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Processo breve: l’ostruzionismo e le bugie delle opposizioni

13 Gennaio 2010

Si dà il caso che martedì 12 gennaio pomeriggio, ho assistito in Tv all’avvio del dibattito nell’aula del Senato del cosiddetto Processo breve (si fa per dire, poiché, se ho capito bene, si può arrivare ad una durata che supera anche i 13 anni!), e posso riferire quanto è accaduto non perché mi sia stato raccontato, ma perché ho ascoltato direttamente.

Ciò che quel pomeriggio hanno richiesto al presidente del Senato Renato Schifani alcuni rappresentanti dell’opposizione, direi con voce corale, all’unisono (ad esempio, Finocchiaro, Zani, Belisario, Li Gotti, Legnini), è il rimando del disegno di legge cosiddetto del Processo breve alla commissione parlamentare di giustizia per un approfondimento dei nuovi emendamenti e sub emendamenti presentati dalla maggioranza, visto che erano stati comunicati all’opposizione appena la sera precedente.

Per questo motivo, richiedevano la sospensione della seduta. Il presidente Renato Schifani ha respinto la richiesta di sospensione, ma al contempo ha promesso che avrebbe esaminato quella del rinvio in commissione del disegno di legge, e accedeva anche alla richiesta dell’Udc, avanzata dal senatore Gianpiero D’Alia, di riunire i capogruppo per modulare meglio i tempi previsti per la discussione, viste le novità presenti nel disegno di legge.

Verso le ore 20, anche un esponente della maggioranza, Maurizio Gasparri, richiedeva la sospensione della seduta per consentire la riunione dei capigruppo. Essendo la sospensione stata richiesta, dunque, sia dalla opposizione che dalla maggioranza, il presidente del Senato decideva di sospendere la seduta e di convocare la riunione dei capigruppo per l’indomani 13 gennaio alle ore 9.

Ciò è quello che ho udito direttamente.

La mattina del 13 gennaio, leggevo sull’Unità (e nella serata del 13 ho trovato il testo mutato qui) che l’opposizione era riuscita ad ottenere la sospensione della seduta, e che quindi tale sospensione rappresentava una sua vittoria. In realtà, la sospensione è stata concessa allorché la richiesta è venuta anche dalla maggioranza, che probabilmente ha ritenuto opportuno, politicamente, di accogliere l’invito che era stato fatto dal parlamentare dell’Udc D’Alia di convocare la riunione dei capigruppo. Essendo quindi la richiesta di sospensione bipartisan, essa veniva accolta.

Il 13 gennaio alle ore 9 si è dunque tenuta la riunione dei capigruppo, e quando alle ore 17 sono ripresi i lavori, ecco che l’opposizione apre una querelle sul fatto che gli emedamenti e i sub emendamenti sono stati illustrati e discussi in commissione, ma non sono stati singolarmente votati. Secondo l’opposizione, in precedenti simili si è sempre osservata la regola che in caso di rinvio di un disegno di legge in commissione si dovesse procedere anche alla votazione degli emendamenti.

Il presidente Schifani precisava che in realtà i precedenti erano in un senso e nell’altro, ossia gli emendamenti potevano essere votati in commissione, ma anche non votati per essere poi presentati al voto dell’aula.

Il presidente chiariva anche, a richiesta precisa del Pd, che, consultato dalla presidenza della commissione giustizia, egli non aveva rilasciato ad essa alcuna indicazione circa il percorso da seguire, non avendo l’autorità di intervenire sui detti lavori.

Ho voluto precisare di aver seguito direttamente in Tv il dibattito di ieri pomeriggio, perché posso dire che nessuno della opposizione ha mai fatto riferimento alla necessità di procedere alla votazione degli emendamenti e dei sub emendamenti in commissione, mentre la richiesta di tutti gli oppositori ha riguardato unicamente la necessità di potere esaminare e approfondire i contenuti di detti emendamenti (chi può, veda un eventuale filmato o ascolti una eventuale registrazione).

Il presidente della commissione e relatore del disegno di legge Giuseppe Valentino ha precisato che la discussione c’è stata, al punto che sono stati accolti alcuni suggerimenti. Ma nel corso della riunione, vedendosi negata la votazione, l’opposizione ha abbandonato l’aula.

Se è vero quanto ha dichiarato il presidente Schifani (e non ho ragione di dubitarne; del resto non ci sono state smentite dell’opposizione) che le commissioni possono autonomamente decidere di votare o non votare, è evidente che quelli dell’opposizione sono apparsi meri comportamenti e interventi di carattere ostruzionistico che, nonostante siano del tutto legittimi, dànno l’idea di una funzionalità delle nostre Camere ridotta al minimo. Il passo è quello di una tartaruga, se non di una lumaca.

Un motivo anche questo per procedere rapidamente alle modifiche della Costituzione.

Devo segnalare l’intervento del senatore del Pd Gerardo D’Ambrogio (sì, proprio lui, quello di Mani Pulite, che veniva inquadrato accanto all’altro ex magistrato Felice Casson, che probabilmente hanno messo all’incasso le cambiali politiche ricevute dal Pd), il quale ha fatto un intervento da tribuno e populista tutto teso a difendere lo statu quo della magistratura e i suoi tempi lunghi. Altrimenti, ha sostenuto, si avrebbe in Italia una giustizia negata.

