Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Scalfaro e Napolitano

2 Ottobre 2011

Il Direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, nel suo editoriale di ieri ha scritto che nei prossimi giorni capiremo meglio le vere intenzioni di Napolitano, dopo la sua perentoria dichiarazione contro un eventuale programma secessionista della Lega Nord.

Io un’idea ce l’avrei. Non so quanti ricordino il 1995. Capo dello Stato era Oscar Luigi Scalfaro e presidente del Consiglio Lamberto Dini. Quel governo era stato raffazzonato da Scalfaro, dopo che il medesimo aveva convinto Bossi a staccarsi dal governo Berlusconi e farlo, dunque, cadere. Ciò che avvenne di lì a poco, prima del Natale del 1994.

Nel corso del governo Dini (1995-1996) accaddero tante mai di quelle stravaganze dal punto di vista istituzionale, che mi sentii obbligato a registrarle e trascriverle nel libro “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”. Esse fecero sprofondare la Repubblica in un pantano di mistificazioni e di ipocrisie.

Fu nell’estate del 1995, dunque, che Bossi (il quale dopo aver fatto cadere il governo Berlusconi era diventato stampella importante del nuovo governo Dini appoggiato dall’allora Pds) cominciò a minacciare concretamente la secessione, insediando a Mantova il parlamento del Nord, il quale si riunì più volte ed assunse anche delle decisioni. Il fatto sorprendente fu che si chiedeva a gran voce l’intervento del capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, per sanzionare quei proclami e quei comportamenti pericolosi, e l’intervento non ci fu mai. Scalfaro si fece scappare solo una volta una dichiarazione, la quale diceva ironicamente che quelle di Bossi erano ragazzate.

Era evidente l’interesse di Scalfaro a non irritarela LegaNord, che avrebbe potuto far cadere il suo governo, per il quale era riuscito a combinarne di tutti i colori. Così si spiegava il suo silenzio.
Nel mio libro, che ho richiamato, scrivevo:

“Bossi, da Mantova, dove si era riunito il parlamento del Nord, tornava a minacciare la secessione. Era immediata la replica di quasi tutti i partiti, che prendevano le distanze dal segretario della Lega, anche il PDS, per bocca di Walter Veltroni, il vice di Prodi. Esplicita era una dichiarazione di Berlusconi, che diceva: “Bisognerà che nel nostro programma aggiungiamo la riapertura dei manicomi. Così Bossi avrà una casa”. Restava inquietante, invece, il silenzio del Quirinale. Fini ne sollecitava apertamente l’intervento. Decisa e inequivocabile la posizione dell’Osservatore romano, che parlava di reato. Sulle minacce di Bossi, che ormai si andavano ripetendo da alcune settimane, da quando, cioè, era stato insediato dalla Lega il cosiddetto parlamento del Nord, Scalfaro teneva un comportamento davvero indecifrabile, e preoccupante. Già una volta, il presidente della Corte costituzionale Antonio Baldassarre ne aveva invocato l’intervento. Ora lo faceva Fini, e lo chiamava in causa quale garante dell’unità nazionale. Ciononostante, Scalfaro ancora taceva. Perché? Non poteva continuare a sostenere che il parlamento del Nord era un fatto organizzativo interno alla Lega, se vi si tenevano discorsi eversivi di questo tipo. Nemmeno la Pivetti interveniva, che pure era presidente di una delle due Camere, e perciò occupava una carica istituzionale di alto profilo. Nemmeno Scognamiglio, presidente del Senato. Non valeva certo a giustificarli il fatto che già i maggiori responsabili dei partiti avevano reagito.”

Quelle che avete letto non sono chiacchiere ma fatti. Nella mia soffitta ho conservato vari quotidiani del tempo che sono in grado di confermare quanto ho riportato.

Il Quirinale, dunque, taceva, e taceva ostinatamente. Questo pesante silenzio non era altro, in realtà, che un atto politico, il quale doveva essere compiuto per ostacolare Berlusconi, che richiedeva di tornare – come gli era stato promesso dallo stesso Scalfaro – al voto.

