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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

SCHOOL RIVER #7

30 Giugno 2008

di Carlo Capone

IL PUNTIGLIO

Alle Idi di marzo il preside firmò il decreto di convocazione dei Consigli di Classe. Un’occasione di incontro – e di riflessione, ci teneva a sottolineare Pascutti – fra docenti, allievi e genitori per discutere e deliberare sui problemi della comunità scolastica. “Terapeutica”, corresse un lazzarone sul comunicato esposto in bacheca.
L’appuntamento era di importanza strategica, serviva a tirare le somme in vista dello scrutinio finale. Ma anche a verificare i rapporti di forza fra gli schieramenti, le cricche, le congreghe, le lobby di interesse. Insomma, tutto il consueto armamentario di un ambiente di lavoro che si rispetti. Quanto agli ignavi e agli emarginati, quel conclave era anche l’ultima occasione per operare una scelta. Nei giorni precedenti subivano pressioni, a volte ricatti, venivano lusingati con apprezzamenti sulle curve alla Cucinotta, se donne, e sul deodorante ascellare davvero fico nel caso di maschi. Se il renitente insiteva nel rifiuto si ricorreva all’ultima risorsa, l’immancabile amico al Ministero ‘che sa tutto di te, incluse le marachelle’.
Pari rilevanza rivestiva il capitolo rogne e seccature varie. Anche se non esplicitamente all’ordine del giorno, c’erano da fissare i criteri per la scelta dei capri espiatori, di solito i membri interni agli esami. Si sarebbe, infine, dovuto discutere di didattica e andamento generale della classe. L’argomento, piazzato pomposamente al primo punto, si esauriva in poche battute. Il docente che insegnava per più ore dettava il suo parere, sulla scorta di parametri di giudizio imperscrutabili anche al Padreterno. Gli altri si accodavano volentieri.
Ma il fulcro, la luce, la gloria che muove il cielo e l’alte stelle risiedevano nella figura del Coordinatore. Questi presiedeva l’Assise, era il depositario di occulte disposizioni del preside (spesso la lapidazione sommaria di un docente che gli stava sugli zebedei) e sondava le menti, al fine di capire chi fossero gli allievi prediletti di ciascun docente e chi quelli oggetto di vendetta. Fatto saliente, il Coordinatore percepiva un assegno di merito pari a lire ventiduemilaottocento, al lordo delle tasse.
Per la sezione K la tradizione imponeva che il presidente del Consiglio fosse Lucetto. A ogni inizio anno diceva di non sentirsela, di non avere alcuna intenzione di accettare – perché è giusto dare spazio anche agli altri – e di essere stufo di tirare la carretta. In realtà interrogava gli astri, la sera prima della riunione di investitura, perché l’incarico era il fiore all’occhiello di un’intera esistenza, non essendo mai andato oltre la nomina a capobranco dei Lupetti.
Fatto il presidente, il dispositivo ministeriale imponeva che costui nominasse il segretario. E qui si scatenava la caccia al bischero, primo perché il segretario è responsabile di quello che scrive – e non poche volte qualcuno, distratto dalla lettura del listino di borsa, s’era inventato l’acqua alta in laguna pur di riempire quel cavolo di foglio – secondo perché l’incarico era considerato roba da fessi, causa una distorta interpretazione del regolamento, e terzo perché non prevedeva incentivazione alcuna, anzi poco mancava che il fesso ci rimettesse di suo.
Alle cinque di una sera i saggi del Consiglio di Terza K sfilarono solenni in aula sette. Erano brutti, per lo più bruni e di cattivo olfatto. Ecco Ser Chiappone, fiero del suo lucente Greco e Latino. Dietro di lui madama Jannaccone, dolce e pudica come una cavalla in fiore. Poco distante don Bernabò, svelto di spada e man sulla culotta. Indi la Tabaccaia, sguardo pungente e campanaccio da Canton Grigioni. Da ultimo, scortato da tre nani e un saltimbanco, Messer Lucetto, doge serenissimo di tutte le Terze.
Prima di assurgere in cattedra, il coordinatore sostò al centro della sala e studiò la disposizione dei posti. I quattro si erano sistemati secondo le direzioni della Rosa dei Venti. Chiappone a Levante, la Tabaccaia a Settentrione, Bernabò a Mezzogiorno e la Jannaccone a Ponente. Il doge si schiarì la voce: “Sbaglio o manca il segretario?”. Stava rileggendosi l’ordine del giorno.
“E’ al cesso”, rispose una voce caricaturale.
“E perché non vai a chiamarlo, ti dolgono le chiappe?”, drizzò il viso Lucetto, furente per non aver sorpreso l’autore della prima facezia.
