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STORIA: Berta: I pretendenti alla corona (5)

9 Marzo 2010

di Vincenzo Moneta

1 -Lotte di potere fra la nobiltĂ  italica, di stirpe franca, per   l’assegnazione della corona d’Italia e della corona imperiale.

CittĂ  di Pavia
Anno del Signore 888
Muore il re Carlo il Grosso.
I maggiorenti italici scelgono come successore
il marchese del Friuli Berengario[1], della stirpe franco-germanica.
FOTO CORONA FERREA[2]

Alla morte di Carlo III il Grosso, Berengario I[3], figlio di Everardo marchese del Friuli e di Gisella figlia di Ludovico il Pio, fu incoronato re d’Italia[4] . Il marchese del Friuli poteva dirsi un affine dei Carolingi per parte di madre e così, secondo un’abitudine allora invalsa, fondeva il principio elettivo con quello dinastico. Egli era di stirpe franco-germanica, come quasi tutti i membri delle grandi famiglie signorili stanziate da   tempo in Italia.

Consacrato dall’arcivescovo di Milano, Anselmo, Berengario pensò a organizzare il suo Stato creando una cancelleria sul tipo di quella carolingia, emanando diplomi e stipulando un patto con Venezia: ben presto, però,   si trovò coinvolto in quello che un cronista del tempo ha chiamato civile bellum, perchĂ© un altro grande feudatario si presentò a contendergli la corona.

Si trattava di Guido di Spoleto nipote di Pipino e marito di Ageltrude di Benevento, ritornato dalla Francia non essendo riuscito nel suo ambizioso disegno di impossessarsi di quel regno, che egli pretendeva in base ai soliti legami di famiglia e fidando sui contrasti tra i diversi esponenti della regione. Alla fine prevalsero altre correnti ed egli si trovò a mani vuote, desideroso però di rifarsi in qualche modo dello scacco.

Le trattative segrete per detronizzare Berengario furono condotte, con un subitaneo voltafaccia, dallo stesso vescovo di Milano, Anselmo, che lo aveva consacrato l’anno precedente.

Il potente prelato milanese preferiva un re residente piĂą lontano dalla sua sede e, quindi, meno legato ai signori lombardi.

Il marchese di Toscana Adalberto II non prese ancora una posizione aperta nonostante un’antica solidarietĂ  d’interessi unisse la casa di Toscana a quella di Spoleto.

Guido di Spoleto sconfigge Berengario nel gennaio 889 nella battaglia nei pressi del fiume Trebbia [5]e conquista la coronad’Italia[6].2 –

 La battaglia della Trebbia (889) e le sue conseguenze: due re d’Italia

Berengario si scontrò con il suo avversario alla metà del gennaio 889.
I due eserciti si fronteggiarono in un’aspra battaglia presso il fiume Trebbia. Entrambe le parti subirono ingenti perdite e Berengario stesso fu ferito, non si sa bene se da Alberico, futuro marchese di Camerino e Spoleto, o da Ildebrando, conte di Lucca. Berengario, sconfitto e detronizzato conservò soltanto la marca friulana. Fu costretto a fuggire e a rifugiarsi nella cittĂ  di Verona.

Guido di Spoleto[7], dopo la vittoria su Berengario I, venne proclamato re d’Italia a Pavia il 16 febbraio(?), (ma non incoronato come Berengario) con l’appoggio dei vescovi che, in cambio dell’unzione regia, ottennero un atto di subordinazione del sovrano al potere ecclesiastico. Nei loro confronti il nuovo re fu larghissimo di concessioni, come mostrano i diplomi da lui emanati in quel periodo. Berengario, chiuso nella sua marca, faceva lo stesso e i due continuarono così per qualche tempo a saggiare le rispettive forze.

L’Italia si trovò così ad avere due re, che tacitamente si dividevano le sue terre.

Roma 21 febbraio dell’anno del Signore 891
il papa Stefano V (885-891)consacra
 Guido di Spoleto e la moglie Ageltrude di Benevento  

A Guido, però,   la corona reale non bastava: aspirava alla corona imperiale. In questo disegno fu spronato dalle ambizioni della moglie Ageltrude[8] di Benevento.

Ageltrude era longobarda e in lei sembrava rivivere il sogno longobardo di dominio sull’intera Italia.

Chi si preoccupò maggiormente dell’avanzata dello Spoletino era il pontefice Stefano V, che vedeva profilarsi con lui la solita situazione di accerchiamento di Roma, sempre temuta dai predecessori come un incubo; ma per il momento non vi era nulla da fare per fermarlo.

Il papa si era rivolto ad Arnolfo di Carinzia per contrastare questa incoronazione: iniziava il  passaggio della politica della   Chiesa dalla tradizionale linea francese a quella tedesca.

Ma Arnolfo era troppo impegnato nelle questioni interne del suo regno e non potĂ© rispondere all’invito del papa. A Stefano V non restò altra scelta che incoronare Guido di Spoleto il 21 febbraio 891, insieme all’ambiziosa moglie.

 Il nuovo imperatore fece incidere sul suo sigillo il motto:Renovatio regni Francorum. Il papa in cambio ottenne il riconoscimento di tutti i diritti della Chiesa e ricevette anche nuove, insperate donazioni per il Patrimonio di San Pietro.

Il neo imperatore istituì la marca d’Ivrea (comprendente quasi tutto il Piemonte) affidandola al fedelissimo Anscario, da cui verrĂ  poi un altro re italico, Berengario II.

CittĂ  di Pavia
Anno del Signore 891
Lamberto,
E’ associato al trono italico come coreggente.

Guido mirò soprattutto ad assicurarsi la continuità dinastica sul trono del Regno Italico e pertanto a Pavia fece riconoscere come correggente suo figlio Lamberto, che aveva solo dodici anni, elargendo nuovi favori alle chiese (da Acqui a Modena) per averle amiche.

CittĂ  di Ravenna
30 Aprile dell’anno del Signore   892
Lamberto è imperatore

Da questo momento le ambizioni di Guido e di Ageltrude si completarono con il rinnovo, da parte di papa Formoso(891-896),   dell’incoronazione imperiale di Guido, che, nello stesso tempo, associò al potere imperiale il loro figlio quattordicenne Lamberto[9].  

GUIDO DI SPOLETO(? – +894)——AGELTRUDE DI BENEVENTO (?-+923?)

LAMBERTO(879-+898)[10]
Anno 894
Il marchese Adalberto   di Toscana si oppone all’incoronazione di Arnolfo di Carinzia chiamato dal papa Formoso per contrastare Guido di Spoleto[11].

3 – Arnolfo contro Guido

Il colpo di timone decisivo fu dato dal pontefice Formoso, che, timoroso dell’invadenza spoletina e beneventana unite, si rivolse ancora una volta ad Arnolfo ripetendo quelle vecchie accuse contro i “cattivi cristiani” che i suoi predecessori avevano giĂ  rivolto ai Longobardi di Astolfo e di Desiderio al momento di chiamare Pipino e Carlo Magno: la libertĂ  delle “terre di San Pietro” era minacciata e urgeva intervenire.

Il re di Germania mandò per il momento il figlio Sventiboldo, che ebbe subito l’appoggio di Berengario, ma non ottenne nessun successo e tornò indietro.

All’inizio dell’894, Arnolfo scese egli stesso per la valle dell’Adige, assediò, conquistò e distrusse Bergamo, evitò Berengario, sempre legittimo re, ed emanò diplomi[12]   dando a vedere chiaramente i suoi propositi di arrivare all’impero.  

 Adalberto II, per la posizione strategica del suo marchesato, che controllava tutte le strade fra il nord e il centro d’Italia, potĂ© mantenere un certa libertĂ  di movimento, tanto da permettersi di tentare, nell’ 894, di imporre condizioni ad Arnolfo di Carinzia per il suo progettato viaggio a Roma. Non solo Arnolfo non accettò nessuna condizione da parte di Adalberto, ma lo fece arrestare insieme al fratello Bonifacio. Adalberto II ottenne la libertĂ  solo dopo aver fatto giuramento di fedeltĂ  ad Arnolfo.

 Adalberto II tornò precipitosamente in Toscana, nonostante il giuramento di fedeltĂ , per impedire ad Arnolfo di Carinzia il passaggio dalla Via Francigena, occupando con tutte le forze di cui disponeva i valichi degli Appennini dai quali l’aspirante alla corona imperiale sarebbe dovuto passare per recarsi a Roma, per ricevere la corona imperiale dal papa.

Questo ci dimostra, oltre alla nullitĂ  dei giuramenti a conferma della parola data, quanto importante fosse il controllo delle strade e dei valichi alpini, tanto da rendere il marchese di Toscana arbitro della corona imperiale.

Arnolfo ritornò faticosamente in patria attraverso la valle di Aosta.

IL CONTROLLO DELLA VIA FRANCIGENA SI RIVELA DETERMINANTE NELLA VITA POLITICA ITALIANA

896 CittĂ  di Roma
22 febbraio dell’anno del Signore 896, nella basilica di
S. Pietro, Arnolfo di Carinzia e’ incoronato imperatore da Papa Formoso.

4 – Arnolfo imperatore

L’imperatore Guido stava risollevandosi dagli insuccessi subiti quando la morte pose fine ai suoi progetti.

In nome del figlio Lamberto, la vedova di Guido, Ageltrude, continuò la politica del marito con piglio e fermezza superiore, dimostrando quella tenacia e quella forza che è propria delle donne che in ogni epoca occupano posti di dominio.

Questo aumentò le preoccupazioni di papa Formoso, che aveva trovato nella vedova di Guido un nemico ancor più temibile del marito, perciò rinnovò gli inviti a scendere in Italia ad Arnolfo di Carinzia per essere incoronato imperatore.

Questo secondo rientro in Italia, a distanza di due anni, avvenne senza difficoltĂ . Come le consuetudini ed il cerimoniale imponevano prima di ogni incoronazione, egli si fermò alle porte di Roma. Ma qui l’imperatrice Ageltrude tentò di impedirne l’accesso in cittĂ . Soltanto con grande violenza Arnolfo riuscì a forzare l’ingresso, facendo strage di tutti i filospoletini. Ageltrude, meditando la rivincita, riuscì a fuggire nella sua sede ducale.

Arnolfo chiese all’intero popolo romano un giuramento di fedeltĂ  con l’impegno solenne di non dare in alcun modo aiuto o ricetto ai suoi avversari. Il 22 febbraio dell’anno 896 si recò, trionfalmente accompagnato dal clero e dal popolo romano, in San Pietro, dove assunse il titolo imperiale insieme con le insegne esterne del potere, che comprendevano l’altare portatile d’oro e il Codex Aureus..

Arnolfo aveva raggiunto l’apice della “piramide del successo” ma dopo l’incoronazione ebbe un colpo apoplettico che ne affrettò il ritorno in Carinzia[13]. MorirĂ  tre anni piĂą tardi.

In questo, come in altri casi, gli uomini possono porre prestigiose ed effimere corone sul capo di altri uomini, ma non possono fermare il corso del destino.
_________________________


[1] G. Treccani Berengario I –Dizionario Biografico degli Italiani –vol. ) anno 1967 – pagg. 1-26 – Roma – Istituto dell’Enciclopedia Italiana –coll. 920.045.

[2] CORONA FERREA – Monza – Tesoro del Duomo
La corona ferrea, simbolo di potere regale in Italia e in Europa e della sacralitĂ  dell’autoritĂ  temporale, servì per secoli a incoronare i re d’Italia.
Ä” una notevole opera di oreficeria attribuita al periodo longobardo: ha forma circolare ed è costituita da sei placche d’oro di forma rettangolare, incurvate   e collegate da cerniere. E’ adornata da brillanti e da altre pietre preziose e reca all’interno un anello di ferro ottenuto, secondo la tradizione, dalla fusione di un chiodo della Croce di Cristo rinvenuto da Sant’Elena. Conservata nel duomo di Monza, la corona fu utilizzata anche per l’incoronazione di diversi imperatori tedeschi e poi austriaci, che ebbero anche il titolo di re d’Italia, a partire da Enrico IV (1084), fino a Ferdinando I (1838). La cinse anche Napoleone I quando fu incoronato re d’Italia a Milano il 26 maggio 1805.
La corona ferrea è stata sottoposta recentemente   ad una sofisticata indagine   al radiocarbonio eseguita a Sidney, in Australia. Da questo esame la data di fabbricazione viene   collocata nel periodo fra il 700 e il 780. Questo si contrappone alla tradizione che attribuiva alla regina Teodolinda, il grande personaggio femminile della storia dei Longobardi, moglie di re Autari (584-590) e poi di re Agilulfo (590-616), la donazione di questo diadema al duomo di Monza.
Grazie alla nuova tecnica di datazione, messa a punto dallo scienziato italo-australiano Claudio Tuniz e chiamata Ams (accelerator mass spectrometry), sono sufficienti pochi milligrammi di materia organica per datare un oggetto, contro i tre grammi necessari per il metodo tradizionale. Per l’analisi si sono potute utilizzare   minime quantitĂ  di cera d’api contenute nel collante usato per fissare le gemme alla corona.

-Luca G., sta in Medioevo– Anteprima , “Cinse il capo di Carlomagno” – “Il crisma della sacralità” pag. 8 Anno I, n. 2, marzo 1997, Editore De Agostini Rizzoli periodici.

[3] P. Brezzi. Storia d’Italia-Dalla civiltĂ  latina alla nostra repubblica – Vol. III, pag. 37, Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1980.

[4]
Nella tradizione occidentale, il rito dell’incoronazione dei re non risale oltre i Carolingi, mentre è largamente attestato per gli imperatori bizantini a partire dal V secolo. Pipino il Breve, che era stato “eletto”, cioè acclamato dai suoi pari, secondo l’antico costume dei popoli germanici, re dei Franchi nel novembre 751, ricevette in seguito l’unzione dai vescovi presenti e, tre anni dopo, anche dal papa Stefano II venuto a chiedere il suo aiuto contro i Longobardi. Bisogna aspettare Carlomagno e la sua incoronazione a Pavia nel 774 per vedere l’imposizione della corona intervenire nel rituale della consacrazione.
Ma, nella storia della monarchia francese, il rito dell’incoronazione   rimarrĂ  sempre subordinato a quello dell’unzione, che conferisce al re qualcosa   di piĂą importante della legittimitĂ  politica, vale a dire il crisma della sacralitĂ  e, insieme, poteri taumaturgici, come per esempio quello di guarire la scrofola. Il rito dell’incoronazione verrĂ  ripetuto a Roma nel Natale dell’800, quando Carlomagno fu consacrato imperatore dalle mani del papa Leone III. In quell’occasione fu probabilmente utilizzato un diadema, molto prezioso a detta delle fonti, proveniente dal tesoro della basilica di S. Pietro, dove si svolgeva la cerimonia. E’ comunque escluso che il papa si sia allora servito della corona ferrea di Monza. Ma, dopo i risultati della perizia effettuata in Australia, che colloca la data di fabbricazione fra il 700 ed il 780, è possibile pensare che quel pregevole pezzo di oreficeria longobarda abbia effettivamente cinto il capo di Carlomagno, quando fu incoronato rex Longobardorum, ossia re d’Italia, a Pavia nel 774.
– L. Grandori, V. Lembo   et alii. Le incoronazioni e il crisma della sacralitĂ .
Sta in: Medioevo, anno 1 n 2 ,marzo 1997,Realizzazione editoriale Editing S.p.A –Milano.

[5] Trebbia, fiume (115 Km) dell’Italia settentrionale, nasce nell’Appennino Ligure, sbocca nel Po a monte di Piacenza.
Due battaglie – forse più conosciute – si sono svolte presso il fiume Trebbia (da cui prendono il nome).
–                   218 a. C. (2 ° guerra punica) Battaglia fra Annibale e Scipione
Vittoria di Annibale su i Romani.
Lo scontro si svolse in precedenza nel settembre 218 a.C. presso il Ticino, a breve distanza da Vercelli, e fu l’inizio del grande duello che avrebbe deciso le sorti del mondo antico.
La cavalleria punica, una delle migliori del tempo, attaccò con tale impeto che quella romana dovette ripiegare.
Nella mischia entrarono anche le fanterie, che lottarono a lungo, con accanimento. Infine i romani dovettero ripiegare.
Il console Scipione rimase gravemente ferito e avrebbe anzi perduto la vita se non fosse stato eroicamente difeso dal figlio diciassettenne, il futuro Scipione l’Africano, colui che parecchi anni piĂą tardi avrebbe debellato per sempre la potenza cartaginese.
Il console si ritirò al di là del Ticino con tanta rapidità che 600 dei suoi uomini perdettero il contatto col grosso delle forze e caddero prigionieri.
PoichĂ© Annibale aveva ripreso l’avanzata, Scipione non si fermò se non al di lĂ  del fiume Trebbia ove attese che l’altro console, Sempronio, giungesse a merce forzate dalla Sicilia.
Appena arrivato Sempronio decise   di dare battaglia campale. Invano Scipione, immobilizzato dalla ferita, cercò di trattenerlo facendogli notare la superiorità numerica nemica.
Sempronio, avido di gloria, respinse il consiglio. E allora quello che Scipione temeva avvenne:
alla fine di dicembre, sulle sponde del fiume Trebbia, dopo essere state attirate con abile manovra in una vera e propria trappola, le truppe romane   vennero fatte a pezzi. Solo 10.000 uomini riuscirono a rompere l’accerchiamento e a rifugiarsi a Piacenbza. Gli altri caddero prigionieri.
– 1799, vittoria degli Austro-Russi di Suvarov sui Francesi di Macdonald.

[6] P. Brezzi. STORIA D’ITALIA –Dalla civiltĂ  latina alla nostra repubblica ,Vol. III, pag. 36–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia, (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara, 1980.

[7] Guido di Spoleto (?-894)Figlio dell’omonimo duca di Spoleto e di Adelaide, figlia di Pipino, attuò una risoluta politica espansionistica conquistando Camerino a spese della Chiesa.Membro di una famiglia dell’aristocrazia alsaziana che si era stabilita una parte in Bretagna e l’altra parte nell’Italia centrale, marchese di Spoleto (come il padre, suo omonimo) e sposato a una principessa beneventana (il che spiega i suoi interventi nel Mezzogiorno), Guido si fece eleggere re della regione occidentale dell’impero nell’888; ma abbandonò il trono al suo concorrente Oddone di Parigi e si rivolse verso l’Italia che intanto aveva scelto, come re, Berengario del Friuli; Guido lo respinse, diventò re nell’889 e venne riconosciuto in quasi tutto il regno. Ma, per assicurarsi meglio il potere nell’Italia centrale e meridionale, ispirandosi a Ludovico II, si fece incoronare imperatore (anche se non apparteneva alla famiglia dei Carolingi) nell’891.

Alla deposizione dell’imperatore Carlo III il Grosso (887), Guido fece invano valere la discendenza, in quanto nipote di Pipino re d’Italia; due anni dopo, invece della corona francese, ottenne quella italica, cingendola a Pavia e, nell’891, quella imperiale.
Fece quindi dei capitolari nella tradizione carolingia: associò al trono, nell’891, il figlio Lamberto che il papa Formoso incoronò imperatore a Ravenna nell’892.
Ma il papa, preoccupato a causa della politica di Guido, troppo attiva nell’Italia centrale, chiese aiuto al carolingio Arnolfo che s’impadronì di Pavia all’inizio dell’894. Alla fine di quell’anno, all’improvviso Guido morì lasciando gli oneri della sua politica alla vedova Ageltrude.

G. Fasoli, I re d’Italia (882-962), Firenze, 1949.
– Jean-Marie Martin, Guido di Spoleto, Dizionario Enciclopedico del Medioevo, pag. 900,   vol. II, Direzione di AndrĂ© Vauchez, Edizione italiana di Claudio Leonardi, Edizioni CittĂ  nuova, Roma, 1998.

[8] Ageltrude
Figlia del principe Adelchi di Benevento, visse da giovanetta in un ambiente che era stato sempre considerato la rocca inespugnabile dell’avversione longobarda contro la cosiddetta usurpazione franca e vide l’orgoglio nazionale trionfare con la rivolta del 13 agosto 871, durante la quale l’imperatore Ludovico II e l’imperatrice Engelberga furono fatti prigionieri e rinchiusi nel castello beneventano.
Sposò nell’875, circa, Guido III duca di Spoleto, il futuro re d’Italia (febbraio 889) e imperatore (21 febbraio 891).
La figura politica di Ageltrude dominò gli avvenimenti della storia d’Italia nello scorcio del secolo IX, dopo l’improvvisa morte del marito Guido (novembre-dicembre 894), quando gli succedĂ© il figlio sedicenne Lamberto, che era stato associato al padre   nell’impero dall’aprile 892.
Ageltrude, vera detentrice del potere, cercò di attuare per mezzo di un parente di suo marito, il marchese Guido IV,   la riconquista delle province longobarde dell’Italia meridionale.
Essa doveva scontrarsi sia   con   i Greci, che avevano costituito a Benevento il centro di un thema greco, sia con le   pretese temporali che il papato vantava su quelle regioni.
Questo indusse papa Formoso a richiamare in Italia il re tedesco Arnolfo.
Alla venuta di quest’ultimo, Ageltrude e Lamberto, inizialmente seguirono la tattica giĂ  adottata dall’imperatore Guido durante la prima discesa di Arnolfo nell’894: si ritirarono e si rifugiarono a Reggio Emilia.
Ma Ageltrude, dando prova di intraprendenza, corse a Roma, dove organizzò l’opposizione armata nell’interno della cittĂ .
La resistenza fu di breve durata e la   cittĂ  cadde in mano all’imperatore tedesco il 21 febbraio 896. Il giorno seguente Arnolfo fu consacrato nuovo imperatore da Formoso ottenendo dal popolo romano nel   solenne giuramento di fedeltĂ  anche la promessa   che mai piĂą avrebbe prestato aiuto a Lamberto e alla madre Ageltrude.
Arnolfo mentre si accingeva ad espugnare il castello di Fermo, dove Ageltrude si era rifugiata, fu costretto ad interrompere l’impresa colpito da un improvviso malore, che lo storico Liutprando attribuì   all’astuzia di Ageltrude.
Intanto il 31 marzo o il I ° aprile 897 Ageltrude fece il suo ingresso in Benevento e consegnò il ducato al fratello Radelchi.
Dopo l’improvvisa morte di Lamberto (ottobre 898), Berengario e poi Ludovico III di Provenza si affrettarono ad assicurare la loro amicizia ad Ageltrude   e a confermarle le precedenti donazioni avute da re e imperatori.
Tra le riconferme fatte da Berengario ad Ageltrude vi era quella del monastero di S. Flaviano di Rambona, nel territorio di Camerino, fatto costruire dalla stessa Ageltrude. In quella occasione ella fece scolpire un dittico di avorio, conservato oggi nei Musei Vaticani.
Ageltrude si dedicò alla vita religiosa ritirandosi nel monastero di Natabene in Camerino e poi in quello di S. Nicomede in Fontana Broccoli, presso Salsomaggiore. La “cartula   testamenti” dell’ex è datata da Camerino l’11 dicembre 907; ma l’ultima notizia che abbiamo di Ageltrude ci è data da un documento emanato in Fontana Broccoli il 27 agosto 923, con il quale disponeva di alcuni suoi beni in favore dell’altare di San Remigio nella chiesa di S. Maria in Parma, dove era sepolto l’imperatore Guido, in suffragio dell’anima sua e dell’imperatore.

-G. Treccani, Ageltrude, Dizionari Biografico degli Italiani, pp. 384, 385, Roma, 1960.

[9] A Roma vi era, in quel momento, un bipolarismo fondato su due partiti: uno “filogermanico” legato ad Arnolfo di Carinzia e Berengario, l’altro“nazionalista” legato a Guido e Lamberto di Spoleto e ad Adalberto di Tuscia. Inizialmente il papa Formoso si schierò con il partito “filogermanico” ma fu costretto a incoronare Guido, il capo del partito “nazionalista”. Il papa non vide di buon occhio il consolidarsi di una dinastia imperiale in casa: meglio sarebbe avere un imperatore lontano. Per cui con una mano incoronò imperatore Guido e con l’altra chiese l’aiuto
ad Arnolfo di Carinzia. Formoso non fece altro che applicare quella prassi rimasta costante e immutata: faccio una cosa pensandone ad un’altra, penso a una cosa facendone un’altra. Questo portò inevitabilmente ad un “guerra” fra i due partiti della cittĂ  di Roma.

– U. Broccoli – Roma, anno 89, sta in: Avvenimenti   N. 91, pag.   71, 18 aprile 1999, Roma.

[10] Lamberto re d’Italia, imperatore, duca di Spoleto.
Associato al trono dal padre Guido di Spoleto nell’891, fu incoronato imperatore in Roma da papa Formoso il 30 aprile 892. Alla morte del padre (novembre 894?) riuscì a una conciliazione col papa; ma di lì a non molto papa Formoso, forse allarmato dall’invadenza della madre di Lamberto, Ageltrude, che mirava a impossessarsi degli stati longobardi meridionali, fece di nuovo appello ad Arnolfo di Germania. Questi scese in Italia; ma, appena egli valicò le Alpi, Lamberto, dopo essersi accordato con Berengario, a cui lasciò l’Italia settentrionale tra il Po e l’Adda, ridivenne il piĂą forte.
                              Morto papa Formoso, Lamberto e Ageltrude si recarono a Roma nell’897. Le ire della parte spoletina esplosero verso gli imperiali e Stefano VI, forse   traendone animo dal re, diede inizio al celebre processo contro il predecessore. Nel concilio che, dopo la deposizione di Stefano e il breve   pontificato di Romano e Teodoro II, aveva indetto a Roma Giovanni IX, Lamberto dominò.
                Fu deciso che la consacrazione del papa non potesse considerarsi senza l’approvazione imperiale; fu confermata l’elezione di Lamberto e fu invece dichiarata nulla quella di Arnolfo, avvenuta il 22 febbraio 896.
                              Non molto tempo dopo Lamberto presenziava al sinodo di Ravenna; vi rinnovava i provvedimenti diretti e difendere i liberi contro gli abusi dei pubblici ufficiali; disciplinava la condotta dei conti riguardo alle prestazioni non dovute, alle infeudazioni dei diritti regi, ai beni ecclesiastici; regolava il pagamento delle decime, restituiva la Chiesa nei suoi possessi e n riconfermava i diritti; ma rafforzava la sua alta sovranità su Roma e sullo stato pontificio.
                              L’autoritĂ  di Lamberto uscì dal sinodo ravennate notevolmente accresciuta. Inutilmente gli si oppose Adalberto di Toscana, che fu rapidamente sconfitto a Borgo S. Donnino.
Lamberto morì, a soli diciannove anni, il 15 ottobre 898.

– G. Treccani, Lamberto re d’Italia, Istituto della Enciclopedia Italiana, pag. 412, vol. XX, Edizione 1949, Roma.

[11] P. Brezzi. STORIA D’ITALIA, Dalla civiltĂ  latina alla nostra repubblica , Vol. III, pag. 37–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara 1980.

