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Scaricabarile Ue sui profughi: fermati in Grecia, sbarcano qui

13 Ottobre 2013

di Fausto Biloslavo
(da “il Giornale”, 13 ottobre 2013)

La Grecia, grazie all’aiuto dell’Europa e alzando un «muro » sul confine colabrodo con la Turchia è riuscita ad abbassare drasticamente il flusso dei clandestini, almeno via terra. Bruxelles si è rifiutata di finanziare la barriera greca, politicamente poco corretta, ma a denti stretti gli addetti ai lavori ammettono: «Ovvio che ha funzionato, ma si tratta di una soluzione tampone ».

In aggiunta la mobilitazione di 1.800 guardie di frontiera di Atene, con soldi e mezzi Ue, ha fatto il miracolo. Nel rapporto 2013 di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere con sede a Varsavia, si legge che «gli arrivi (dei migranti nda) sono crollati da 2.000 a 10 alla settimana » sul confine terrestre. Peccato che i trafficanti di esseri umani abbiano cominciato a spostare i flussi su altre rotte, verso la Bulgaria e l’Italia.

«È come l’acqua. Se tappi una falla da una parte, poi esce da un’altra » osserva un alto funzionario dell’Ue. Non solo: cinquantamila sono i siriani arrivati in Europa, dall’inizio della guerra civile. Ieri, il deputato Stefano Dambruoso, intervenendo al Festival della diplomazia a Spoleto ha dichiarato: «Solo negli ultimi tre mesi sono giunti in Italia tremila siriani ».

La Grecia era il colabrodo dell’Unione europea, ma dallo scorso anno la situazione è migliorata. Frontex ha finanziato la missione Aspida (Scudo): 1.800 uomini di rinforzo sui confini a cominciare da quello turco. L’anno prima solo di siriani in fuga ne erano arrivati ventimila: molti, dice Human Rights Watch, sono finiti nelle celle greche. Il governo di Atene ha pure deciso di costruire una barriera invalicabile ad Evros, il punto più poroso sulla frontiera con la Turchia, costata 3 milioni di euro. Il commissario europeo, Cecilia Malmstrom, non ha voluto finanziare il muro, che però funziona. Una doppia barriera metallica di 10,5 chilometri con filo spinato e 25 camere termiche, finita lo scorso dicembre, ha stoppato il flusso di migranti via terra.
Frontex ha in piedi anche un’operazione di controllo delle acque fra Grecia e Turchia, ma è stato pattugliato pure il tratto di mare con l’Italia. Franí§ois Crépeau, un inviato speciale dell’agenzia Onu per i rifugiati si è scandalizzato denunciando che la missione Poseidon dell’agenzia europea «è stata estesa nel 2012 alle coste occidentali dove i migranti che cercano di raggiungere l’Italia, sulle barche dei trafficanti, sono stati rimandati in Grecia ».

La stessa Frontex ammette che la mobilitazione terrestre in Grecia ha registrato «un aumento delle rilevazioni (dei flussi di migranti nda) nel mar Egeo e al confine bulgaro turco ». Nelle ultime settimane sono arrivati tremila clandestini in Bulgaria. La rotta verso le isolette dell’Egeo viene usata spesso come tappa per proseguire il viaggio verso l’Italia. Fin da marzo Frontex segnalava un aumento degli sbarchi sul nostro territorio di migranti partiti dal Nord Africa.
I siriani, oltre che dalla Libia e da Alessandria d’Egitto, hanno cominciato ad imbarcarsi nel porto turco di Iskenderun, l’antica Alessandretta. «A bordo di natanti egiziani di 8 metri – conferma Frontex – Spesso cambiano barca in mare prima di raggiungere le coste italiane dopo un viaggio di 10 giorni ». Un trafficante locale recluta i connazionali in Siria promettendo di farli arrivare da noi in cambio di 5mila euro. Il risultato è che solo da agosto a settembre sono sbarcati diecimila migranti compresi eritrei e somali, tra cui i tremila siriani.

Frontex ha pronto un piano per coinvolgere tutti i paesi comunitari che si affacciano sul Mediterraneo con ingenti uomini e mezzi navali ed aerei sotto comando multinazionale. L’obiettivo è soccorrere i barconi dei clandestini prima che finisca in tragedia dividendosi già in mare la «quota » di migranti da portare a casa propria.
Hera, in «difesa » delle Canarie, è l’unica operazione europea che prevede una forma indiretta di respingimento. Gli spagnoli possono entrare nelle acque territoriali del Senegal e chiedere alla marina del paese africano di soccorrere e riprendersi i clandestini.


I naufragi e Gheddafi
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 13 ottobre 2013)

E’ un’emergenza infinita quella che si vive davanti le coste della Sicilia. Mentre le bare degli immigrati morti davanti a Lampedusa vengono trasportate a porto Empedocle e a nemmeno 24 ore dall’ultimo naufragio avvenuto ieri pomeriggio in acque maltesi in cui sono morti 34 migranti, tra cui dieci bambini, arriva un altro allarme. Le navi della Marina militare Libra e Espero, già impegnate nel soccorso agli ultimi profughi naufragati, hanno soccorso questa mattina un altro barcone con 87 persone, tutte salvate. A questo punto appare stucchevole e strumentale la polemica sulla Bossi-Fini che, certamente, non è né la causa degli sbarchi né quella della morte dei migranti. Serve l’accoglienza ma servono anche le regole e la legge attuale cerca di porre alcuni paletti ad un flusso migratorio che sta trasformando il nostro mare in un cimitero subacqueo. Non esagera l’ex ministro Maroni quando sostiene che con lui ministro degli interni gli sbarchi erano diminuiti. Per essere corretti, bisognerebbe ricordare che all’epoca sull’altra sponda del Mediterraneo non erano sbocciate le “primavere” ma, soprattutto c’era un Raìs, ovvero Muammar Gheddafi che riusciva a tenere insieme il suo popolo bloccando ogni voglia di migrazione. Proprio dal porto libico di Zuwara partono i povericristi in cerca di futuro perché proprio a Zuwara ci sarebbe la base degli scafisti trafficanti di morte. Oggi a Tripoli e Bengasi ma anche a Sebha non c’è quella democrazia che l’abbattimento della dittatura avrebbe dovuto portare. La rivoluzione, con l’uccisione nella polvere del colonnello, non ha portato altro che una lotta continua tra le tribù che, storicamente divise (a parte la parentesi della colonizzazione italiana), non riescono a trovare una sintesi anzi, cercano con la forza il potere e la supremazia le une sulle altre. Non sta meglio l’Egitto dove i Fratelli Musulmani, incapaci di governare, hanno portato il paese all’instabilità totale. E’ per questo che se le frontiere dalla Siria all’Egitto non sono sicure, le nostre coste diventate la “frontiera” dell’Europa vanno tutelate non solo con le leggi ma con le politiche europee che prevedano l’accoglienza ma anche progetti che garantiscano alle popolazioni di questi Paesi di vivere e lavorare nella loro terra.


Salvatore Dama stamani su Libero: Berlusconi, il soccorso di Putin: “Silvio, rifugiati qui”
(da “Libero”, 13 ottobre 2013)

Silvio Berlusconi fa rientro a Milano in mattinata. La sua missione nella capitale non ha sortito granché effetti. Era arrivato a Roma con l’obiettivo di pacificare il partito facendo sfogare, e ragionare, le fazioni in lotta. Ma alla fine Angelino Alfano e Raffaele Fitto rimangono sulle rispettive posizioni di partenza, la mediazione del Cavaliere non è stata risolutiva. «Fatti loro, io ho altro a cui pensare », scrolla le spalle l’ex presidente del Consiglio. Che torna a concentrarsi sul suo dramma personale. La perdita delle guarentigie parlamentari come conseguenza della condanna definitiva per frode fiscale. L’assalto delle procure di Milano e Napoli che «mi vogliono umiliare mettendomi in galera ». L’amarezza per l’epilogo negativo di una vita fatta di successi imprenditoriali ed elettorali. Le previsioni di Vladimir Putin sulla progressiva disaffezione della gente alla causa berlusconiana. Il parallelismo con la brutta fine fatta da Yulia Timoshenko in Ucraina.

