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Pronti all’opposizione

24 Novembre 2013

di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 24 novembre 2013)

Queste ore potrebbero essere le ultime da senatore di Silvio Berlusconi. E per quanto Alfano e la sinistra urlino il contrario, credetemi, non è un fatto personale dell’ex premier.
Se la decadenza per via giudiziaria (imminente sentenza di cassazione sull’interdizione dai pubblici uffici) è ineluttabile in quanto nella sola disponibilità dei magistrati, non altrettanto si può dire per la via politica che la sinistra mercoledì vuole imboccare con il voto in Senato. Per rendere quantomeno difficile questo affronto basterebbe che Alfano e compagni anteponessero al loro «fatto personale » di rimanere ministri ad ogni costo quello superiore di uomini liberi, coerenti e leali. Uomini che non mollano il capo nel momento decisivo, uomini che si rifiutano di collaborare con l’aguzzino qualsiasi sia il prezzo da pagare.

Ieri Berlusconi, parlando ai giovani di Forza Italia, ha detto chiaramente che lui di arrendersi non ha intenzione. Perché via lui la sinistra, come in parte sta già avvenendo, avrebbe la strada spianata. A stare immobili, ad assecondare i piani del gruppo di Alfano, ci aspettano solo più Stato, più tasse, più polizia fiscale, più Europa. E allora tanto vale fare chiarezza e non rendersi complici almeno di questo. Come? Che Forza Italia nelle prossime ore (la manovra finanziaria è in votazione in questi giorni) possa passare all’opposizione è un’ipotesi più che probabile. E per nulla drammatica. Il governo Letta-Alfano vuole andare avanti con una maggioranza risicata? Si accomodi. Napolitano vuole aprire una crisi per allargare la maggioranza a transfughi grillini? Faccia. In ogni caso parleremmo di governi non più legittimati, neppure vagamente rappresentativi della volontà espressa dagli elettori nelle urne. Pezzi di partiti incompatibili che si mettono insieme per soddisfare, oltre che ambizioni personali, il piano di un Napolitano ormai non più lucido, fuori controllo e in preda a un delirio di onnipotenza.

Berlusconi ieri ha detto: non mi farò umiliare. Facciamo nostro questo invito: noi liberali non ci faremo umiliare. Facciamoci sentire, nelle piazze e ovunque, perché il bene del Paese o coincide con il bene nostro, delle nostre famiglie e delle nostre imprese, oppure non è. E non lo sarà mai.


Una farsa chiamata giustizia
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 24 novembre 2013)

Sono piuttosto un realista che un apocalittico. Ma ora bisogna dirla tutta. Una mostruosa macchinazione giudiziaria espropria la democrazia italiana e lo Stato di diritto del suo significato.
Nessuno può tirarsi fuori dal giudizio. Nessuno può rifugiarsi, come fossero uno schermo neutrale, tecnico, dietro le surreali condanne nei processi Ruby1 e Ruby2 o al riparo delle procedure dell’accusa nell’imminente Ruby3 ovvero la devastante pretesa dei pm di Milano di estendere all’imputato e alla sua intera difesa, testimoni e avvocati, le accuse di ostruzione della giustizia e falsa testimonianza. Se c’è ancora un’Italia autentica e sensibile alla verità nell’opinione pubblica, nelle istituzioni, nella politica anche la più faziosa, è il momento che si levi una protesta forte e chiara contro una delle più infami vergogne della storia nazionale.

Berlusconi ha dato delle feste in casa sua, ha invitato delle ragazze e degli amici, gli amici lo hanno aiutato a comporre il suo harem burlesque, il suo privato divertimento, condividendolo. Berlusconi è notoriamente ricco e generoso, fa regali da sempre a destra e a manca, senza distinzione di rango, e con il circuito delle sue feste è stato come spesso gli succede regale e sciupone senza remore o rimorsi. Ha fatto una telefonata in questura, inopportuna sotto il profilo protocollare ma non concussiva, gentile e in prima persona, allo scopo di evitare a una delle sue ospiti la consegna a una comunità. Anche per disinnescare lo scandalo dovuto alla esibizione forzata del suo privato, ha inventato balle giocose, come quella della nipote di Mubarak. Bene. Queste sono tutte cose che rientrano nella dimensione privata, criticabile quanto a comportamento politico e civile di un uomo di governo e di Stato, ma non criminalizzabile.