[12] Diploma. Nell’antichitĂ  romana, documento in forma di doppia tavoletta di bronzo rilasciato dall’imperatore o da altra autoritĂ  come salvacondotto (permesso). PiĂą tardi nome generico di documento solenne rilasciato dal sovrano o da altra autoritĂ  come attestato di facoltĂ  o privilegio concesso. Oggi, attestato solenne rilasciato dall’autoritĂ  sovrana o da altro organo competente mediante il quale si accorda un titolo nobiliare, un grado accademico, una laurea, un premio, ecc.

-G.M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata,vol. terzo, pag. 37. Istituto Editoriale Italiano, Milano 1957.

[13]   Prima di entrare in Roma le truppe imperiali si accamparono a Porta S. Pancrazio, all’inizio della via Aurelia.   Nel frattempo il partito avverso ad Arnolfo organizzò le difese della cittĂ . Forse anche questa è una delle caratteristiche storiche di Roma, e non solo di Roma e non solo di quel tempo. Negli stessi posti, lungo le stesse strade hanno marciato eserciti in cammino per liberare la cittĂ  da qualcuno, attesi dal popolo, inizialmente ostile, ma sempre pronto a correre in soccorso del vincitore. La difesa di Roma durò ben poco, Porta S. Pancrazio fu aperta a colpi d’ascia e gli imperiali entrarono in Roma per liberare papa Formoso chiuso in Castel S. Angelo.   Come ricompensa logica la corona imperiale fu messa sulla testa di Arnolfo dallo stesso papa Formoso, durante una cerimonia che si svolse sulla gradinata di San Pietro in Vaticano. Il popolo romano dovette giurargli obbedienza con una formula arrivata fino a noi. “Giuro per tutti i divini misteri che senza pregiudizio del mio onore, della mia legge e della mia fedeltĂ  al Signore e Pontefice Formoso, in tutti i giorni della mia vita sono e sarò fedele all’imperatore Arnolfo; che mai stringerò alleanza con alcuno per venir meno alla fedeltĂ  a lui; che mai presterò aiuto alcuno a Lamberto, figli di Ageltrude, o a sua madre perchĂ© ottengano cariche temporali; e che mai, per mezzo di intrighi o speciosi argomenti, consegnerò la cittĂ  di Roma a Lamberto o a sua madre Ageltrude o alla loro gente”. Formoso morirĂ  in quello stesso anno e Arnolfo lo seguirĂ  dopo tre anni. VerrĂ  eletto papa Bonifacio VI (896) che regnò solo dieci giorni. Alla sua morte il partito nazional-spoletino elesse subito un altro suo candidato: Stefano VI (896-897) che sconfessò la politica di Formoso processandone il cadavere. Ma lo stesso papa finì in carcere e fu strangolato nell’agosto 897.

U. Broccoli, Roma, anno 891, sta in: Avvenimenti N. 91, pag.. 71, 18 aprile 1999, Roma.

Vincenzo Moneta
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1 commento

  1. Commento by Carlo Capone — 9 Marzo 2010 @ 14:02

    E’ il periodo piĂą ‘arruffato’ della storia italiana. Va dato grande merito a Vincenzo Moneta di avervi gettato ampi squarci di luce.
    Una curiosità: Ageltrude, in quanto duchessa di Benevento, viene giustamente definita di stirpe longobarda. Vorrei capire se lo stesso si può dire di Guido di Spoleto . Furono infatti Spoleto e Benevento  gli unici  lasciti della dominazione longobarda e quindi verrebbe   da dire che Guido ne rapprsentasse  la  degna discendenza.  

    Molto interessante    apprendere  che con Lamberto si rinnova il predominio dell’Impero sulla Chiesa In   effetti la crisi dinastica successiva alla morte di   Carlo Magno aveva lasciato ampi spazi rispetto all’ assoluta obbedienza   cui  l?imperatore   (formalismi a parte) l’aveva costretta. Ma è pur vero che per quest’ultima si apprestano tempi assai grami, vedi le imprese di Mamozia e sodali nel secolo X.

    Carlo Capone
     

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