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“Scappa”, “No, devi resistere”. La Babele dei consigli a Silvio

14 Settembre 2013

di Mattia Feltri
(da “La “Stampa”, 14 settembre 2013

L’ultimo consiglio a Silvio Berlusconi – forse il meno interessato e senz’altro il più praticabile – l’ha dato Ilona Staller, in arte Cicciolina: «Accetti la condanna e faccia sesso a go go ». Il sesso, ha spiegato l’ex pornostar (forse non informatissima sugli hobby notturni del destinatario), è «gioia ». E poi la vita «è breve ». Purtroppo per Berlusconi, è stato lunghissimo quest’ultimo mese e mezzo: da che ha ricevuto la condanna definitiva per evasione fiscale (1 agosto), metà mondo esulta e l’altra metà si spende in suggerimenti senz’altro amorevoli, talvolta originali, ma raramente ingegnosi.

Anche perché si trascura un dettaglio: che a seguirli dovrebbe essere un altro. Per esempio: è con sforzo laico che si riconosce la presunzione della buona fede a Daniela Santanché, la quale, col battagliero spirito di cui gira armata, ha detto di non trovare calzanti al personaggio gli arresti domiciliari: «Lo vedo in carcere perché è persona che ha amore e coraggio ». Lei lo vede in carcere. Chissà come ci si vede lui. E infatti altri più prudenti si sono trattenuti proprio sull’alternativa dei domiciliari. Giuliano Urbani dice che da lì potrebbe fedelmente «sostenere il governo », e questa pare la soluzione migliore anche a Ennio Doris e Flavio Briatore, mentre Antonio Martino sostiene che, dal salotto, Silvio condurrebbe una «campagna elettorale formidabile ».

Molto viva l’ipotesi dei servizi sociali, che per il professor Giovanni Sartori costituirebbero «un’onorevole ritirata ». Con dei vantaggi, nell’opinione del deputato pidiellino Paolo Romani: «Gli consentirebbero l’agibilità politica ».

I benefici non sarebbero soltanto personali ma un po’ per tutta l’umanità, secondo Francesco Nitto Palma: «Spronerebbe i ragazzi a rinunciare alla droga ». Se poi l’ex premier fosse indeciso, c’è sempre la richiesta della grazia, caldeggiata da un po’ tutte le colombe e osteggiata da un po’ tutti i falchi, qui sostenuti dal boss. Dunque siamo in una posizione prodigiosamente illustrata dal leghista Roberto Calderoli: «Se fossi in lui non chiederei mai la grazia a nessuno, soprattutto a Napolitano, non chiederei i domiciliari, non chiederei i servizi sociali ». E così si torna al lodo Santanché. A meno che non si voglia prendere in considerazione una linea curiosamente lanciata dalla coppia Beppe Grillo-Giancarlo Galan (con un diverso grado di sarcasmo): «Scappa! ». Sul lato grillino, ha approfondito il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti: «Antigua potrebbe essere per lui una località adatta ». Sul lato di centrodestra ha provato a dare dignità alla soluzione il presidente di F.lli d’Italia, Guido Crosetto: Berlusconi conduca una battaglia politica dall’estero «alla Pertini o alla De Gasperi ». Però, se la cosa non lo attirasse, la conduca dalla cella «alla Havel o alla Mandela ». E così, di nuovo, siamo punto e a capo.

Altro dilemma: aspettare le decisioni della Giunta sulla decadenza o mollare prima, con gesto virile? Di questo avviso è Marco Pannella: «Silvio, ti chiedo di dimetterti per sbaragliare i tuoi nemici, i Robespierre “epifanici” ». È un po’ la sollecitazione che arriva dalle colombe alla Fabrizio Cicchitto, che non per nostalgia vedrebbero benissimo il capo a Palazzo Madama mentre pronuncia un discorso storico, in stile Bettino Craxi. Giuliano Cazzola, ex pidiellino ora in Scelta civica, il discorso gliel’ha pure steso (e l’ha pubblicato su Formiche): ho combattuto i comunisti perché non usurpassero il potere, ma mi hanno fermato le toghe rosse; e poi: «Aveva ragione mia moglie Veronica, quando scrisse che io ero un uomo malato » a causa «della mia ossessione per le donne, soprattutto se giovani e belle ». Alla fine, conclude Cazzola, il condannato dovrebbe dimettersi con piglio plateale e garantire fedeltà all’esecutivo. Anche qui l’unanimità è improbabile. Sandro Bondi ieri ha scritto un commento sul Giornale titolato: «Stacchiamo la spina ». Non in caso di decadenza: comunque, e subito. È quello che sostiene il segretario leghista, Bobo Maroni: «Silvio, stacca la spina o ti faranno fare la fine di Craxi ». Per questo, forse, c’è chi come il ministro Mario Mauro l’ha buttata lì: «E l’amnistia? ». E un altro vecchio sodale, l’avvocato Raffaele Della Valle, ha proposto di sollecitare al Quirinale la «commutazione della pena » con una giustificazione cara a Napolitano: «Salverebbe la pacificazione » (questa è di Cicchitto).

Ogni tanto, nella vertiginosa babele, fanno capolino anche quelli del Pd e dell’opposizione intera, stretti in una rara concordia. Matteo Renzi: «Se ne vada a casa » («per sempre », aggiunge prudentemente Famiglia Cristiana). Walter Verini: «Faccia un passo indietro ». Nicola Latorre: «Faccia un passo indietro ». Nichi Vendola: «Faccia un passo indietro ». Massimo D’Alema: «Faccia un passo indietro ». Rosi Bindi: «Faccia un passo indietro ». Leggermente più sfumata la posizione del segretario, Guglielmo Epifani: «Faccia un passo di lato ».


Pm e anti Cav la verità della Fallaci: “Toghe serve della sinistra”
di Oriana Fallaci
(da “il Giornale”, 14 settembre 2013)

«Gronda sangue da tutte le parti, il sansebastianizzato Berlusconi. I nemici lo hanno morso con tutti i denti che avevano in bocca.
I magistrati che sappiamo. I sindacati che da sessant’anni sono un feudo personale di Karl Marx. I banchieri che in barba al Popolo custodiscono i miliardi dell’ex Pci. I giornali che sognano di vederlo penzolare a capo in giù da un gancio di piazzale Loreto. Le televisioni che egli possiede invano.

(…)

L’Olimpo Costituzionale che, non avendo con lui debiti di gratitudine, ha sempre fatto di tutto per dimostrare che non lo può soffrire. E la stessa Confindustria che al solito va dove la porta il vento dei suoi calcoli finanziari, sicché non meravigliarti se il suo presidente si presenta come un Agnelli alla festa che la Cgil ha organizzato a Serravalle Pistoiese e gli operai lo applaudono nel modo in cui applaudivano Togliatti o Berlinguer. Ferito, infine, dal fatto di non appartenere alla mafia politica e d’essere in quel senso un parvenu. I parvenus, cioè i new-comers, i self-made men, piacciono in America dove la moderna democrazia è stata inventata. Non in Europa dove neanche la Rivoluzione Francese servì a spengere l’asservimento psicologico al concetto di aristocrazia. D’accordo, la storia d’Europa è colma di parvenus e new-comers e self-made men giunti al potere.

***

Ha ragione Bill Kristol quando sul suo Weekly Standard chiede al Congresso di condurre un serio dibattito per distinguere l’indipendenza dei giudici dall’arroganza del potere giudiziario.

(…)

Pensi all’Italia dove, come ha ben capito la sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti e impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni come i Padreterni della Corte Suprema statunitense… Chi osa biasimare o censurare o denunciare un magistrato, in Italia? Chi osa dire che per diventar magistrato bisognerebbe essere un santo o almeno un campione di onestà e di intelligenza, non un uomo di parte e di conseguenza indegno d’indossare la toga? Nessuno. Hanno tutti paura di loro. Anche quando subiscono un torto palese, una carognata evidente, si profondono in inchini di deferenza reverenza ossequio. «Io-ho-fiducia-nella-Legge. Io-ho-fiducia-nella-Magistratura… ».


Calderoli: “Ci hanno chiesto i voti al Senato per un nuovo governo”
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 14 settembre 2013)

Se la maggioranza delle larghe intese dovesse saltare cosa accadrebbe? A rigor di logica dovremmo tornare al voto e ridare la parola agli italiani.
Ma è certo che le proveranno di tutte per evitarlo, dando vita a un governicchio per prendere tempo e, magari, fare soltanto una cosa, la nuova legge elettorale. Ci sono già i lavori in corso per evitare di arrivare impreparati in caso di caduta dell’esecutivo. La conferma arriva da Roberto Calderoli, senatore della Lega:”Sono venuti a chiedermi i voti dei nostri senatori per un altro governo – racconta a margine di una festa del Carroccio -. Ho detto sì, se ci date il premier e qualche ministro importante… ma va, non ci casco, sarebbe un tradimento dei nostri militanti. E poi mi vedete in Cdm accanto alla Kyenge?”.

“Al di là delle dichiarazioni – ha aggiunto Calderoli – che fanno sulla durata del governo e sulla sua stabilità, sono venuti a chiedere i nostri voti, che al Senato sarebbero un numero perfetto per integrare la maggioranza che dovesse venir meno con l’uscita del Pdl. Vuol dire che ci stanno già pensando e se lo hanno fatto con noi lo stanno facendo anche con altri. La campagna acquisti non c’è solo nel calciomercato”. Calderoli ha poi ribadito che “non siamo disponibili a sostenere alcun governo che in questo momento possa passare. Stanno massacrando di tasse il Paese, soprattutto il nord”.


Ora il superbanchiere rivela: Cav cacciato perché anti euro
di Adalberto Signore
(da “il giornale”, 14 settembre 2013)

Un’altra giornata di riflessione. L’ennesima. In cui chiuso ad Arcore il Cavaliere continua a studiare vantaggi e svantaggi che derivano da ognuna delle possibili soluzioni. Le opzioni sul tavolo sono ormai note e il dubbio è solo sulla scelta finale, con tutte le conseguenze del caso.
Diverse a seconda della strada che Silvio Berlusconi deciderà d’intraprendere. Una giornata un pizzico movimentata dalle rivelazioni di Lorenzo Bini Smaghi, l’ex board Bce secondo cui nel 2011 il Cavaliere aveva «ventilato in colloqui privati con i governi di altri Paesi dell’Eurozona l’ipotesi di una uscita dall’euro ». Per questo, insomma, sarebbe poi stato costretto a dimettersi da Palazzo Chigi.
Nel frattempo, però, la politica resta in stand by, appesa al voto della Giunta per le elezioni in programma la prossima settimana e all’eventuale show down. E nel silenzio che continua a rimbalzare da Arcore si tratteggiano retroscena e si delineano scenari, alcuni – a dire la verità – al limite del ridicolo. Il segno che in attesa della mossa del Cavaliere il nervosismo che si respira nel Palazzo è tangibile.

D’altra parte, sono settimane che Berlusconi è chiuso a villa San Martino in compagnia degli avvocati, dei figli, della fidanzata Francesca Pascale e della sempre presente Mariarosaria Rossi. Tutti gli altri vanno e vengono, a seconda dei giorni e delle riunioni in programma ad Arcore. Sono settimane, insomma, che l’ex premier studia tutti gli aspetti della pratica e valuta il da farsi. E «molto presto », assicura nelle conversazioni telefoniche delle ultime ore, «deciderò il da farsi ».
Già, perché la settimana cruciale è ormai alle porte. È tra il 10 e il 19 ottobre, infatti, che si deciderà tutto: prima il voto dell’aula di Palazzo Madama sulla decadenza da senatore, il 15 ottobre la scadenza dei termini entro cui presentare la domanda di affido ai servizi sociali (altrimenti scattano i domiciliari) e il 19 la Corte d’Appello che si riunisce per rideterminare la pena accessoria dell’interdizione. Anche se il Cavaliere una decisione dovrebbe prenderla ben prima, probabilmente la prossima settimana e al più tardi entro fine mese.
Al momento continua ad essere incline a chiedere l’affido ai servizi sociali, una scelta che gli consentirebbe di avere una certa agibilità (non solo politica). Mentre resta negativo sulla domanda di grazia perché una simile richiesta gli permetterebbe di avere un ombrello «politico » nei confronti di procure troppo aggressive ma lo costringerebbe a giocare in difesa. Pro e contro, appunto. Di certo il Cavaliere non s’illude che il Pd gli faccia sconti mercoledì durante il voto in Giunta. Perché, è il senso del suo ragionamento, i democratici puntano a sfasciare tutto visto che il loro elettorato non sopporta questo governo e che oltre mezzo partito vuole andare al voto. Una questione su cui insistono anche i capigruppo del Pdl Renato Brunetta e Renato Schifani. Il primo punta il dito contro Guglielmo Epifani che «agita il cappio » perché il Pd «è tenuto insieme dalla voglia di eliminare il nemico », il secondo polemizza contro «l’accelerazione dei lavori in Giunta » convinto che «il Pd lavora per andare alle elezioni ». E pure il ministro Maurizio Lupi è convinto che sia «tutto nelle mani del Pd » mentre il suo collega Gaetano Quagliariello invita a non trasformare il voto in Giunta in «una corrida ».
Fa discutere, intanto, la ricostruzione della caduta del governo Berlusconi fatta da Bini Smaghi nel suo libro Morire di austerità. L’economista, infatti, ipotizza una sorta di complotto quando dice che «la minaccia di uscita dall’Euro non sembra una strategia negoziale vantaggiosa ». E spiega: «Non è un caso che le dimissioni di Berlusconi siano avvenute dopo che l’ipotesi di uscita dall’Euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi di altri paesi ». Come se i responsabili fossero stati quegli Stati – come Germania o Francia – che hanno fatto da gendarmi dell’euro ».


Renzi non sarà mai il Blair italiano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 14 settembre 2013)

Tutto lascia credere che la finestra del voto anticipato a novembre si sia ormai chiusa. Perché difficilmente il Pdl potrà provocare la crisi in seguito ad un voto favorevole alla decadenza di Berlusconi dei rappresentanti del Pd nella Giunta del Senato. Il voto scontato di mercoledì prossimo del partito di Guglielmo Epifani per la liquidazione del Cavaliere non sarà il punto di arrivo del processo per la decadenza ma solo quello di partenza.

Al voto della Giunta dovrà necessariamente seguire il voto dell’aula di Palazzo Madama, con ogni probabilità preceduto da un intervento del diretto interessato Silvio Berlusconi. E solo dopo il messaggio del Cavaliere ed un voto a scrutinio segreto che potrebbe riservare sorprese, la vicenda dell’espulsione dal Parlamento del leader del centro destra vedrà il suo epilogo. Troppo tardi, quindi, per votare a novembre.

La quasi certezza che non sarà il Pdl a staccare la spina nella prossima settimana provoca automaticamente la considerazione che da quel momento in poi il vero pericolo di crisi di governo e di elezioni anticipate potrà venire quasi esclusivamente dalla fase congressuale del Partito Democratico. Sarà Matteo Renzi, allora, a fare lo sgambetto ad Enrico Letta e ad aprire una fase politica destinata a sfociare nel voto anticipato nella primavera del prossimo anno, qualche settimana prima delle elezioni europee? L’ipotesi non è affatto peregrina.

Perché il giorno stesso in cui Renzi dovesse essere eletto (o acclamato) segretario del Pd, la sorte del governo sarebbe segnata. Per la semplice ragione che il sindaco di Firenze sa bene che i vecchi mandarini disposti ora a sostenerlo lo fanno solo per meglio condizionarlo. E sa ancora meglio che aspettare fino al 2015 prima di puntare alla premiership lo esporrebbe al facile rischio di farsi cucinare a fuoco lento dai suoi inaffidabili sostenitori.

Renzi, in sostanza, ha una sola possibilità di non diventare un segretario ostaggio della nomenklatura interna del Pd: usare la segreteria per candidarsi immediatamente alla guida del paese, unica posizione di forza che gli potrebbe consentire una volta installato a palazzo Chigi di fare piazza pulita all’interno del partito. Ma è proprio la consapevolezza che la strada del sindaco di Firenze sia di fatto obbligata a rappresentare il suo maggiore elemento di debolezza. Da adesso in poi i nemici del voto anticipato a marzo o ad aprile diventano automaticamente i nemici di Renzi. Non sarà solo Enrico Letta a mettere i bastoni tra le ruote al battutista fiorentino.

Lo faranno, apertamente o dietro le quinte, tutti quelli che hanno interesse a conservare il proprio “sgabello” governativo o parlamentare e se ne infischiano delle ambizioni renziane. Fino ad ora nessuno si è permesso di chiedere all’aspirante segretario-premier con quali alleati vorrebbe diventare il Blair italiano. C’è da credere che da adesso in poi l’interrogativo diventerà il tormentone che dominerà la discussione precongressuale e congressuale del Pd. Potrà diventare il Blair italiano alleandosi con Vendola o con Beppe Grillo? E se non vorrà allearsi con Vendola e con la sinistra con quali truppe il buon Renzi cercherà di conquistare la segreteria e la candidatura a premier? Con quelle di Franceschini?


C’eravamo tanto Amato
di Marcello Amato Mazzola
(da “il Fatto Quotidiano”, 14 settembre 2013)

Nel regno monarchico nel quale ci ritroviamo l’ultimo tassello è stato il nuovo giudice della Corte Costituzionale. Per essere Amato è amato, sin troppo. Talmente amato da essere l’uomo trasversale capace di servire ossequiosamente gli interessi in più periodi di uomini politici apparentemente diversi. Invece forse ne è la cartina di tornasole. La sua presenza svela perfettamente ciò che è avvenuto ed avviene in Italia sin dagli anni ’80, perfettamente magnificati dal craxismo prima e suggellati dal berlusconismo poi. Sino a trovare malta cementizia nel piddismo, nel tempo divenuto un mero centro di potere, politico ed economico s’intende.

L’Italia è perenne ostaggio di una pletora di persone, molte delle quali ottuagenarie, che opera apparentemente nell’interesse pubblico ma che con cinismo si ostina a perseguire l’interesse privato. Una massoneria, oramai a cielo aperto, che ogni giorno cesella una parte del Vaso di Pandora.

Et voilà, nell’ordine solo da ultimo: le larghe intese (larghissime anche se apparentemente strette), il teatrino del “decreto del fare” (ma soprattutto dell’apparire, atteso che ciò che era stato promesso, dalla legge elettorale alla abrogazione del finanziamento sui partiti, dal taglio del costo del lavoro sino alla riforma fiscale, è caduto nell’oblìo), i 4 senatori a vita pronti all’emergenza, il neo giudice costituzionale di lungo corso. Tutto ciò condito dai “corazzieri” Boldrini e Grasso pronti ad intervenire col manganello nel caso in cui qualcuno si azzardi a nominare (neanche toccare, si badi bene) il grande monarca, vero ideatore, ispiratore, per alcuni solo gran ciambellano, King George I-II. Peraltro gli unici che in questi mesi hanno nominato invano il nome di Dio son stati solo i grillini, rei blasfemi di essere l’unica (leggasi u-n-i-c-a) forza di opposizione, ancorchè a volte siano stati dipinti (a torto o meno) come armata Brancaleone.

L’ultimo tassello, l’uomo Amato, anzi amatissimo, va ad incastrarsi perfettamente in tale disegno. Il Giudice delle Leggi ha una straordinaria importanza nella vita di questo Paese, perché interviene in materie delicatissime, ponendo (e spesso cambiando) la prospettiva intera di una materia.

In un paese civile, culla presunta della civiltà e del diritto, ti aspetteresti che per ogni ruolo apicale (e straordinariamente apicale come in tal caso) si aprisse un dibattito teso a selezionare in una rosa di nomi la figura più autorevole, più etica, più competente. Da noi accade spesso il contrario. Se parti con tali qualità (autorevolezza, statura etica e professionale) sei già penalizzato e sicuro di non tagliare il traguardo.

Perché in Italia i criteri di scelta sono ben altri: amicali, reciprocità, interessi privati, referenziali, dipendenza. Si nomina e si sceglie tizio non perché il più qualificato, il migliore per quel ruolo ma perché serve nell’accezione più alta, anzi più bassa [lat.  servire, propr. «essere schiavo », da servus «schiavo »]. Alcuni vedono in ciò una scelta politica senza avvedersi che oramai adoperiamo tale parola in termini antitetici poiché non è amministrazione nell’interesse della polis ma quella che noi definiamo tale è solo “amministrazione nell’interesse di alcuni” oligarchi. Oligarchi oramai espressione della gerontocrazia, con un’unica missione: conservare il potere e possibilmente aumentarlo.

Potrà apparire molto populista una tale analisi ma non ne vedo altre.

Il problema dunque è come smantellare una tale ragnatela. Altrove avremmo avuto una rivoluzione civile con spargimento di sangue, da noi la si invoca da più parti ma ognuno attende che sia l’altro ad iniziarla. Le scelte violente peraltro spesso sono già il segno di una grave sconfitta.

La rivoluzione deve partire dal basso, dalla consapevolezza. Per esservi consapevolezza serve un’informazione indipendente e adeguata e un popolo che abbia voglia di essere reso consapevole. L’impressione è che manchino entrambe. E non è già un buon inizio. Serve poi la capacità di indignarsi. Su questo versante siamo già molto avanti, in progress.

Occorrono però le prospettive di un modello di legalità, di meritocrazia, di efficienza, di responsabilità che in Italia risultano totalmente assenti. E su questo occorre lavorare tanto. Legalità non è avere tante leggi che burocratizzano ogni aspetto della vita ma poche leggi chiare e applicate. Meritocrazia è consentire a tutti di partire dagli stessi blocchi di partenza, premiando poi i più capaci. Efficienza è garantire servizi in tempi ragionevoli e con standard di qualità adeguati. Responsabilità è l’essere chiamati a rispondere delle proprie azioni. Tutto ciò in Italia manca ed occorre partire da ciò, con l’impegno vitale dei più giovani.


La Corte di Amato: al peggio non c’è fine
di don Paolo Farinella
(da MicroMega”, 14 settembre 2013)

Il segno del degrado ha raggiunto il punto di non ritorno con la nomina di Giuliano Amato a giudice costituzionale da parte dell’imperatore usurpatore, Giorno II, re di Libia e negus di Abissinia. Per gradire, Amato è un politico «quadrilatero »: ha servito Craxi, latitante e ladro di Stato; ha una pensione di 30 mila euro al mese, quanto un operaio e mezzo guadagnano in un anno; ha contribuito attivamente come presidente di due governi e ministro del tesoro ad affossare l’economia italiana e infine è l’uomo adatto per riportare la Corte alla totale dipendenza della politica e segnatamente del Quirinale.