Invece quel che ne è seguito, con mezzi d’indagine e una vocazione guardona e origliatrice da Stato di polizia, è precisamente la trasformazione di peccadillos da scapolo abbiente e da re di Arcore in reati infamanti che comportano anni e anni di galera. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. A dimostrare che al di là di ogni ragionevole dubbio siamo invece in presenza di reati penali da punire con la massima severità: regali alle ragazze e agli amici e una raccomandazione a un gentile funzionario di Questura da scambiare con anni di galera. A dimostrare che abbia un qualche senso una condanna per atti sessuali prostitutivi quando di questi atti non esiste prova alcuna, mentre nelle stesse motivazioni della condanna si dice bellamente che non è quello il problema, palpeggiamento in più o in meno. Sfido chiunque a dimostrare che sia parte di uno Stato di diritto e delle sue garanzie un tribunale che condanna su queste basi effimere e ambigue e poi trasforma gli atti difensivi, rinviandoli ai pm perché istruiscano nuovi processi, in un nuovo capo d’accusa a raggiera, una retata potenziale di testimoni che si trovano così in una pesante situazione di condizionamento e di pressione: o ammetti di essere stato un falso testimone e di aver collaborato con un’azione di inquinamento del processo oppure ti becchi la galera anche tu.

Una gigantesca gogna ha devastato l’immagine pubblica di un capo democratico, di un uomo della democrazia rappresentativa, un leader che ha vinto tre volte le elezioni e ha governato il Paese secondo le regole, altro che storie, ritirandosi in buon ordine anche quando avrebbe avuto diritto al suo appello al popolo che lo aveva stravotato nelle urne del 2008 (novembre 2011). Questo non è un caso personale, da tenere distinto dal resto, cioè dalla stabilità di governo (che palle che ci raccontano sul semestre europeo) o da qualunque altra circostanza. Se la democrazia sanguina, se si insinua un dubbio di fondo sul suo funzionamento imparziale, perché gli atti di giustizia si trasformano in una persecuzione personale, qualunque sia il giudizio sul perseguitato, sui suoi errori, e anche sulle sue colpe o sui suoi peccati, non si può dormire tranquilli.

Non tutti in questo Paese hanno bevuto la leggenda nera di Andreotti mafioso, di Craxi spolpatore delle finanze pubbliche per avidità, del doppio Stato reo di stragi infinite e di trattative collusive con i poteri criminali. Molti tra coloro che pure hanno combattuto per le loro idee e contro le classi dirigenti della vecchia Repubblica, e hanno mantenuto la loro autonomia di giudizio nella situazione che seguì alla sua caduta, hanno cercato di esercitare il giudizio critico sull’unico potere che da almeno vent’anni si considera al di sopra delle parti mentre agisce come parte in causa in una lunga guerra ideologica, quello dell’accusa penale. Questi italiani che non hanno portato il cervello all’ammasso dello spirito forcaiolo si facciano sentire. E anche i capi delle istituzioni, prima di tutti il garante della Costituzione e capo della magistratura, il presidente della Repubblica, non possono tirarsi fuori dal dovere di intervento e di correzione della grave stortura che si è prodotta.

Esprime il peggio della cosiddetta ideologia italiana, viltà maramaldesca, chi oggi si volta dall’altra parte, chi mette la propria antipatia e inimicizia politica verso Berlusconi, o anche soltanto la voglia di quieto vivere, davanti al dovere di giudicare una ignobile messinscena chiamata giustizia.


“Napolitano mi dia la grazia, io non la chiederò mai”
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 24 novembre 2013)

Berlusconi ci ripensa, forse rinunzia a pronunciare in Senato l’ultimo disperato fiammeggiante discorso della sua carriera parlamentare. Si va convincendo che presentarsi mercoledì in aula, e rovesciare contro la magistratura tutto quanto gli passa per la mente, sarebbe un doppio boomerang. Suonerebbe come provocazione sfrontata nei confronti delle Procure, specie di quelle che un’ora dopo potrebbero spiccare un mandato di carcerazione domiciliare.

