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Saviano e il processo breve

24 Novembre 2009

Mi dispiace che Roberto Saviano sia stato indotto da Repubblica ad accettare la raccolta delle firme intorno alla sua lettera indirizzata a Silvio Berlusconi. Sono  iniziative che non hanno senso, populiste, questo sì.

Senso può averlo  la lettera che ha scritto, ma la raccolta di firme a che vale? Repubblica, si sa, è in grado di racimolare firme di illustri personaggi, i quali, inconsapevoli o meno, sono usati come lo specchietto per le allodole. Addirittura per il manifesto sulla minaccia alla libertà di stampa riuscì a raccogliere le firme di personalità della cultura anche straniere,  le quali  spesso mettono piede in Italia ogni morte di Papa, solo per pubblicizzare un loro libro o un loro film, e dell’Italia non sanno un fico secco.

In Italia siamo 60 milioni circa di abitanti. Che sono mai 500 mila, 600 mila, 1 milione di firme? A stare alla logica, addirittura si potrebbe dedurre che se hanno firmato solo 1 milione di persone, significa che tutte le altre, o una stragrande maggioranza di esse, è contraria.

Sarebbe bene in futuro rifiutare di essere trascinati in questi scimmiottamenti pseudo referendari. Per la cronaca: a Saviano ha risposto il ministro Bondi, al quale ha risposto Saviano.

Tuttavia, la questione sollevata da Saviano è seria, e desidero affrontarla, se mi sarà possibile la chiarezza, con il ragionamento.

Nel Tg4 delle ore 19 del 23 novembre, Emilio Fede (il tanto vituperato Emilio Fede, che non fa altro che il proprio mestiere come lo fanno tutti i giornalisti) ha citato un’indagine di non ricordo quale associazione internazionale che colloca l’Italia al 156 ° posto in una graduatoria di circa 180 Paesi a riguardo della lentezza della giustizia.
Per fare un esempio, l’Angola ci precede, per non parlare dei Paesi europei che sono tutti ai primi posti.

Dunque la lentezza della nostra giustizia è fatto assodato da istituzioni internazionali a ciò preposte, e si sa anche che tale lentezza è causa di impedimento di afflusso di capitali stranieri nel nostro Paese per i rischi ad essa connessi.

Una tale lentezza equivale a dire che in Italia la giustizia è negata, anche quando i processi giungono a termine dopo 10, 20 anni. In 10, 20 anni, tutto è mutato, gli attori e i convenuti possono essere addirittura morti. Marcello Dell’Utri, sotto processo da 15 anni, ha ipotizzato che per giungere al termine del suo processo occorreranno ancora circa 20 anni.

Quando si affronta il tema della giustizia, dunque, si deve parlare di queste cose e dire papale papale che in Italia non c’è giustizia. E chiudere il discorso.

Ma parliamone.

Circa le conseguenze dell’entrata in vigore del processo breve  sui procedimenti in corso, i dati sono discordanti. Il ministro Alfano parla di una incidenza dell’1%, (ossia l’1% dei processi in corso cadrebbe in prescrizione), l’Anm parla invece di percentuali che oscillano tra il 30 e il 50%. Qui e qui.

Prendiamo i dati dell’Anm, che sono i più gravi e permettono di mettere meglio a fuoco il problema.

1 – Il 50% che cadrebbe in prescrizione nel caso dell’approvazione del processo breve, conferma intanto che la magistratura ha una lentezza che non trova riscontro in Europa e negli altri Paesi che ci precedono nella graduatoria sopra richiamata.

2 – Quanto di questo 50% è destinato a cadere ugualmente in prescrizione, vista la congenita e borbonica lentezza? Io ritengo:   una buona parte.

3 – Dai dati apparsi qualche tempo fa, mi pare su Il Giornale, è emerso che in Europa i nostri uffici giudiziari sono quelli più dotati di personale e quelli che, per la capillare distribuzione sul territorio, hanno meno cittadini a carico.

Dunque, la prima domanda che nasce è: Perchè questi ritardi?

Se è vero che le attrezzature di cui dispongono i nostri magistrati sono indubbiamente arretrate, è anche vero che non sono soltanto quelle le cause della lentezza dei processi. Uno dei cancri esiziali è rappresentato dalla prassi dei rinvii, anche per motivi inconsistenti. Non c’è rinvio chiesto dalle parti in causa che il giudice non accolga, e questi rinvii hanno tempi stratosferici. Un rinvio può anche arrivare a 8 mesi, 1 anno e anche oltre. Basta fare più di un rinvio e il conto è bell’e fatto.