Il messaggio che re Giorgio II manda al Paese è uno solo: Amato è una garanzia di qualsiasi compromesso, è un avviso a Berlusconi di solidarietà, è un messaggio ai Giudici: i politici non si toccano. Quale altro senso ha una nomina, in questo momento, in questo frangente, in queste condizioni? Se l’imperatore d’Abissinia avesse voluto mandare un segnale forte e chiaro che la legalità è la sua stella polare non avrebbe forse dovuto nominare, sì, proprio adesso, una figura integerrima e lontana da ogni scandalo, da ogni compromesso, da ogni contiguità con la delinquenza politica e il malaffare invece di risuscitare Amato che fornicò con Craxi, finché fu potente? Avanti, Gerontocrati, correte a quattro zampe verso il ringiovanimento delle Istituzioni e il cambio generazionale perché voi vivrete fino a 120 anni perché dovete essere certi e sicuri di spolpare l’osso dell’Italia che muore per colpa vostra.

Che colpo se il «dio » d’Italietta, il Napolitano Giorgio II avesse nominato un giurista di fama, un professore come Settis, uno insomma che portasse un valore aggiunto alla Corte con il messaggio esplicito: le Istituzioni non sono lo zimbello di chi ha l’arroganza dei voti «rubati », ma sono materia seria e sono amministrate da persone serie. La Giustizia è il senso dell’Italia e deve essere tutelata dai ladri e dai delinquenti che, pur condannati in terzo grado, pretendono salvacondotti e agibilità politiche al di fuori di ogni legge.

Con questa nomina, Napolitano, proprietario del condominio governo-parlamento, ha gettato la maschera e si schiera dalla parte della delinquenza dalle larghe intese, pur di salvare un ladro e un corrotto, evasore fiscale di quello Stato a cui ha giurato fedeltà e dipendenza.

Da questo momento ripudio anche il presidente della non-repubblica, fondata sulle fisime e sulle fobie di un presidente che si crede «padreterno ». Speriamo che almeno abbia avuto il buon gusto di suggerire al «sottil dottore » di rinunciare di sua iniziativa allo stipendio da membro della Corte costituzionale, perché di suo già ci frega 32 mila euro all’anno. Se dobbiamo sopportarlo, alla faccia di Napolitano, che almeno lo faccia gratis e ci sia consentito di non averlo in carico fino alla fine dei suoi giorni e anche oltre, visto che la reversibilità spetta alla moglie. Credevamo di esserci liberati di Craxi, delinquente in contumacia, invece ci siamo cuccati, Craxi, Amato e poi l’apprendista discepolo e maestro, Berlusconi e ora di nuovo Amato che è come un diamante: per sempre.

PS. Mi dispiace per la figlia di Berlusconi, Barbara, figlia di secondo letto, che difenda a spada tratta e con borsa griffata il cotanto padre. La capisco e la comprendo: senza quel padre non sarebbe stata invitata all’Ambrosetti tra il gotha della finanza e cosa ancora più interessante non avrebbe tutti i milioni di cui dispone senza esserseli guadagnati nemmeno sognando. «Mio padre non è un delinquente. La sua storia è la storia di un imprenditore ». Certo, la tata l’ha cresciuta nelle favole e nella bambagia, per cui non si è nemmeno accorta che la guardia del corpo suo e della villa dove stava, era il mafioso Mangano che garantiva il patto d’acciaio tra il suo paparino e la mafia. Ne sa qualcosa la berlusconina Barbara? Lo sa da dove prese i soldi il papà, la cui storia sarebbe quella di un imprenditore? Capisco che ci mangia, ma abbia almeno il pudore e il buon senso di tacere perché un bel tacer non fu mai scritto.


Ma i conti pubblici non erano sotto controllo?
di Superbonus
(da “Dagospia”, 14 settembre 2013)

Ma come!? Non era tutto sotto controllo? I conti pubblici non erano a posto e non ci sarebbe stato bisogno di una manovra finanziaria? Lettanipote oggi promette che non sforeremo il rapporto deficit/pil del 3% dopo che il commissario europeo ha sbugiardato Saccomanni sbeffeggiando il suo ottimismo.

E’ la fotografia di una classe dirigente che ha costruito le sue fortune sul falso in bilancio. A partire dal primo e mastodontico falso in bilancio fatto con i derivati sottoscritti dal Tesoro Italiano con a capo Mario Draghi per entrare in Europa (si aspettano ancora la tanto annunciata trasparenza su quei numeri), e poi via via con la non contabilizzazione di 80 miliardi di debiti verso i fornitori, la chiusura di tutti e due gli occhi su Monte dei Paschi, Carige, Banca di Roma, Unipol Fonsai, Telecom, per arrivare ai continui e ripetuti annunci menzogneri sui conti pubblici.

Dalle trovate funanboliche di Tremonti per non alzare le tasse alla strategia dello struzzo di Saccomanni, gli italiani assistono allo spettacolo di amministratori pubblici spendaccioni e bugiardi. Uno spettacolo che si tinge di squallido quando il signor 20 mila euro al mese Giuliano Amato chiama il suo compagno di merende Mussari per avere una sponsorizzazione di 150 mila euro per il torneo dei tennis di Orbetello.

Di mecenati, con i soldi degli altri, abbonda il paese cosi’ che le fondazioni bancarie hanno elargito a destra e manca senza curarsi di come venivano gestiti gli istituti di credito di cui erano e sono azioniste.

Lettanipote sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ai tempi di Prodi se ne guardava bene di intervenire su Bassolino e i suoi sprechi e i suoi derivati mentre a Napoli bruciava la monnezza, il suo silenzio di bravo ragazzo politically correct gli e’ valso l’appoggio della nomenclatura spendacciona e tassarola di destra e di sinistra fino ad incoronarlo Presidente del Consiglio come espressione del nulla perfetto, dell’inazione assoluta sulla finanza pubblica.

Al suo fianco uno dei maggiori responsabili morali del caso MPS che in Bankitalia ha preferito voltarsi dall’altra parte pur di non intervenire sugli amici di Orbetello e commissariare la banca prima del disastro.

Ma entro gennaio dovranno mettere mano ai conti e trovare almeno 20 miliardi per mantenere l’Italia sopra la linea di galleggiamento; quindi diranno che e’ tutta colpa di Berlusconi quando lo spread tornera’ in zona 300 e ci serviranno l’ennesima manovra fatta di nuove tasse.

Ma mentre si attrezzano per galleggiare ancora una volta alle spalle dello sprovveduto sindaco di Firenze l’impresa italiana ha deciso di emigrare, di non assistere piu’ allo spettacolo stucchevole dell’ennesima promessa “ripresina”.

Senza la possibilita’ di svalutare la propria moneta l’Italia non e’ piu’ competitiva, troppe tasse e pochi servizi ci collocano agli ultimi posti al mondo dei luoghi dove fare business. Ma loro, gli inossidabili della menzogna sui conti pubblici sono sempre li’, sempre a dire che tutto va bene per poi tartassare di nuovo i propri concittadini e garantire la loro casta di tennisti di Orbetello.


Un’avventura meravigliosa
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 14 settembre 2013)

Il Tempo «raddoppia ». Dopo otto mesi intensi e ricchi di soddisfazioni scrivo un editoriale per salutare i miei lettori e annunciare che da oggi non sarò più sola alla guida di questa testata storica della Capitale. Passo il testimone della direzione al collega Gian Marco Chiocci che continuerò ad affiancare nella veste di condirettore.

Ho avuto l’onore e l’onere, prima donna a palazzo Wedekind, di condurre questo quotidiano, tradizionalmente moderato ma non conformista, dopo una direzione fortemente personalizzata e durante un periodo molto impegnativo. Un compito non facile ma necessario nel rispetto dell’identità de «Il Tempo » e nel rafforzamento del legame con i lettori, che nelle pagine del quotidiano devono trovare quello che loro vogliono leggere non quello che un direttore pensa sia la notizia di cui hanno bisogno.

Non sono mancate le gratificazioni in questa avventura avendo vissuto momenti di una gravità e di tale unicità che altri direttori non avranno la fortuna di vivere. Difficile affrontare e pensare che possano ripetersi, per esempio, le dimissioni di un Papa, come è accaduto con Benedetto XVI, e la nomina di un «Vescovo di Roma » come Francesco; assistere alla rielezione di un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, necessaria per rendere possibile un governo delle larghe intese (anche questo impensabile prima) e impedire il naufragio del Paese; la crisi di un fenomeno politico come il berlusconismo; la scomparsa di grandi personaggi come Giulio Andreotti, nostro indimenticabile collaboratore nonché presidente del consiglio e senatore a vita.

«Il Tempo », che l’anno prossimo festeggerà i suoi primi 70 anni, sta per affrontare una nuova fase che sarà segnata da alcuni cambiamenti necessari in un momento storico in cui la carta stampata sta cambiando pelle.

Ringrazio l’editore Domenico Bonifaci per la fiducia accordatami e che continua a riporre in me, l’ad Federico Vincenzoni, sostenitore e artefice di ogni passaggio cruciale della testata e ancor più la redazione fatta di colleghi seri, appassionati, orgogliosi e liberi.

Augurandogli buon lavoro, continuo con il neo direttore Gian Marco Chiocci il mio cammino professionale restando al fianco di voi lettori, mai da tradire e sempre da rispettare, vero patrimonio de «Il Tempo ».