Già non mancano i rumors, specie da Milano come effetto dell’inchiesta «Ruby ter ». Andarsi a cercare il martirio, per quanto invocato dai pasdaran, non è gesto compatibile con gli interessi aziendali in gioco. Ma c’è dell’altro. Il Cavaliere riflette sull’immensa vergogna che gli causerebbe l’espulsione fisica dal Parlamento. Berlusconi rischia, una volta passata la decadenza, di essere allontanato dall’emiciclo come un intruso, in base alla spietata formula: «Preghiamo il dottor Berlusconi di uscire dall’aula per consentire la prosecuzione dei nostri lavori ». Le immagini dell’ex-premier che guadagna furibondo l’uscita, magari accompagnato dagli sberleffi della sinistra e dal ludibrio dei Cinque stelle, forse addirittura (questo si spingono a ipotizzare certi «berluscones » nel delirio delle ultime ore) con i carabinieri in attesa giù davanti al portone, farebbero all’istante il giro del mondo segnando, esse sì, il crepuscolo di un’epoca…

Dunque al momento, quando il conto alla rovescia segna «meno tre giorni », e ormai tutti danno scontato che il 27 pomeriggio si voterà sulla decadenza senza ulteriori «traccheggiamenti » (come li definisce il presidente del Senato Grasso), l’orazione berlusconiana contro la giustizia ingiusta sembra destinata ad altre platee. Tipo quella dei giovani forzisti, che all’Eur hanno udito il Cavaliere lanciarsi nell’elogio del mafioso Mangano, «un eroe » perché non accettò di chiamarlo in causa a Palermo (diversamente dall’ex senatore De Gregorio «convinto dai pm di Napoli ad accusarmi »). I giovani «falchi » sono rimasti interdetti dalla definizione del «Corsera » quale «organo della Procura milanese ».

Ma hanno convenuto con Silvio che sarebbe «ridicolo » scontare i servizi sociali da Don Mazzi «il quale dice “Presidente, venga a pulire i cessi qui da noi”, credete che io possa umiliarmi così? ». E infine, sono stati testimoni del primo minaccioso attacco al Presidente della Repubblica. Berlusconi (ecco la novità) ormai lo sfida pubblicamente. Napolitano, alza la voce, «non dovrebbe avere un attimo di esitazione a dare, senza che io presenti la richiesta, in quanto ho la dignità di non chiederla, un provvedimento di grazia ». L’ex-premier sa che il Capo dello Stato mai lo farà a comando (e forse nemmeno dietro cortese domanda). Ma in realtà Berlusconi non mira alla clemenza presidenziale. Semplicemente, dicono i suoi, vuole marcare l’addio al Parlamento con un rombo assordante di tuono, intende sottoporre la Repubblica a uno stress senza precedenti. Non a caso già grida al «golpe » e minaccia con toni giudicati eversivi dal Pd: «La sinistra non pensi che il colpo di Stato si realizzi senza una reazione da parte nostra… ».

Sembra l’avvio di un’«escalation » che punta a sommergere il Colle, senza risparmiare le altre istituzioni. Ormai espulso dal Parlamento, Berlusconi già si comporta come un leader extra-parlamentare. Manifestazione convocata per mercoledì pomeriggio davanti a Palazzo Grazioli, stavolta senza obiezioni dal sindaco Marino. Sarà una sorta di veglia intorno al leader, ma con l’intento di trasferirsi tutti quanti davanti a Palazzo Madama (cordoni di sicurezza permettendo) qualora alla fine il Cavaliere decidesse ugualmente di presentarsi in Senato. Domani, conferenza stampa per mostrare certe carte in arrivo dagli Usa, annunciate come la prova del fisco americano «che io non c’entro niente » con le società off-shore di Agrama, per le quali gli è piovuta addosso la condanna. Sempre domani, assemblea dei gruppi forzisti, deputati e senatori superstiti, per formalizzare un ormai scontatissimo passaggio all’opposizione.


Cancellieri e la lezione di B. È tutto un complotto
di Furio Colombo
(da “il Fatto Quotidiano”, 24 novembre 2013)

Che cosa è accaduto della vecchia rispettabile pratica delle dimissioni? Il più delle volte, se ci assiste la memoria, ce lo ricordiamo come un gesto di dignitosa e rispettabile reazione con cui qualcuno, in posizione importante, fermava un dubbio o una obiezione o un dissenso su qualcosa che gli sembrava non rinunciabile, e diceva: “Va bene, basta così, ho detto quello che penso e che credo. Fermiamoci qui”. Non sto parlando delle dimissioni come via di fuga, ma dell’abbandonare un ufficio o un incarico, specialmente se importante, come affermazione della propria dignità. Ma anche nella consapevolezza che, oggettivamente, la persona che si dimette è circondata di obiezioni, incertezze, giudizi discordanti e diversi. Dimettersi vuol dire troncare il discorso che ha a che fare con la tua posizione, ma anche con la tua reputazione, per riprenderlo, libero da incarichi, sulla verità di ciò che tu, non creduto (o non applaudito come vorresti) stavi affermando.