Pur di non vedere l’amico soffrire, raccontano che il presidente della Federazione russa si sarebbe addirittura offerto di dare ospitalità al Cavaliere nella veste di «rifugiato politico perseguitato dalla magistratura italiana ». Ma Silvio non è uno si che sottrae alla lotta, non è nella indole dell’uomo. In tutti i suoi colloqui, pur apparendo depresso e rassegnato, ha giurato di voler continuare a combattere. Non sa come, ma vuole continuare a farlo.


Berlusconi: la paura del carcere, l’ipotesi della grande fuga e la profezia di Putin
di Giovanna Trinchella
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 ottobre 2013)

Come Yulia Timoshenko. Si vede così Silvio Berlusconi. “I miei avvocati dicono che il mio futuro è infausto. Mi faranno marcire in galera. E come ci dimostra il caso Timoshenko, dopo molte manifestazioni alla fine anche la ribellione contro queste vicende si placa”. L’ex primo ministro ucraino, simbolo della rivoluzione arancione, è in carcere dal 2011. L’incubo degli ultimi mesi dell’ex premier italiano. “Putin mi aveva avvertito” ha svelato venerdì agli europarlamentari del Pdl  ricordando che il presidente russo lo aveva messo in guardia e che un giorno gli avrebbero fatto scontare tutto. Un po’ come aveva fatto qualche anno fa Bettino Craxi.

E così cosa potrà mai fare dunque il Cavaliere? “Non gli resta che scappare” dicono i molti che pensano alle residenze caraibiche del leader del Pdl e agli amici presidenti nell’Europa dell’Est. Il primo però a indicare a Berlusconi l’ipotesi numero 2, ovvero la grande fuga,  era stato Beppe Grillo. Era marzo e non era ancora arrivata neanche la sentenza di secondo grado del processo Mediaset: “Berlusconi ha paura di fare la fine di Bettino Craxi, ma sarebbe invece la sua fortuna. In fuga sulle spiagge tunisine piene di Ruby senza la rottura di coglioni quotidiana dei suoi questuanti. Senza Ghedini, Alfano, Gelmini, senza Bondi, Gasparri, Cicchitto, Brunetta e soprattutto D’Alema. Un paradiso terrestre. Si faccia condannare al più presto senza attenuanti e, prima dell’arresto, si dia alla latitanza. Ci guadagnerà in salute. Guarirà dall’uveite e gli italiani guariranno finalmente dall’orchite con cui li affligge da vent’anni….”. Ora quello che sembrava il consiglio-burla del leader del Movimento 5 Stelle viene ripetuto come un mantra da molti. Sono, infatti, ancora tanti i processi e le inchieste che il Cavaliere dovrà affrontare soprattutto senza lo scudo dell’immunità parlamentare. E senza contare il messaggio scritto a metà degli anni ’90 da Craxi, e rivelato qualche tempo fa dalla figlia Stefania, per il Cavaliere: “Non illuderti, la macchina giudiziaria agirà contro di te”. Una sorta di facile profezia che risuona come una maledizione.

Dopo il sì della Giunta per le Elezioni, alla perdita del seggio di Palazzo Madama  manca solo il voto dell’Aula. Ma dopo quello il fondatore di Forza Italia non potrà contare più sui privilegi della sua carica: quindi in ipotesi potrà essere arrestato senza che i magistrati debbano chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza, potrà essere intercettato e perquisito. Scartata la possibilità di grazia da parte del presidente Giorgio Napolitano, ancora tutta da verificare in Parlamento l’ipotesi di  amnistia e indulto,  Silvio Berlusconi  potrebbe pensare di passare il resto dei suoi giorni nelle residenze all’estero: Antigua o Bermuda magari anche Saint Moritz. Il ritiro dei passaporti – l’ex premier aveva anche quello diplomatico – potrebbe non essere un ostacolo alla grande fuga. L’alternativa è fare il presidente-imputato o chissà carcerato.

Milano, nuovi guai dai processi Ruby e Ruby bis e Mediaset? In primis ci sono le previste trasmissioni degli atti ai pm da parte dei giudici del processo Ruby e Ruby bis. Il Cavaliere e quasi tutti i testi a difesa, compresa Karima El Mahroug, verranno iscritti nel registro degli indagati. Quale sarà il titolo di reato – falsa testimonianza corruzione in atti giudiziari o intralcio alla giustizia – il problema si profilerà: a causa dei soldi che l’ex premier ha continuato a versare anche durante il processo alle Olgettine. Quando Berlusconi sarà nuovamente imputato e le ragazze passeranno dalla veste di testimoni a quella di indagate come si comporterà la procura di Milano? Stando al gossip romano il timore dell’avvocato Niccolò Ghedini, che con il collega Piero Longo potrebbe finire nei guai per la storia dei verbali difensivi fatti firmare alle ragazze, è che l’offensiva finale parta dai magistrati milanesi con una ordinanza di custodia cautelare. Anche se sempre a Milano si potrebbe aprire un altro filone relativo al processo Mediaset per i tentativi, raccontati dall’ex senatore Sergio De Gregorio, di bloccare la rogatoria di Hong Kong  per impedire ai pm di proseguire nelle indagini che poi hanno portato alla condanna definitiva in Cassazione. Gli altri processi sono tutti già in una fase cristallizzata o quasi; il pericolo di inquinamento probatorio appare improbabile.

Napoli, compravendita senatori e patteggiamento De Gregorio.  Il 23 ottobre il gup di Napoli dovrà decidere se ratificare il patteggiamento di De Gregorio a un anno e 8 mesi per corruzione. La storia è quella relativa alla caduta del governo Prodi grazie al voto di sfiducia di alcuni senatori. L’ex parlamentare Idv passò poi nelle fila del Pdl. Sempre quel giorno il giudice per l’udienza preliminare dovrà decidere se mandare a processo Berlusconi: l’accusa è di aver versato in nero tre milioni di euro a De Gregorio per portare a termine l’”Operazione Libertà”. Il rinvio a giudizio è stato chiesto per l’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola.

Bari, caso escort: udienza preliminare e nuove indagini.  Lo scorso 20 luglio, la Procura di Bari ha chiuso le indagini nei confronti di Berlusconi e Lavitola  per un filone del ‘caso escort’. L’accusa è anche in questo caso l’induzione a mentire all’autorità giudiziaria. Per i pm l’ex premier per due anni avrebbe pagato l’imprenditore pugliese Gianpaolo Tarantini in cambio del suo silenzio su una serie di informazioni di cui era a conoscenza e delle bugie che avrebbe raccontato nel corso degli interrogatori cui è stato sottoposto dai magistrati baresi (tra luglio e novembre 2009) che stavano indagando. Tarantini oltre a mezzo milione di euro, avrebbe ottenuto la promessa di un lavoro e la copertura delle spese legali per i suoi processi (anche nel processo Ruby bis Nicole Minetti ha ricevuto questo aiuto).I pm non hanno ancora chiesto il rinvio a giudizio perché sono stati delegati altri accertamenti.  Ma da Bari potrebbero arrivare anche altri guai perché la procura ha ricevuto dai colleghi romani una segnalazione di Bankitalia su quattro bonifici ‘sospetti’ per complessivi 1,5 milioni di euro fatti alla società ‘Moon & Stars’. Parte della somma, circa 600mila euro sarebbe stata utilizzata per acquistare l’appartamento romano, in via Baccina, intestato a Sabina Began, l”ape regina’ delle feste organizzate nelle residenze romane del Cavaliere. Began è imputata a Bari assieme a Tarantini e ad altre persone nel procedimento escort, ora in fase di udienza preliminare. I magistrati baresi potrebbero avviare accertamenti per verificare se l’acquisto dell’appartamento sia servito in qualche modo ad edulcorare le dichiarazioni della donna, in passato legata sentimentalmente all’ex premier, durante l’inchiesta per induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione delle giovani ragazze portate da Tarantini a Palazzo Grazioli.  

Affidamento ai servizi sociali e udienza per l’interdizione. Come annunciato dalla difesa, è stata presentata la richiesta di affidamento ai servizi sociali: il Cavaliere deve scontare un anno  come conseguenza del verdetto Mediaset (gli altri tre sono stati condonati grazie all’indulto, ndr). Altrimenti per il leader del Popolo della Libertà sarebbero scattati gli arresti domiciliari. L’istanza della difesa è stata custodita dal presidente del Tribunale di Sorveglianza Pasquale Nobile De Santis  in una cassaforte in attesa che il fascicolo venga assegnato al giudice Beatrice Crosti. Nei prossimi giorni il fascicolo della richiesta di affidamento sarà affidato al magistrato e presumibilmente l’udienza sarà fissata nella primavera del 2014. Il 19 ottobre la corte d’Appello di Milano dovrà invece rideterminare la pena accessoria ovvero l‘interdizione dei pubblici uffici come disposto dalla Cassazione proprio nell’ambito del processo sui diritti tv.  Il presidente del Pdl potrebbe perdere, anche se per ora non ancora misteriosamente è accaduto, l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica.

A eventuali prossime elezioni, a meno di abolizione delle nuove norme, non potrà essere più candidato. La volontà di fare cadere il governo Letta è stata sventata dalle colombe del partito. Senza politica e senza più “cene eleganti” cosa gli resta da fare? Forse l’ipotesi Antigua, per lui, è quella più sicura. Ma qualcuno, qualche amico dovrebbe fargli avere un passaporto diplomatico.


L’unico leader resta il Cavaliere
di Giuliano Ferrara
(da “il Giornale”, 13 ottobre 2013)

Da un certo punto di vista il pasticcio è fatto: i ministri della destra si sono emancipati dalla sua leadership politica, raccogliendo le adesioni di un numero di parlamentari pensosi delle sorti del Paese (e delle loro personali) sufficiente per togliere a Berlusconi il potere di vita e di morte sul governo, nel quale consiste essenzialmente quella leadership.

Da un altro punto di vista il pasticcio non è venuto bene, non è cotto a puntino: l’impresa a sfondo opportunistico, che non è necessario bollare con la categoria moralistica di «tradimento », non ha sbocco politico, non può avere esito centrista, che sarebbe penosamente minoritario, e non può risolversi nella cancellazione di quella persistente opinione di destra berlusconiana che anche gli ultimi sondaggi danno in forte spolvero.

Tutte le chiacchiere sui moderati, sul modello Partito popolare europeo, sulla destra moderna hanno scarsa credibilità. Intanto perché sono chiacchiere di sinistra, desideri e invocazioni che vengono dalla classe discutidora, patemi d’animo degli antiberlusconiani che non si limitano a voler mandare in galera l’Arcinemico, vogliono anche impossessarsi della sua eredità. Programma un po’ troppo vasto, viste le effettive condizioni in cui versa la sinistra. E poi perché manca un’attrezzatura di idee e di programmi che abbia un fondo di intransigenza sul modello di società e di Stato che l’esercito elettorale di Berlusconi, per quanto disorientato e confuso, sa bene dove stia di casa. Sta a casa di Berlusconi, la cui leadership nel bene e nel male è stata per vent’anni personale, un uomo privato e la sua famiglia amicale, con tutti i difetti che questa soluzione ha comportato, al servizio di una prassi politica, e critica della politica, che scuote le istituzioni e le vecchie certezze istituzionali senza riuscire a fare la rivoluzione liberale ma senza neanche rinunciarvi.

Angelino Alfano dovrebbe essere abbastanza furbo da capire tutto questo. Se vuole tagliare la strada a uno scissionismo senza speranza finale e a un ministerialismo che verrebbe travolto dalle cose e dagli umori dell’Italia, se lo vuole, allora deve cercare una ricomposizione in cui la funzione di leadership di Berlusconi sia ripristinata, e non a chiacchiere. E qui casca l’asino. Perché Berlusconi vuol dire «questione giustizia », riforma della Costituzione e ripresa dello sviluppo basata su tagli strutturali della spesa e delle tasse, cose che entrano nel vivo del conflitto sociale sottostante l’attività e la credibilità di qualunque governo democratico in occidente. Alfano deve scegliere: o la sua è una lobby di ministeriali senza futuro politico serio oppure la vittoria parziale nello scontro con Berlusconi sul governo Letta è la premessa di una gestione combattiva e intransigente del potere di leva e di decisione che gli assetti parlamentari hanno dato alla destra italiana.

La faccenda, naturalmente, riguarda anche i berlusconiani che non hanno acceduto alla vampata opportunistica e hanno resistito nel tentativo di non separare il destino personale del leader da quello del governo. Hanno incassato una sconfitta, devono riconoscerlo con un minimo di serenità. Ma sono maggioranza nel popolo berlusconiano e nel partito e nei gruppi parlamentari, sebbene questa maggioranza non sia stata sufficiente a orientare le cose nel verso da loro desiderato per una forte dissidenza dei ministeriali (e dei pavidi). Come orientare questa forza, questa maggioranza reale? Ha sbocco una prospettiva di rottura «congressuale », una conta? O non è più giusto da ogni punto di vista obbligare Alfano e il suo gruppo governativo a esercitare in una direzione sensata e politicamente forte la delega che si sono presi a viva forza? Credo sia più interessante e utile, anche e sopra tutto dal punto di vista degli interessi del paese e dell’Italia inquieta che la sinistra vuole cancellare con un nuovo regime, muoversi in questa direzione.

Per farlo ci vogliono idee, movimenti del Paese reale intorno a queste idee, non giaculatorie di fedeltà e di lealismo o logiche del tanto peggio tanto meglio. Bisogna battersi perché finisca il tran tran e perché la larga coalizione politica, voluta da Berlusconi che poi non è riuscito a disfarla in condizioni personali molto critiche, sia sollecitata ad agire in Italia e in Europa in modo significativo, nel senso delle riforme necessarie e non attuate, a partire da quelle indicate nella famosa lettera della Banca centrale europea. E molto altro ancora. Non vedo altri modi per ripristinare alla fine un funzionamento serio del bipolarismo e del sistema dell’alternanza, restando competitivi con il progetto di ristrutturazione della sinistra sul modello di Matteo Renzi (un progetto tutt’altro che concluso, tutt’altro che di successo anche nelle premesse). Lo scontro nel partito berlusconiano è cieco, non parla al Paese, è fatto di nomenclatura, mentre lo scontro sui temi di riforma e sul fisco e sulla politica estera, e principalmente sui temi della giustizia, delinea una demarcazione vera, anche affilata, ma vera. E può rendere competitivo ancora una volta, nonostante la persecuzione di Berlusconi abbia messo al suo attivo il punto decisivo della condanna Esposito, il meglio che il berlusconismo ha espresso in questo luogo di sepolcri imbiancati che noi siamo.


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Bart