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Se le stesse cose le dice Schifani, gli si grida contro

19 Novembre 2009

Per non piangere su ciò che sta accadendo in politica, ogni tanto occorre, come avete già potuto vedere, che mi faccia due risate; così allontano la malinconia, per non dire la disperazione.

Quando nel luglio scorso Fini tuonò che se fosse caduto Berlusconi c’era solo una strada da prendere, quella delle elezioni anticipate, poiché Berlusconi era stato eletto con la nuova legge 270, dallo stesso partito di Fini approvata (fu contraria l’opposizione), feci un salto di gioia, e mia moglie credette che avessi vinto al superenalotto, cosa che non solo non mi è mai successa, ma non mi succederà finché campo, anche se stamattina, visto l’ammontare da fantascienza del monte premi, mi sono comprato un bel bigliettuccio; non si mai. Con quei soldi, nel caso che l’Onipotente avesse deciso di mettere la sua benedicente mano sopra la mia calvizie, sistemerei un mucchio di cose per l’eternità su questa valle di lacrime.

A quel tempo, di Fini e della sua corrente già si vociferava che si stessero muovendo, insieme con Montezzemolo, per preparare un’alternativa a Berlusconi, e questi intrallazzi da prima Repubblica, devo confessarvelo con la mano sul cuore, mi avevano messo in allarme. Le parole di Fini mi risollevarono il morale. Forse gli schioccai anche qualche bacio o lo accarezzai sullo schermo come se fosse l’affascinante e biondissima Marilyn Monroe, delizia ancora oggi degli innamorati.

Ma a parte Marilyn, se la memoria non m’inganna, nessuno eccepì nulla, nemmeno l’opposizione. Parve a tutti che la dichiarazione di Fini stesse nelle cose. Esisteva infatti una nuova legge elettorale dal dicembre 2005, la 270, e questa era stata intesa, perlomeno dalla maggioranza, come la legge che, con l’indicazione del capo della coalizione, designava in realtà nella stessa figura, in caso di vittoria, il nuovo premier.

La legge era stata concepita in quel modo, infatti, onde evitare le lungaggini di una modifica costituzionale. Al capo dello Stato la coalizione vincente avrebbe dovuto presentare un solo nome come premier, quello del capo della coalizione stessa.

Vale a dire, ad esempio, che la coalizione vincente non è legittimata, dalla legge 270, a suggerire oggi, eventualmente, al capo dello Stato un nome diverso da quello del capo della coalizione, nemmeno nel caso che lo stesso capo della coalizione decidesse di dimettersi. Ciò per il fatto che agli elettori è stato indicato in effetti come premier un solo nome: quello del leader della coalizione.

Del resto è quanto accade per le elezioni politiche in tanti altri Paesi del mondo, sebbene vi si arrivi con procedure diverse (Usa, Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, per indicare i maggiori). Ossia, si va in campagna elettorale sapendo già chi sarà il premier in caso di vittoria di una certa coalizione.

Con la legge 270 (che ha il solo difetto di non lasciare all’elettore la scelta dei candidati) l’Italia si è messa, dunque, al passo con quanto succede nelle maggiori democrazie occidentali.

Oggi, perciò, quando si dice che il premier è nominato dal capo dello Stato, si dice una cosa che formalmente è corretta, ma si tralascia di dire, almeno da parte della maggioranza (e sicuramente da parte del ‘nuovo’ Fini) che le cose non stanno più come prima, giacché con la 270 si volle evitare le lungaggini di una modifica costituzionale, approvando una legge ordinaria, la quale, proprio per ciò (essendo ordinaria), non poteva statuire esplicitamente che il premier  fosse eletto direttamente dal popolo: ma così stavano nei fatti le cose: il premier, cioè, era ed è di fatto eletto dal popolo. Un escamotage che oggi qualcuno della maggioranza fa finta di dimenticare.

Siccome poi Fini ha cambiato idea e di fatto rinnega la 270 e, essendo la terza carica dello Stato ciò che dice suona favorevolmente alle orecchie dell’opposizione e di qualche altro di parte finiana, che cosa sta avvendendo?

Sta avvendendo che si torna ad invocare come vigente e ineludibile l’art. 92 della Costituzione, che significa paro paro che si vuole fare come i gamberi e ripristinare la prima Repubblica.

Ma vediamo l’articolo 92 (il grassetto è mio):

“92. â— Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri (1).
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri (2) e, su proposta di questo, i ministri (3).

E’ interessante la nota 2, che potete leggere qui, ma che trascrivo per intero (il grassetto e la sottolineatura sono miei):

(2) La norma si limita ad indicare l’organo incaricato di nominare il Presidente del Consiglio, ma nulla dice sul modo in cui ciò avviene. Nel nostro recente passato, in presenza di una frammentazione politica che non assegnava la maggioranza assoluta (50% + 1) ad alcun partito, il Presidente della Repubblica era chiamato ad una delicata opera di identificazione e scelta del futuro leader, intorno al quale si potesse successivamente coagulare una maggioranza di partiti (cd. coalizione) per governare. La prassi costituzionale così instauratasi ha dato vita ad un complesso di regole frutto soprattutto di accordi fra i diversi soggetti politici e costituzionali coinvolti nella formazione del Governo.
Il procedimento iniziava con le consultazioni del Capo dello Stato, volte a conoscere gli orientamenti delle forze politiche (v. 49) e individuare la personalità sulla quale far convergere il gradimento di una futura maggioranza di governo. Il Presidente della Repubblica [v. 83] godeva di un margine di discrezionalità che a volte poteva risultare ampio nell’individuazione delle persone da consultare, pur dovendo comunque sentire i due Presidenti delle Camere (che egli è tenuto a consultare, in base all’articolo 88, prima di sciogliere le Camere, ipotesi che può concretizzarsi proprio per l’impossibilità di formare un nuovo Governo) ed i gruppi parlamentari [v. 72].
Terminate le consultazioni, il Capo dello Stato conferiva l’incarico alla persona con maggiori possibilità di formare un Governo ottenendo la fiducia [v. 94] delle Camere. Se l’incaricato riusciva a coagulare attorno al suo programma di governo il consenso di una maggioranza, il Presidente della Repubblica lo nominava Presidente del Consiglio dopo aver accettato definitivamente le dimissioni del Presidente uscente (che le rassegna con riserva).
Negli anni in cui in Italia è stato adottato un sistema elettorale a prevalenza maggioritario (1993-2005) le forze politiche si sono raggruppate in coalizioni contrapposte già prima delle elezioni e il Capo dello Stato di norma ha conferito l’incarico al leader della coalizione vincente designato dai partiti che la componevano (si pensi all’incarico conferito a Berlusconi, leader riconosciuto della coalizione vincente nel 1994, e a Prodi, capo del raggruppamento vincente nel 1996, e ancora a Berlusconi all’indomani del successo elettorale della Casa della libertà nel 2001).
Va, tuttavia, segnalato che nel corso delle legislature in più occasioni il Presidente della Repubblica ha potuto in piena libertà valutare le relazioni che si instauravano fra le forze politiche dopo l’apertura di una crisi di governo, nominando Governi che potevano essere sostenuti da maggioranze omogenee o discontinue con quelle che sostenevano il precedente Governo.
Nell’attuale sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza, introdotto dalla legge del 2005, al momento dell’effettuazione del collegamento eventuale fra le liste elettorali le coalizioni che si candidano a governare il Paese sono tenute a depositare un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona indicata come unico capo della coalizione. Pertanto, ad esito delle consultazioni dell’aprile 2006 il Presidente della Repubblica ha potuto svolgere consultazioni assai rapide in quanto, come da lui sostenuto nella dichiarazione resa ad esito della stessa, «i rappresentanti della Casa della Libertà non hanno minimamente contestato che l’incarico debba andare al capo della coalizione di centrosinistra, secondo quello che è, d’altronde, il chiaro dettato della nuova legge elettorale
».”

La nota, intanto, distingue la fase ante legge 270 del 2005 dalla fase attuale iniziata con la legge 270 del 2005, riportando in fondo e tra virgolette, le parole che Napolitano pronunciò, quando nel 2006, vinte le elezioni dalla coalizione di Prodi, ed essendo stato il medesimo designato nelle liste elettorali quale capo della coalizione, il capo dello Stato lo nominò premier, dichiarando:
«i rappresentanti della Casa della Libertà non hanno minimamente contestato che l’incarico debba andare al capo della coalizione di centrosinistra, secondo quello che è, d’altronde, il chiaro dettato della nuova legge elettorale ».

Faccio notare nuovamente: “secondo quello che è, d’altronde, il chiaro dettato della nuova legge elettorale.

Ossia, lo stesso Napolitano, che oggi sembra rinnegarlo, avallò nel 2006, con le parole e con il comportamento, le novità introdotte dalla legge 270 del 2005.

Ne consegue che ciò che ha  riconosciuto per Prodi, non può rinnegarlo oggi per Berlusconi: come allora Prodi, anche oggi Berlusconi è stato designato perché eletto dal popolo. Non vi può essere altro comportamento da tenere, sia da parte del capo dello Stato, sia da parte di Fini e sia da parte della opposizione, che quello di andare alle elezioni in caso di caduta del governo Berlusconi.