Il caso Cancellieri è esemplare. Il ministro della Giustizia, che adesso è discusso per avere liberato dalla detenzione una persona amica, afferma che, come lei (la signora amica liberata) ci sono altri 101 detenuti che si sono affidati alla sua valutazione e hanno trovato lo stesso aiuto e comprensione nello stesso tempo di giorni e di ore. Come controprova della sua disponibilità a continuare su questa strada di attenzione personale e solidale (che Papa Francesco chiamerebbe “misericordia”), qualcuno, per mettere al riparo il Ministro Cancellieri, ha proposto di istituire un numero verde, a cui ogni detenuto o famiglie di detenuti potranno rivolgersi.

Immalinconisce pensare che nessuno, accanto al ministro, sembra avere avuto il coraggio di sconsigliare sia la finzione dei cento detenuti precedentemente aiutati che il numero verde. Perché immaginare la prima telefonata a quel numero è un lavoro che solo Crozza può svolgere adempiendo alla sua missione di comico. E ci sarebbe sempre il rischio di impaginare quella prima telefonata accanto ai tabulati delle conversazioni Ligresti, che “sono cari amici la cui amicizia – dice legittimamente il ministro della Giustizia,- rivendico”. Ha ragione, è la sua vita. Ma solo alla orgogliosa e dignitosa condizione di dimettersi.

Deve poter dire: “Sono amica di chi voglio” accettando di sdoppiarsi dalla funzione delicatissima di ministro della Giustizia, perché i suoi amici del cuore sono imputati di reati pesanti, e sono in prigione. In questa posizione, non è di alcuna utilità intrattenere il Parlamento sulle ragioni del caso viste da un personale e privato punto vista. Il Ministro della Giustizia è sistema e simbolo, e non può portare in ufficio i suoi legami, per quanto stretti. Per salvare una persona cara può accadere a chiunque di dover rinunciare a un onere e a un onore (in questo caso tra i più importanti della Repubblica). Ma quell’affettuoso tributo di solidarietà agli amici di una vita non è gratuito. Basti immaginare la moltiplicazione anche solo per due di un simile gesto.

Come vedete, non sollevo in nessun punto la questione della scelta degli amici. Ciascuno ha la sua vita. Quello che un ministro non può fare è rivendicare i suoi legittimi affetti privati davanti al Parlamento, perché a quel punto niente è privato. E se ha l’orgoglio che ha e che ha il diritto di avere, le dimissioni lasceranno senza argomenti i  suoi avversari (se sono avversari i parlamentari che vogliono chiarire e sapere a nome dei cittadini).

Purtroppo il ministro Cancellieri si è dichiarato innocente esattamente come il senatore Berlusconi. Eppure non doveva disputare una sentenza, che ha un alto contenuto soggettivo, (benché regolato da tutte le garanzie processuali). Doveva accettare un fatto oggettivo: il “fuori gioco”, che ferma la partita in modo automatico, e annulla il punto. In questo caso l’incompatibilità. L’incompatibilità fra ciò che ha fatto e i limiti rigorosi, formali, pubblici, del suo ministero, una incompatibilità che nessun numero verde (se anche fosse una cosa seria) potrebbe riparare. Quando ti comporti in modo incompatibile con la tua alta funzione, sei fuori, lo sai e ti dimetti, con tutto il diritto di rivendicare la tua buona fede. Infatti, se ci sono altri casi, sono altrettanto incompatibili e moltiplicano le ragioni di tempestive e dignitose dimissioni. Infatti il Ministro della Giustizia non ha alcun potere di aprire o di chiudere le porte delle prigioni.

Strano che una persona come la Cancellieri che, abbiamo detto, ha una reputazione da difendere, abbia scelto, certo mal consigliata, di mettersi sullo stesso piano del senatore Berlusconi e gridare: “Sono innocente”. Certo, anche Berlusconi avrebbe tratto gran beneficio, quanto a reputazione, dimettendosi prima di permettere ad altri di decidere il suo destino. Però Berlusconi ha sempre considerato un grande vantaggio, nel labirinto dei suoi giochi, non avere una reputazione da difendere. Ecco perché è un peccato che il presente Ministro della Giustizia Cancellieri abbia scelto la stessa strada del condannato Berlusconi. Proclama di essere vittima di una grave ingiustizia, e denuncia il complotto. Conferma se stessa in nome e da parte di se stessa. Un gioco che, persino Berlusconi lo sa, non riesce mai bene.


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Bart