“Alludi a qualcosa?”, si tradì costui.
Il doge si produsse in un ghigno amaro. “Hai la coda di paglia?”
Chiappone, punto sul vivo, scagliò il casco sul pavimento. De Marchi, che era uomo di ferro, lo fissò austero. “Insisto. C’è qualcuno disposto ad avvisare il collega che la riunione ha avuto inizio?”
“Vado, vado”, bofonchiò Bertoglio nel raccattare il cimiero. Stringendolo sotto l’ascella si avviò all’uscita dove, in un silenzio sepolcrale, si girò per asserire con sprezzo “Il casco, però, lo porto con me al cesso”. Dal quale tornò di lì a poco tirando per la manica Costante Porcu, il collega di Scienze designato Segretario a vita.
Sui motivi per cui il Porcu non avesse fatto carriera circolavano più versioni. Qualcuno asseriva che, ai tempi dell’università, era stato un grande amico di Pascutti, con cui aveva condiviso donne e dolori. Poi, una volta colleghi, ma in altra scuola, si era scatenata la lotta per il concorso a Capo di Istituto. Porcu aveva cercato di inguaiare l’amico spargendo la voce che si incontrava con un’allieva, e Pascutti aveva risposto con le foto di Porcu mentre, di notte, imbarcava una bagascia. Difficile capire come le avesse scattate – appostamenti, cospicui finanziamenti a un’agenzia investigativa?
Il collega si era difeso asserendo che l’auto apparteneva a Pascutti e avrebbe avuto partita vinta se sua moglie, un po’ risentita, non avesse svelato che la vettura era stata loro venduta con regolare contratto. Ora capiva, adesso era chiaro! perché lo sporcaccione si fosse sempre rifiutato di cambiare targa.
Secondo un’altra diceria la vertenza non si sarebbe esaurita con litigio e minacce di divorzio da parte della signora. Costante era passato al contrattacco, sostenendo che l’auto era sì la sua ma l’incontro con la bagascia si riferiva al periodo in cui il proprietario era Pascutti. Qui c’era stato il colpo di scena. La professionista, foraggiata da sconosciuti, aveva rilasciato intervista all’ANSA sullo spessore – intellettivo, specificava la nota – di quel cliente della DKW, l’auto in questione.
A quel punto Costante Porcu aveva deciso di sospendere il contenzioso.
“Credo che adesso possiamo iniziare”.
Dalla maestà del suo scranno Lucetto effettuò una svelta panoramica. La rosa dei venti era mutata in geometria delle equidistanze. Con Porcu all’intersezione delle diagonali.
Fu la Jannaccone ad accendere le micce.
“Chiedo la parola per informare il Consiglio su un deplorevole andazzo”.
“Parli pure, ne ha facoltà, deputato Jannaccone”, approvò il Presidente. Quando ricopriva quella carica si sentiva a Montecitorio.
“Desidero stigmatizzare”, attaccò con foga la donna, “il comportamento dei ragazzi durante le ore di lezione di Latino e Greco”.
“Ma perché non ti fai gli affari tuoi?”, intervenne Chiappone. Stupito, offeso, colto nell’intimità delle sue ore.
La donna tirò diritto. “E’ inconcepibile che durante le suddette ore gruppi di allievi, a tre, a quattro, a sette…”
“Sì, col resto di due!”.
“…escano di classe per recarsi al cesso e restarvi fin quando è terminata l’ora!”. Per meglio sottolineare lo sdegno la Jannaccone sferrò un pugno sul banchetto. Poi si girò a Levante, in direzione di Bertoglio, e mise in mostra un terribile campionario di incisivi.
“Metto a verbale?”, chiese Porcu.
“Cosa metti a verbale, cosa!!”, scattò Lucetto dall’alto della pedana. Nulla, nemmeno il più piccolo appunto, doveva essere mosso alla ‘sua’ Terza. “Cara collega”, disse quindi alla Jannaccone, “prendo mentalmente nota delle tue affermazioni. Consentimi però di ascoltare la controparte”.
La controparte era impegnata a incerottare il casco. E sacramentava come un carrettiere. “Ma tu vedi! Si è rotto il casco e ‘sta deficiente vuol farmi le pulci!”
“Deficiente sarai tu, pezzo di lavativo. Basta vedere come li prepari all’esame, quei poveri ragazzi!”
“Verbalizzo?”, chiese pronto Costante Porcu.
“Te lo faccio mangiare il tuo verbale, se non la smetti con questa litania!”, lo fulminò Lucetto. Un seccatore, un fattore di turbativa quel segretario. In fondo la riunione procedeva bene. Piccoli screzi, qualche commento sopra le righe, ma niente che giustificasse una messa a verbale. Ad ogni modo, per premunirsi, esercitò pressioni su di lui: “Ma tu, il listino di borsa, Gente Motori, i ritardi sulle ruote di Genova e Roma, proprio niente? Non ti interessano?”
“Faccio il mio dovere, e fino in fondo!”, troncò di netto Costante Porcu. E io c’ho ancora un paio di fotografie, stava per ribattere Lucetto. Ma era un’anima bella, in fondo il collega era nel giusto. Il verbale esiste proprio per questo, se no che razza di verbale è, il bollettino dei naviganti?
Schiaritasi la voce, volse anche lui a Levante. Qui la Bora non era affatto calata, Chiappone continuava ad aggiustare il casco tra mille epiteti all’indirizzo di scuola, colleghi e destino personale.
“Bertoglio”, chiese Lucetto, “Vogliamo dare soddisfazione alla collega di Lingua?”
“Se la cerchi altrove”.
“Non ho capito, vuoi chiarire?”
“La soddisfazione. E auguri al fortunato”.
“Verbalizzo?”
“E sta zitto, cretino!”. Tratto un lungo sospiro, Lucetto puntò ancora a Oriente. “Ti avverto. Se persisti in questo atteggiamento di chiusura, sarò costretto a verbalizzare”.
Di fronte alla minaccia dell’ufficialità, Chiappone interruppe il restauro conservativo. Diede ancora un’occhiata al casco, vi soffiò sopra, poi sollevò lo sguardo. A parte la collega di Inglese, in preda a crisi isterica repressa, tutti gli sguardi erano su di lui.
Schiarì la voce e annunciò asciutto.
“Soffrono di cistite”.
Anche la Jannaccone girò gli occhi a Levante e sibilò con forza sulle esse. “L’intera classe?” Lo spiffero arrivò a Settentrione, dove era appostata la Tabaccaia. Forte di una duratura simpatia per Chiappone, si sentì in dovere di prenderne le difese. “Io concordo con Bertoglio: farli uscire è un atto di democrazia”.
“Scusami, collega, ma questa è la democrazia del cesso”, sbottò la Jannaccone.
La tabaccaia avvampò dalla vergogna, poco mancò che slacciasse il campanaccio e ne facesse uso inadatto. “Fassista”, sibilò all’indirizzo dell’avversaria, “neghi il diritto alla libera minzione!”
“Sì, alla minzione di gruppo. Ma fammi il piacere”.
Il clima si andava arroventando. Erano bastate poche battute per definire gli schieramenti. Da un lato Chiappone e la Tabaccaia, sulla barricata opposta la Jannaccone, con Bernabò al solito neutrale, per scarsa inclinazione alle scelte di campo.
Il Presidente decise di intervenire. “Colleghi, per favore, veniamo al nocciolo, non ci disperdiamo”.
La Jannaccone non raccolse l’invito. “Non è questo il punto, De Marchi. Semplicemente non capisco perché nella mia ora nessuno si azzardi mai a chiedere di uscire, mentre se in classe c’è Bertoglio, ma anche altri – e qui lanciò un occhiata torva a tutto l’emisfero – si assiste a una migrazione biblica verso i servizi. Non ho capito, hanno la cistite a comando?”
Da est soffiò di nuovo vento di bora. “Non faccio l’urologo”, ribattè Chiappone. “Se qualcuno mi chiede di uscire, non me la sento di obbligarlo a trattenersi”.
“Perché, sarebbe un danno tanto grave se almeno aspettassero la fine dell’ora?”
“Guarda che c’è il penale”, rintuzzò Bertoglio.
“Che vuoi dire?”, insorse il coordinatore.
Gli occhi di Chiappone si illuminarono a giorno. Come da copione il Consiglio era già in preda a un principio di diarrea. Quando nella scuola si nomina ‘penale’ tutti sono disposti a recedere, a trovare un giusto compromesso, in taluni casi a mercanteggiare sulla mamma.
“Voglio dire che se proibisci a un minorenne di soddisfare un suo legittimo bisogno e lui, per ripicca o necessità, te la fa in classe, questa è sottrazione di minore. Se non ricordo male, da due a cinque anni di reclusione”.
Lo scontro di opinioni registrò una battuta di arresto. Tutti erano convinti che Bertoglio si appigliasse a un cavillo. Il suo lassismo – di reni, malignavano i detrattori – altri non era che un espediente per poter fare i conti con calma, senza che i ragazzi rompessero. Negli ultimi tempi, infatti, qualcuno dal cielo doveva essersi ricordato di lui. Un vecchio amico, del quale aveva perso le tracce, era comparso a sorpresa per proporgli di fare l’Amministratore di condominio, con lauto compenso e succose creste. D’altro canto l’eventualità da lui prospettata non era cosa da niente. Già immaginavano le proteste di qualche genitore perché il tale insegnante aveva impedito al figlio di andare ai servizi e il ragazzo era stato colto da colica addominale. E come resistere allo spettro della denuncia, i titoli sui giornali, l’inchiesta ministeriale, il processo per maltrattamento di minore, la sospensione dal servizio e, degno finale, gli sguardi raggianti dei colleghi della fazione opposta?
Toccò al Presidente riaccendere il dibattito, ma per motivi diversi da quelli finora dibattuti. I cantoni, compreso colui che era nel mezzo, fissavano il rispettivo banchetto. Tutti eccetto Chiappone, che si gustava la scena rigirandosi il casco tra le mani. A un tratto, certo di averli in pugno, lo mandò a rotolare sotto la sedia della Jannaccone. “Bingo!”, esultò la Tabaccaia. Subito fulminata da Lucetto.
“Bertoglio, raccogli subito quella roba!”, intimò questi. Ma era un ordine fiacco, senza gusto. Indebolito dallo spettro delle grane.
“Non prima che il Consiglio abbia deciso in merito alla faccenda dei cessi”, si impuntò Chiappone. Quando vinceva, niente prigionieri.
Il coordinatore si guardò intorno, in evidente imbarazzo e colse lo sguardo di Porcu.
“Verbalizzo?”
“E che verbalizzi , deficiente, il silenzio?”
“No, che il professore il quale proibisca a uno studente di andare ai cessi rischia cinque anni di galera”.
“No, no, no, aspetta, Costante, sii paziente”.
Stranamente premuroso, il presidente puntò il radar a Meridione: “Tu Bernabò, che ne pensi, visto che fino a ora non hai parlato?”
“Non che la sosta ai cessi mi dispiaccia…”
“E ti pareva”.
“…ma è pur vero che, se cediamo, si rischia di creare un precedente”.
“Spiegati meglio”.
“Niente, se li lasciamo andare ai servizi quando gli pare, assisteremo a esodi biblici verso i gabinetti, tutti i ragazzi della scuola si sentiranno autorizzati a fare lo stesso”.
“E l’intero Collegio dei docenti ci accuserà di aver causato questa immane sciagura”, rincarò la Jannaccone. Cui non pareva vero di levarsi la biglia dalla scarpa.
La quale biglia adesso scottava come un tizzone. Il coordinatore se la rigirò tra le mani e cercò di rimettere palla a centro.
“Dai Bertoglio, lo sanno tutti che qui non incateniamo nessuno. La tua voleva essere solo una provocazione, no?”
“Penale, penale!”, non ne volle assolutamente sapere Chiappone.
“Il Collegio, il Collegio”, tenne duro anche la Jannaccone.
“Sottrazione di minore, l’inchiesta”, sparò a sua volta la Tabaccaia.
“Verbalizzo?”
‘Col cavolo se l’anno prossimo accetto !’. Roso da mille pensieri, Lucetto tentò l’ultima carta, fece appello ai valori.
“Ma vi rendete conto, cari amici…”
“Alt!”, lo freddò Chiappone, “smettiamola con questa storia dell’amicizia, se no Giuda e Caino si incazzano”.
“Vabbè, ho capito, volevo dire colleghi. Stavo dicendo: sono le sette di sera e c’è tutto l’ordine del giorno da esaminare. Vogliamo trovare una soluzione di compromesso?”
“Mai”, scattò in piedi la Tabaccaia, pancia in dentro e petto due metri in fuori. “Quando si parla di libertà non ci sono compromessi che tengano”.
“Allons enfant de la patri-i …”, intonò a quel punto la Jannaccone, provocando la reazione dell’avversaria.
“Squadrista!”.
“A meeee? A me che ho avuto il nonno tra i parmigiani?”. Cieca di rabbia, la Jannaccone rovistò sotto la sedia e afferrò il casco. Ne avrebbe fatto uso improprio, presumibilmente mirando alla Tabaccaia, se il “noooo!”, la straziante invocazione del legittimo proprietario non avesse frenato i suoi ardori.
“Noooo! il mio casco noooo!”, implorò Chiappone nel silenzio della sera, e il lamento fece il giro della scuola. Passi per il cesso, vada per quelle maledette quote millesimali che non quadrano mai. Mi voglio rovinare: passi anche per il puntiglio, che nella scuola è tutto, ma il casco noooo. Il casco è sacro, il casco è vita, è la radice ultima dell’essere.
Il povero Bertoglio era uno straccio, prese a frignare come un bimbetto. “Il casco no, vi scongiuro, ridatemi il mio casco. Dammelo, dammelo, è mio. E’ mio, ti ho detto!”.
Schizzò come un giaguaro verso la collega e gliel’avrebbe strappato se lei, vuoi per paura vuoi per gusto di vendetta, non si fosse prodotta in una touche da trequartista. L’oggetto descrisse una traiettoria ad arco e andò a rimbalzare dalle parti di Bernabò. Che, senza pensarci, lo calciò diritto verso Lucetto, nel cui saldo abbraccio terminò la sua odissea.
Il coordinatore si curvò di busto, a mo’ di protezione, e fece il gesto di accartocciarsi nella presa. Tornato in posizione eretta, guardò in faccia Chiappone e gli disse:
“Ti arrendi?”
“Sì, sono disposto a una ragionevole trattativa”.
“Bene”, esclamò l’altro e si rimise a sedere.
Il resto della riunione fu dedicato alla stesura del protocollo di intesa. Questo contemplava un ampio ventaglio di ipotesi procedurali.