Non gli è punto passato per il capo che prima di diventare senatore è stato magistrato e come tale di domandarsi che cosa abbia fatto (lui che, insieme con il pool di Mani Pulite, era diventato tanto famoso) per migliorare dall’interno le lungaggini che hanno fatto guadagnare alla nostra giustizia gli ultimi posti nell’Occidente e molti atti di accusa dall’Europa.

Siccome piove, governo ladro, pure lui ha denunciato le carenze della magistratura, ma scaricandole sull’attuale maggioranza, dimenticando che in parlamento ci sono state diverse maggioranze (come ha fatto notare il sen. Filippo Berselli) anche rette dal suo partito. La senatrice Marina Magistrelli ha ripetuto le stesse cose di D’Ambrosio, aggiungendo che le lungaggini si possono risolvere con una migliore organizzazione della magistratura, e perciò non serve una legge.

Entrambi fingono di ignorare che le inefficienze della magistratura, vecchie di decenni, sono spesso legate alle incapacità intrinseche e personali degli stessi magistrati, ostili ad inserirsi in strutture in cui vigano regole e tempi in qualche misura disciplinati. La magistratura, infatti, si considera esente da qualsiasi regola disciplinatrice del proprio lavoro. Alla faccia degli interessi dei cittadini.

Si sono dimenticati di ricordare che l’art 111 della Costituzione, al quale si richiama il disegno di legge, sancisce al primo comma che il cittadino ha diritto ad un giusto processo. Ha dovuto ricordarlo il sen. Franco Mugnai, che il processo deve avere una ragionevole durata. E il sen. Berselli ha dovuto ricordare pure che la necessità di prevedere tempi certi per i vari gradi di giudizio era condivisa anche dal Pd che nel 2001 e nel 2006 presentò ben due disegni di legge analoghi. La verità è che, ha dichiarato Berselli, voi vorreste che questo disegno di legge fosse applicato a tutti i cittadini, meno uno: Silvio Berlusconi.

Insomma, se fosse per Gerardo D’Ambrosio e Marina Magistrelli, i cittadini dovrebbero affidarsi alla buona volontà dei magistrati, i quali, aiutati dal soccorso di mezzi forniti dallo Stato (che sono stati e sono carenti, questo va riconosciuto; ma la colpa è di tutti i governi che si sono succeduti) potrebbero da soli assicurare, bontà loro e si fidino tranquillamente i cittadini, una giustizia giusta.

Troppo poco, e soprattutto poco credibile, visti i lenti ritmi di lavoro a cui i magistrati ci hanno abituato.


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4 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 13 Gennaio 2010 @ 23:17

    Vero che l’ostruzionismo sia una pratica lecita, ma contraddice la volontà di confronto richiesta dal Capo dello Stato e accettata (a parole) anche dall’opposizione.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 14 Gennaio 2010 @ 00:57

    L’opposizione, hai visto?, se ne infischia di Napolitano e fa ostruzionismo. Domattina alle ore 9,30 riprende il dibattito.

  3. Commento by kalle — 14 Gennaio 2010 @ 12:17

    Bart, mi sembra che certi termini – “giusto”, “breve”- rischino solo di fare da schermo alla realta’. Chi non vorrebbe un processo “giusto” e “breve”? Forse solo i colpevoli. Paradossalmente, io potrei dirti di essere per il processo “giustissimo” e “brevissimo”.

    Ma queste sono solo parole. Bisogna vedere quel che questi termini implicano. Se il processo e’ si’ breve, ma solo perche’ si interrompe prima di una sentenza, be’, direi che il processo e’ magari “breve” ma nient’affatto “giusto”.

    per quel che capisco io, un processo “giusto” dovrebbe garantire   i diritti delle parti in causa – a partire dal diritto dell’imputato stesso ad essere riconosciuto innocente da un tribunale, e non semplicemente da un cavillo che blocca tutto e manda tutti a casa.

    Io non capisco come si possa stabilire la durata massima del processo in astratto. Posso capire che un governo cerchi di raggiungere quell’obbiettivo, dando mezzi ai tribunali, eccetera. Ma sempre con lo scopo di giungere ad una sentenza, che mi sembra la necessita’ primaria. Invece con queste riforme si cancellano i processi. Non e’ una follia? A me sembra di si’. Sbaglio da qualche parte?

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 14 Gennaio 2010 @ 12:56

    Ho la fortuna, Kalle, di poter seguire il dibattito “minuto per minuto”. Ancora sto ascoltando, e sta parlando per il Pd Giovanni Legnini che ripete quanto hanno detto altri dell’opposizione,  ossia che l’impatto annullerà molti processi e avrà costi notevoli.

    Farò in giornata un altro resoconto, ma ora mi basta riportarti quanto ha comunicato il sottosegretario Caliendo in rappresentanza del governo, il quale ha ricordato che la nostra Corte di Cassazione e la Corte di giustizia europea hanno sancito che la ragionevole durata dei processi deve rientrare dentro i sei anni, e ha fatto notare che i tempi minimi previsti da questo disegno sono di anni sei e mezzo, quindi già superiori al massimo stabiliti da queste sentenze. Ora, in questo momento, sta intervendendo di nuovo  il sottosegretario Caliendo, il quale dichiara che i tempi previsti dal disegno di legge sono in realtà lunghi e tali che consentono, con una organizzazione minima, di pervenire a sentenza definitiva.

    La tesi sostanziale della opposizione è che i tempi li devono dettare i giudici, e il governo ha sostenuto che non si può lasciare all’arbitrarietà del giudice decidere se un processo cada o non cada in prescrizione (perché così in Italia stanno le cose).

    Mi fermo qui, per ora.

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