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Scrivono Berlusconi ma dovrebbero scrivere Fini

2 Novembre 2010

Giuseppe D’Avanzo è già arrivato a cinque puntate. Deve arrivare a dieci, quante erano le famose domande di Repubblica di qualche tempo fa. Ora la sua impresa è più ardua, e Ezio Mauro ha scelto lui come il solo che possa portarla a termine. È una ardita arrampicata, ma non sulla vetta del K2 o dell’Everest, ma sugli specchi. Lo sapete bene che arrampicarsi sugli specchi è assai più difficile che arrampicarsi sulla montagna. Praticamente è impossibile. Ma D’Avanzo non si è fatto spaventare dall’impresa e ci prova. Purtroppo per lui, ogni pedata infrange un pezzo di vetro e prima o poi il buco sarà tanto mai grande da farlo precipitare. Non cadrà da eroe ma da pirla.

Tutte le cose che scrive, poveretto, non si devono intendere rivolte a Berlusconi, al quale non calzano per niente, ma a Gianfranco Fini. D’Avanzo si è ricordato ora delle menzogne di Fini e delle sue pressioni in Rai, ma siccome in testa c’ha solo Berlusconi, scrive il suo nome, ma pensa a Fini. È ridotto a questo punto.

Oggi mi voglio occupare, però, della breve intervista rilasciata al Corriere della Sera dal costituzionalista Valerio Onida.

Anche lui vive lo stesso dramma psicologico di D’Avanzo. Parla di Berlusconi, ma in testa c’ha lo scandalo Fini. Non ha il coraggio, alla stessa maniera di D’Avanzo, di uscire allo scoperto (la sinistra lo demolirebbe) e così maschera il tutto facendo intendere che parla di Berlusconi.

Lo perdoniamo? Non se lo merita. Non si scherza su faccende di questo tipo. Si deve essere imparziali sempre, e non quando ci fa comodo perché abbiamo l’occasione di dipingere di nero l’avversario. Soprattutto se si è costituzionalisti. Costituzionalisti di che, se si ha paura di sottolineare la gravità delle menzogne e dei comportamenti di Gianfranco Fini. Nessuno dei due ne ha avuto il coraggio, ma Onida è un costituzionalista ed ex presidente della Corte Costituzionale e sullo scandalo di Fini dovrebbe intervenire con un martellamento continuo, fintanto che Fini non avverta il dovere di dimettersi da presidente della Camera. Solo così Valerio Onida potrà meritare il perdono.

Leggete che cosa risponde alla domanda del giornalista.

“Ma Berlusconi con quella te ­lefonata ha commesso illeci ­ti?
«Non è questo il punto, e nem ­meno mi interessa di fronte a ciò che è avvenuto. Dobbiamo chiederci, invece, se un paese civile può tollerare che il pro ­prio premier si comporti così, a prescindere da eventuali ri ­svolti penali. Il resto è secon ­dario ».”

E ancora:

“Codice alla mano, esiste un reato di bugia per il pre ­mier?
«Non esiste il reato di menzo ­gna, ma una menzogna detta da un personaggio pubblico può essere anche peggio di un reato. Insisto, il fatto è troppo chiaro perché l’opinione pubblica debba ancora interrogar ­si e appassionarsi ad aspetti giuridici ».”

Secondo voi di chi parla veramente? Mica di Berlusconi, parla di Fini. Delle sue menzogne dette davanti a milioni di italiani e del suo rifiuto a dimettersi. Solo così l’intervista può avere un senso costruttivo.
Insomma, come dice il proverbio, Onida parla a nuora perché suocera intenda?

Ma allora, perché non essere più chiari? Perché si ha paura della necessaria e dovuta imparzialità. Onida, come D’Avanzo, ha paura. Si schiera perché ha paura.

Se gli è rimasto in testa un briciolo di ossequio verso la giustizia e il diritto, come spero, Onida scriva al giornalista che lo ha intervistato e gli dica di cambiare il nome del politico oggetto della sua acuta disanima. Tolga il nome di Berlusconi e scriva, e magari per rimediare lo scriva a carattere cubitali, il nome di Gianfranco Fini, il presidente della Camera, la terza carica dello Stato.

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“Giustizia a orologeria” di Franco Bechis. Qui.


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