavoratore la cui fabbrica ha cominciato a registare segnali positivi, allora la sua visione è tutta diversa. Egli avverte e conferma i segnali di avvio.

Quale deve essere allora la logica politica più corretta con la quale fare l’analisi della realtà? Non ho dubbi: non può essere quella di portare ad esempio il lavoratore che ancora è gravato sulle spalle dalla crisi e non può, anche se lo volesse, percepire i segnali di ripresa. Ciò è un errore che può cavalcare soltanto chi mira a rendere la crisi perenne, e su questa crisi vorrebbe fare la sua fortuna poltica.

Non c’è senso dello Stato in questo atteggiamento. Il senso dello Stato lo si ha solo esaminando la situazione del Paese nella sua totalità. Se ci sono segnali di ripresa vanno accolti positivamente da tutti, maggioranza e opposizione, ed incentivati con una collaborazione tesa ad accelerarne lo sviluppo, così che essa possa al più presto coinvolgere anche il lavoratore sfortunato.

Quando, insomma, tacciamo un governo di populismo, dobbiamo prima analizzare ciò che ha fatto. Ed anche ciò che si propone di fare.

Faccio un solo esempio, tra i molti che si potrebbero rappresentare.

Il ponte sullo stretto di Messina. L’avvio dei lavori è previsto entro la fine dell’anno. Ciò ha fatto gridare qualcuno allo scandalo. Si diceva: Dirottiamo quei soldi destinati ad un’opera inutile e mettiamoli a disposizione dei lavoratori disocuppati. Un tale atteggiamento mostra una miopia da far rabbrividire. Non si ha coscienza di come funziona il mercato, non solo quello italiano.

Basti pensare – lo hanno detto molti economisti – che per il solo fatto che le cause civili hanno tempi insopportabilmente lunghi, molte aziende straniere si rifiutano di agire nel mercato italiano, e dirottano i loro capitali verso altri Paesi.

Il ponte sullo Stretto sarà una grande risorsa economica. Se si potesse fare anche un ponte per legare al continente la Sardegna, pure quello sarebbe da porre in cantiere. La macchina economica che si metterà in movimento per la esecuzione delle opere sarà già di per sé colossale, ma non sarà nulla rispetto a ciò che si avvierà commercialmente e industrialmente, una volta che l’opera sarà realizzata. Si pensi solo alla necessità di creare una migliore rete di infrastrutture sull’isola, con l’apertura di cantieri e la creazione di posti di lavoro. Si pensi poi, una volta costruite le infrastrutture, all’ampio processo di scambi che si aprirà, provenienti e diretti, a costi più economici, da e in tutta Europa.

Distogliere quei soldi avrebbe significato buttare via l’acqua sporca con il bambino.

Quando il ponte sarà realizzato, non ho dubbi che tutti potranno vedere e toccare con mano che la praticità e la lungimiranza di un imprenditore al governo, hanno creato una struttura perenne al servizio del Paese, della sua ricchezza e del lavoro.

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