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Sguardi rivolti al passato

25 Maggio 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 25 maggio 2013)

Matteo Renzi avrebbe potuto essere – e potrebbe essere ancora, se commettesse meno errori – la novità della politica italiana. È l’unico che, sulla carta, possiede il carisma per riassorbire la sfida grillina, l’unico che potrebbe impedire lo sfaldamento del Partito democratico e la conseguente affermazione di un inedito bipolarismo fra i 5 Stelle e il centrodestra. E’ l’unico che potrebbe, per la prima volta nella sua storia ultrasecolare, dare una identità stabilmente riformista a una sinistra da sempre condizionata, quando non dominata, da correnti massimaliste.
Le condizioni sono cambiate rispetto a quando, solo pochi mesi fa, Renzi sfidò Bersani nelle primarie. Allora il Pd era ancora un partito sicuro di sé, orgoglioso delle proprie radici, di una storia che risaliva alla Prima Repubblica.

Un partito che, con la segreteria Bersani, aveva messo brutalmente da parte, trattandolo come un mero incidente di percorso, il tentativo di Walter Veltroni, primo segretario del Partito democratico, di introdurre una certa discon- tinuità e un po’ di innovazione nella sinistra italiana. In quel momento i sondaggi davano ragione a Bersani e alla sua linea all’insegna della continuità con il passato. Renzi, vissuto dai militanti come un corpo estraneo, e una minaccia alla tradizione e alla loro stessa identità, e percepito dall’apparato di partito come un pericolo mortale, non avrebbe potuto vincere quelle primarie neppure se le regole elettorali fossero state per lui meno penalizzanti.

Lo scenario ora è assai diverso. Il partito è a pezzi, vicino all’implosione. Adesso sì che Renzi potrebbe prenderselo, sicuro di essere accolto come un salvatore anche da molti di coloro che, all’epoca delle primarie, lo trattavano da «destro », da «berlusconiano ». Come tutte le organizzazioni anche i partiti, quando è a rischio la loro sopravvivenza, sono pronti a gettarsi fra le braccia di un messia che mostri di conoscere quale sia la via d’uscita dall’inferno. Se non ora quando?
Ma Renzi, incomprensibilmente, non ci sta. Si dichiara non interessato alla leadership del partito. In molti lo abbiamo ascoltato con una certa curiosità alcuni giorni fa a Porta a Porta . Il suo eloquio brillante e veloce non riusciva a nascondere la debolezza della sua posizione. Ad esempio, non puoi dire che non conta chi controlla il partito ma conta che il partito non sia autoreferenziale (come spesso accade ai partiti caratterizzati dalla presenza di consistenti apparati) e che, pertanto, per rinnovarlo, occorra eliminare il finanziamento pubblico. Non puoi dirlo senza cadere in una vistosa contraddizione. Il finanziamento pubblico, grazie al quale si sono fin qui riprodotti gli apparati, si mantiene per il fatto che quegli apparati riescono di solito a procurarsi leadership compiacenti, che li tutelino. Se vuoi ridimensionare l’apparato (che consideri una causa dell’autorefe- renzialità) eliminando il finanziamento pubblico, devi impadronirti del partito. Probabilmente lo si vedrà fra breve, quando cominceranno le sorde resistenze parlamentari contro la proposta del governo tesa ad abolire il finanziamento pubblico.

Il Partito democratico è, soprattutto, la sua segreteria e la sua tesoreria. Se non ti prendi segreteria e tesoreria sei destinato a contare poco o nulla.
È singolare che una leadership che si presenta come innovatrice si saldi poi a una strategia che fa tanto Prima Repubblica. Una strategia del tipo: a me il governo, a voi il partito. Come nella vecchia Dc: la segreteria all’esponente della fazione A, Palazzo Chigi all’esponente della fazione B.
Si noti la differenza fra la posizione di Renzi oggi e quella che fu di Romano Prodi negli anni Novanta, ai tempi dell’Ulivo. Prodi fu il candidato al governo di una coalizione i cui partiti egli non controllava. Ma Prodi era giunto a quella posizione «dall’esterno », non veniva (a differenza di Renzi) da battaglie condotte dentro il principale partito della coalizione. Era un uomo allora spendibile contro Berlusconi per il suo profilo di tecnico di area con un prestigio acquisito nei posti di responsabilità occupati. E in ogni caso, con l’Ulivo, Prodi riuscì a essere, per un certo periodo, il leader di governo più adatto per la sinistra nella (allora) nuova età bipolare.
Renzi ha tutt’altra storia (viene dalla politica di partito) e agisce in tutt’altra congiuntura. Una congiuntura nella quale non c’è più la coalizione che sorresse Prodi, e in cui il rischio che si corre è quello del definitivo ritorno (ma senza più i solidi partiti di allora) alle logiche politiche da Prima Repubblica. L’attuale strategia di Renzi, se non cambierà, sembra fatta per contribuire a quel ritorno, non per impedirlo.