Caso 1. Qualora uno o più allievi chiedano con insistenza di andare al gabinetto, il docente darà il permesso solo se verrà esibito certificato medico.
Caso 2. Il permesso di uscita sarà accordato in presenza delle seguenti affezioni: Calcoli, uretrite, cisti maligna, renella, orchite grave, gonorrea.
Caso 3. In assenza di regolare certificato medico, spetterà alla discrezione del docente concedere o meno il permesso di uscita. Questi dovrà accertarsi che trattasi di ripetuta, pervicace, insostenibile necessità di mingere.
Caso 4. Gli articoli di cui sopra saranno soggetti a interpretazione elastica nelle ore di Latino e Greco. Considerando che il professor Bertoglio ha sostenuto, ai fini dell’aggiornamento professionale, peraltro espressamente previsto e incentivato dal Contratto Collettivo di Lavoro degli insegnanti, un corso di portantino presso la Clinica Dermosifilopatica dell’Università di Pontremoli, gli va riconosciuta ampia facoltà decisionale ai fini della concessione del permesso in oggetto.
Caso 5. Per quanto non previsto dal presente contratto si fa esplicito riferimento alle norme e agli articoli del Codice Civile. Quello Penale nella scuola non si applica.

F.to : IL CONIGLIO DI CLASSE

“Tutti d’accordo?”, chiese Lucetto, appena finì di leggere.
Silenzio.
“Allora è andata?”
Zitti.
Stavano ripassando i termini dell’accordo, nel timore di trappole o cedimenti alla controparte. Guai se fossero sfuggite, che fine avrebbe fatto l’unico punto fermo della scuola, il dio puntiglio?
D’altra parte – ruminava ciascuno – a un primo esame, il protocollo risultava equidistante, concedeva parecchio a entrambe le fazioni. Fatto importante, sanciva tutto per non vietare niente.
“Tu che dici, Bertoglio?”, chiese la Tabaccaia.
Chiappone stringeva forte il suo casco al petto. Gli era stato restituito dietro solenne promessa di tregua. Il suo tepore funzionò da emolliente.
“In linea di massima… considerando che è coperta l’intera casistica….”
“Sì, e allora?”, incalzò Lucetto.
“Mah! salvo una piccola limatura qua e là… direi che può andare”.
“Domani, però, magari in corridoio. Si è fatto tardi”.
“Va bene. Domani in corridoio”, annuì Chiappone. E giurò solennemente sul casco.
“Habemus pappa”, proclamò allora Lucetto, con sincera esultanza.
“Prosit”, fece qualcuno, ma non fu chiaro chi.
“Un momento! Dove andiamo?”.
Tutti guardarono all’incrocio delle diagonali, a Costante Porcu.
“Che c’è ora, cosa vuoi?”, sospirò il presidente.
“Non abbiamo discusso di niente, nemmeno un punto dell’ordine del giorno. Che ci metto a verbale?”
Da est a occidente, da nord a meridione, soffiò il turbine dello sconforto. Fu Lucetto ad offrire l’ombrello.
“Metti quello che ti pare, inventati tutto. Tanto, chi vuoi che se lo legga ‘sto cacchio di verbale?”.

[Continua…]


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Bart