In questi giorni Napolitano reagisce in modo opposto a quanto accadde all’inquilino del Quirinale nel 1995.
Napolitano, ossia, difende l’unità d’Italia e ammonisce pesantemente Bossi. Sembrerebbe che questa volta il capo dello Stato rimedi a quel silenzio e recuperi una situazione che non fece onore al suo predecessore.

Ma attenzione. Le due vicende hanno un comune denominatore. Si chiama Bossi.
Nel 1995 Bossi faceva comodo per puntellare il governo Dini, caro a Scalfaro, e nato contro Berlusconi. Oggi Bossi è invece alleato di Berlusconi.

Le strategie dei due presidenti, dunque, coincidono. Nessuna differenza.
Difendere Bossi con il silenzio scalfariano andava contro Berlusconi, e oggi attaccare Bossi, sempre sul punto della secessione, è ancora una volta andare contro Berlusconi.

I due presidenti perseguono lo stesso fine, non vi può essere alcun dubbio. E la cartina di tornasole è rappresentata dalla diversa collocazione di Bossi nelle due vicende, allora era utile a Scalfaro e perciò da lui difeso con il silenzio; oggi è utile a Berlusconi, e perciò attaccato.

Qualche giorno fa mi domandavo sul mio blog: “Un asse Napolitano – Berlusconi?” e immaginavo che Napolitano, per alcune dichiarazioni riguardanti il fatto che Berlusconi ha ancora la fiducia  del parlamento, non gradisse una crisi di governo in un momento così delicato. Per cui, anche se tra i due non è mai scorso buon sangue, convergevano straordinariamente i loro reciproci interessi.

Che cosa è cambiato? Ha ragione Sallusti, quando scrive che lo capiremo meglio nei prossimi giorni? Credo di sì. È troppo presto, infatti, per arrivare a delle conclusioni sicure quali quelle che ho tratto in questo articolo, ma non vorrei che le inopportune ed intempestive dichiarazioni di Bossi abbiano dato a Napolitano una carta che non si aspettava, grazie alla quale potrebbe lasciar intendere ai cittadini che questo governo è minato in una delle sue componenti dal virus della secessione, e pertanto lo si deve cambiare al più presto, prima che la malattia dilaghi.

Accusai a quel tempo Oscar Luigi Scalfaro di aver consentito con il suo silenzio alla Lega Nord di crescere e di radicarsi sul territorio. Infatti, se la Lega Nord oggi ha il peso che ha, molto lo si deve a quel silenzio scellerato.

Ma Napolitano deve stare attento, poiché come fu un errore il silenzio del suo predecessore di fronte ad una Lega Nord ancora in erba, potrebbe esserlo oggi il suo attacco contro una Lega Nord cresciuta e radicata.

Inoltre, non è cambiato nulla rispetto alla situazione di grave crisi con la quale il nostro Paese sta facendo i conti, riconosciuta dallo stesso Napolitano che ha invocato più volte la collaborazione di tutte le parti politiche per uscirne quanto prima.

Una capriola (leggi ribaltone) del tipo di quelle a cui taluni pensano, potrebbe portare alla rottura della testa e della spina dorsale, con le gravi conseguenze paralizzanti che si possono immaginare.
Scalfaro non pagò pegno, e anzi è diventato un nume tutelare della sinistra. Ma Napolitano potrebbe trovarsi fra le mani i cocci di un Paese che nessun mastice potrebbe più ricomporre.

Altri articoli

“Napolitano fa l’anti Lega ma quando era ministro tollerava i secessionisti” di Andrea Cuomo. Qui.

“Alfano: “Adesso facciamo squadra per Silvio”. di Sabrina Cottone. Qui.

“Don Diego non è Zorro ma…” di Mario Sechi. Qui.

“Controrivoluzione in Libia” di Fausto Biloslavo. Qui.

 


Letto 1253 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart