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Scarso rispetto per chi voterà

17 Febbraio 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 17 febbraio 2013)

Cosa succede quando le autorità proibiscono la vendita di un bene del quale c’è una forte domanda? Si formerà un mercato nero. Una conseguenza è che si accentuerà il peso delle disuguaglianze. Sul mercato nero, infatti, il bene proibito costa molto di più di quanto non costasse nel mercato libero, prima che intervenisse il divieto. Chi possiede più risorse può permettersi l’acquisto del bene proibito, tanti altri no. Qualcosa di simile accade quando, come in Italia, si vieta la diffusione di sondaggi nelle due settimane che precedono il voto. I sondaggi continuano ad essere fatti, naturalmente. Ma dal momento in cui scatta il divieto di pubblicazione, solo una frazione della popolazione verrà a conoscenza dei risultati delle nuove rilevazioni demoscopiche: sono coloro che hanno accesso ai canali di informazione riservati alle élite. Le informazioni sugli orientamenti di voto spariscono dai media e entrano in un altro circuito, più ristretto, composto da coloro che godono del vantaggio sociale di poter accedere a canali personali e riservati. In questo modo, l’asimmetria informativa, il divario fra chi sa e chi non sa, fra i pochi che hanno accesso ai sondaggi e la maggioranza che ne è esclusa, si accentua.

Perché in certi Paesi si proibisce, da un certo momento in poi, la pubblicazione dei sondaggi (pur sapendo che quel divieto provocherà la formazione di un circuito informale dominato dal chiacchiericcio fra i bene informati, una sorta di campagna elettorale nascosta e parallela) mentre in altri Paesi (come gli Stati Uniti) quella proibizione non c’è? La risposta plausibile è una soltanto. Il divieto di pubblicazione dei sondaggi è possibile dove non si ha paura di stabilire per legge che l’elettore è un bambinone immaturo, che va protetto dalle (supposte) cattive influenze dei sondaggi.

Tutti noi siamo continuamente influenzati da tante cose. E le ragioni che spingono ciascun singolo elettore a votare in un modo o nell’altro (o a non votare) possono essere le più varie. Ma se si decide per legge che l’elettore è un immaturo suggestionabile il rischio è che qualcuno, un giorno, faccia anche il passo successivo, quello che discende logicamente dal primo: se l’elettore è un bambinone, perché mai dovremmo lasciargli il diritto di voto?

Sullo sfondo si intravvede la cattiva coscienza di élite che non hanno mai saputo fare ben i conti con il suffragio universale e le conseguenze che ne discendono. Élite che hanno paura del popolo. E c’è la predilezione per i circuiti ristretti ove gli ottimati â— qualcuno pensoso del bene comune, i più pensosi delle future distribuzioni di cariche â— possano occuparsene al riparo dalla pressione popolare. La politica è solo una faccia della società. C’è una connessione fra l’ideale di una democrazia sotto tutela (che va difesa dal suo principale nemico: il popolo) e la pratica dei mercati protetti che impedisce la libera competizione. In queste condizioni, non fa meraviglia l’insorgenza di potenti movimenti di protesta. Meraviglia che qualcuno si meravigli.


Il presidente partigiano che dà solo carte truccate
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 17 febbraio 2013)

Quando mi è stato chiesto questo pezzo sull’asimmetria di Napolitano, il suo essere poco terzo e molto secondo, o primo, insomma di parteggiare e dare il calcio alla palla anziché fischiare i falli, ho un po’ tremato. È tutto vero. Ma come si fa a scriverlo in modo tale che anche i miei amici di sinistra, o ammiratori adoranti sia di Monti che di Napolitano, non storcano il naso, non facciano boccucce di disgusto?
Non lo so. Oggi è impossibile scrivere contro i mostri sacri – sacri perché consacrati attraverso un processo di sacralizzazione elaborato in alcuni luoghi deputati – senza farsi inseguire dai latrati dei loro cani da caccia. Ma, insomma, Napolitano ha fatto barriera contro il governo Berlusconi in tutti i modi possibili e immaginabili, interpretando la Costituzione a modo suo, cosa permessa dalla nostra sbagliatissima Costituzione che non mette alcun paletto alle attività e prerogative presidenziali, per cui ogni presidente fa come gli pare, chi il protagonista, chi il notaio, chi il picconatore, chi quello che «non ci sta ». Napolitano ci sta. Sta al gioco e dà le carte. E le ha date sempre sparigliando a favore della sua parte politica e sempre preoccupandosi di contenere, arginare, bloccare il governo di centrodestra. Per esempio non concedendo l’uso dei decreti legge, come ha ricordato mille volte e con la bava alla bocca Berlusconi al quale è difficile dare torto su questo punto. E poi volendo essere l’assoluto protagonista e decisore finale per le liste dei ministri, prerogativa che ha effettivamente ma che è sempre stata considerata una mera formalità: i ministri li nomina il capo del governo e li ratifica il presidente della Repubblica.
Infine, ed è la cosa più pesante, Napolitano ha svolto come Luigi XIV la propria politica estera inducendo i governi dei Paesi alleati e occidentali – Francia Germania e Stati Uniti in particolare – a considerare del tutto impropriamente lui come referente. Quando Obama lo loda come «leader with a vision », non sa di dire una carineria che scardina la Costituzione italiana. Hanno tradotto in italiano che per Obama Napolitano è un presidente «visionario », come se avesse inghiottito acido lisergico, mentre invece va tradotto «con una visione politica », con una strategia, con un cammino da percorrere in testa. Il che è vero, ma è illegittimo. Il presidente della Repubblica non ha alcun diritto di rappresentare una politica estera che non sia quella del governo in carica e del ministro degli Esteri in carica. Bene, quello che accadde quando Berlusconi a Bruxelles ricevette i famosi sorrisetti e occhiate ostili di Merkel e Sarkozy, ma anche dallo stesso Obama, fu che ciascuno di quei signori aveva parlato al telefono col Quirinale ed aveva avuto assicurazione del fatto che era il Quirinale e non Palazzo Chigi a guidare la danza, che il vero «presidente » italiano non era quello del Consiglio dei ministri, ma quello che siede nell’ex reggia dei papi e che non è stato mai investito da un mandato popolare che lo rendesse autonomo come un qualsiasi governatore regionale, ma strettamente avvitato e vincolato alle direttive del governo e del Parlamento.
Qualcuno parlò di colpo di Stato che certamente è una parola grossa. Ma fu certamente una visibile e sfrontata forzatura con cui il presidente della Repubblica che viene dall’antico Pci e che rappresenta i Pd dette la più forte spallata al governo in carica sulla base di un mandato popolare. E poi ne fece un’altra ancora più grave, costituzionalmente parlando: si rifiutò di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni dando fiato alla stupidissima idea secondo cui le elezioni avrebbero terrorizzato e fatto impazzire i mercati, e mise l’Italia in mano a un gruppo di professori e tecnici privi di qualsiasi investitura diretta o indiretta, salvo i voti di fiducia concessi per amore di patria e per non mandare tutto a picco. Ma in quel caso Napolitano – ed è paradossale – accolse la preghiera di Bersani di non essere messo nella necessità di governare, essendo più che probabile che un anno fa il Pd avrebbe vinto le elezioni. E allora anche per fare un favore a Bersani, il quale non fit, assunse più che un governo, una governante che mettesse gli italiani a fare i compiti richiesti da frau Merkel.


Usa e getta
di Davide Giacalone
(da “Libero”, 17 febbraio, 2013)

Non prendiamoci in giro e non raccontiamoci che i guai arrivano dagli Stati Uniti. La radice del disfacimento è tutta italo-italiana. Il problema non è l’ingerenza statunitense nelle cose di casa nostra, tante volte benedetta e la cui assenza, quella sì, sarebbe preoccupante assai (Giorgio Napolitano prova a smentirla in maniera goffa e con il rossore che dal cuore gli ha invaso le gote, come un amante che smentisce il bacio che ancora ha stampato sulle labbra). Il problema è l’impudenza che consiste nel far finta di credere che il presidente della Repubblica sia, nel nostro sistema istituzionale, una specie di capo dell’Italia, così com’è un problema l’imprudenza di credere che Mario Monti sia un moderato stabilizzatore. Il mio cuore a stelle e strisce s’intenerisce all’idea che americani altolocati s’occupino di noi, ma temo molto che commettano un grave errore di valutazione. Stiano attenti a chi li considera: Usa e getta.

Sgomberiamo il campo dalle scene di gelosia: non mi disturba che sia un fu comunista a ricevere la palma di migliore amico della Casa Bianca. Da questo punto di vista non sono gli statunitensi che sbagliano, ma gli italiani: se al posto di Napolitano ci fosse stato un coerente sostenitore delle ragioni occidentali, un giusto combattente negli anni della guerra fredda e un saggio cultore della sovranità nazionale, state certi che quello stesso incontro di Washington sarebbe stato catalogato alla voce: servo va a prendere ordini. L’orrore non è oltre oceano, ma nella conformistica viltà di quella che suppone d’essere la nostra classe pensante.

Stefano Folli, su “Il Sole 24 Ore”, lo ha sintetizzato in modo impareggiabile: «gli Stati Uniti, negli ultimi due anni, si sono abituati a guardare l’Italia con gli occhi di Napolitano, prima; e attraverso l’asse Quirinale-Monti, poi ». Vero, ma anche pericolosamente lontano dal dettato costituzionale. Non solo la nostra Costituzione non riconosce alcun ruolo del Quirinale nella politica estera, a parte ricevere le credenziali dei nuovi ambasciatori stranieri, ma, in passato si sollevò un duro scontro istituzionale perché il governo negò al presidente della Repubblica anche solo la possibilità di mandare una lettera al presidente americano (Gronchi a Nixon, e figuratevi se fosse andato alla Casa Bianca per condannare quanti volevano far cadere il governo Tambroni!). La spuntò il governo, sostenendo che i due presidenti non sono affatto omologhi, dato che quello statunitense è un potere esecutivo. La Costituzione, sul punto, non è cambiata. I tanti che la considerano sacra e inviolabile, si sveglino.

Ma non è solo questione di (rilevante) forma, bensì anche di sostanza. Al contrario del Quirinale, che si è opposto in ogni modo, gli americani hanno incoraggiato l’operazione politica delle liste-Monti. La loro logica è impeccabile: non basta la serietà, occorre anche un mandato popolare. Così funzionano le democrazie. Bene, si preparino al risultato: il candidato che non si candida capeggia un raggruppamento che arriverà quarto. A quel punto possono recuperarlo in un solo modo, e mi pare questo il succo delle assicurazioni rilasciate da Napolitano, mediante un’alleanza con chi arriva primo. Ragionevolmente, quindi, con il Pd. Ed è appena il caso di rammentare che già solo quell’assicurazione testimonia sia del giudizio d’inadeguatezza, che il vecchio dirigente comunista indirizza al meno vecchio figliuolo dell’apparato emiliano, sia dell’intima consapevolezza che un fu comunista, da solo, non può andare. Anche per Massimo D’Alema, ricordate? ci volle un Francesco Cossiga. La cosa è tanto seria che Pier Luigi Bersani deglutisce continuamente caramelle chiodate, tornando a dire che governerebbe volentieri con Monti. Peccato che ci sia un dettaglio: per poterci riuscire deve perdere al Senato.

Se la sinistra fosse autosufficiente, difatti, voglio vedere come si potrebbe spiegare non a Vendola, che lo capisce benissimo, ma a quella parte dell’elettorato che crede in quel che sente la necessità di cedere i posti che contano, a cominciare da economia ed esteri. Quindi, stringendo, seguendo questa sciocca dottrina, il modo migliore per perseguire la stabilità italiana consiste nel puntare all’instabilità parlamentare. Capisco che lo pensi qualche rudere del professionismo politico, così galleggia ancora un po’, ma fatemi guardare in faccia quelli che credono di essere intelligenti e accedono ad una simile teoria.

Alternativa? C’è: gli interpreti di venti anni di bipolarismo tarocco e non funzionante devono convergere nel cambio della Costituzione e nel superamento del consociativismo. Altrimenti parte l’orgia trasformistica. L’ingerenza statunitense sarebbe preziosa, se solo non si facesse guidare da chi mostra di non avere capito nulla, del nostro Paese, della sua storia e della sua realtà. Se poi, invece, il solo obiettivo è quello di far saltare il bipolarismo, seguendo i suggerimenti degli stessi che lo hanno interpretato, allora sappiano che c’è in giro un protagonista in tal senso imbattibile: Beppe Grillo. Ed è toccante vedere come tutti, in questi ultimi giorni di strazio, si stiano industriando per fargli la campagna elettorale. Si rilassino: è già bravo di suo.


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Bart