Quindi, siamo di fronte a un male endemico, che si potrebbe cominciare a curare drasticamente, consentendo il rinvio solo per motivi seri.

Anche sulla scarsa produttività si potrebbe aprire un lungo discorso.
Non c’è procuratore capo che conosca la produttività dei suoi sottoposti. Essi sono liberi e indipendenti, avvalendosi della protezione costituzionale concessa dall’art. 107:

“107. â— I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso.
Il Ministro della Giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare.
I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.
Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario.”

Come si vede, giudici e pm sono in una botte di ferro. Redarguirli potrebbe essere interpretato dal sottoposto come un attacco alla norma costituzionale. Ci sono di quelli che saprebbero imbastirci una bella difesa.

Rivolgo ora  a Saviano  queste domande retoriche:

1 –  se è convinto che si debbano lasciare così le cose;
2 –  se è giusto che una causa duri tutto quel tempo che si è detto;
3 – se non ritiene che in Italia, di fatto, per come stanno le cose, la giustizia è negata.  

Suppongo che anche per lui le risposte siano scontate, e quindi concordiamo.

Inoltre gli domando:

Che cosa significa per  te ritirare il decreto?
Immagino che significhi che si debba passare direttamente a discutere della riforma costituzionale della giustizia.

Domando: nella riforma costituzionale si deve prevedere il processo breve?

Domando: e quando, dopo qualche anno, se tutto va bene, si è arrivati alla riforma della giustizia, e si è introdotto il processo breve (lo si deve introdurre, secondo me), lo si dovrà ritirare un’altra volta, visto che non potrà mai essere migliore di quello presentato dal Pdl al Senato? Infatti, esso, contrariamente ai disegni di legge dell’opposizione del 2004 e del 2006, esclude dalla prescrizione i reati più gravi.

Ossia, se Saviano è convinto che produrrà gli effetti nefasti che lui denuncia oggi, li produrrà anche quando la riforma costituzionale sarà entrata in vigore.

A meno che non pensi che nel frattempo la bacchetta magica della buona fatina avrà trasformato i disordinati uffici giudiziari in sorprendenti esempi di precisione, puntualità ed efficienza.

Ma non può pensarlo. Anche rimandando il processo breve ai tempi della riforma della giustizia, esso interverrà su una situazione non dissimile dall’attuale. Insomma, in qualsiasi momento il processo breve entrerà in funzione, esso provocherà un impatto dirompente, poiché agirà (dovrà agire) come un bisturi su una situazione incancrenita.

La magistratura potrà dare di nuovo giustizia ai cittadini solo se un’azione decisa e risolutiva chiuderà definitivamente col passato.

E’ una riforma che non potrà che avere dei costi, dunque, proprio perché essa rappresenta l’avvio, in Italia, di una rivoluzione. Dovremo fare in modo che questi costi siano i più leggeri possibili, ma questi costi è inevitabile che ci siano. Ci saranno domani, se il processo breve sarà inserito in una riforma più generale, e ci sono oggi con il disegno di legge presentato dal Pdl. E quelli di oggi sono, più o meno, gli stessi di domani.

Allora domando a Saviano: Perché rimandare la cura quando possiamo somministrarla oggi e guadagnare tempo per sconfiggere la giustizia negata?
Lasciare perdurare la giustizia negata è un abuso che i cittadini non meritano.

Sostenere che il processo breve serve solo a Berlusconi è una panzana. Serve a tutti, e serve pure a lui. Anche se è vero che a Berlusconi serve in modo speciale, questo non è un buon motivo per negarla a tutti.
Altrimenti, Saviano, per far dispetto a Berlusconi si fa come quel marito che per far dispetto alla moglie…

Il ministro Alfano ha posto una domanda (qui):

“Nessuno è riuscito a rispondere alla domanda su come mai tutte le inchieste si siano concentrate su Berlusconi dal 1994 in poi, e non per fatti funzionali alla sua attività, ma dal 1994 a ritroso”. “Il presidente del Consiglio dal 1936 al 1994, cioè da quando è nato a quando è entrato in politica, ha avuto una vita di grandi successi e di grande prestigio ed è stato il Cavaliere del Lavoro più giovane nella storia della Repubblica”.

E’ una domanda inquietante, che si pongono molti cittadini.


Letto 1800 volte.


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