Forse serve altro. Serve un Renzi che (come fece il suo modello Tony Blair) si impadronisca del partito, lo trasformi, anche a costo di pagare il prezzo di una scissione a sinistra, per farne il docile strumento di una politica innovatrice, e dopo (e soltanto dopo) si candidi alla guida del governo. Oltre a tutto, tale scelta sarebbe la più coerente con la suggestione maggioritaria e presidenzialista («eleggiamo il sindaco d’Italia ») che Renzi accarezza. L’errore, se di un errore si tratta, sta nel contrasto fra il messaggio e la strategia, fra ciò che Renzi propone e ciò che fa (o non fa). Nell’Italia dei mille paradossi accade spesso che il ritorno al passato venga spacciato per una grande novità. Sarebbe una occasione sprecata, e non solo per il Pd, se, alla fine, dovessimo archiviare sotto questa voce anche il caso di Matteo Renzi.


Così si ferma il bancomat di Stato
di Paolo Baroni
(da “La Stampa”, 25 maggio 2013)

Appena il premier annuncia, ovviamente via twitter, come si usa di questi tempi, che il governo ha trovato l’intesa politica scatta immediato il coro, la gara ad attribuirsi il risultato. L’abrogazione del finanziamento pubblico? «Una nostra vittoria » ritwitta a sua volta il «vice » Alfano, seguito da mezzo Pdl. Poi si fanno sentire i renziani, segue il resto del Pd in ordine sparso, ed il coro cresce di volume. Unica voce dissonante, Grillo. Forse preso in contropiede, perché magari non si aspettava che così rapidamente il governo sarebbe passato all’azione (ieri l’intesa «politica », la prossima settimana il varo del disegno di legge vero e proprio). Una mossa elettorale sostiene o, più prosaicamente una presa per… i fondelli. Certo i grillini i loro 42 milioni di euro di rimborsi delle ultime politiche non li hanno ritirati affatto, tutti gli altri partiti invece aspettano con ansia di incassare la prossima ricca rata di luglio.

E’ chiaro che l’effetto Grillo, e in casa Pd l’effetto Renzi, si fanno sentire. E Letta non solo dice di voler procedere – «avevo preso l’impegno ora nessun passo indietro » – ma fa pure sapere di voler andare avanti spedito. Pronto anche a intervenire per decreto di qui a qualche mese se il progetto del governo dovesse arenarsi nelle secche del Parlamento come i più pessimisti si aspettano.

Può sorprendere la gioia con cui le forze politiche, i cui bilanci fanno già acqua da tempo, hanno accolto la decisione. Perché è chiaro che, almeno sulla carta, ci troviamo di fronte ad una vera rivoluzione che costringerà innanzitutto i grandi partiti, Pd e Pdl, a rivedere da cima a fondo la loro struttura, mettendo in discussione spese, sedi spesso faraoniche ed organici certo in molti casi sovradimensionati.

La spiegazione sta in due delle soluzioni individuate dal governo e che ora attendono di essere messe nero su bianco: la prima è la gradualità con la quale la riforma verrebbe introdotta, si parla addirittura di tre anni, in modo tale da lasciare ai partiti tempo sufficiente per passare dal vecchio al nuovo sistema e riorganizzarsi; la seconda è la vera e propria «clausola di garanzia » del nuovo meccanismo, ovvero l’introduzione di un nuovo contributo sulla scorta del 5 per mille. Un modo netto per tagliare col passato, ma anche un modo netto per stroncare ogni polemica contro la casta. Chi vuole versa, chi non vuole non lo fa.

Ovviamente si può sempre fare di più e meglio, ed il percorso parlamentare potrebbe certamente contribuire a «potenziare » ulteriormente la nuova legge. I puristi protesteranno chiedendo di azzerare tutto punto e basta. In realtà un qualche meccanismo, rivisto, molto più leggero e trasparente di quello attuale, di finanziamento della politica è bene che esista. Per evitare che la politica sia solo ad appannaggio dei più ricchi o peggio ancora di lobby e affaristi, come si sostiene da più parti. Detto questo il cambio di passo è importante perché stando alle linee guida varate ieri dal consiglio dei ministri il rapporto a tre cittadini/casse pubbliche/forze politiche è destinato a cambiare radicalmente. Innanzitutto i soldi, a decine di milioni (ben 289 milioni di euro nel 2010, ancora 159 per le ultime politiche, nonostante i tagli effettuati), non usciranno più dalle casse pubbliche per rimborsi a piè di lista, per spese spesso poco e male documentate se non addirittura inesistenti, nemmeno fosse un Bancomat. E soprattutto cambieranno molte regole: ai partiti verranno imposte nuove procedure, più rigorose, in materia di statuti e di bilanci, tema spinossimo viste le polemiche sollevate ancora nei giorni scorsi da proposte come quella «anti-Grillo » dei pd Zanda e Finocchiaro. Quindi verranno semplificati i meccanismi per le erogazioni liberali dei privati (definendo nuovi tetti si spera bassi per evitare l’effetto-tangenti, meglio 2 mila che 10 mila euro) e saranno introdotti meccanismi per assicurare in maniera certa la tracciabilità e l’identificabilità di tutte le contribuzioni. Infine si prevede di disciplinare in maniera chiara «modalità di sostegno non monetario » al funzionamento dei partiti in termini di strutture e servizi. Un sistema questo già in vigore, in certi casi, ad esempio nel Parlamento tedesco, che da noi si dovrebbe innanzitutto applicare ai costi ed alle procedure legate alla trasparenza ed alla certificazione dei bilanci.

Non sfugge che in parallelo, sempre ieri, il governo ha annunciato l’intenzione di varare sempre a stretto giro anche un disegno di legge per regolamentare le lobby. Un altro passo avanti nell’opera indispensabile di risanamento della politica.


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Bart