Salvate il soldato Ungaretti
di Leonardo Raito
(da “l’Unità”, 14 settembre 2013)

Credo che solo un genio potesse sintetizzare il significato di un conflitto moderno e di massa come la grande guerra in otto parole divise in quattro versi. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Giuseppe Ungaretti racchiuse in quella lirica tutti i sensi, tutte le percezioni, tutta la drammaticità che pervase gli uomini che combatterono nelle trincee europee nel tragico quadriennio 1914-18. La caducità della vita, cui ogni soldato era legato come da un filo sottile, in grado di essere spezzato dal vento, freddo, di una stagione che prepara l’inverno. Perché forse a quella guerra ne sarebbero seguite altre e allora il sacrificio di milioni di giovani vite correva il rischio di essere stato invano. Poteva permettersi la società europea di mettere in gioco tante risorse per nulla? E ancora, perché la guerra? Eppure c’erano stati fermenti intellettuali convinti. Il radioso maggio italiano, nel 1915 che solo oggi evoca nefasti presagi, era stato l’esplosione di sentimenti, di idealità, di spinte rigeneratrici. La guerra avrebbe cambiato tutto, costruito una società diversa, un paese migliore. Era, per molti, una tappa obbligata. Come tanti giovani anche Ungaretti che giovanissimo non era, ma che era stato da subito interventista, si era arruolato in fanteria e venne mandato a combattere sul Carso, proprio là dove, secondo la strategia principe del generalissimo Cadorna, si consumava la serie delle spallate che dovevano fiaccare il nemico per stremarlo, in vista della dilagante orda italiana verso oriente, verso Lubiana, verso Vienna, agognate mete dal profumo di vittoria. Ma la guerra non è solo slancio ideale, non è solo un’operazione su carta che sposta divisioni e reparti, supera ostacoli segnati a matita, fissa con segnalatori obiettivi prossimi. La guerra è molto di più. È il fango della trincea, il reticolato, il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici.

La guerra è attendere il pessimo rancio che pare non arrivare mai e il consumarlo tra il puzzo dei cadaveri in decomposizione. La guerra è la morte, il compagno con cui parlavi e che viene colpito da una scheggia che non si era nemmeno sentita. Ecco allora la veglia del soldato: Un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d’amore Non sono mai stato Tanto attaccato alla vita. La guerra è il senso di appartenenza a un reparto, il desiderio di un periodo di riposo, il collegamento con la famiglia e le persone che si sono lasciate a casa, e che attendono notizie. E allora ecco ancora il soldato Ungaretti produrre parole intrise di tristezza: Di che reggimento siete fratelli? Parola tremante nella notte, Foglia appena nata, nell’aria spasimante, involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità. Fratelli. Ma ancora più toccante è una testimonianza video del grande poeta, che negli ultimi anni della vita aveva maturato una concezione pessimistica e catastrofica di ogni conflitto, mediata dal dramma della sua esperienza. Disse, in quell’intervista, che la guerra l’avevano voluta perché erano convinti che sarebbe stata l’ultima, quella che avrebbe liberato l’uomo da tutte le guerre. Ma la guerra non libera mai l’uomo dalla guerra e rimane sempre l’atto più bestiale dell’uomo. Un uomo che, anche attraverso l’imperialismo dimostra che non cessa mai la voglia di dominare attraverso la violenza. Mi sembrano pensieri densi di significato. Mi pare di aver spiegato il perché, per capire la portata del suicidio d’Europa, possono bastare tre poesie. E perché anche un vecchio interventista può produrre un manifesto di pace. Noi italiani non possiamo dimenticare il soldato Ungaretti.


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2 Comments

  1. Commento by zarina — 14 Settembre 2013 @ 22:33

    Sono esterrefatta   dalll’articolo a firma “don paolo farinella” , sembra scritto da   travaglio.   In quel   P.S.   rivela la stessa ossessione e lo stesso odio, sentimenti   che mal   si addicono ad un prete.     Trovo vergognoso il linguaggio, il tono sarcastico e pieno di   invidia e cattiveria   con cui si rivolge a quella ragazza   colpevole, secondo lui,   di difendere suo padre. Evidentemente il suo misericordioso spirito gli fa ritenere   disdicevole l’amore e la vicinanza di una figlia verso il proprio genitore, specie in un momento di difficoltà.   E   quand’anche   Berlusconi fosse colpevole , ma chi è lui per giudicare? E’ questo il suo compito, la sua missione?    
    Spero che   Papa Bergoglio (chissà se avrà letto l’articolo)   oltre allo ior e alla pedofilia voglia fare pulizia anche di questi pseudo preti che contribuiscono a danneggiare   l’immagine della Chesa.
     
     

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 15 Settembre 2013 @ 01:22

    Ce ne sono tanti come Farinella… Ti ricordi lo scomparso don Gallo? Quando parlava di Berlusconi colava odio da ogni poro.

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