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Sabbie mobili ben segnalate

11 Maggio 2013

di Sergio Romano
(dal “Corriere della Sera”, 11 maggio 2013)

Il presidente del Consiglio è giovane, soprattutto per gli standard italiani, ha esperienza di governo, conosce l’Ue e i suoi labirinti. In viaggi recenti nelle maggiori capitali europee ha dimostrato di sapersi muovere a suo agio e di ispirare fiducia. Ma appartiene alla scuola della Democrazia Cristiana e sembra conoscere soprattutto l’arte della conciliazione, del patteggiamento, della laboriosa ricerca di soluzioni condivise. Non sono queste le virtù di cui l’Italia ha maggiormente bisogno in questo momento. In altri tempi il problema dell’Imu potrebbe «slittare » (un verbo caro alla Dc) da una riunione all’altra sino a scomparire sotto una fitta coltre di aggiustamenti e compromessi mal decifrabili. Ma il modo in cui è stato trattato sinora sta dicendo all’Europa e ai mercati che il governo presieduto da Letta potrebbe essere quello del negoziato perpetuo, dei continui rinvii e delle soluzioni parziali.
Ne abbiamo avuto una indiretta conferma quando si è constatato, negli scorsi giorni, che molti dei suoi membri si ritengono autorizzati ad avere un programma personale o pensano di avere ricevuto il loro incarico per garantire gli interessi preelettorali del partito di cui fanno parte. Il presidente del Consiglio è intervenuto nel caso di una sottosegretaria troppo loquace e ha fatto bene. Ma dovrà spiegare ad altri sottosegretari e viceministri (fra cui in particolare quello dell’Economia) che il loro compito non consiste nell’esternare idee proprie, non sempre corrispondenti a quelle del ministro con cui lavorano, ma di agire nell’ambito di deleghe decise dal capo del loro dicastero. Letta ha parlato con chiarezza a Grillo quando questi ha detto che il governo è nato da un golpe. Potrebbe essere altrettanto chiaro e fermo con i suoi colleghi di governo quando sembrano rivendicare una autonomia ingiustificata e inopportuna.

Il presidente del Consiglio italiano, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi europei, non è né un primo ministro né un cancelliere. La Costituzione italiana, a differenza di altre costituzioni democratiche, non conosce l’istituto dei pieni poteri e dei governi d’emergenza. Ma il numero degli interventi stonati dei primi giorni del governo Letta ha fatto una pessima impressione e la serietà del momento impone uno stile diverso. Forse il programma dei saggi nominati dal presidente della Repubblica è troppo vasto per una esperienza che sarà probabilmente limitata nel tempo. Ma occorre allora che Letta faccia una scelta, dica con chiarezza al Paese quali sono le prime questioni da affrontare e si serva di una autorità che gli è conferita, se non dalla Carta, dalla gravità delle circostanze e dal sostegno del Quirinale.
Potrebbe spiegare ai partiti che quanto più questo governo riuscirà a fare nel corso del suo mandato tanto meno difficile sarà governare l’Italia quando il compito tornerà nelle loro mani. Potrebbe spiegare ai suoi connazionali che l’obiettivo non è, come sostengono gli euroscettici della politica italiana, quello di compiacere Bruxelles o conformarsi al diktat dei tedeschi. Il vero obiettivo, per un Paese con un debito pubblico che sfiora il 130% del suo Prodotto interno lordo, è quello di provare ai mercati che possono continuare a rifinanziarlo comprando bond italiani senza correre troppi rischi. Il modo in cui si sta gestendo la questione dell’Imu rischia di convincerli che i loro soldi sono in pericolo. E a quel punto nessuno, nemmeno la Banca centrale europea, riuscirà a risolvere i nostri problemi.


Meglio sterminati che con l’Islam: il Papa li fa santi
di Fausto Biloslavo
(da “il Giornale”, 11 maggio 2013)

Gli 800 martiri cristiani di Otranto diventano santi. Un traguardo di fede, dopo oltre 500 anni, oggi più attuale che mai.
Domenica papa Francesco, in piazza San Pietro, presiederà la canonizzazione dei martiri di Otranto massacrati dai giannizzeri ottomani. In Libia, Nigeria, Siria, Iraq, Pakistan e altri Paesi musulmani le minoranze cristiane sono ancora sotto tiro soprattutto dopo una primavera araba sempre più islamista. «É chiaro che ci sono martiri cristiani ancora oggi. La canonizzazione degli 800 di Otranto è un segnale che la Chiesa non ha paura dei tabù » sottolinea Massimo Introvigne, coordinatore dell’Osservatorio sulla libertà religiosa del ministero degli Esteri e Roma capitale. «Circolano voci secondo le quali i paesi islamici hanno molto protestato per questa canonizzazione – spiega l’esperto – Quindi non aspettiamoci dal Santo Padre un secondo discorso di Ratisbona (pronunciato dal suo predecessore Benedetto XVI, che fece infuriare l’Islam, nda). La diplomazia avrà sicuramente suggerito al pontefice di gettare acqua sul fuoco ».

Nel 1480 la flotta ottomana di Gedik Ahmet Pascià attaccò Otranto. Dopo due settimane di assedio le difese cedettero. I superstiti si riunirono nella cattedrale, che fu trasformata in stalla dai cavalieri ottomani. Il vescovo, Stefano Pendinelli, venne fatto a pezzi a colpi di scimitarra ed il capitano della guardia segato vivo. Agli 800 maschi sopra i 15 anni rastrellati dai turchi fu offerta la salvezza in cambio della conversione all’Islam. Un sarto, Antonio Primaldo rispose: «Fin qui ci siamo battuti per la Patria e per salvare i nostri beni e la vita. Ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime ». Il comandante ottomano ordinò di decapitarlo, ma il suo corpo, dice la leggenda, restò in piedi fino a quando non venne mozzata l’ultima testa degli 800 martiri di Otranto che si erano rifiutati di abiurare la fede cristiana.

Papa Clemente XIV li riconobbe «Beati », ma solo il 6 luglio 2007 Benedetto XVI emanò il decreto che riconosce il martirio «in odio alla fede ». Il 12 febbraio scorso, giorno delle sue dimissioni, il Pontefice annunciava che «i Beati Antonio Primaldo e Compagni, Martiri, siano iscritti nell’Albo dei Santi domenica 12 maggio 2013 ». La Chiesa sta dimostrando un notevole coraggio nelle beatificazioni scomode. «Con i martiri di Otranto si rompe un tabù. I cristiani vengono ammazzati ancora oggi da estremisti islamici dalla Nigeria al Pakistan » fa notare Introvigne. Dominique Rézeau, sacerdote cattolico fra i più in vista, ha dichiarato all’agenzia Fides che «su centomila cristiani che vivevano in Libia prima della rivoluzione ne sono rimasti solo qualche migliaio ». In Tunisia i salafiti vogliono il Califfo e la pena di morte per gli apostati. In Siria due settimane fa sono stati rapiti i vescovi ortodossi Gregorios Yohannna Ibrahim e Boulos al-Yazigi. Dal 9 febbraio non si hanno più notizie di un paio di sacerdoti. «La canonizzazione dei martiri di Otranto è attualissima. Va detto che oggi la Turchia ospita i profughi cristiani in fuga dalla Siria, ma ci sono Paesi come la Nigeria dove Boko Haram (gruppo terrorista islamico, nda) vuole cacciare i cristiani con il terrore o costringerli ad un ghetto. Siamo di fronte ad una primavera islamista » osserva Attilio Tamburrini ex direttore del rapporto annuale di Aiuto alla Chiesa che soffre. Paolo Affattato dell’agenzia Fides, va «un po’ cauto sull’attualità dei martiri di Otranto. L’apostasia, però, pesa ancora oggi in Paesi come l’Iran o il Pakistan. Se un musulmano vuole convertirsi al cristianesimo rischia la vita e deve fuggire ».


A certi la galera, ad altri una sculacciata
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 11 maggio 2013)

Ieri l’articolo di fondo della Repubblica aveva questo titolo: «Il grande corruttore ». Indovinate a chi si riferiva? A Silvio Berlusconi.
Abbiamo dato una scorsa al testo, ricco di informazioni istruttive, e vi abbiamo trovato la conferma che la condanna in Appello rimediata dal Cavaliere è dovuta a frode fiscale per 7 milioni di euro. Tanta roba per un italiano medio che si arrabatti con un reddito annuo di 50mila euro lordi (e non abbiamo preso in considerazione i titolari di somme inferiori per ragioni umanitarie). Ma poca se teniamo conto che le aziende del Biscione sono quasi sempre state in vetta alla classifica dei maggiori contribuenti.

Ci si domanda: perché mai un’impresa che versava centinaia e centinaia di milioni al fisco si riduceva a fregare la «miseria » di 7 milioni ben conoscendo i rischi che ciò comportava? Il gioco – come si dice – non valeva la candela. Che Berlusconi fosse tanto stupido da rincorrere gli «spiccioli » lasciando perdere il malloppo? Ci pare strano. Un grande corruttore, per essere grande, fa l’esatto contrario: non spreca energie allo scopo di prendere 7 trascurando 70. In effetti, risulta che alcuni personaggi di spicco siano sotto inchiesta, avendo evaso tasse per cifre mostruosamente più alte nell’interesse (mica tanto onesto) di fior di banche.

Come mai costoro non vengono perseguiti con la stessa ferocia con cui è stato indagato e processato il leader del Pdl per molto meno? Da notare che questi, a differenza dei succitati banchieri di lusso, da anni non ricopre cariche nelle società che ha fondato. Nonostante ciò la giustizia si accanisce su di lui e soltanto su di lui, sorvolando sui dirigenti che di fatto guidavano e guidano l’azienda formalmente e anche sostanzialmente.
Converrà l’autore del pezzo pubblicato sulla Repubblica, Massimo Giannini, che siamo di fronte a un mistero scarsamente gaudioso. Si dà il caso che il Cavaliere dall’inizio degli anni Novanta, essendosi gettato a corpo morto nel maledetto mondo della politica, volente o nolente abbia abbandonato il Biscione nelle mani di un management al quale risalgono quindi le responsabilità legali di ogni attività – lecita e/o illecita – del gruppo.

Abbiamo detto dei banchieri evasori (secondo le accuse) che finora non hanno pagato il fio né, suppongo, lo pagheranno in futuro, e che continuano imperterriti a svolgere serenamente professioni varie. Ma, anche scendendo molto più in basso, si verifica che non saldare le imposte è un peccato talvolta meritevole di indulgenza quasi plenaria: parecchi campioni dello sport (motociclismo, calcio eccetera) furono beccati con le mani nella marmellata eppure pressoché ignorati dalla giustizia penale. Si badi bene, non invochiamo le manette per nessuno: ci limitiamo a segnalare un abuso di doppiopesismo nella valutazione dei comportamenti scorretti dei contribuenti. Per alcuni la galera, per altri una sculacciata.

La sculacciata consiste nella convocazione negli uffici delle tasse del furbetto, al quale viene proposta una transazione: ci devi 10 milioni di euro, ce ne dai subito (o a rate) 5 e chiudiamo la pratica. Stretta di mano, pacca sulla spalla arrivederci e grazie. Non facciamo nomi per carità di patria, ma questa è la realtà che peraltro i giornali a suo tempo descrissero con dovizia di particolari.
Ora noi non desideriamo polemizzare con un esperto in grandi corruttori quale Giannini, figuriamoci. Gli chiediamo soltanto la cortesia di spiegarci le incongruenze cui abbiamo accennato. Ci piacerebbe capire.


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Bart