Un comportamento diverso significherebbe, per questi soggetti politici, fare dietro front (spudoratamente), non solo prendendo in giro gli elettori i quali, andando al voto, hanno creduto di eleggere il premier, ma considerandoli in sovrappiù dei perfetti asinelli, che si possono docilmente raggirare.

E’   bene aggiungere che anche l’opposizione ha la sua buona parte di ipocrisia e di doppiopesismo, poiché, pur non avendo approvato la legge 270, ne ha seguito tanto le prescrizioni che lo spirito, proprio in occasione della elezione nel 2006 del secondo governo Prodi, avallando così le parole del capo dello Stato, avallate, poi, anche quando il governo Prodi cadde, visto che ci si guardò bene dal praticare gli intrallazzi della prima Repubblica e si decise che non vi fosse altra strada che quella di tornare alle urne.

Nel momento, perciò, che tutti fingono che non esiste la legge 270, dopo averla invece abbondantemente praticata, che cosa doveva fare la seconda carica dello Stato, ossia Renato Schifani, quando anche la prima e la terza carica la ignorano spudoratamente?

Doveva fare ciò che ha fatto. Ricordarla, agli italiani in primo luogo, in quanto essi si sono mossi in base al contenuto della 270, e ricordarla poi a Fini e a Napolitano che l’hanno dimenticata o fanno finta di averla dimenticata.

Ciò che oggi si grida contro Schifani è, dunque,  pura ipocrisia, ed è, ancora una volta, il segno di quanto è diventata inaffidabile e doppiopesista la politica italiana.

Dunque, bravo Schifani, che hai messo a nudo tanta incoerenza e spudoratezza.

Articoli correlati

Schifani prende atto della volontà di Berlusconi di non andare ad elezioni anticipate. Qui.
Vi si legge:

«Ho sviluppato – spiega il presidente del Senato – un ragionamento che vale per ogni democrazia bipolare. Quella mia osservazione era in un intervento fatto ai giovani universitari e ho parlato in chiave generale ed astratta ». L’altro ieri infatti Schifani aveva parlato al collegio dei Cavalieri del lavoro. Riguardo ad un sondaggio, pubblicato oggi, in cui il 68% degli italiani dà ragione al presidente del Senato sul rischio di elezioni anticipate, Schifani commenta: «Gli italiani vogliono che si parli loro in maniera chiara e diretta. Evidentemente hanno percepito che ho parlato in maniera chiara e diretta perchè mi sono appellato ad un principio generale che vale per tutti i paesi dove esiste un sistema bipolare: occorre rigorosa coerenza tra scelta degli elettori e comportamenti della politica ».

“Se si vota Silvio stravince”. Qui.


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4 Comments

  1. Commento by Felice Muolo — 19 Novembre 2009 @ 17:06

    Bart, non cantare vittoria. Nella tua lunga vita certamente ti sei accorto che in politica succede tutto e il contrario di tutto.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Novembre 2009 @ 17:28

    Lo so, faccio la battaglia contro i mulini a vento, ma mi piace non essere preso in giro, nè da destra né da sinistra. Attualmente chi mi fa ridere, perché applica due pesi e due misure in maniera sfacciata (già successe con il governo Dini) è la sinistra.

  3. Commento by Felice Muolo — 19 Novembre 2009 @ 18:19

    Qui sta il punto, Bart. La gente come te che non vuol farsi prendere in giro è la maggioranza degli italiani. Ma non sa cosa fare per difendersi, cambiare le cose. Gli strumenti che ha in dotazione si rivelano sempre armi caricate a salve.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Novembre 2009 @ 18:47

    Occorre che il corpo elettorale si riprenda la sovranità attribuitagli   dall’art. 1 della Costituzione:
    1. â— L’Italia è una Repubblica democratica [139], fondata sul lavoro (1) [4].
    La
    sovranità appartiene al popolo (2) [48, 56, 58, 60, 101], che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (3).

    Ora, quando si parla del suo esercizio nelle forme e nei limiti della Costituzione, non si potrà MAI interpretare che in qualche modo, con qualche capziosità,   tale sovranità le venga tolta.

    Per esempio, il termine democrazia parlamentare viene utilizzato capziosamente per annullare la sovranità popolare. Quando, invocando la democrazia parlamentare,   il parlamento con un colpo di mano, come fece grazie a Scalfaro nel 1994, sovverte i risultati elettorali,  il  capo dello Stato e il parlamento hanno gravemente violato la sovranità popolare, ossia la Costituzione.
    Così è, nonostante certuni si arrampichino sugli specchi.

    Ne scriverò, forse tra poco.
    I momenti sono difficili ed è bene farsi sentire.
    Nel 1994 lo feci scrivendo un libro (non conoscevo internet): “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”, scaricabile gratuitamente
    qui. Oggi lo faccio con questo moderno strumento e tramite il mio blog, dove nessuno può censurarmi.

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