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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Racconto: I figli di Ludovico #2/7

19 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I figli di Ludovico #2

Il cavaliere parlò a lungo con il nonno, poi all’improvviso si arrestò; rivolte le braccia verso il basso, puntò in direzione della verde pianura. Presto scomparve.
  «Se n’è andato? » domandò Chiara.
  «Ci ha lasciati soli, piccina mia. »
  «Come faremo a ritornare a casa? »
  Il nonno le si avvicinò:
  «È assai bello ciò che ci sta succedendo, mia dolce creatura. Chissà quante bambine vorrebbero essere al tuo posto! »
  Volavano assai alti e avevano le nubi bianche proprio sopra le teste. Chiara allungava la mano e cercava di toccarne almeno una.
  «È proprio come panna, nonno » gridava. Anche Ludovico s’era messo a giocare con le nubi, e andava a cercare invece quelle nere, gonfie d’acqua, e ritornava verso la bimba inzuppato di pioggia.
  «O Chiara, Chiara, come sono felice! », rideva.
  Dopo qualche tempo, videro sotto di sé le cime delle montagne, alcune coperte di neve.
  «Ah, se Sandrino fosse qui! » sussurrò Chiara.
  Sorrise al pensiero che quel birbaccione del fratello li avrebbe potuti sorprendere nel cielo. Se lo immaginava col nasino all’insù, implorante verso di lei perché gli svelasse il segreto.
  «Non vedo l’ora di tornare » diceva ogni tanto al nonno, pensando allo stupore che avrebbe provocato in Sandrino e anche in Margherita, e Ludovico la guardava ed era contento della sua felicità.
  «È proprio un bel regalo questo che ci è toccato » le sussurrava. «Ma perché proprio a noi? »  

  Sandrino era stato il primo ad accorgersi dell’assenza della sorella. Recatosi nella sua cameretta per chiamarla al gioco, non l’aveva trovata. Era corso allora a cercarla in cucina, in salotto, nel piccolo ripostiglio, nella cantina e poi di nuovo era uscito in giardino.
  «Mamma, mamma, dov’è Chiara? »
  Chiesero aiuto a Margherita, ed insieme frugarono ogni angolo della casa.
  «Anche il nonno è sparito! »
  La mamma avvertì una gran pena. Temeva che sarebbe successo un’altra volta ciò che già le era accaduto con Berto, suo marito, scomparso nel nulla. Avevano fatto ricerche dappertutto, ma del suo sposo nessuno aveva saputo dirle più niente.  

  La famiglia di Ludovico, o meglio ciò che ne restava dopo la partenza misteriosa del figlio Berto, viveva in una casa un po’ appartata dalle altre, nel mezzo di un bosco fittissimo che sorgeva sopra una bassa collina; poco distante v’era un piccolo agglomerato di abitazioni, un nucleo antico, dove certamente erano vissuti pastori e taglialegna; spuntavano poi qua e là costruzioni più recenti abitate soprattutto da contadini, che avevano messo a coltivazione piccole parti di quella foresta.
  Il posto era magnifico per chi desiderava condurre una vita semplice.
  Rachele, la giovane nuora, era venuta a starci contenta. Aveva conosciuto le altre famiglie e, di indole volitiva e generosa, aveva saputo farsi voler bene.
  Berto era nato e cresciuto lì. Conosceva tutti, e molti lo avevano visto in fasce. Di carattere gioviale e gran lavoratore, era stato lui a suggerire alcune coltivazioni e certi allevamenti, che continuavano a dare buoni guadagni a quella gente umile. Si nutriva dell’affetto e della gratitudine per lui.
  Anche Rachele si faceva in quattro per aiutare il prossimo. Pure ora che era rimasta sola col nonno a badare ai tre figli.
  La partenza del marito era stata un duro colpo per lei, che si era mossa in quei boschi con la leggerezza e l’armonia di chi è immensamente felice. Per lei, Berto era stato il principe azzurro sognato da bambina.
  Negli ultimi giorni, vedendolo mutato, cercò di capire che cosa gli passasse per la mente. Mai l’aveva sfiorata il sospetto che egli una sera, senza salutare nemmeno i figli che tanto adorava, potesse svanire nel nulla.
  Il nonno, quando fu avvertito, non disse una sola parola. Stette rinchiuso nella sua cameretta per ore e ore, mentre Rachele coi figli frugava ogni angolo della foresta.
  Furono anche impiegate squadre di volontari. Fu chiamata la polizia.  

  «Venite a mangiare » chiamò Rachele, affacciandosi sull’uscio di casa.
  Sandrino stava di nuovo coi maiali. Giocava con Prospero, il più pacioccone, ma badava a non mettere la mano a tiro della sua bocca. Il nonno gli aveva raccontato, una sera che stavano radunati intorno al fuoco, che una volta un maiale aveva divorato la mano di un bambino.
  Sandrino guardava il maiale e guardava subito dopo la sua mano destra.
  «Te la mangeresti, eh, Prosperuccio mio? Ma io ci devo fare i compiti con questa mano! »
  «E allora dàgli la sinistra! » incalzò da dietro le spalle Margherita, che non lo perdeva d’occhio un solo istante.
  Ma Sandrino cacciò fuori la lingua, e anche quella volta fece il versaccio alla sorella.
  «Che mangi invece la tua, brutta spiona! »
  Margherita allora si mise a rincorrerlo, ma Sandrino era più svelto di lei, e non c’era mai stata una volta che la più grande fosse riuscita a raggiungere quel monello.  

  Per le compere, si recavano in paese con il furgoncino. Era Rachele a guidare, e metteva, sul sedile accanto al suo, Sandrino e Chiara, mentre Margherita più spesso saliva dietro, sul cassone. Da lì si divertiva a chiamare e salutare la gente che incontrava lungo il sentiero, finché non arrivavano alla strada più grande che conduceva dritta dritta al paese.
  Sandrino come al solito maneggiava ogni aggeggio che gli capitava a tiro, e qualche volta era un po’ pericoloso ciò che combinava, come quando, al tempo che c’era ancora il babbo, aveva afferrato il volante e gli aveva dato una bella sterzata. C’era voluta tutta l’abilità di Berto perché non andassero a sbattere contro l’auto di una loro vicina.
  Ma Berto rimproverava raramente i figli. Aveva un’adorazione smisurata per quell’età, che considerava la più bella della vita.
  Rachele invece era donna, e perciò meno indulgente quando si trattava della loro educazione.
  Poiché erano trascorsi alcuni anni dalla sparizione di Berto, qualcuno aveva cominciato a farle la corte. In particolare il padrone della mesticheria del paese, di nome Tonio, un omaccione robusto, con dei grandi baffi rivolti all’insù, il quale aveva pressappoco la stessa età ed era rimasto vedovo.
  Margherita si accorgeva delle occhiate che dava alla mamma, e anche dello sconto tutto speciale che faceva sul prezzo della mercanzia.
  «Il babbo tornerà » le sussurrava allora all’orecchio.
  Le mancava tanto Berto, a Rachele. L’assenza di un uomo con cui confidarsi si faceva sentire a mano a mano che i mesi passavano. Scopriva soltanto ora tutta la forza del loro amore.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart